1 apr 2010

UN SEPOLCRO PER GUARIRE di Anselm Grun

UN SEPOLCRO PER GUARIRE di Anselm Grun






Anselm Grun è monaco benedettino e psicoterapeuta di formazione Junghiana. Il testo è tratto da: “L’anno liturgico come terapia” (Edizioni Paoline 2007)



Il rito fa scattare qualcosa nel nostro intimo; per dirla con Jung convoglia l’energia vitale nella giusta direzione, cosicché improvvisamente siamo capaci di quanto razionalmente avevamo riconosciuto come un passo necessario della realizzazione del Sé: lasciarci andare, abbandonarci al Padre per essere nuovamente creati da lui.

Anche il Sabato santo ha una funzione importante sulla via dell ’interezza. La liturgia prevede che meditiamo per tutto il giorno su Cristo morto nel sepolcro. E ci esorta a scendere nella nostra tomba, nel profondo di noi stessi, per essere un tutt’uno con il fondo del nostro essere, con le radici della nostra vita. Cristo non è soltanto morto della nostra morte, è rimasto effettivamente morto per tre giorni. Non poteva fare più niente, non sentiva più niente, era esanime, isolato da ogni comunicazione. Nel sepolcro Cristo ha sperimentato la morte come solitudine radicale, nella quale nessuna parola d’amore può più penetrare. Il Sabato santo ci vuole dire che nella nostra solitudine, nel nostro freddo, nella nostra rigidità è entrato Cristo. E là dove altrimenti regna la morte, là vive ora il suo amore. Là dove siamo isolati dalla vita, là ci raggiunge con la sua parola d’ amore.

Cristo è sceso nel regno dei morti, nell’ Ade, nello Sceol, come dicono gli ebrei. Lo Sceol è il regno delle ombre. Dal punto di vista della psicologia potremmo quindi interpretare così questa immagine: Cristo è sceso nelle nostre ombre, nel nostro inconscio, per liberare tutto ciò che vi è sepolto. Jung parla di inconscio collettivo, che racchiude molte forze positive, ma anche forze distruttive e caotiche, che possono divorarci. Cristo non ha affrontato soltanto il male che viene alla luce, ma è penetrato anche in quello che è nascosto sotto la superficie ed è assai più caotico e distruttivo di quello che si manifesta apertamente. Spesso siamo spaventati dai pensieri e desideri malvagi e disumani che affiorano in noi, dalla distruttività di cui siamo capaci. Cristo è penetrato anche lì.

Perciò possiamo scendere insieme a lui nella nostra tomba, nel nostro inconscio, ma soltanto nella misura in cui siamo consapevoli del legame con Cristo. Altrimenti pretenderemmo troppo da noi stessi. Dobbiamo quindi osservare le paure che affiorano in noi. Se la paura è troppo grande, non possiamo spingerci oltre nell’inconscio. È meglio che alziamo gli occhi a Cristo. Abbiamo bisogno della sua luce per rischiarare le nostre tenebre. Se non percepiamo più il suo raggio di luce, dobbiamo fermarci. Qualunque altra cosa sarebbe arroganza.

Jung non conosce soltanto un inconscio collettivo, ma anche un inconscio individuale, dove abbiamo represso molti desideri ed esigenze che abbiamo escluso dalla vita. Abbiamo represso capacità e potenzialità perché ci facevano paura. Abbiamo stipato nell’ombra tante cose degne di essere vissute, impedendoci di viverle. Ci trasciniamo dietro tante cose morte, che giacciono nel sepolcro e ci costringono a una vita grigia. Lo scopo del Sabato santo è quello di farci scendere con Cristo nell’ombra dentro di noi per farvi riemergere e vivere le potenzialità che Dio ci ha donato.



La morte nella nostra vita l’avvertiamo in molti campi. L’avvertiamo nel nostro corpo, dove alcune parti sono come morte. Non le sentiamo, è come se non esistessero. Viviamo soltanto con la testa, vale a dire a livello razionale, abbiamo bloccato la nostra vitalità. Oppure abbiamo il dorso, le spalle, il collo contratti, siamo rigidi, senza vita. Ci portiamo dietro alcune parti del nostro corpo come se non ci appartenessero. Ma noi siamo il nostro corpo. Se una parte del nostro corpo è morta, lo è sempre anche una parte del nostro cuore, della nostra essenza più intima. Il Sabato santo dovremmo far penetrare la vita di Cristo in tutti i punti morti del nostro corpo.

Cristo giace nel sepolcro. Anche questo è un simbolo della nostra vita. Anche noi spesso giacciamo nel sepolcro della nostra autocommiserazione, della nostra rassegnazione, del nostro orgoglio. Ci compatiamo perché tutto è cosÌ difficile, perché va tutto cosÌ male, perché non sappiamo prendere le distanze da noi stessi e cambiare. E cosÌ rimaniamo nella nostra tomba. Ciò che ci trattiene sono spesso le nostre attese esagerate nei confronti della vita, il nostro perfezionismo e la nostra paura della sconfitta, di «fare brutta figura ». Siccome non vogliamo perdere, non combattiamo neppure. Siccome non vogliamo fare brutta figura, non ci avviciniamo all’altro, non apriamo bocca quando siamo in mezzo a più persone. Siccome abbiamo paura che le nostre attese rimangano deluse, preferiamo restarcene nella nostra tomba. Il Sabato santo dovremmo prendere coscienza di questa situazione e affrontare la nostra paura con la fede nella risurrezione. Credere nella risurrezione significa alzarci dalle nostre debolezze, nel mezzo di esse, senza timore che alzandoci la debolezza ci resti addosso e gli altri la vedano.

Il Sabato santo interessa anche la guarigione della propria storia, la guarigione dei ricordi. I monaci egiziani conoscevano un esercizio che potrebbe aiutarci a guarire il nostro passato, con le sue ferite. Dobbiamo immaginarci di giacere per tre giorni nella tomba … dopo di che dobbbiamo chiederci che cosa lasceremmo nel sepollcro, che cosa si staccherebbe da noi. Quali pretese esagerate che ci rovinano la vita, quali paure, quali ricordi, quali motivazioni sbagliate? Quali macigni ci trasciniamo dietro, che pootremmo lasciare nella tomba? Quante cose morte ci portiamo dentro, nel nostro corpo, nei nostri sentimenti? Quanti irrigidimenti ci pesano sullo stomaco come pietre? Dovremmo lasciare tutto quanto nella tomba. Allora potremmo riallzarci più sereni, più liberi, più sinceri.

Dovremmo abbandonare anche le nostre feerite. Spesso non siamo capaci di vivere, di essere presenti, perché portiamo in noi le ferite del passsato, perché ce ne occupiamo troppo e ci offuuscano lo sguardo per il momento presente. Simili ferite richiedono spesso molto tempo per guarire, ma dovremmo chiederci quali sono le feerite per le quali continuiamo a soffrire impedenndo che si rimarginino. Delusioni, insuccessi, figuracce, fallimenti personali, offese da parte di altri, paure? Cosa affiora se scruto nel mio passato? Dove spuntano rabbia e rancore, dove monta l’aggressività, perché improvvisamente mi renndo conto che mi è stato fatto del male, che sono stato preso in giro, che altri sono stati preferiti a me, che i miei desideri più profondi di tenerezza e amore, di sicurezza e comprensione non si sono realizzati, perché i miei genitori erano troppo presi da se stessi? Cosa mi ha ferito da bambino, a cosa penso ancora oggi con furore e rabbia?

Dovremmo semplicemente ripercorrere tutta la storia della nostra vita alla ricerca delle esperienze che ci hanno fatto male, delle offese, delle ferite che gli altri ci hanno inferto, e chiederci come abbiamo reagito. Forse non volevamo percepirle in tutta la loro dolorosità, perché facevano troppo male. Così abbiamo stretto i denti, ci siamo chiusi in quel punto per non provare troppo dolore. Ma così facendo tutti quei punti sono morti e adesso ci mancano, ce li portiamo appresso come parti rigide e morte, che non ci appartengono davvero.

Ci sono molte persone che rifiutano la guarigione interiore. Magari scopriamo anche noi di non essere incondizionatamente disposti a lasciarci guarire da Dio. Non vogliamo rinunciare alle scuse con le quali abbiamo evitato di cambiare. Il rifiuto di lasciarci richiamare in vita da Gesù dipende, secondo Hans Bohringer, da quattro giuramenti con i quali già nell’infanzia abbiamo reagito alle ferite inferteci dalla vita e con i quali impediamo ogni sorta di guarigione.

Il primo giuramento recita: i dolori che ho dovuto sopportare da bambino sono stati così grandi da aver già colmato la misura. Non voglio soffrire più, non mi serve altra sofferenza. Mi basta essere stato abbandonato da bambino. Non voglio correre il rischio che accada di nuovo. Perciò preferisco rinchiudermi in me stesso. Mi basta essere stato deriso da bambino, non essere stato preso sul serio allora. Adesso sono aggressivo, cosicché devono prendermi sul serio. Il giuramento per cui il dolore già sofferto è sufficiente per tutta la vita significa che mi aggrappo al mio stato attuale rifiutandomi di cammbiare. Ogni cambiamento comporterebbe infatti nuove sofferenze. lo però non voglio più soffrire, non voglio più che mi si faccia del male. Così mi costruisco una corazza che mi protegga da nuovi dolori e mi impedisca di avvertire quelli vecchi.

Ne consegue il secondo giuramento: chiudo gli occhi davanti a me stesso, non voglio riflettere su di me. Ho paura di scoprire in me cose spiacevoli, perciò preferisco non guardarmi dentro. Il rifiuto di riflettere su se stessi è alla base di ogni sviluppo interiore sbagliato.

Il terzo giuramento recita: posso e voglio risolvere i miei problemi da solo, non ho bisogno dell’aiuto di nessuno, nemmeno di Dio. Posso farcela da solo. Perché dovrei affliggere altri con i miei problemi? Nonostante abbia sperimentato che non riesco a venirne a capo da solo, tengo fede al giuramento.

Ne consegue il quarto giuramento: ho bisoogno di questa posizione di forza di saper risolvere da solo i miei problemi per compensare le mie mancanze. Ho bisogno dell’ orgoglio di farcela da solo per poter vivere, altrimenti l’intero edificio della mia vita crollerebbe. Voglio proteggermi da questo e quindi mantengo il mio giuramento. Non accetto che nessuno mi renda insicuro, né un essere umano, né Dio.

Il Sabato santo ci invita a mettere a nudo le nostre ferite e i nostri giuramenti, a scoprire tutte queste soddisfazioni sostitutive, le difese e le consolazioni che ci siamo costruite per compensare le nostre offese, l’amarezza e l’odio che abbiamo nutrito finora. Dovremmo deporre tutto questo nella tomba e lasciarcelo, permettere che Cristo lo guarisca, lui che nella risurrezione è stato guarito dalla morte, la ferita più dolorosa e profonda, e vuole guarire anche noi.

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