cammino di preghiera

Cammino di preghiera




Prima tappa




Pregare: vivere un rapporto di amicizia



con Colui dal quale sappiamo di essere amati



Vogliamo iniziare il nostro cammino di preghiera personale come «un rapporto di amicizia, un frequente intrattenerci nella solitudine con Colui dal quale sappiamo di essere amati», come dice Santa Teresa

Nel solco della tradizione carmelitana, il nostro metodo di orazione consiste nel fare di tutto per tenere presente dentro di noi Gesù, nostro Bene e Signore.

Se meditiamo una scena della Sua vita, cerchiamo di rappresentarcela nell’anima...



Per esempio, pensiamo a Gesù nell’orto del Getsemani, gli teniamo compagnia, pensiamo al sudore e all’afflizione che vi ha sofferto, raccogliamo quel Suo prezioso sudore di sangue per spanderlo su tutta la Chiesa.

Restiamo con Lui quanto possiamo, senza lasciarci scoraggiare dalle inevitabili distrazioni...



Seconda tappa



Pregare: entrare in noi stessi e lasciar pregare lo Spirito Santo in noi



La nostra vita, lo sappiamo, non si esaurisce in un insieme di avvenimenti esteriori: siamo chiamati all’interiorità. Il nostro corpo forma un tutt’uno con la nostra anima, fatta ad immagine e somiglianza di Dio, divenuta sua dimora per il Battesimo e capace di intrecciare un dialogo con Lui: lo stesso dialogo del Padre e del Figlio nello Spirito Santo. Tutto il nostro essere è aperto a Dio, eppure non ci pensiamo. Le nostre giornate sono per lo più cariche di preoccupazioni materiali; restiamo facilmente alla superficie degli avvenimenti, di noi stessi, dei rapporti con gli altri e non cogliamo l’anima di tutto. Occorre «entrare» in noi stessi, affacciarsi a quella realtà più profonda di noi, realtà che portiamo dentro senza averne coscienza: non per una sterile introspezione, ma per metterci in contatto con Colui che è presente, ci ama e ci attira a sè. Non senza lotta si può cominciare a porre le premesse dell’amicizia con Dio: vivere in grazia e tenere la coscienza pura dal peccato, animarsi con ardenti desideri e grande fiducia, decidersi a dedicare un tempo fisso alla preghiera.



Terza tappa



Pregare: tendere alla meta senza fermarsi



Nell’intraprendere il cammino dell’orazione si deve prendere una decisione forte e ri­soluta di non fermarsi mai né di abbandonarla. Avvenga quel che vuole avvenire (...) dobbiamo tendere alla meta.



E’ molto importante vegliare sempre sopra noi stessi, fino ad essere così decisi a perdere tut­to piuttosto che offendere il Signore. Prima di iniziare un cammino è buona cosa sapere do­ve esso ci conduce.



Perchè fare orazione? A qual fine consacrarvi del tempo, che sarebbe così prezioso per il servizio del prossimo? Tutto dipende dal posto che noi riserviamo a Gesù nella nostra vita. Qual’è la qualità della nostra relazione con Lui? Fare orazione è comunicare con Cristo. L’ora­zione è la nostra risposta d’amore a Colui di cui sappiamo, nella fede, che ci ama. Per San Paolo il cuore della vita cristiana è nel conoscere Cristo: Per me vivere è Cristo.



Quarta tappa


Mettere Cristo al centro della nostra vita

Abbiamo ormai capito che per l’orante, come per il cristiano, Cristo deve essere il centro della vita. I primi passi nel cammino della preghiera devono essere fatti, senza dubbio, per imparare a «innamorarsi» di Cristo.

ma volta «innamorati»; bisognerà approfondire la nostra relazione con Lui, conservarla e salvaguardare questo amore. Dobbiamo esercitarci in continui atti d’amore verso di Lui, così da «innamorarci» sempre più della sua umanità; dobbiamo «entrare» in Cristo, così da assimilare i suoi pensieri, i suoi affetti, i suoi desideri e farli diventare nostri.

Il mio incontro con Gesù può iniziare con un lungo sguardo: uno sguardo di Lui su di me, e di me su di Lui. Non può sussistere alcuna zona d’ombra tra noi due: la nostra relazione deve essere totalmente aperta e luminosa.E’ l’unico modo per amare e lasciarsi amare.


Quinta tappa

Comprendere che Gesù


mi ha amato e ha dato se stesso per me

Se Cristo è nostro amico, tutto ciò che lo riguarda deve interessarci, a cominciare dalla sua vita e dalle sue parole che i Vangeli ci hanno trasmesso. All’inizio della nostra pre­ghiera, allora, dopo un lungo sguardo su di Lui, facciamogli compagnia e apriamo il Vangelo. Vi troveremo Gesù vivente attraverso qualche episodio della sua vita. Gustiamo le sue parole, guardiamolo nei suoi comporta­menti, per poterlo poi imitare nei nostri gesti e nelle nostre situazioni quotidiane.

Questa immagine di Gesù, che «mi ha amato e si è consegnato per me» (GaI. 2, 20) mi deve accompagnare per tutta la vita.Con questa orazione di semplice sguardo ci prepariamo all’orazione di raccoglimento

Lo scopo dell’orazione infatti non è quello di lasciarsi sommergere da buoni sentimenti o compiacersi di una “bella preghiera”: si entra in orazione per permettere a Dio di comunicarci il suo amore

Anche se non ci sentiamo “in forma” noi crediamo che Dio ci ama. Ci mettiamo cioè nella logica dell’amore che è la gratuità. L’anima quindi si rende presente al Signore nel silenzio dell’amore.


Sesta tappa.


Pregare: fare silenzio per entrare in colloquio con l'Ospite Divino
Abbiamo imparato ormai che l’anima deve rendersi presente al Signore nel silenzio dell’amore. L’orazione è proprio questo: essere in ascolto di un appello interiore. E per ascoltare bisogna fare silenzio.In questo movimento di interiorizzazione o di raccoglimento si potrebbero in qualche modo distinguere due tappe, che sono l’una il prolungamento dell’altra.

Si tratta innanzitutto di una interiorizzazione progressiva, poi di una presa di contatto con l’Ospite interiore, l’Ospite Divino.

Lo sforzo di interiorizzazione deve iniziare già prima del momento dell’orazione, perchè l’orazione deve portarci ad uno stile di vita par­ticolare, deve cioè tendere a sintonizzare tutta la nostra vita su Dio.Alcuni praticano il raccoglimento come se fosse fine a sè stesso. Costoro cercano inconsapevolmente un benessere psicologico, frut­to del silenzio interiore e dell’armonia che si crea in loro.

un autentico incontro con l’Ospite Divino che abita il nostro cuore dal giorno del nostro Battesimo. L’orazione è vivere “cuore a cuore” con Cristo. Se tutto l’Antico Testamento era attraversato dall’appello Ascolta Israele... nel Nuovo Testamento, nella Nuova Alleanza è il Padre stesso che ci mette in ascolto di suo Figlio, durante il battesimo nel Giordano: “Questi è il Figlio mio, l’Eletto, ascoltatelo” (Lc. 9,35).

A questo proposito i mistici parlano di attenzione amorosa che dobbiamo avere nei confronti di Lui, non solo nel momento della preghiera, ma giorno e notte.

Settima tappa


Un Altro mi attira dentro e mi ci trattiene


Ci troviamo ora ad una tappa importante del nostro cammino d’orazione; si tratta per così dire di una esperienza che fa da “cerniera”. All’inizio del cammino d’orazione, mi sono sforzata di pregare, certo attirata dal Signore. Ho meditato in Sua compagnia, ho conversato con Lui, sono rimasta presso di Lui in uno sguardo semplice, in una attenzione amoro­sa, imponendo il silenzio alle mie facoltà.Il Signore, grazie ad una lunga frequentazio­ne, è divenuto per me un amico, un fratello, un padre, qualcuno che mi è intimo.

Tutto questo è avvenuto nella fede: fede che in certi momenti forse è stata oscura, ma che in altri momenti è stata riempita dalla certezza intima di essere con Lui, di essere in Lui. L’orazione ha creato dei legami molto forti fra Dio e me. Al momento, con o senza consolazione sensibile, una felicità molto profonda mi accompagna. Io so di essere amata da Dio: Egli mi ha fatto scoprire il cammino che conduce a Lui.Se resto fedele a questo amore reciproco, certo Dio mi introdurrà in un’orazione più profonda: in questa orazione, in effetti, non sono più io che mi sforzo di essere attenta a Dio, ma Egli stesso si impone, Egli bussa alla mia porta. Basta che io gli apra, ed Egli prende possesso di tutta la mia casa. Svanisce la mia difficoltà di imporre silenzio alle mie facoltà, poiché Egli stesso si preoccupa di renderle silenziose. Si è operato in me un cambiamento radicale: finora ero io che cercavo di pregare, mentre ora sperimento che la preghiera mi viene donata senza che io sappia da dove venga. Prima, cercavo di raccogliermi, ora, lascio che sia Qualcun Altro a farlo per me: un Altro mi attira dentro e mi ci trattiene.



Ottava tappa


Pregare: percepire il passaggio del Signore

Questo raccoglimento che si “subisce” è accompagnato da una pace profonda.
Santa Teresa e San Giovanni della Croce qui parlano della pace come percezione e segno del passaggio del Signore. “L’intervento di Dio nell’anima produce un effetto di pace” e “Dio parla al cuore in questa solitudine in somma pace e tranquillità, mentre l’anima ascolta ciò che Dio le dice’.Giunti a questa tappa, siamo già nel sopran­naturale, e da noi stessi non avremmo mai potuto arrivarci nonostante ogni possibile diligenza. L’anima entra ormai nella pace, o per meglio dire, ve la fa entrare il Signore con la Sua divina presenza: allora, “tutte le potenze si riposano”.L’atteggiamento fondamentale che sta alla base di tutta l’orazione, ma in particolare di questo stato di contemplazione, è innanzitutto una profonda disponibilità riguardo all’opera di Dio in me: bisogna che accolga in tutto il mio essere il dono dell’Amore divino. Tale dono è una conoscenza amorosa di Dio: è attraverso un contatto pieno di amore - un “tocco” divino - che mi viene donata una certa conoscenza di Dio per via di esperienza. Dio mi tocca: io vivo di Dio; questa consapevolezza è il frutto di un incontro d’amore. In questi momenti privilegiati si crea un contatto diretto, presenza a Presenza.Se Dio è amore, forse non dovremmo sorprenderci se ci testimonia a volte il Suo amore con un tocco divino. Il Cantico dei Cantici si apre con questo grido della sposa: “Mi baci con i baci della sua bocca!”; Elia sull’Oreb si sente sfiorato da un vento leggero. Queste non sono che delle immagini, ma esprimono molto bene il passaggio del Signore e la te­stimonianza tutta particolare del suo amore.

Tutto questo, Signore, provoca in me un non so che - come direbbe San Giovanni della Croce -: ma poi io so che qualcosa è passato, o piuttosto Qualcuno è passato.

Nona tappa

Pregare: non sono più io che vivo

ma è Cristo che vive in me


Questa orazione alla quale siamo giunti richiede da parte nostra una generosità senza riserve, una volontà di donarci totalmente a Dio e di perderci completamente in Lui. Siamo all’orazione di unione: una nuova soglia è oltrepassata e il contatto con Dio ci cambia in profondità. L’unione con Dio porta delle conseguenze, e la prima è certamente quella di trasformarci in Lui. A differenza delle condizioni precedenti, qui non viviamo più per noi stessi, ma per Dio soltanto e per il suo Regno. Santa Teresa descrive l’orazione di unione come una festa: “E’ l’amore che si unisce all’amore”. L’unione d’amore crea sempre una gioia profonda, che spesso investe tutta la persona. In altri casi, invece, la grazia di questa orazione resta piuttosto interiore, mentre la vita si svolge nella calma della ferialità. Ciò che è essenziale nell’unione è il “sì” totale che noi diamo a Dio in risposta al Suo appello.

Pensiamo alla conversione di San Paolo, in risposta alla chiamata diretta di Dio; pensiamo allo sconvolgimento interiore degli Apostoli dopo la Risurrezione: è in quel momento che essi sono divenuti veramente discepoli di Gesù. A partire da questo “sì” radicale ed effettivo noi apparteniamo a Dio. Il nostro unico desiderio, ora, è quello di donargli gioia. Questo non significa che non conosciamo più la debolezza, bensì che possediamo una bussola interiore che fa sì che la nostra volontà sia orientata senza esitazione verso Dio.

Dio a questo punto è il tutto della nostra vita; non ci domanda più che una cosa: lasciarlo vivere ed agire in noi. Qui ora non c’è nulla di sensazionale, nulla di straordinario: la vita trascorre in una grande semplicità e in una pace profonda. Il divino è naturale!

Lo Sposo ha condotto l’anima nel deserto per parlare al suo cuore e rivelarle i segreti del suo amore: l’unione d’amore è consumata.

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