L'andilà stupensa realtà

L'ALDILA’ STUPENDA REALTA’
Il Paradiso
P. GNAROCAS N.I.

«Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove Cristo si trova assiso alla destra di Dio; gustate le cose di lassù, non quelle della terra» (Col. 3, 1-2).
EDITRICE COMUNITÀ Via S. Pietro, 87 - ADRANO (Catania)

PREFAZIONE
L'incredulo dice che l'aldilà è una mera illusione perché con la morte finisce tutto.
Il cristiano, invece, basandosi sulla parola infalli­bile di Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo, afferma sen­za esitazione: «Credo nella resurrezione della carne (cioè del corpo) e la vita eterna (cioè l'aldilà)».
L'uomo su questa terra si affanna tanto in cerca del­la felicità e della vita duratura, per le quali Dio l'ha crea­to. Anche se si professa ateo, incredulo circa l'aldilà, tut­tavia egli lavora, si affatica, vive nell'attesa della felici­tà. Questa, con la sua potente attrattiva, sostiene i suoi sforzi e stimola la sua attività. Come la rondine che vo­la nell'aria per prendere al suo passaggio l'insetto che le serva di nutrimento, così il suo spirito, la sua anima, bramosa, cerca incessantemente qualche cosa che pos­sa soddisfare le sue aspirazioni. Siamo tutti degli insod­disfatti, dei mendicanti, degli affamati della felicità.
Per una inclinazione naturale, invincibile, noi an­diamo sempre in cerca di un bene che ci manca per es­sere pienamente contenti, soddisfatti, felici. Però nes­suna cosa terrestre può saziare la fame di felicità piena e duratura, di cui è bramoso il cuore umano.
Tanti s'illudono di supplire a questa fame di felici­tà coi beni del potere, della gloria, della ricchezza, dei piaceri. Ma essi non possono saziare l'uomo. L'autorità e il potere possono accarezzare l'amor proprio, ma non possono darci la felicità. Possono dare qualche soddi­sfazione effimera, ma quanti affanni e pericoli, quante prove e difficoltà!
Tanti fanno della gloria l'unico scopo della loro vi­ta. Si mettono in mostra per essere visti, ammirati, esal­tati dagli uomini. Ma la gloria è vana perché, per quan­to brillante e intensa possa essere, essa non soddisfa pie­namente i suoi favoriti, i quali invano sono sempre in cerca di qualche altra cosa che li soddisfi pienamente, che li renda felici.
Non può saziare la ricchezza. La preoccupazione de­gli affari, l'amore del commercio, il miraggio del gua­dagno, l'avidità del denaro fanno dimenticare agli uo­mini che su questa terra sono di passaggio e dovranno lasciare tutto, perché Dio non li ha creati per questo. La ricchezza quindi non ci può dare la felicità perché essa è fonte di innumerevoli preoccupazioni, di grandi inquietudini, di molti affanni.
Non ci può dare la felicità il piacere. Tanti fanno dei piaceri sensuali uno dei principali scopi della loro esistenza, illudendosi di trovare in essi la felicità di cui sono assetati. Mangiare bene, immergersi il più possi­bile nei piaceri della carne è la mira costante del loro agire. Ma questi lussuriosi arriveranno mai a soddisfa­re le loro grossolane brame? No, perché il corpo carna­le si disgusta presto e, volubile com'è, brama sempre qualche nuovo piacere più saporoso. Insaziabile, va sem­pre in cerca di nuove sensazioni e più ne sperimenta, più le brame di acutizzano.
Anche l'amore matrimonale non può soddisfare le esigenze del cuore umano, perché l'amore umano è sem­pre limitato e quindi incapace di quell'amore illimi­tato e durevole di cui l'uomo sente il bisogno. Per tan­ti poi la «luna di miele» si muta in «luna di fiele» con le tristi conseguenze delle infedeltà coniugali, delle separazioni, dei divorzi, ecc. Altro che gioia e feli­cità!
L'uomo, quando riflette o spontaneamente o per­ché costretto da qualche evento doloroso che l'ha col­pito, si chiede sempre se con la morte tutto finisca, op­pure ci sia una vita futura, un aldilà che l'attenda. A questa intima domanda risponde il Concilio Vaticano II (Gaudium et Spes, n. 18): «In faccia alla morte l'enig­ma della vita umana diventa sommo. Non solo l'uomo si affligge al pensiero dell'avvicinarsi del dolore e della dissoluzione del corpo, ma anche, ed anzi più ancora, per il timore che tutto finisca per sempre. Ma l'istinto del cuore lo fa giudicare rettamente, quando aborrisce e respinge l'idea di una totale rovina e di un annienta­mento definitivo della sua persona. Il germe dell'eter­nità che portà in sé, irriducibile com'è alla sola mate­ria, insorge contro la morte. Tutti i tentativi della tec­nica, per quanto utilissimi, non riescono a colmare le ansietà dell'uomo: il prolungamento della longività bio­logica non può soddisfare quel desiderio di vita ulteriore che invincibilmente sta dentro il suo cuore.
La Chiesa, istruita dalla Rivelazione divina, affer­ma che l'uomo è stato creato da Dio per un fine di feli­cità oltre i confini della miseria terrena. C'insegna inol­tre che la morte corporale, dalla quale l'uomo sarebbe stato esentato se non avesse peccato, sarà vinta dall'on­nipotenza e dalla misericordia del Salvatore quando l'uomo sarà restituito allo stato perduto per il peccato originale. La fede cristiana quindi dà la risposta alle an­sietà dell'uomo circa la sua sorte futura».
La rivista «Il Messaggero di S. Antonio» dell'aprile 1988 riporta quanto scrive l'articolista Myriam: «Oggi, nell'onda della Risurrezione trionfante, dei fiori che germogliano e che sbocciano, degli insetti che ronzano, delle farfalle che veleggiano con i colori dell'arcobaleno dipinti sulle ali; e delle scadenze liturgiche che celebrano la risurrezione del Signore, in quest'on­data trionfante di vita che sconfigge la morte, vorrei do­mandarti, Signore, come sarà quella vita futura che at­tendiamo e che già cominciamo misteriosamente a vi­vere, ma che vivremo disvelata dopo il sipario della mor­te. Vorrei domandartelo, Signore, vorrei saperlo perché talvolta mi spaventa, come spaventa l'ignoto.
Questa vita terrestre, Signore, la conosco: con i suoi limiti, le siíe povertà, i suoi dolori, ma anche gli amori, ma anche le dolcezze. Ormai mi ci sono adattata e lei mi aderisce come un vestito, come una pelle: è la mia pelle, quella che tu mi hai dato e che io mi sono abitua­ta a vivere. E la amo così: con i suoi limiti e i suoi rit­mi: il sole che si leva al mattino, fa il suo giro nel cielo e, la sera, tramonta. E l'uomo che si perde nel sonno: una parentesi d'incoscienza che però ci dà, ogni gior­no, la gioia del risveglio; e di poter ricominciare col ri­cominciare del pellegrinaggio del sole.
E della luna. Già: la luna. Non ce la ruberai, per ca­so, la luna in Paradiso? Mi sembrerebbe un paradiso tri­ste senza questa dolce pellegrina della notte che scan­disce il tempo con i suoi quarti, la sua pienezza lumi­nosa, la sua oscura rinnovazione quando, come nella notte di Pasqua, morte e vita s'incontrano e la luna vec­chia che termina coincide con la luna nuova che rico­mincia il ciclo col suo peregrinare in cielo.
Io la luna, Signore, ce la vorrei di là, e anche le nu­vole del cielo, e gli animali della terra: i passi felpati dei gatti, lo zoccolare dei cavalli e i conigli fulvi che sal­tano nei boschi.
Forse, Signore, il mio è un paradiso troppo uma­no; ma non ci hai fatto tu uomini? Non ce le hai dato tu queste cose? Noi siamo impastati con la terra, per­ciò, con noi, deve risorgere anche la terra: quei cieli nuovi e quelle terre nuove che ci hai promesso e di cui par­lano i profeti.
Quelli sono la vera Gerusalemme eterna, la vera ter­ra promessa di cui la Palestina "dove scorre latte e mie­le" era soltanto un simbolo e una anticipazione molto povera perché il latte e miele erano solo un'immagine che rinviava al di là. Così come l'antico paradiso era an­ch'esso un'immagine di quello definitivo ed ultimo, e la felicità dell'Eden un'embrionale profezia del paradi­so che diremo "celeste "per distinguerlo da quello "ter­restre"; ma è una distinzione puramente lessicale per­ché, da quanto abbiamo detto, risulta chiaro che anche il paradiso celeste è un paradiso terrestre; così come quello iniziale che, convenzionalmente chiamiamo ter­restre, era, per la sua parte, celeste perché la terra e il cielo non sono separati; e tu scendevi, nelle sere di brez­za, a passeggiare per i suoi sentieri.
E quest'immagine - che dice come tu lo abitavi - ci fa capire come fosse "celeste" quel giardino terrestre. Così, Signore, amo pensare il paradiso, beato regno della risurrezione: una dimensione, una situazione, uno stato abitato e beatificato da te e quindi essenzialmen­te divino, eppure in un modo molto umano perché fat­to per uomini».
Il presente libretto si sforza di rispondere, in qual­che modo, ai quesiti dell'articolista Myriam. Esso si ri­volge ai credenti, i quali tante volte sono dubbiosi e de­siderosi di sicurezza.
Parlare del Paradiso è evidentemente una cosa mol­to difficile, perché gli stessi mistici, che furono favoriti di visioni al riguardo, non riuscivano a descrivere quan­to avevano visto, come per esempio, l'Apostolo San Pao­lo, che, scrivendo di se stesso in terza persona, dice (2 Cor. 12,2-4): «Conosco un uomo in Cristo, che 14 anni fa... fu rapito in Paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare (perché evidentemente è impossibile)», perché (1 Cor. 2,9) «Quelle cose che oc­chio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuo­re di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano».
Il presente libretto si sforza di divulgare in modo semplice e, per quanto è possibile, facile e comprensi­bile la sublime e consolantissima realtà del Paradiso.
La trattazione, oltre al poco rivelatoci da Gesù, ol­tre all'insegnamento della Chiesa e della sana Teologia, oltre a quanto ci fa dedurre la nostra ragione umana, lascia pure un piccolissimo spazio alla fantasia e al sen­timento, perché anche queste due facoltà contribuisco­no a farci capire e sentire meglio una realtà così lonta­na da noi: una stupenda realtà che appagherà ogni no­stro desiderio di felicità; sazierà tutte le esigenze del no­stro cuore che anela ad amare ed essere amato senza misura; soddisferà ogni esigenza della nostra mente che vuol conoscere tutto senza alcun limite; realizzerà ogni esigenza del nostro spirito che vuole immergersi nell'in­finito e nell'eterno.
Al giorno d'oggi la gente, formata e cresciuta dai mezzi audio-visivi della così detta civiltà dell'immagi­ne, è allergica alla lettura di libri voluminosi, perciò si è creduto opportuno restringere il vasto argomento de­la felicità celeste, che ci attende nell'aldilà, nel presen­te libretto di modesta mole.
Attenzione
È un cosa comune dire: nessuno è venuto dal­l'aldilà.
Agli atei se non si citano loro delle apparizioni di morti, vi trovano una conferma alla loro affermazione.
Se invece vengono loro citate, le negano per principio, però si guardano bene dal farne una ricerca.
E inspiegabile come uomini, anch'essi come tut­ti, desiderosi di non morire mai, non abbiano alcun desiderio di vedere se ha fondamento la dottrina che insegna e prova la sopravvivenza. Tanto può il pregiu­dizio!
Ebbene: per smentire coloro che, come i Testimo­ni di Geova, affermano che con la morte muore pure l'anima e non resta più nulla; per smentire gli increduli, i quali, per negare i mi­racoli, dicono la solita storia di un fatto che ieri era ri­tenuto miracoloso, oggi invece non lo è più, per es. una guarigione per mezzo della penicellina. Costoro ignora­no cosa la Chiesa intende per miracolo.
Il miracolo è una guarigione improvvisa, totale, sen­za impiego di alcun medicinale e senza alcun interven­to umano da una malattia grave, debitamente diagno­sticata.
Nel miracolo generalmente avviene la creazione e l'annientamento di un corpo, ad esempio l'annienta­mento di una massa tumorale e la creazione al suo po­sto di cellule normali. Ora in natura niente si crea e niente si distrugge. L'annientamento come la crazione sono opere esclusive di Dio, e, dove avvengono, mani­festano l'intervento di Dio. Così avviene l'intervento di Dio quando in una guarigione mancano i fattori tem­po, medicine, intervento umano; per sfatare coloro che affermano che nessuno è ve­nuto dall'aldilà per dirci che c'è l'altra vita; per confermare coloro che credono nell'altra vita, ma alle volte vengono assillati da dubbi, alla fine di ogni capitolo si riporta un fatto storico, preceduto dalla dicitura «Chi è venuto dall'aldilà?», che ci conferma l'e­sistenza dell'altra vita.
- Se non ci fosse l'aldilà, non varrebbe la pena di vi­vere nell'aldiquà. Considerando la nostra vita così ra­pida e fuggente, sarebbe spaventoso pensare che tutto finisca con quello che chiamiamo «morte». Quindi non solo con la fede, ma anche con la ragione credo nell'al­dilà e spero che sia gioia di amare illimitatamente. (Pro f. Enrico Medi - scienziato) -

Parte I
I NOVISSIMI

Capitolo I
LA MORTE
Prima di iniziare l'argomento del Paradiso, accen­niamo alle verità che lo precedono: morte, giudizio, in­ferno, purgatorio, chiamati «novissimi».
Vogliamo vivere da buoni cristiani e morire della morte dei giusti? Ascoltiamo quello che ci dice la pa­rola di Dio (Eccl. 7,20): «Memorare novissima tua et in aeternum non peccabis», cioè richiamatevi spesso alla memoria i vostri novissimi e non peccherete mai. Incominciamo con la morte, alla quale molti non vorrebbero pensarci mai. Purtroppo, però, sia che vi pensiamo o no, essa è inevitabile per tutti.
Spesso si sente dire con una certa tristezza: «Per­ché Dio ci fa morire? Perché tronca la vita delle crea­ture uscite dalle sue mani»?
Si risponde: «Dio non crea per distruggere. Egli è la Vita e non poteva volere la morte. Egli è l'Amore e non poteva fare una cosa così dolorosa. Egli ha creato l'uomo per la felicità e per la vita immortale. Perché allora, si obietta, la sofferenza e la morte attanagliano l'umanità? La risposta ci viene data dalla parola di Dio, incisa nella Sacra Scrittura Sap. 2,23): «Dio ha creato l'uomo per l'immortalità; lo fece a immagine della pro­pria natura. La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo».
Satana, ribellatosi a Dio per orgoglio, lo odia. Pe­rò, non potendo sfogare il suo odio contro il suo Crea­tore, lo sfoga contro l'uomo, creatura prediletta da Dio, e verso di lui nutre una grande invidia perché andrà a occupare in Paradiso il posto perduto da lui e dai suoi angeli ribelli. Per questo tenta gli uomini a ribellarsi a Dio, per neutralizzare il suo disegno d'amore verso le creature umane, far perdere loro il Paradiso e ren­derli suoi schiavi all'Inferno. La prima creatura a es­sere tentata fu Eva, che, sedotta dalle lusinghe di Sa­tana, disubbidisce a Dio e persuade suo marito Adamo a fare altrettanto. Commettono un peccato gravissimo di orgoglio, di superbia, di ribellione a Dio, chiamato «peccato originale» perché commesso da loro che so­no l'origine dell'umanità.
Commesso il peccato originale, ecco echeggiare la voce della Giustizia Divina (Gen. 3,16-19): «II Signore Dio disse alla donna: Moltiplicherò i tuoi dolori e i tuoi parti, con dolore partorirai i figli; sarai sotto la potestà del marito ed egli ti dominerà. Poi disse ad Adamo: Poi­ché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dal frutto dell'albero, di cui ti avevo comandato di non mangiarne, maledetta sia la terra per causa tua! Con do­lore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita... con il sudore della tua fronte mangerai il pane finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: pol­vere tu sei e in polvere ritornerai!».
Come nei figli si trasmettono i difetti dei loro ge­nitori, così anche in noi, discendenti da Adamo ed Eva, si trasmette la pena del loro peccato: sofferenza e morte.
Dal giorno della condanna della Giustizia Divina contro l'uomo ribelle, noi siamo diventati vittime del­la fatica, del dolore e della morte. Però verrà giorno, l'ultimo dei giorni, e su quella polvere, in cui si è ridotto il nostro corpo, echeggerà onnipotente il coman­do della Misericordia Divina: «Sorgete o morti!». Noi risorgeremo. Infatti nel Vangelo (Giov. 5,28-29) Gesù afferma solennemente: «Verrà l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri (cioè tutti i morti), udranno la sua voce (la voce imperativa di Gesù) e ne usciranno fuo­ri: quanti fecero il bene, per una resurrezione di vita, e quanti fecero il male, per una resurrezione di con­danna».
La nostra morte perciò non è eterna, ma tempora­nea, fino alla fine del mondo. Per questo l'Apostolo S. Paolo ci esorta a non piangere come i pagani che non hanno speranza.
Con la morte ha inizio la vera vita, quella eterna. Tanto la Sacra Scrittura, quanto il Magistero della Chiesa insegnano che la salvezza o la dannazione eter­na dipendono dalla condizione in cui si trova l'anima al momento della morte. La vita terrena è il periodo dell'unica prova che finisce con la morte, la quale fis­sa la condizione definitiva della persona: o beata in Pa­radiso, o sofferente nell'Inferno.
Con la morte l'unica prova è finita e non si ripete­rà più, contrariamente a quanti credono erroneamen­te alla « reincarnazione», teoria che sostiene che le ani­me, le quali al momento della morte non sono abbastan­za purificate, passerebbero in altri corpi, per ripren­dere quel cammino di purificazione che le conduca al­la purificazione finale e alla salvezza.
La teoria della reincarnazione è falsa, infatti il 2° Concilio di Lione (XIV ecumenico-1274) definì che le anime di coloro che muoiono in peccato mortale «su­bito» discendono all'Inferno. - Il recente Catechismo della Chiesa Cattolica, al numero 1013, dice: «La mor­te è la fine del pellegrinaggio terreno dell'uomo, è la fi­ne della grazia e della misericordia che Dio gli offre per realizzare la sua vita terrena secondo il disegno divino e per decidere il suo destino ultimo. Quando è "finito l'unico corso della nostra vita (Conc. Ecum. Vat. II - Lu­men Gentium, 48), noi non ritorneremo più a vivere al­tre vite terrente, perché 'È stabilito per gli uomni che muoiano una sola volta (Eb. 9,27)' Quindi non c'è rein­carnazione dopo la morte" ».
Questa è la dottrina rivelata da Dio e insegnata dal­la Chiesa, di conseguenza è cosa di somma importan­za trovarsi al momento della morte in grazia di Dio.
Nonostante si stia in grazia di Dio, anche per il cri­stiano la morte mantiene il suo aspetto duro e ripu­gnante, perché la morte è punizione del peccato. Infat­ti l'Apostolo Paolo (Rom. 5,12; 6,23) afferma: «Per col­pa di un uomo solo, il peccato entrò nel mondo e, a cau­sa del peccato, la morte: e così la morte si è estesa a tut­ti gli uomini, perché tutti hanno peccato... La morte è lo stipendio del peccato». Questa pena di un bene già posseduto è una punizione. Il cristiano, però, dietro gli insegnamenti di Gesù, si sforza di superare quanto glie­la rende dura e ripugnante con consolanti considera­zioni che quasi trasfigurano la morte.
Prima di tutto l'esempio di Gesù Cristo. Se Egli ha voluto sottoporsi alla morte, Lui innocente, quasi per condividere con ciascuno dei peccatori la pena del pec­cato, da parte nostra l'accettazione della morte è un at­to d'amore verso il Cristo. Poiché non ci può essere sa­crificio più grande che quello della vita, accettare la morte significa compiere il supremo sacrificio, e così la morte diventa l'atto sommamente espiatorio e som­mamente meritorio. Perciò la morte accettata è la te­stimonianza suprema dell'amore della creatura per il suo Creatore.
Quando poi si pensa che la morte ci pone nella si­curezza assoluta di non poter più peccare e perdersi; ci toglie dall'esilio terreno per collocarci eternamente nella patria celeste, nella patria della pace, della gioia, dell'amore, della felicità eterna, allora si comprende come i Santi guardavano alla morte non solo con ac­cettazione, ma con desiderio e trasporto. Per esempio, S. Teresa del Bambino Gesù, quando ebbe il primo sbocco di sangue, segno della sua tisi avanzata, scrive: «Pensai che forse morivo, e l'anima mia era colma di gioia... la speranza di andare in Cielo mi faceva esulta­re di letizia».
Certamente non tutti possiamo pretendere di ar­rivare a questo livello di vita spirituale, cui pochi pri­vilegiati sono portati dalla grazia divina. Tutti però pos­siamo e dobbiamo arrivare a guardare la morte (senza poter escludere purtroppo la tristezza e la trepidazio­ne per la vita vissuta su questa terra) con serena spe­ranza per la felicità che ci attende nela patria celeste.
Questi due concetti sono bene espressi nel Prefa­zio dei Defunti, quando dice: «I fedeli che sono rattri­stati dalla certezza di dover morire, sono però conso­lati dalla promessa della futura immortalità. Ai tuoi fe­deli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata: e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un'abitazione eterna nel Cielo».
Non ci è vietato di piangere né sulla nostra morte, né sulla morte dei nostri cari. Ci è vietato invece di di­sperarci e di ribellarci. Piangere è della natura, ma es­sa è sublimata dalla grazia, la quale ci fa rassegnati e speranti. Disperarsi invece è l'agire di chi respinge la fede, la redenzione e Cristo stesso.
Poiché ognuno di noi dovrà morire, sforziamoci di tener presenti queste riflessioni e di esprimere spesso a Dio la nostra volontà di accettare la morte. Special­mente dobbiamo sforzarci di vivere in modo da non te­mere di morire, poiché quello che rende ansiosa e spaventosa la morte è proprio ciò che ci attende dopo di essa.
Purtroppo ci sono tanti che, dimenticando il fine per cui Dio ci ha creati, vivono come se non dovessero morire mai. Dalla mattina alla sera (e ora nelle disco­teche anche la notte) si agitano, si affannano per accu­mulare denaro e beni terreni, per gustare i piaceri del­l'erotismo, per avere tutte le comodità della vita, ecc. Ma ecco che arriva la morte che in un istante strappe­rà via tutte queste cose, facendo sanguinare il loro cuo­re nella delusione e forse nella disperazione. Cosa ri­mane a costoro dei beni terreni? Quello che rimase al fattore del ricco mugik, narrato dallo scrittore russo, Dostoievski, in uno dei suoi romanzi.
« Un ricco mugik (contadino russo benestante), che possedeva grandissime estensioni di terre, chiamò un giorno il più povero dei suoi fattori e gli disse: "Voglio premiare la tua lunga fedeltà. Avrai terra per te, quan­to ti basta. Tutto il terreno che domani riuscirai ad at­traversare dall'alba al tramonto, sarà tuo! ».
Il povero uomo credette di sognare. Quella notte non dormì per l'ansia. Al primo chiarore dell'alba era già in cammino, per non perdere un solo minuto di un giorno così prezioso. Quante versete (misura russa uguale a m. 1066) avrebbe percorso prima del tramon­to? Correva, correva... Non aveva corso così neppure negli anni giovanili. La rugiada irrorava i suoi piedi e una brezza freschissima batteva la sua fronte ardente. A poco a poco il sole saliva. Anche egli ora saliva l'erta scoscesa, gettando avide occhiate su quella terra uber­tosa, che sarebbe stata sua e dei suoi figli.
A mezzogiorno, col fianto ansante, con gli occhi stravolti, non volle arrestare la corsa folle, neppure per mangiare un tozzo di pane, o per dissetarsi a una sor­gente. Avrebbe perduto mezza verseta di terreno; e si trattava dell'avvenire suo, della sua famiglia, e perfi­no dei lontani parenti, che avrebbeo avuto la loro par­te di tanta fortuna.
Trascorsero altre ore spossanti, finché il cielo im­brunì; l'ombra delle alte piante ormai si allungava. Avanti, avanti!... Ma ora non correva più, cammi­nava trascinando i piedi, premendo forte il cuore... Oh, tra poco, avrebbe dormito, e sulla terra di sua proprie­tà! Quando l'ultimo raggio del sole morente arrivò ai suoi occhi stravolti dall'immane fatica, egli disse: Ba­sta! Ma i piedi non lo sostennero più, gli occhi non vi­dero più... il cuore, scoppiatogli in petto, aveva cessa­to di battere. Il povero uomo non si rialzò per godere la terra sua. L'indomani fu scavata la fossa: lunga tre metri, larga uno, profonda due.
Ecco la terra che basta a un uomo!" ».
La morte dovrebbe servire a far riflettere tanta gente che vive e si comporta come se non dovesse mai morire, e che spesso si accapiglia per accumulare be­ni labilissimi, perché li considera qualche cosa di as­soluto, mentre il Signore ci dice (Mat. 8,36 e 16,26): «Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi per­de l'anima?». Con queste parole, che hanno suscitato tante conversioni, Gesù ci spinge a un orientamento corretto della vita terrena, per non correre il rischio di perdere la vita eternamente beata.
Il vero cristiano deve considerare la morte come il momento che lo libera dai tanti guai di questa vita terrena; che lo libera da ogni dolore; che lo ricongiun­ge ai suoi cari che l'hanno preceduto alla Casa del Pa­dre; che l'introduce nel Paradiso: Regno di pace, di gioia, d'amore, di felicità eterna.
Il 3 giugno il Papa Giovanni XXIII lasciava questa terra per sempre. Quando gli fu annunciato che il suo tumore era maligno e che ormai si avvicinava alla fine, egli disse: «Non vi preoccupate per me perché le valigie sono preparate. Io sono pronto, anzi prontissi­mo a partire». Ai suoi fratelli che piangevano disse: «Non piangete, perché io sto per incontrarmi con pa­pà, con mamma, coi fratelli e le sorelle che mi hanno preceduto nella patria beata». Le sue ultime parole pro­nunziate nell'agonia furono: «Soffro con dolore, ma con amore... con la morte incomincia una nuova vita, e chi muore vive eternamente».
San Carlo Borromeo, Arcivescovo di Milano, pas­sava spesso davanti a un quadro in cui la morte era raf­figurata con una mano armata di falce. Un giorno fece
cancellare la falce e ordinò al pittore di mettere, al po­sto della falce, una chiave d'oro, perché la morte ci apre la porta della vita eterna, della beatitudine celeste.

Chi è venuto dall'aldilà?
Don Teodosio Galotta, salesiano di Napoli, era am­malato così gravemente che i suoi parenti gli avevano preparato il loculo al cimitero con l'iscrizione già fatta.
L'urologo, dott. Bruno, fece questa diagnosi: Neo­plasia prostatica con metastasi ossee e polmonari, una prostata aumentata di volume, di consistenza lignea e di superficie bornoccoluta.
La diagnosi era stata confermata dalle radiografie: Alterazione strutturale del terzo prossimale del femore destro e delle branche ischio-pubiche, specie a sinistra, per lesioni del tipo osteolitico. Nei campi polmonari al­ti, specie a destra, presenza di noduli neoplastici meta­statici.
Descrivendo poi dettagliatamente quanto riscontra­to, il radiologo, pro f. Acampora, aveva aggiunto: L'alte­razione si presenta con scomparsa della normale trabecolatura ossea, sostituita da aree di osteolisi alternate ad aree di addensamento osseo, riproducenti il tipico quadro neoplastico del tipo osteoclastico e in parte osteoclastico. Successivamente si notò una frattura del piccolo trocantere di destra...
L'internista dott. Schettino, nella sua dichiarazio­ne scritta, aveva parlato, in occasione dei due gravi col­lassi periferici, di condizioni fisiche molto precarie e di situazione molto pericolosa per la vita del paziente. Il medico legale a sua volta, dopo aver esaminato tutta la documentazione, disse che si trattava di una diagno­si precisa e non di un sospetto diagnostico o di un enun­ziato nosologico di probabilità.
La notte del 25-10-1976 Don Teodosio Galotta arri­vò alla fine: era quasi in coma. L'assistente toccandogli il polso si lasciò sfuggire: Non si sente più.
Don Galotta, che ancora capiva, al sentire questo, invocò nel suo cuore i due martiri salesiani della Cina: Mons. Versaglia e Don Caravario, aiutatemi voi.
Subito gli comparvero i due martiri e gli dissero: Non temere, ci siamo noi.
All'istante Don Galotta guarì completamente. La do­cumentazione medica è ora a Roma presso la Sacra Con­gregazione per le Cause dei Santi, per la beatificazione dei due martiri.

Capitolo II
GIUDIZIO PARTICOLARE E UNIVERSALE
Giudizio Particolare
Il Giudizio Particolare è una delle verità rivelate. Infatti l'Apostolo Paolo (Ebrei 9,27) dice: È stabilito che gli uomini molano una sola volta; e dopo la morte ven­ga il giudizio.
Il Catechismo di S. Pio X, in risposta alla doman­da 97, risponde: «Ci sono due giudizi: l'uno particola­re, di ciascun'anima, subito dopo la morte; l'altro uni­versale, di tutti gli uomini, alla fine del mondo».
Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 1022, af­ferma: «Ogni uomo fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzine eter­na, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una pu­rificazione, o entrerà immediatamente nella beatitudi­ne del Cielo, oppure si dannerà immediatamente per sempre».
Il Giudizio particolare esprimerà con esattezza la condizione in cui l'uomo, nei riguardi di Dio, si trove­rà al momento della morte: condizione d'amore (se è morto in grazia di Dio), o di odio (se è morto in peccato grave).
Il giudizio particolare è immutabile, perché l'uo­mo, dopo la morte, non può più cambiare l'orientamen­to della sua volontà sia verso il bene, sia verso il male.
Non dobbiamo però pensare al giudizio particola­re alla maniera dei tribunali umani, perché la senten­za del giudizio particolare viene percepita dall'uomo nell'intimo della sua coscienza, la quale, nella luce sfol­gorante di Dio, sarà pienamente illuminata nell'esatta valutazione di se stessa e del giudizio divino a suo ri­guardo. Il Papa Paolo VI, nella sua Professione di Fe­de, afferma: «Coloro che hanno risposto di sì all'Amo­re e alla Misericordia di Dio, andranno alla vita eterna (del Paradiso); e andranno nel fuoco inestinguibile (del­l'Inferno) coloro che fino all'ultimo vi hanno opposto il loro rifiuto».
Perciò la salvezza o la perdizione eterna di ciascun uomo dipende dal suo giudizio particolare, per cui il Conc. Vat. II (Lumen Gentium - n. 48 d) afferma: «Sic­come non conosciamo né il giorno né l'ora (della no­stra morte) bisogna, come ci avvisa il Signore, di vigi­lare assiduamente affinché, finito l'unico corso della nostra vita terrena, meritiamo entrare con Lui al ban­chetto nuziale (cfr. Mat. 25,31 e 46), ed essere annove­rati fra i Beati (in Paradiso), né ci si comandi, come ai servi cattivi e pigri (cfr. Mat. 25,26 e 41) di andare al fuoco eterno, nelle tenebre esteriori dove ci sarà il pian­to e lo stridore dei denti (cioè all'Inferno)».

Giudizio Universale
Il Giudizio Universale, che avverà alla fine del mon­do, non riguarda direttamente il singolo uomo, già giu­dicato col giudizio particolare, ma riguarda l'umanità intera per la manifestazione pubblica dell'infinita Bontà, Misericordia e Giustizia di Dio, che ha voluto o per­messo (per rispetto alla libertà umana) tutti gli avve­nimenti dei singoli individui, e tutti gli avvenimenti so­ciali dell'umanità intera.
Il giudizio universale è una verità rivelata. Gesù Cristo ne ha parlato più volte in termini chiari e precisi. Mat. 24: «Quando verrà il Figlio dell'uomo, verrà nella sua gloria con tutti i suoi Angeli, si siederà sul tro­no della sua gloria. E saranno radunate davanti a Lui tutte le genti, ed Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore (cioè i buoni) alla sua destra e i capri (cioè i cattivi) alla sinistra... Allora dirà a quelli di destra: Venite, benedetti dal Padre mio, possedete il Regno preparatovi fin dalla fondazione del mondo! E poi dirà ai cattivi: Via da me, maledetti, al fuoco eterno, preparato al diavolo e ai suoi angeli... E questi andranno all'eterno supplizio; i giusti poi alla vita eterna».
Questo linguaggio è molto chiaro e non ammette dubbi, tuttavia, perché fosse ben compreso da tutti, vol­le chiarirlo ancor meglio raccontando la parabola del­la zizzania cresciuta in mezzo al grano (Mat. 13,24-30): « Un uomo ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, semi­nò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizza­nia. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dis­sero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No - rispose - perché non succeda che, cogliendo la zizza­nia, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il gra­no invece riponetelo nel mio granaio».
Cosa volle significare con questa parabola, il Signo­re? Ecco la spiegazione data dallo stesso Gesù: «Colui che ha seminato il buon grano è il Figlio dell'uomo (cioè Gesù Cristo); il campo è il mondo (cioè gli uomini che sono nel mondo); il buon seme sono i figli del Regno (cioè i buoni); la zizzania sono i figli del maligno (cioè i cattivi); il nemico che ha seminato la zizzania è il De­monio; l'epoca della raccolta è la fine del mondo, e i mie­titori sono gli Angeli. Come dunque, all'epoca della rac­colta, si raccoglie la zizzania e si getta nel fuoco, così alla fine del mondo il Figlio dell'uomo manderà i suoi Angeli che separeranno tutti gli operatori d'iniquità e li getteranno in quella fornace di fuoco (cioè l'Inferno) dove vi sarà pianto e stridor di denti; mentre i giusti ri­splenderanno come il sole nel Regno del loro Padre Ce­leste (cioè in Paradiso)». Poteva Gesù assicurarci in mo­do più chiaro della realtà del Giudizio finale, uni­versale?

I motivi del Giudizio Universale
Il Giudizio Universale, ci dice il Catechismo, si fa­rà per la gloria di Dio, per la gloria di Gesù Cristo, per la gloria degli eletti, per la vergogna e la confusione dei cattivi.
1) Per la gloria di Dio. - Ci furono e ci sono uomini arroganti, superbi, ribelli che hanno criticato e criti­cano la condotta di Dio nel governo del mondo. Il fatto che spesso i cattivi trionfano e prosperano, mentre i buoni soffrono nell'umiliazione e nelle avversità, dà motivo a molti di bestemmiare la divina Provvidenza. Col Giudizio universale Dio farà conoscere a tutti la sua infinita Sapienza, Giustizia, Misericordia, Santità e Amore nel governo del mondo e di ogni singola creatu­ra, darà la risposta a tutti i nostri «perché» insoluti.
2) Per la gloria di Gesù Cristo. - Egli, Figlio di Dio e fatto Uomo per la nostra salvezza, quanto soffrì nel­la sua vita terrena, a cominciare dalla sua concezione nel grembo materno fino al supplizio più infame riser­vato agli schiavi, la croce. Quanti insulti, quante umi­liazioni, quante offese da parte dei suoi nemici di allo­ra. E chi può numerare tutti gli insulti, le bestemmie, le offese dai suoi nemici lungo i secoli! Col Giudizio uni­versale Egli verrà pieno di maestà e di grandezza a ri­vendicare il suo onore, a confondere i suoi nemici, a mostrare a tutti la sua innocenza, la sua giustizia, la sua santità, la sua divinità... Mostrerà a tutti la sua Maestà divina e l'esaltazione e il trionfo come Giudice supremo!
3) Per la gloria dei buoni. - Vi sono sulla terra mol­te anime elette, tanto care al Signore, ma sconosciute, disprezzate, spesso perseguitate, calunniate, derise. Il Giudizio universale mostrerà a tutti la grandezza e le virtù dei buoni, restituirà l'onore a tanti innocenti con­dannati ingiustamente, esalterà i Martiri davanti ai loro carnefici, gli oppressi davanti ai loro oppressori; esal­terà davanti a tutti il bene immenso che i buoni hanno fatto all'umanità intera con la loro santa vita!
4) Per la vergogna e confusione dei cattivi. - Quan­ti peccatori ci sono nel mondo le cui opere cattive non sono conosciute e vengono stimate persone onorate e degne di rispetto! Quanti dal mondo vengono chiama­ti «grandi», vengono rispettati, stimati, esaltati, applau­diti, perché sanno mascherare le loro sozzure con l'a­stuzia e l'ipocrisia. Quanti scandalosi, tanto applaudi­ti nel mondo, hanno trascinato nel fango innumerevo­le anime! Ebbene il Giudizio Universale smaschererà dinnanzi a tutti le magagne di tutti questi figli del ma­ligno, i quali, per la vergogna pubblica e per la paura del Divin Giudice, (Luca 23,30): «Cominceranno a dire ai monti: Cadete su di noi! e ai colli: Copriteci!».

Chi è venuto dall'aldilà?
L'episodio qui riportato è uno dei miracoli studia­ti dalla Chiesa per la causa di Beatificazione di Papa Gio­vanni XXIII.
Suor Caterina Capitani, suora delle Figlie della Ca­rità della provincia napolitana, cominciò ad accusare disturbi alla salute alcuni mesi dopo la vestizione. Era il 1962, la Suora aveva 18 anni e lavorava come infer­miera presso gli Ospedali Riuniti di Napoli. Fino a quel tempo la sua salute era stata molto buona. Un giorno avvertì un dolore intercostale noioso, al quale non die­de nessuna importanza. Dopo un paio di mesi però eb­be una emorragia e questa volta si spaventò. Era nella sua stanza. Ebbe un conato di vomito, corse al lavabo con la bocca piena di sangue molto rosso. Poiché le ave­vano insegnato che il sangue molto rosso proviene dal torace, pensò con terrore alla tisi. Con una simile ma­lattia la sua vita di suora sarebbe finita perché la rego­la della Congregazione delle Figlie della Carità esige che le aspiranti religiose siano sane per poter affrontare i sacrifici che il lavoro in ospedale richiede.
Suor Caterina per il momento decise di non dir niente a nessuno. Per alcune notti non riuscì a dormi­re, ma poi, vedendo che l'emorragia non si ripeteva e che il dolore intercostale era scomparso, riprese la vita di sempre.
Per sette mesi non accadde più niente. Poi all'im­provviso, senza alcun sintomo preventivo, ecco un'altra terribile emorragia che lasciò la suora molto spossata.
Cominciarono visite, controlli, esami clinici. Furo­no fatte radiografie del torace, dello stomaco, stratigra­fie. Nessuno riusciva a trovare il perché di quelle emorragie.
Nel 1964 i medici degli Ospedali Riuniti si dichia­rarono vinti e Suor Caterina passò all'Ospedale «Asca­lesi» sotto le cure del professor Alfonso DAvino.
Una eso fagoscopia rivelò una zona emorragica nel segmento toracico: sembrava che tutti i malanni pro­venissero da lì. Allora la Suora fu portata all'Ospedale Pellegrini dell'ematologo professor Giovanni Bile, ma anche egli non riuscì a migliorare la situazione. Restò un'ultima speranza: ricorrere al prof. Giuseppe Zanni­ni, direttore dell'Istituto di semeiotica chirurgica del­l'Università di Napoli, una personalità di spicco nel cam­po medico internazionale. Dopo una lunga visita e un'a­nalisi minuziosa di tutti i referti degli altri medici, il professor Zannini iniziò una nuova cura che durò cin­que mesi. Anche questa volta però la situazione non cambiò, per cui il professore decise di sottoporre la Suo­ra a un intervento chirurgico.
Suor Caterina fu ricoverata nella Clinica Mediter­ranea e tre giorni dopo venne operata. L'intervento du­rò cinque ore. Lo stomaco, all'interno, era completamen­te ricoperto di varici. Una forma ulcerosa strana e rara, provocata forse da un cattivo funzionamento della mil­za e del pancreas che risultavano in pessime condizioni. Il professore fu costretto ad asportarle lo stomaco, la mil­za e il pancreas. Si trattò di un intervento molto delica­to e le probabilità che la Suora uscisse viva dalla sala operatoria erano minime. Il pericolo sembrava supera­to. Le consorelle di Suor Caterina, senza perdere la fidu­cia, continuavano a pregare con fervore Papa Giovanni.
Nei giorni seguenti l'operazione lo stato di salute della Suora andò peggiorando. Durante la prima notte ebbe un collasso, poi un blocco intestinale la gonfiò co­me una botte. Il professore, molto preoccupato, pensa­va che fosse necessario un altro intervento. Ma dopo no­ve giorni le condizioni della Suora migliorarono all'im­provviso, ma fu un miglioramento illusorio.
Tre giorni dopo, mentre la Suora stava sorseggian­do un po' di liquido ed ecco che divenne cianotica e per­se i sensi. Accorsero i medici con l'ossigeno. La visita­rono riscontrandole la pleurite. In seguito alle cure ap­propriate ci fu un miglioramento e dopo dieci giorni fu in grado di uscire dalla clinica.
Ancora una volta però il miglioramento fu brevis­simo: dopo due settimane cominciò a peggiorare. Suor Caterina vomitava succhi gastrici in grande quantità.
Erano così forti che le bruciavano la pelle. Dopo alcuni giorni aveva la parte inferiore della faccia ridotta a una piaga e poiché non riusciva a ingerire niente, veniva nu­trita con flebloclisi. Il professore Zannini, sempre più preoccupato, decise di mandarla a casa, a Potenza, per provare se l'aria nativa potesse giovarle. Ma dopo due mesi la Suora ritornò a Napoli peggiore di quando era partita. Sembrava un cadavere.
Il 14 maggio 1966, dopo una breve crisi di vomito, si era aperto sullo stomaco un buco dal quale uscivano succhi gastrici, sangue e quel poco di succo d'arancia che la Suora aveva bevuto poco prima. Si era formata una perforazione che aveva causata una fistola ester­na. Era in atto una peritonite diffusa. La febbre era sa­lita a 40. La situazione era disperata. Il professor Zan­nini la fece ricoverare immediatamente all'Ospedale del­la Marina. Le ordinò delle medicine in attesa dello svi­luppo della crisi, perché un intervento chirurgico in quelle condizioni era impensabile.
Essendo in pericolo di morte, fu concesso alla Suo­ra di emettere i voti anzitempo e dopo le fu amministra­to l'Olio degli Infermi.
Nel frattempo una consorella le portò da Roma una reliquia di Papa Giovanni, che Suor Caterina mise sul­la perforazione dello stomaco e pregava il Papa di por­tarla con lui in Paradiso. La fine si avvicinava.
Il 25 maggio verso le 14,30 Suor Caterina si assopì. A un certo punto sentì una mano che le premeva la fe­rita sullo stomaco e una voce d'uomo che la chiamava. La Suora pensò che fosse il professor Zannini che ogni tanto veniva a controllare le sue condizioni. Suor Cate­rina si girò verso la parte da cui veniva la voce e vide, accanto al suo letto, Papa Giovanni. Era lui che teneva la mano sulla ferita dello stomaco. Papa Giovanni le di­ce: Non temere, non hai più niente. Suona il campanel­lo, chiama le suore che stanno in cappella, fatti misu­rare la febbre e vedrai che la temperatura non arriverà neppure a 37 gradi.
Mangia tutto quello che vuoi, come prima della ma­lattia. Non avrai più niente. Va dal professore, fatti vi­sitare, fa'delle radiografie e fai mettere tutto per iscrit­to, perché un giorno queste cose serviranno.
La visione scomparve e solo allora mi resi conto che non era stato un sogno. Suor Caterina si sentiva bene, non aveva più alcun dolore. Suona il campanel­
lo, le suore accorrono. La madre superiora pensò su­bito che la suora fosse in preda al delirio che precede la morte.
Trovarono la Suora seduta a metà letto. La guar­davano trasognate. Suor Caterina, non potendo conte­nere la gioia, quasi gridando disse: Sono guarita. È sta­to Papa Giovanni. Misuratemi la febbre, vedrete che non ho più nulla. La febbre arrivò a 36,8. Ora datemi da man­giare perché ho fame.
La febbre arrivò a 36,8. Con grande voracità ingoiò semolino, polpette, una minestrina, anche un gelato. Era guarita completamente. Della fistola nessuna traccia: la pelle era liscia, pulita e bianca. Allora Suor Caterina raccontò alle sue consorelle l'apparizione di Papa Giovanni.
Da quel giorno Suor Caterina non ha avuto più niente. I medici la visitarono, la sottoposero a decine di radiografie. Dei suoi malanni non c'era più nessuna traccia.
Il giorno dopo il miracolo la suora riprese una vita normale. Sono trascorsi più di 27 anni e ella sta be­nissimo.
Il testimonio più prezioso del miracolo è il profes­sor Zannini, il quale afferma: La guarigione di Suor Ca­terina è un caso di cui non trovo spiegazione nella scien­za medica. Ho operato io l'ammalata, le ho asportato quasi tutto lo stomaco perché affetto da una gastrite ul­cerosa emorragica gravissima. Le lasciai poco più di un centimetro di stomaco. Le asportai anche la milza. Ci fu una convalescebnza difficile, l'ammalata non pote­va nutrirsi. Poi si aprì la fistola, ci fu fuoriuscita di li­quido, peritonite, febbre altissima, stato ansioso grave, condizioni disperate.
Non era possibile intervenire con una nuova ope­razione. Feci delle prove: tutto quello che l'ammalata beveva usciva dalla fistola. Consigliai trasfusioni, pla­sma, antibiotici, più che altro come terapia d'attesa. Non ebbi successo: la fistola s'ingrandì e le condizioni del­l'ammalata peggiorarono. Avevo pensato di far traspor­tare Suor Caterina alle sezione rianimazione degli Ospe­dali Riuniti di Napoli per fare un ultimo tentativo. In­vece ricevetti una telefonata in cui mi diceva che la Suo­ra era migliorata. Andai a trovarla e con mia somma sopresa la trovai perfettamente guarita. Per il momento non venni informato di quello che era realmente ac­caduto. Continuai il mio lavoro di medico sottoponen­do l'ammalata ad esami radiografici, visite, ecc. Nessu­na traccia di malattia. Solo venti giorni dopo la supe­riora m'informò dell'apparizione di Papa Giovanni.
Affermo che non ho mai visto una cosa del genere, né posso immaginare come ciò sia potuto accadere. Non trovo modo di spiegare scientificamente quello che è ac­caduto.
Sono un medico e ho seguito il caso con la freddez­za del medico. Sono stato anche più pignolo e scrupo­loso dopo che mi hanno raccontato dell'apparizione di Papa Giovanni.
Sono pienamente convinto che si tratta di una gua­rigione assolutamente inspiegabile, al di fuori delle leggi fisiologiche e dell'esperienza umana. Il fatto che resi­sta da tanti anni, senza ricadute, la rende ancora più inspiegabile e insieme importante.
(Da « Un uomo mandato da Dio - Biografia di Giovanni XXIII» di Renzo Allegri - Editrice Ancora Milano).

Capitolo III
PURGATORIO
Le anime che, sorpresi dalla morte, non sono tan­to colpevoli da meritare l'Inferno, né tanto buone da essere ammessi immediatamente in Paradiso, dovran­no purificarsi nel Purgatorio.
L'esistenza del Purgatorio è verità di fede definita.

1) Sacra Scrittura
Nel secondo libro dei Maccabei (12,43-46) si trova scritto che Giuda, generale in capo delle truppe ebree, dopo aver combattuto una sanguinosa battaglia con­tro Gorgia, durante la quale molti dei suoi soldati era­no rimasti sul terreno, chiamò a raccolta i superstiti e propose loro di fare una colletta in suffragio delle lo­ro anime. Il raccolto della colletta fu spedito a Geru­salemme, perché si offrissero sacrifici espiatori a tale scopo.
Gesù nel Vangelo (Matt. 25,26 e 5,26) fa espressa menzione di questa verità quando dice che nell'altra vita ci sono due luoghi di punizione: uno dove il casti­go non finisce mai «se ne andranno al supplizio eter­no.; l'altro dove il castigo finisce quando tutto il debi­to verso la Divina Giustizia sia pagato « fino all'ultimo centesimo».
Nel Vangelo di S. Matteo (12,32) Gesù dice: «Chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non potrà essere perdonato né in questo mondo, né nell'altro». Da que­ste parole appare chiaro che nella vita futura c'è re­missione di certi peccati, che non potranno essere che veniali. Questa remissione non può aver luogo che nel Purgatorio.
Nella prima Lettera ai Corinzi (3,13-15) San Paolo dice: «Se l'operato di taluno sarà trovato deficiente, sa­rà privato della sua mercede. Egli però sarà salvato at­traverso il fuoco». Anche in questo passo si parla chia­ramente del Purgatorio.

2) Magistero della Chiesa
a) Il Concilio di Trento, nella XXV sessione, pro­clama: «Illuminati dallo Spirito Santo, attingendo dal­la Sacra Scrittura e dall'antica Tradizione dei Santi Pa­dri, la Chiesa Cattolica insegna che c'è uno "stato di purificazione, Purgatorio, e le anime trattenute trova­no aiuto nei suffragi dei credenti, specialmente nel Sa­crificio dell'altare a Dio accettevole" ».
b) Il Concilio Vaticano 17, nella Costituzione «Lu­men Gentium - cap. 7 - n. 49» afferma l'esistenza del Purgatorio dicendo: «Fino a che il Signore non verrà nella sua gloria e tutti gli Angeli con Lui, e, distrutta la morte, non gli saranno sottomesse tutte le cose, al­cuni dei suoi discepoli sono pellegrini sulla terra, al­tri, passati da questa vita, stanno purificandosi, ed al­tri godono della gloria contemplando Dio».
c) Il Catechismo di S. Pio X, alla domanda 101, risponde: «Il Purgatorio è il patimento temporaneo del­la privazione di Dio e di altre pene che tolgono dall'a­nima ogni resto di peccato per renderla degna di vede­re Dio».
d) Il Catechismo della Chiesa Cattolica, ai nume­ri 1030 e 1031, afferma: «Coloro che muoiono nella gra­zia e nell'amicizia di Dio, ma sono imperfettamente pu­rificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono però sottoposti, dopo la loro morte, a una pu­rificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del Cielo.
La Chiesa chiama "Purgatorio" questa purificazio­ne finale degli eletti, che è tutt'altra cosa dal castigo dei dannati».

Pene del Purgatorio
È certo che le pene del Purgatorio sono così forti e intense, che nessun uomo sarà mai capace con la sua piccola mente di comprenderne l'acerbità. I paragoni e le immagini più vive non possono darcene che una sbiadita figura. San Tommaso d'Aquino, che è sempre così misurato nelle sue parole, dice che «la più piccola pena del Purgatorio sorpassa senza misura la più gran­de pena di questa vita».
È dottrina della Chiesa che, come nell'Inferno, co­sì nel Purgatorio vi è una doppia pena: quella del sen­so e quella del danno.
1) La pena del senso consiste in tormenti sensibili prodotti da un fuoco la cui misteriosa potenza fa sof­frire l'anima come se avesse il corpo. Questo è quanto insegnano generalmente i Teologi, fondati su molte te­stimonianze dei Santi Padri, alcuni dei quali dicono che questo fuoco è sostanzialmente uguale a quello dell'In­erno, con la sola differenza che non è eterno.
2) La pena del danno invece consiste nella tempo­ranea separazione da Dio.
Col peccato, anche veniale, l'anima si lascia trasci­nare o si rivolge volontariamente alle creature, e si al­lontana e volta le spalle a Dio, suo Creatore. Per que­sto, in punizione, nel Purgatorio Dio la tiene forzata­mente lontana da sé, mentre lei sente più che mai po­tente il bisogno di unirsi a Lui, centro del suo amore e della sua felicità.
Adesso su questa terra, sprofondati nel mondo sen­sibile, imprigionati nella materia, noi non possiamo comprendere profondamente che cosa vuol dire per un'anima, priva del corpo, essere separata da Dio. Tut­tavia, riflettendoci un poco, possiamo intravedere qual­che cosa.
Infatti chi è Dio?... Dio è la verità, la sorgente del­la felicità, la perfezione infinita, il centro di attrazione di tutte le anime. In altre parole, Dio è l'essere infini­tamente perfetto, unicamente per il quale siamo stati creati, al quale l'anima nostra tende necessariamente come a suo centro. Egli soltanto può soddisfare tut­te le sue brame, appagare tutto il suo essere, tutte le sue facoltà. Ebbene, finché l'anima è imprigionata nel corpo, non sente in tutta la sua forza questo bisogno di Dio, questa attrazione verso di Lui. La materia che la circonda le impedisce di conoscere perfettamente la sua bellezza, la sua bontà, il suo amore infinito, le sue perfezioni infinite. Ma appena essa sarà liberata dal corpo, abbraccerà con un solo sguardo il Bene in­finito che è Dio, sentirà potentemente di essere fatta per lui, per vederlo, possederlo, goderlo, per amarlo eternamente. Quindi si sentirà attratta a Lui con una forza irresistibile, con una potenza che nessuno potrà mai moderare o estinguere. Allora l'anima si slancerà naturalmente verso questo abisso di felicità dove tro­verà la sua pace, la soddisfazione di tutte le sue esi­genze.
Ecco la pena più grande del Purgatorio: mentre l'a­nima sente il bisogno potente e irresistibile di unirsi a Dio, Questi l'allontana perché macchiata di colpa, le impedisce di possederrlo, di goderlo, di partecipare alla sua felicità infinita, e la rinchiude in un carcere tor­mentoso dove essa dovrà soffrire immensamente tor­mentata dalla brama di unirsi al Bene Assoluto che ar­detemente sospira. Questo è il tormento che supera ogni altro tormento e che purifica l'anima purgante.
3) Quanto tempo dureranno queste pene?
La durata della permanenza nel Purgatorio non è uguale per tutte le anime, perché dipende dalle pene da espiare. In questa vita predomina la misericordia di Dio, nell'aldilà predomina la sua giustizia. Su que­sta terra con poco possiamo espiare molto, nel Purga­torio invece con molto si espia poco. Quindi per certe anime la permanenza in Purgatorio potrà essere mol­to lunga.
4) I suffragi per le Anime del Purgatorio
Noi, su questa terra, abbiamo la possibilità di ve­nire in loro aiuto affinché le loro pene siano alleviate e abbreviate. È verità di fede.
Noi possiamo aiutare le Anime del Purgatorio con la preghiera, con le indulgenze, con opere di carità, con qualunque opera buona applicata a loro suffragio. Il mezzo però più efficace è la S. Messa. Quando essa vie­ne celebrata in suffragio delle Anime del Purgatorio, è Gesù stesso che prega per loro, si sacrifica per loro sull'altare.
A questo punto non va dimenticato che noi possia­mo purificarci in terra prima di morire, e non è esclu­so il caso di chi, accogliendo con pazienza certe prove della vita, possa raggiungere direttamente il Cielo senza passare per il Purgatorio.
Inoltre conviene riflettere che mentre in Purgato­rio ci si può solo purificare, sulla terra invece le pre­ghiere, le opere buone, le sofferenze accettate, oltre ad essere purificatorie, sono anche meritorie e quindi fon­te di maggior gloria e felicità in Paradiso.
La terra dunque può sostituire il Purgatorio, o al­meno farcelo abbreviare. Purtroppo in terra la maggior parte dei cristiani non vuol sapere di sofferenze e di mortificazioni volontarie per espiare i propri peccati. Molti anzi si lamentano e non sono affatto rassegnati alle croci quotidiane. Di bene ne fanno poco e quel po­co è fatto con negligenza.
Inoltre si commettono con molta frequenza peccati veniali e difetti di ogni specie e non si fa alcuno sforzo per evitarli o diminuirli. Ebbene riflettiamo che se non vogliamo diminuire ed espiare le nostre colpe su que­sta terra, bisognerà poi rassegnarsi a lunghe e doloro­se sofferenze nel Purgatorio.

Chi è venuto dall'aldilà?
Il Venerabile P. Domenico di Gesù Maria (+1630) era solito tenere nella sua cella, come si usa nell'Ordi­ne Carmelitano, un teschio vero, sia per ricordare la morte come per avere un richiamo al dovere di carità di suffragi verso i defunti.
Quando arrivò al convento di Roma, nella cella che gli venne assegnata trovò un teschio, da cui una notte udì una voce alta e spaventevole che gridava: «In me­moria hominum non sum - nessuno si ricorda di me». Le parole furono ripetute più volte e udite in tutto il dormitorio del convento. Il Venerabile rimase stupito e timoroso, dubitando che si trattasse di un fenome­no diabolico. Si mise subito a pregare per sapere cosa dovesse fare. Prese poi dell'acqua benedetta e aspergen­dola sopra il teschio, il medesimo pronunciò queste al­tre parole: «Acqua, Acqua, misericordia, misericordia».
Il religioso gli domandò chi era e che misericordia voleva. Il defunto rispose dandogli queste informazio­ni: era un tedesco, venuto a Roma a visitare i Luoghi Santi. Il suo corpo era stato sotterrato da molto tempo nel camposanto, l'anima si trovava in Purgatorio a pa­tire pene intollerabili. Non aveva nessuno che gli faces­se del bene, né chi si ricordasse di lui, e perciò lo prega­va di aspergerlo continuamente con l'acqua benedetta. Gli raccomandò che pregasse per lui il Signore affinché lo liberasse da quelle pene.
Padre Domenico promise. Pregò molto e fece peni­tenze. Pochi giorni dopo il defunto gli comparve in cel­la per ringraziarlo del beneficio della liberazione dal Purgatorio, promettendogli riconoscenza.
(Dai processi di beatificazione del P. Domenico di Gesù Maria)

Capitolo IV
INFERNO
Oggi ci sono tanti che non credono all'Inferno per­ché lo credono incompatibile con la bontà di Dio. Eb­bene facciamo qualche riflessione.

Dio non voleva l'Inferno
Nella preghiera del «Padre Nostro», insegnata da Gesù agli Apostoli, noi chiediamo a Dio che sia fatta la volontà sua, che è volontà d'amore. Ora se fosse sta­ta fatta la sua volontà, tutta quanta la sua volontà, l'In­ferno certamente non ci sarebbe stato, perché Dio, Amore Infinito, vuole soltanto la felicità delle sue crea­ture angeliche e umane, che dotò del dono straordina­rio della libertà.
Se Satana con i suoi angeli, invece di ribellarsi a Dio, avesse fatto la sua volontà, l'Inferno non ci sareb­be stato. Quindi la responsabilità dell'esistenza dell'In­ferno non si può attribuire alla volontà divina.
Se Adamo, capostipite dell'umanità, non si fosse ribellato a Dio, ma avesse fatta la sua volontà, non ci sarebbero sulla terra dolori e morte, come ci dice la Sacra Scrittura (Sap. 1,13 e 2,24): «La morte non è opera di Dio, né Egli gioisce che i vivi debbano morire... Dio ha creato l'uomo per l'immortalità, ma la morte è entrata nel mondo per inviida del diavolo» (che riuscì a sedurre Eva e Adamo facendoli ribellare a Dio). Ora se la morte fisica dell'uomo è contro la volontà di Dio, a maggior ragione è contro la sua volontà e la «secon­da morte (Ap. 21,8)» cioè la morte spirituale che è l'Inferno.
Per capire meglio fino a qual punto Dio non vuole l'Inferno, basta pensare a Gesù Crocifisso, il quale ave­va affermato (Giov. 4,34): «Il mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato a compiere la sua opera». Ora se l'Inferno fosse voluto dal Padre, Gesù Cristo non si sarebbe sacrificato sulla croce proprio per chiude­re davanti a noi la porta dell'Inferno e per riaprirci quella del Paradiso.
Dio, Amore Eterno e Infinito, ci ha creati - come ci dice il Catechismo - per conoscerlo, amarlo, servirlo in questa vita e per goderlo poi nell'altra, in Paradiso. Quindi non ci ha creati per l'Inferno.
Dio è Amore, mentre l'Inferno è odio, è la negazio­ne dell'amore, perciò Dio non può averlo voluto per­ché non può rinnegare se stesso: Amore eterno e infi­nito. Di conseguenza l'Inferno viene da ciò che si op­pone alla volontà di Dio: il peccato degli Angeli e degli uomini ribelli.
Tra il peccato del demonio, però, e quello dell'uo­mo c'è una differenza enorme. La ribellione dell'uomo (composto di spirito e corpo) partecipa dell'instabilità della nostra condizione terrena, molto influenzabile da falsi beni: oggi offendiamo Dio, domani ci pentiamo e ritorniamo a Lui, proprio perché ci troviamo nella flui­dità del tempo.
L'angelo invece (puro spirito senza corpo) non è soggetto a mutabilità. La scelta della sua volontà è immutabile, irrevocabile: Satana ha scelto la ribellione a Dio, egli non si pentirà mai del suo peccato. Quello che è accaduto all'angelo ribelle accadrà purtroppo anche all'umo che si ostina nel suo peccato fino all'ultimo istante della sua vita terrena, perché, uscito con la morte, dalla mutevolezza del tempo, en­trerà nell'immutabilità eterna.
Perciò l'Inferno è conseguenza esclusiva dell'oppo­sizione definitiva alla volontà divina, generatrice di pa­ce e felicità eterna. Per questo il Santo Curato d'Ars, San Giovanni Viannej, diceva: «Non è Dio a dannarci, siamo noi con i nostri peccati. I dannati non accusano Dio, ma accusano se stessi».
Dio vuole salvare tutti (1 Tim. 2,4): «Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscen­za della verità». Però, avendoci dato il dono della liber­tà, vuole la nostra collaborazione. Dio vuole che il pec­catore sitconverta e si salvi, per cui lo chiama e richia­ma continuamente per fargli lasciare il peccato e ar­ricchirlo della sua grazia. Ma se il peccatore, fino al­l'ultimo istante della sua vita terrena, disprezza, rifiu­ta la misericordia di Dio, che l'invita al pentimento, e rimane ostinato nel suo peccato, andando all'Inferno, di chi è la colpa? Di Dio o del peccatore? Evidentemente del peccatore.
Un giorno Gesù, dopo aver mostrato l'Inferno a Suor Benigna Ferrero, anima mistica morta in concet­to di santità, le diceva: « Vedi, Benigna, quel f uocoL.. So­pra a quell'abisso io ho steso, come un reticolato, i figli della mia misericordia, perché le anime non vi cadano dentro. Quelle però che si vogliono dannare, vanno lì per aprire con le proprie mani quei fili e cadere dentro e una volta che vi sono dentro neppure la mia bontà le può salvare. Queste anime sono inseguie dalla mia misericordia molto più di quanto sia inseguito un malfat­tore dalla polizia, ma esse sfuggono alla mia miseri­cordia!».

Esistenza dell'inferno
A - La Sacra Scrittura al riguardo è categorica. Qualche citazione.
1) Nel Giudizio Universale, Gesù Cristo (Mat. 25,41 e 46) dirà ai cattivi: «Via da me, maledetti, nel fuoco eterno (cioè l'Inferno) preparato per il diavolo e i suoi angeli... ed essi andranno al supplizio eterno».
2) In Mat. 10,28, Gesù dice: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; temete piuttosto Colui che ha il pote­re di far perire e l'anima e il corpo nella Geenna (cioè l'Inferno) ».
«Geenna o Gehenna» è voce composta da «ghe = valle» ed «Hennon» = nome del padrone di una valle ai piedi del Sion e dell'Ofel, presso Gerusalemme, nel­la quale gli ebrei, caduti nell'idolatria, offrivano i loro figli a Molok, falsa divinità sacrificandoli nel fuoco. Il re Giosia, tolta via quell'orribile superstizione idola­trica, per rendere il luogo più abbominevole, ordinò che vi fossero gettate le immondizie della città ed anche i cadaveri dei giustiziati, che dovevano rimanere inse­polti. Per distruggere i miasmi, vi si manteneva quasi sempre il fuoco acceso. Questo fatto diede a Gesù l'oc­casione di prendere la Geenna come immagine del­l'Inferno.
3) S. Paolo (1 Cor. 6,9-10) dice: «Non illudetevi: né i fornicatori, né gli idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né i sodomiti (omosessuali e lesbiche), né ladri, né avari, né ubbriaconi, né maldicenti, né rapaci, ere­diteranno il regno di Dio (cioè il Paradiso);
4) In Gal. 5,19-21, l'Apostolo continua l'elenco: «fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, magia, inimicizia, lite, gelosia, ire, ambizioni, discordie, divi­sioni, invidie, ubriachezze, orgie, e opere simili a que­ste: coloro che compiono tali opere non erediteranno il Regno di Dio (cioè il Paradiso)».

B - Insegnamento della Chiesa
1) I Concilii che hanno trattato la verità dell'esi­stenza dell'Inferno sono: il Concilio di Valenza, il IV Concilio Lateranense, il I e il II Concilio di Lione, il Con­cilio di Firenze. Quest'ultimo, per esempio, afferma so­lennemente: «Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, vanno all'Inferno».
2) Nel Concilio Vaticano II, (Costituzione «Lumen Gentium», cap. 7, n. 48 d) s'insegna la necessità di una costante vigilanza perché «non ci si comandi, come a servi cattivi e pigri, di andare al fuoco eterno, nelle te­nebre esteriori dove ci sarà pianto e stridore di denti... Noi tutti compariremo davanti al tribunale di Cristo, per rispondere ciascuno della sua vita mortale... e alla fine del mondo '.'risorgeranno, chi ha operato il bene a resurrezione di vita, e chi ha operato il male a resurre­zione di condanna (cioè all'Inferno».
3) Il Catechismo di S. Pio X, alle domande 103 e 104, risponde: «È certo che esistono il Paradiso e l'In­ferno. Lo ha rivelato Dio, promettendo, spesse volte, ai buoni l'eterna vita e il suo stesso gaudio, e minaccian­do ai cattivi la pardizione e il fuoco eterno».
4) Il Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1034 e 1035, dice: «Gesù parla ripetutamente del fuoco inestin­guibile che è riservato a chi, fino alla fine della vita, ri­fiuta di credere e di convertirsi. La Chiesa nel suo inse­gnamento afferma l'esistenza dell'Inferno e la sua eter­nità. Le anime di coloro che muoiono in stato di pecca­to mortale, dopo la morte discendono immediatamen­te negli inferi, dove subiscno le pene dell'Inferno, il fuo­co eterno. La pena principale dell'Inferno consiste nel­la separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l'uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira».

L'Inferno è eterno
Che l'Inferno sia eterno è verità di fede definita nel IV Concilio Lateranense e nel I Concilio di Lione. Il do­cumento più importante sul carattere eterno della pe­na infernale è la scomunica scagliata, con l'approva­zione del Papa Vigilio, dall'imperatore Giustiniano che nel 543 pose termine alla controversia Origenista: «Se qualcuno dice o ritiene che il supplizio dei demoni e de­gli uomini empi è temporaneo e avrà fine... costui sia scomunicato» (Dz. 211).

Pene dell'Inferno
Le citate definizioni di fede distinguono nettamente due tipi di pene: la pena del «danno» che consiste nel­la privazione di Dio, nostra felicità, e la pena del «senso».
Come in Paradiso ci sarà «ogni bene senza alcun male», così nell'Inferno ci sarà «ogni male senza alcun bene». Nel Vangelo di S. Marco (16,28) l'Inferno è chia­mato «luogo dei tormenti».
Il Catechismo di S. Pio X afferma: «L'inferno è il patimento della privazione di Dio, nostra felicità, e del fuoco, con ogni altro male senza alcun bene».
I peccatori hanno preferito a Dio Creatore le crea­ture e tutte le soddisfazioni che essi potevano trovare in se stessi o negli altri. Perciò le stesse creature, le stes­se potenze dell'anima, gli stessi sensi del corpo avran­no il loro castigo e il loro tormento. Qualche accenno:
a) pene dell'immaginazione. Essa presenterà al dannato tutti i piaceri e le delizie goduti sulla terra, ma ora finiti per sempre. Gli presenterà alla fantasia le immense gioie del Cielo, che per lui ormai sono ir­raggiungibili. Per questo il dannato digrigna i denti e si consuma di rabbia;
b) pene della memoria che ricorderà al dannato gli innumerevoli peccati con tutte le circostanze e le malizie che gli hanno meritato l'Inferno. Gli ricorderà tutte le grazie ricevute, tutti gli avvertimenti e i consi­gli... di cui, se ne avesse tratto profitto, ora non sareb­be in quel luogo di tormenti;
c) pene dell'intelligenza. Sulla terra le passioni, l'ignoranza o la leggerezza molte volte possono offu­scare la verità. Ma nell'Inferno le verità, sulle quali in vita si tentò di passare con indifferenza e disprezzo, sa­ranno dinnanzi al dannato in tutta la loro evidenza. Dunque il peccato non era una cosa da nulla! L'Infer­no non è una invenzione dei preti! Dio, della cui mise­ricordia e bontà si è tanto abusato, c'è, esiste veramen­te! Ed ora lui non potrà più amare il buon Dio, ma do­vrà odiarlo per sempre;
d) pene della volontà. Non era tanto difficile sal­varsi. Moltissimi altri, pur nelle stesse condizioni di vita, hanno adoperato i mezzi che Gesù Cristo ha lascia­to alla Chiesa e si sono salvati. Dio, nella sua infinita misericordia, l'aveva richiamato fino all'ultimo istan­te della sua vita terrena, ma lui si è rifiutato: la sua scelta è stata fatta per sempre!;
e) pene dei sensi. Dopo la resurrezione anche il corpo con tutti i suoi sensi parteciperà con l'anima ai tormenti infernali. Gli occhi non vedranno altro che vol­ti spasimanti di dannati e di demoni dall'aspetto orri­bile. L'udito non ascolterà altro che lamenti, urla, im­precazioni e bestemmie. L'odorato sarà colpito dai fe­tori più nauseanti. Il gusto soffrirà una sete inestingui­bile. Il tatto con tutto il corpo sarà tormentato dal fuo­co: fuoco non metaforico o figurato, come viene inter­pretato da alcuni, ma fuoco vero, reale, di natura mi­steriosa che fa sentire i suoi effetti terrificanti non so­lo sul corpo, ma anche sull'anima, anche sui demoni, che sono puri spiriti senza corpo. Un fuoco che brucia sempre senza consumare mai! Un fuoco più terribile di quello della terra. Il fuoco terreno infatti è stato crea­to da Dio a nostro servizio, per il nostro bene, mentre il fuoco infernale è stato creato a castigo di Satana e dei suoi angeli ribelli.

Altre pene dei dannati:
la compagnia dei demoni che sfogheranno su di lo­ro il loro odio contro Dio, torturandoli per tutta l'e­ternità;
la compagnia dei dannati. Se per qualche circostan­za ci capita di trovarci tra persone ineducate, dal lin­guaggio volgare e blasfemo; con persone sporche, ma­le odoranti; con persone che ci guardano con occhio bie­co e ostile, ecc., con quale ansia non aspettiamo l'occa­sione e il momento di sottrarci a quella insopportabile situazione! Ebbene nell'Inferno il dannato si trove­rà in una situazione immensamente più infelice ed eter­na in compagnia di dannati molto più spregevoli e che si odiano l'un l'altro con grande accanimento.

Le pene dell'inferno sono continue e disuguali
Come le gioie del Paradiso, così le sofferenze del­l'Inferno, per quanto intense, non conoscono interru­zione alcuna. Sulla terra le distrazioni, il sonno, i ri­medi, possono diminuire la coscienza del dolore. Nel­l'Inferno i dannati non conoscono sonno, né distrazio­ni, né sollievo: l'Inferno è continuità nella piena co­scienza della propria sventura eterna.
Come in Paradiso i godimenti dei Beati non sono uguali, ma proporzionati ai loro meriti, così nell'Infer­no le sofferenze dei dannati non sono uguali, ma pro­porzionate ai loro peccati.

L'inferno non è vuoto
Oggi ci sono alcuni che dicono: l'Inferno c'è, però, non ci va nessuno perché Dio è infinitamente buono e misericordioso; è nostro Padre e quindi ci salverà tutti.
Qui ci sarebbe tanto da dire, ma, per non allunga­re troppo l'argomento, non dobbiamo dimenticare che Dio è infinitamente misericordioso per chi si pente e si converte, ma è pure infinitamente giusto per chi, fi­no all'ultimo istante della sua vita terrena, rifiuta la sua grazia, rifiuta il richiamo che l'invita al pentimen­to. All'Inferno ci va chi ci vuole andare. Diceva Gesù a un'anima privilegiata, Suor Consolata Betrone: «L'im­penitenza finale è per quell'anima che vuole andare all'Inferno di proposito e quindi rifiuta ostinatamente la mia immensa misericordia, perché io ho versato il mio Sangue per tutti! No, non è la moltitudine dei peccati che danna l'anima, perché io li perdono se essa si pen­te, ma è l'ostinazione a non volere il mio perdono, a vo­lersi dannare».
Che l'inferno non sia vuoto ce lo conferma la Ver­gine Santissima a Fatima. Nella quarta apparizione, do­menica 19 agosto 1917, la Madonna, velata di tristez­za, dice ai tre fanciulli (Lucia, Giacinta e Francesco): «Pregate, pregate molto e fate sacrifici per i peccatori. Badate che molte, molte anime vanno all'Inferno, per­ché non c'è chi si sacrifichi e preghi per loro».
Concludiamo l'argomento dell'Inferno riportando l'episodio del Papa Pio IX. Verso la fine del suo glorio­so pontificato, il Papa raccomandava a un Missionario francese: «Predicate molto le grandi verità della salvez­za, predicate specialmente l'Inferno. Dite chiaramen­te tutta la verità sull'Inferno, non c'è nulla di più effi­cace per far riflettere i poveri peccatori e convertirli».

Chi è venuto dall'aldilà?
A Roma, nel 1873, alcuni giorni prima della festa dell'Assunzione, in una di quelle case, dette di tolleran­za, accadde che si ferisse alla mano una di quelle scia­gurate giovani. Il male, che in sulle prime fu giudicato leggero, inaspettatamente si aggravò tanto che la mise­ra, trasportata all'ospedale, morì nella notte.
Nello stesso istante una delle sue compagne, che non poteva sapere ciò che avveniva nell'ospedale, cominciò a gridare disperatamente, così che svegliò gli abitanti del quartiere, mettendo lo sgomento fra quelle miserabili in­quiline e provocando l'intervento della questura.
La compagna morta nell'ospedale le era apparsa, circondata di fiamme, e le aveva detto: Io sono danna­ta e se tu non lo vuoi essere, esci subito da questo luogo d'infamia e ritorna a Dio!
Nulla potè calmare l'agitazione di questa giovane, la quale, appena spuntata l'alba, se ne andò via, lascian­do tutta la casa nello stupore, specialmente allorché si seppe della morte della compagna nell'ospedale.
Stando così le cose, la padrona del luogo infame, che era una garibaldina esaltata, si ammalò gravemen­te e, pensano all'apparizione della dannata, si conver­tì e volle un Sacerdote per ricevere i Santi Sacramenti. L'autorità ecclesiastica incaricò un degno Sacerdote, Monsignor Sirolli, Parroco di San Salvatore in Lauro, il quale richiese all'inferma, alla presenza di più testi­moni, la ritrattazione delle sue bestemmie contro il Sommo Pontefice e la dichiarazione di cessare dall'in­fame industria che esercitava. La donna morì con i Con­forti Religiosi.
Tutta Roma conobbe ben presto i particolari di que­sto fatto. I cattivi, come sempre, si burlarono dell'acca­duto; i buoni invece ne approfittarono per divenire mi­gliori.

Parte II
FELICITÀ SECONDARIA DEL PARADISO

Capitolo I
ESISTENZA DEL PARADISO
Esiste davvero il Paradiso? Sì, con certezza asso­luta, perché ce lo afferma la parola infallibile di Dio e ce lo conferma la ragione.

Sacra Scrittura
S. Agostino afferma che la Sacra Scrittura ci par­la ben 400 volte del Paradiso esortandoci a conseguirlo. Se non ci fosse il Paradiso l'intera vita di Gesù non avrebbe alcun senso, perché tutta la sua esistenza ter­rena, il suo insegnamento, la sua passione e morte e la sua resurrezione non ebbero altro scopo che redi­merci dal peccato e riacquistarci il Paradiso.
Quasi a ogni pagina del Vangelo, Gesù ci parla del «Cielo», di «vita eterna», di «regno dei cieli», di «coro­na di gloria», di «banchetto nuziale», ecc., tutte espres­sioni che indicano il Paradiso. Qualche citazione.
1) (Mat. 19,16-21). Un giovane si accostò a Gesù e gli disse: Maestro che cosa devo fare di buono per ot­tenere la vita eterna? Egli rispose: Se vuoi entrare nel­la vita, osserva i Comandamenti... Il giovane gli disse:
Ho sempre osservato queste cose, che mi manca anco­ra? Gesù gli disse: Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro in Cielo; poi vieni e seguimi.
2) (Mat. 20,1-7). Gesù, per incoraggiare tutti ad an­dare in Paradiso, narrò la parabola degli operai. Un pa­drone uscì di buon mattino in cerca di operai per la sua vigna. Trovatili, pattuì con loro la paga del giorno. Uscì di nuovo all'ora terza (ore 9), poi all'ora sesta (ore 12), e poi all'ora nona (ore 15) e trovati degli uomini sfaccendati li mandò a lavorare nella sua vigna. Verso il tramonto, un'ora prima cioè che finissse il lavoro, mandò ancora altri operai alla sua vigna. Alla fine del­la giornata tutti ricevettero la paga.
Questa parabola significa che il Paradiso non è ri­servato solo a coloro che si rimettono sulla buona stra­da nella gioventù, o nella maturità, o nella vecchiaia, ma anche a coloro che, negli ultimi momenti della lo­ro vita, si pentono del male fatto e ritornano a Dio, co­me accadde al ladrone pentito, allorché Gesù, dall'al­to della croce, gli disse (Luc. 23,43): Oggi sarai con me in Paradiso.
3) Gesù, parlando del Giudizio Universale alla fi­ne del mondo, dice (Mat. 25,31-46): «Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi Angeli, si siederà sul trono della sua gloria con tutti i suoi An­geli, e saranno riunite davanti a Lui tutte le genti ed Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pe­cole dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il Re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo, poi dirà a quel posti alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno preparato per il diavolo e per i suoi angeli... E se ne andranno, que­sti al supplizio e i giusti alla vita eterna.
Una bella testimonianza del Santo Curato d'Ars. Un pomeriggio domenicale, una persona di mondo entrò nella canonica del parroco d'Ars, attratta da quello che si diceva intorno all'austerità di quell'umile prete, al­la generosità con cui donava tutto per vivere poi egli stesso in una povertà estrema, allo zelo con cui si pro­digava di giorno e di notte per la salvezza delle anime.
«Signor Curato, - disse quella persona - crede proprio a tutto quanto dice il Vangelo?» - Sì, a tutto -. «Ma è proprio sicuro che dopo la morte ci sarà il Paradiso?». - Sicurissimo -. «Proprio sicuro, come dopo quest'oggi che è domenica verrà il lunedì?». - No, molto più sicuro -. «Proprio sicuro come il sole che è tramontato adesso, sorgerà domani mattina?». - No. Molto più sicuro. Poiché può darsi che venga una domenica, dopo la quale non ci sia più il lunedì; un tra­monto dopo il quale non ci sia più aurora, un inverno dopo il quale non ci sia più primavera, ma non può dar­si assolutamente che le parole di Cristo non si avveri­no -. «Quali parole?». - Queste: Io sono la Resurre­zione e la Vita: chi crede in me, anche se fosse morto, vivrà... Io lo risusciterò nell'ultimo giorno».
Quella persona partì commossa e persuasa d'aver capito il segreto di quella grande santità. Soltanto una convinzione così profonda poteva darli la forza di vi­vere come viveva.

Ragione
Per essere certi dell'esistenza del Paradiso basta la parola infallibile di Dio, però anche la nostra ragio­ne ce lo conferma.
È proprio dell'infinita Sapienza Divina creare e di­sporre tutte le cose create in modo tale che in esse non ci sia nulla di inutile, ma che tutte conseguano il fine per cui sono state create. Vediamo infatti tutte le cose create, dalle immense stelle che popolano lo spazio al­l'atomo di polvere calpestato sotto i piedi, dall'enorme balena che si muove nei mari all'umile ameba che vive nella sua goccia d'acqua, tendere tutte a raggiungere lo scopo, il fine, mediante la sollecitazione delle loro cieche energie, dei loro istinti.
L'istinto infatti è una forza naturale, misteriosa, creata da Dio, la quale spinge verso qualche cosa, e fi­no a che esso non trova l'oggetto corrispondente, sta a disagio: si avverte, per esempio, la sete e si va in cer­ca d'acqua, e il corpo smania finché non sia dissetato. La natura creata, e cioè il complesso delle leggi na­turali create e stabilite dall'infinita Sapienza e Onni­potenza di Dio, non inganna gli esseri nel loro istinto. A ogni istinto infatti corrisponde l'oggetto adegua­to: si avverte la fame e c'è il cibo; si avverte la sete e c'è l'acqua; si hanno gli occhi e c'è la luce; si hanno le orecchie e c'è il suono; l'intelligenza tende al vero e c'è la verità; il cuore umano tende ad amare e c'è l'ogget­to del suo amore. Anche l'animale trova l'oggetto del suo istinto che lo soddisfa.
Ora tra tutti gli istinti dell'uomo, il più irresistibi­le e insopprimibile è la sete di felicità perfetta e dura­tura. Tutti cercano la felicità e dovunque: nel piacere, nell'amore, nella ricchezza, nella gloria, nella soddisfa­zione dell'amor proprio. Però l'esperienza ci fa tocca­re con mano che tutte queste cose non ci danno affatto la sospirata felicità. Nessuno è felice su questa terra. Si hanno momenti di piacere e di gioia, misti quasi sem­pre a qualche amarezza. Quando abbiamo conseguito l'oggetto dei nostri desideri, il nostro spirito resta insoddisfatto perché noi siamo stati creati per la felicità vera, totale ed eterna. Nessuna creatura limitata può soddisfare il bisogno illimitato di felicità dell'uomo.
Di conseguenza se nell'uomo c'è l'istinto, l'esigenza della felicità assoluta e perfetta, questa necessariamente deve esistere, altrimenti noi ci troveremmo nell'assurdo che mentre la natura, creata da Dio, non inganna gli es­seri irrazionali nei loro istinti, ingannerebbe invece sol­tanto l'uomo, il re del creato, fatto da Dio a sua imma­gine e somiglianza! Questo certamente non può essere!
Per un momento facciamo l'ipotesi (inammissibi­le) che fosse così, allora bisognerebbe dire che Dio, creatore delle leggi naturali, si sarebbe burlato dell'uo­mo, gli avrebbe fatto il più crudele degli inganni! Que­sto è un assurdo inammissibile!
Dio è infinitamente Giusto e Santo, ma che giusti­zia e santità sarebbe la sua se avesse trattato l'uomo, la più perfetta delle sue creature visibili, peggio di tutte le altre creature inferiori?
Inoltre Dio è infinitamente Giusto e quindi deve premiare coloro che osservano i suoi Comandamenti e punire coloro che li trasgrediscono. Ora noi consta­tiamo che su questa terra non c'è giustizia, infatti il giu­sto, pur mantenendosi fedele a Dio, soffre molto per i tanti arbitrii, persecuzioni, tribulazioni, ingiustizie da parte dei cattivi, i quali, al contrario, vengono esaltati e prosperano per le loro ingiustizie. Ma allora nel go­verno di questo mondo non c'è giustizia? Si dovrebbe dire di no, se tutto terminasse con la vita presente, se non ci fosse un'altra vita nella quale l'uomo riceverà il premio (cioè il Paradiso) o il castigo (e cioè l'Inferno) che ha meritato. Perciò ci dovrà essere necessariamen­te una vita futura di felicità eterna per i giusti, e di in­felicità eterna per i cattivi, altrimenti Dio manchereb­be di giustizia, e quindi non sarebbe più Dio.

Dove si trova il Paradiso?
Provata l'esistenza del Paradiso, sorge spontanea la domanda: dove si trova?
Il primo a farsi questa domanda fu il grande Ve­scovo di Cesarea, San Basilio, morto nel 379. La sua risposta si limita a dire che esso si trova al di fuori del nostro mondo.
La Sacra Scrittura ci dice poco al riguardo:
1) Giov. 3,13: «Gesù disse a Nicodemo: Nessuno è mai salito al Cielo, fuorché il Figlio dell'uomo (cioè Ge­sù) che è disceso dal Cielo».
2) Luca 50,51: «Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il Cielo».
3) Atti degli Apostoli 1,9: «Detto questo fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo. E poiché stavano fissando il cielo mentre egli saliva, ecco due uomini in bianche vesti si presentaro­no a loro e dissero: Uomini di Galilea, perché state a uardare il cielo? Questo Gesù che è stato tra voi assunto ino al Cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l'avete visto salire al Cielo».
4) Ef. 4,8-10: «Per questo sta scritto: Ascendendo in Cielo ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini. Ma che significa la parola "ascese"; se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che di­scese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli».
La Chiesa non ha definito espressamente che il Pa­radiso sia una località determinata, però la sua convin­zione che si tratti di un luogo reale, fisico, determina­to, appare chiaro dalla professione del Credo o Simbo­lo Apostolico. Cos'è il Credo o Simbolo Apostolico? Un breve accenno.
Il Credo, che la Chiesa ha sempre professato fin dalla sua origine, fu composto dagli Apostoli sotto l'as­sistenza dello Spirito Santo.
Gesù, prima della sua ascensione al Cielo, ordinò agli Apostoli di andare a predicare a tutti i popoli le stesse verità che loro avevano appreso da Lui, per dif­fondere ovunque la luce dei suoi insegnamenti. Gli Apo­stoli ubbidienti, ben sapendo che sarebbero sorti dei falsi profeti che avrebbero tentato di corrompere la dottrina di Gesù Cristo, formularono di comune accor­do, prima di separarsi, un preciso programma di evan­gelizzazione e riassumere in poche formule, ma chia­re, brevi e facili ad essere imparate da tutti, perché tutti fossero uniformi e precisi nella professione della Fe­de Cristiana. Quindi il Credo è la fede professata dalla Chiesa fin dalla sua origine e che professerà fino alla fine dei tempi.
Ebbene il Credo afferma: «Gesù il terzo giorno ri­suscitò da morte; salì al Cielo, siede alla destra di Dio Padre Onnipotente; di là verrà a giudicare i vivi e i morti».
San Tommaso d'Aquino spiega il motivo per cui il Paradiso deve essere anche un luogo: «Dal momento che Dio ha destinato i Beati a un duplice gloria, spiri­tuale (per l'anima) e corporale (per il corpo), è logico che sia riservato ad essi un soggiorno particolare, spe­ciale, glorioso».
Il grande Teologo Suarez, assieme a molti altri, è del parere che il Paradiso sia una parte del creato, posta già nello stato di glorificazione, alla quale perverranno, dopo il giudizio universale, le altre parti dell'universo. Tra i Teologi recenti, il Pesch dice che si può con tutta sicurezza ritenere il Paradiso un astro situato realmente al centro dell'universo, attorno al quale ro­teano tutti gli altri corpi celesti, rifatti splendidissimi.
Il Vescovo francese, Mons. Gay, uno dei più rino­mati maestri di spiritualità del secolo scorso, scrive nel­le sue Elevazioni - N. 96: «Evidentemente Dio è dap­pertutto, ma non è dappertutto alla stessa maniera, nel senso che non appare e non esplica dappertutto la stes­sa attività. Il luogo, che la Sacra Scrittura chiama il suo "tempio", il suo "santuario", è dove Egli opera in modo più divino, più splendido; là si esplicano meglio le sue perfezioni, meglio si mostra la sua divinità, me­glio si effonde il suo amore. In questo luogo soggior­nano gli Angeli, i Beati, 1'Umamta di Gesù Cristo, del­la Santissima Vergine, probabilmente anche di S. Giu­seppe e quella di quei privilegiati che risuscitarono, co­me ci attesta il Vangelo (Mat. 27,52), al momento della morte di Gesù».
Le bellezze, le perfezioni, le meraviglie del Paradi­so attuale, quando alla fine dei tempi il cosmo sarà rin­novato, saranno estese dall'onnipotenza divina a tutto l'universo, il quale è destinato a divenire per tutta l'e­ternità l'ambiente reale del Paradiso. Il numero ester­minato delle stelle, rinnovate e abbellite dalla onnipo­tenza divina, saranno, come afferma San Tommaso d'A­quino, l'eterna abitazione dei figli di Dio.

Chi è venuto dall'aldilà?
Nell'anno 1863 fu ricoverata all'ospedale del Cotto­legno la sessantenne israelita Sara Pescarolo. Un Sacer­dote la visitò più volte e fece pregare il Servo di Dio P. Giuseppe Cottolengo (+1842) affinché avesse la grazia del Battesimo. Di questo Sacramento egli parlava va­gamente all'inferma. Ella rispondeva: Adesso no. - Ve­dendola in pericolo di morte «mi feci a parlare schiet­tamente e apertamente sulla necessità del Battesimo per salvarsi - racconta il teste Don Domenico Bosso - e da una parola che proferì mi parve che fosse disposta a riceverlo, per cui mi accinsi ad amministrarglielo, ma essa si alzò dal capezzale furibonda, respingendomi con le mani e dimostrando nel modo più energico la sua vo­lontà contraria. Le feci notare che se io mi ero accinto ad amministrarle il Battesimo, fu perché credevo che fosse disposta a riceverlo, ma vedendo che la cosa non era così, le disse che stesse pure tranquilla che io non glielo amministravo, poiché la religione stessa ci vieta di conferire il Battesimo a chi non lo vuole ricevere, e che mai io avrei usato violenza». Don Bosso si ritirò a pregare. «Dissi con confidenza queste precise parole: "Padre Cottolengo, se siete in Cielo, come lo credo fer­mamente, e se il processo canonico che deve iniziarsi di qui a qualche giorno è di gloria di Dio, e dovrà quin­di avere un buon esito, datemi un segno. Il segno che vi domando è la conversione di quella israelita, ma fa­te in modo che non sia più io a presentarmi a lei per persuaderla a farsi battezzare, ma lei stessa mi faccia chiamare e mi preghi a volerla battezzare!". Con mio stupore l'inferma non solo non morì in quella notte, ma ebbe un piccolo miglioramento...».
L'indomani (sabato) il medesimo Sacerdote fu av­visato che la Pescarolo per ben tre volte l'aveva chia­mato, che voleva parlarli e che voleva essere battezza­ta quella sera stessa. L’ ammalata manifestava a Don Bosso che desiderava sinceramente di essere battezza­ta. Il Sacerdote volle che dichiarasse questa sua volon­tà davanti a due testimoni. Accondiscese e così fu fatto. La domenica successiva, dopo nuova interrogazione alla presenza di tre altri testimoni, fu battezzata, dimostran­dosi tutta contenta. Otto giorni dopo, davanti al rabbi­no, dichiarava fermamente: «Sì, sono io che ho voluto farmi cristiana e nessuno mi ha costretta».
(Dal processo per la beatificazione e canonizzazio­ne di Giuseppe B. Cottolengo).

Capitolo II
CHE COSA È IL PARADISO
I
Prima di inoltrarci nell'argomento del Paradiso, premettiamo uno sguardo panoramico.
L'Apostolo San Paolo, avendo visto in estasi qual­che cosa del Paradiso, riesce soltanto a dire di aver vi­sto, sentito e gustato cose che la parola umana non può esprimere.
Ciò che è il Paradiso supera ogni nostra immagi­nazione, perché noi siamo abituati a formare le nostre idee in base alle cose apprese dai nostri sensi. Quindi è molto difficile farci un'idea, anche approssimativa, del Paradiso.
Il Paradiso - insegna la Chiesa nel suo Catechi­smo - è «Il godimento eterno di Dio, nostra felicità, e, in Lui, il godimento di ogni altro bene senza alcun male».
Su questa terra non passa giorno senza la visita di qualche tribolazione. Talvolta siamo così oppressi dal dolore e dalle difficoltà della vita, da essere tentati per­sino a desiderarci la morte.
Durante questa vita terrena, soffriamo nel corpo. Ogni senso e ogni membro è esposto a malattie e a sofferenze. Vi sono malanni della giovinezza, dell'età ma­tura, della vecchiaia. Certi disturbi ci possono accom­pagnare per molti anni, fino a che ci conducono alla tomba.
Quaggiù ci sono sofferenze che affliggono il nostro spirito, le quali sono talvolta più crudeli di quelle del corpo.
Lo spirito è ansioso di scoprire ogni verità e ogni segreto di natura. Ma quante cose non sapremo mai, o solo parzialmente.
Lo spirito anela alla libertà, ma quante costrizio­ni fisiche o morali ci legano a quanto non vorremmo. Lo spirito è proteso veso il raggiungimento di no­bili ideali di virtù, di grandezza, di felicità. Invece tro­va ostacoli ovunque: nella concupiscenza, nella mali­zia degli uomini, nella ristrettezza del tempo e delle co­se di questa terra.
Ciò che rattrista di più però la nostra vita sono le soffernze del nostro cuore, che è fatto per amare e per essere riamato con amore intenso. Vorremmo amare e amare sempre. Ma l'oggetto del nostro amore non è mai così perfetto da appagare pienamente le nostre aspettative. E se anche lo fosse è questione di tempo, perché circostanze impreviste, eventi insospettati, op­pure la morte ce ne separano amaramente.
A nostra volta, vorremmo che il nostro amore ve­nisse ricambiato e che tutta la nostra esistenza venis­se circondata da premure affettuose, da amore costan­te. Vorremmo che almeno qualcuno pensasse a noi co­me a qualcosa di necessario e di insostituibile. Vorrem­mo che le nostre azioni venissero prese nella debita con­siderazione, elogiate, ripagate con dimostrazione di sti­ma e di preferenza...
Invece la nostra delusione è grande; abbiamo la ter­ribile sensazione di essere soli, dimenticati..., e altri, che reputiamo meno meritevoli di noi, di essere più onorati e preferiti.
Inoltre, calunnie, incomprensioni, gelosie, invidie, infedeltà, intrighi e contrasti sono l'amaro cibo di mol­ta parte della nostra vita. Per questo San Paolo escla­mava: O me infelice! Chi mi libererà da questa vita ch'è agonia di morte?
Noi sappiamo che la triste condizione presente è conseguenza del peccato originale e dei nostri peccati personali. Però la nostra fede non è così viva da tener conto di questo e di rassegnarci alla nostra sorte, per cui la nostra sofferenza è ancora più grande e più amara. Ebbene queste dolorose conseguenze del peccato non potranno oltrepassare la porta del Paradiso: le sof­ferenze del corpo, dello spirito e del cuore avranno fi­ne per sempre! Ce l'assicura San Giovanni nell'Apoca­lisse (21,4): «Là (cioè in Paradiso) non ci sarà più la mor­te, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate per sempre».

In Paradiso si godrà ogni bene
L'assenza totale di sofferenza è già molto, ma in Paradiso vi sarà ogni sorta di bene per il corpo, per lo spirito e per il cuore.
Il nostro corpo sarà esente da ogni imperfezione. Sarà splendente di luce, agile come uno spirito. I sensi avranno il loro completo appagamento.
Il nostro spirito (che noi comunemente siamo soli­ti chiamare «anima») sarà totalmente immerso nel pos­sesso e godimento di Dio. Vedrà finalmente Dio faccia a faccia, e, in Lui, conoscerà tutte le verità e i misteri. Conoscerà come Dio ha creato l'universo e saranno sve­late tutte le leggi che governano la natura. Vedrà le vie della Provvidenza nel governo del mondo, dei popoli e delle singole persone umane e si svelerà il meraviglioso intreccio di interventi da parte dell'infinita Sapien­za, Bontà e Misericordia di Dio.
Il cuore, tanto assetato d'amore, avrà soddisfatte tutte le sue esigenze. Il nostro cuore esulterà per sem­pre! Sarà come se Dio non avesse altri su cui concen­trare il suo infinito amore se non noi soli. Con tutti gli Angeli e i Beati, stretti assieme da dolcissimo amore, godremo una felicità senza limiti e per tutta l'eternità.

Che cosa è il Paradiso
II
Il nome «Paradiso», come si suole chiamare il luo­go della felicità eterna, deriva dalla parola greca «pa­ràdeisos = giardino, luogo di delizie».
La felicità o beatitudine è il godimento totale, as­soluto ed eterno.
La felicità del Paradiso si divide: in primaria e se­condaria.
La felicità primaria consiste nel vedere Dio come Egli è, nel possederlo e amarlo per l'eternità; la felici­tà secondaria consiste nei godimenti sensibili dell'uni­verso creato che delizieranno i Beati con il loro corpo risuscitato.
Nell'esporre la dottrina sul Paradiso bisogna evi­tare due scogli:
1) quello di materializzarlo troppo sul tipo di una felicità soltanto terrena, non tenendo presente che - come dice S. Paolo - si semina un corpo animale, ri­sorge un corpo spirituale;
2) quello di spiritualizzarlo al punto tale da elimi­nare la partecipazione viva e sensibile del corpo. Tale paradiso però non entusiasma affatto a raggiungerlo e non ci dà forza sufficiente per accettare le inevitabi­li croci terrene e la morte. Dopo aver letto o ascoltato - come dice S. Agostino - certe dotte prediche sul pa­radiso troppo spiritualizzato, i fedeli restano turbati dal­la preoccupazione del come poter sopportare la noia eterna nello stare immobili a guardare Dio e a cantar­gli per sempre «Amen, Alleluia».
Al riguardo il Vangelo ci dà tanta luce. Nelle sue apparizioni Gesù risorto parla, è toccato, mangia con gli Apostoli, il suo corpo vive, ma è spiritualizzato tan­to da attraversare le pareti, da apparire e scomparire. Il suo corpo non è fisso al punto da rimanere immobi­le ed estatico. Il suo inserimento nell'eterno non gl'im­pedisce di rimanere in modo reale e attivo nel tempo. La Visione Beatifica di Dio beatificherà pienamente an­che il nostro corpo, senza però bloccarlo in una condi­zione nella quale la corporeità materiale non avrebbe più espansione e senso. Per questo gli Apostoli, i Santi Padri, i Dottori della Chiesa, dopo aver messo in evi­denza la felicità primaria del Paradiso, descrivono pu­re le bellezze e i godimenti sensibili del corpo risorto e cioè la felicità secondaria del Paradiso che, per esse­re noi immersi nella nostra esperienza terrena, ci col­pisce e ci attira di più.
Quindi, nonostante che la felicità essenziale del Pa­radiso sia quella primaria (cioè la visione beatifica di Dio), non bisogna sottovalutare quella secondaria ri­chiesta dai sensi del corpo risorto, come sono soliti fa­re coloro che, con un certo dissimulato disprezzo, vi accennano di passaggio. Eppure la felicità corporale, oltre ad avere la sua importanza, è quella che fa sem­pre più effetto sulla gran maggioranza del popolo, po­co abituato alle sublimi astrazioni della Visione Beati­fica; è quella che noi comprendiamo meglio e che ci at­tira di più. Per tale motivo, prima di parlare della Vi­sione Beatifica, parleremo della felicità corporale che godremo in Paradiso col nostro corpo risorto.
Ad evitare però le fantasticherie e le esagerazioni che potrebbero far consistere il Paradiso in una conti­nuazione delle nostre baldorie terrene, o che potreb­bero falsificare il vero Paradiso col paradiso sensuale di certe religioni, è opportuno far notare fin d'ora che i corpi risorti dei Beati non avranno più la vita anima­le e vegetativa come su questa terra, e che perciò non ci sarà più la concupiscenza carnale da soddisfare; non ci sarà più fame e sete; saranno sospese per sempre la funzione generativa, la funzione nutritiva e quella del ricambio. Le secrezioni interne ed esterne delle nostre molteplici ghiandole, dalle quali deriva la maggior par­te degli stimoli animaleschi, saranno eliminate del tutto - come ci insegna S. Tommaso d'Aquino - per cui sa­rà impossibile ogni passione, ogni emozione con rela­tiva modificazione organica.
Ma allora - si potrebbe chiedere - a un corpo ri­dotto così cosa resta per godere sensibilmente? A pri­ma vista sembrerebbe poco o nulla. Invece la realtà è completamente diversa, perché il corpo risorto sarà ca­pace di godimenti sensibili immensamente di più di quando era sulla terra. Quaggiù infatti il godimento na­turale è limitato, passeggero, e sempre misto ad ama­rezze per la sua poca durata, per la stanchezza che pro­voca, per i sacrifici richiesti dal suo godimento.
In Paradiso invece il godimento soprannaturale esclude ogni minima sofferenza, contiene ogni gioia e soddisfa ogni nostra aspirazione, ogni nostro deside­rio, totalmente ed eternamente.
È giusto che in Paradiso abbia la sua felicità non solo l'anima, ma anche il corpo, perché sulla terra l'uo­mo soffre con tutto il suo essere, anima e corpo, quin­di è giusto che in Paradiso il Beato goda con tutto il suo essere, anima e corpo.
Come sulla terra il corpo fu per l'anima strumento di sofferenza, privazione, mortificazione, ecc., così in Paradiso il corpo sarà per l'anima strumento di gioia, di godimento. Perciò la felicità del Paradiso, oltre alla Visione Beatifica, contiene pure il godimento sensibi­le del corpo. Quindi il Paradiso, per saziare pienamen­te tutto l'uomo (anima e corpo) deve essere provvisto pure di tutte le bellezze, di tutti gli splendori e di tutti i godimenti possibili.
Fino al giorno del Giudizio Universale, i Beati, non avendo ancora i corpi, avranno in Paradiso una vita sol­tanto spirituale come gli Angeli; ma, dopo la resurre­zione dei corpi, i Beati ritorneranno a vivere anche la vita corporale sensitiva.
I corpi risorti, pur rimanendo sostanzialmente gli stessi della terra, saranno rinnovati e integrati nella loro perfezione naturale; saranno arricchiti di doni pre­ternaturali e saranno rafforzati, potenziati dall'influs­so della gloria celeste, così che la vita del Paradiso sa­rà di assoluta impeccabilità, di perfetta santità, di tota­le ed eterna felicità.
Inoltre, come già accennato, in Paradiso la capaci­tà di godimento del corpo risorto, sia per la vivezza del­le gioie e dei godimenti sensibili, sia per la loro intensi­tà, sia per il loro numero, sia per la loro inesauribile varietà, sarà senza alcun dubbio smisuratamente supe­riore alla capacità di godimento che aveva sulla terra.
Nel disegno di Dio l'uomo e le cose materiali sono così dipendenti l'uno dall'altro e così ordinati l'uno al­l'altro che è assurdo concepirli separati dopo la resur­rezione finale. Infatti se la felicità eterna fosse tutta spirituale, essa non sarebbe più umana perché l'uomo è composto essenzialmente di spirito e di materia, di anima e di corpo. Perciò l'intero universo materiale è destinato a divenire in eterno l'ambiente effettivo e reale del Paradiso per l'uomo glorificato.

Chi è venuto dall'aldilà?
(«Io sarò alle tue spalle a proteggerti») Rachelina Ambrosini, una ragazza di eccezionale bontà, moriva il 10 marzo 1941 a soli 15 anni e 8 mesi. Dopo la morte continuò a farsi viva. Ecco alcuni episodi. Umberto Mirra da Campanarello (Avellino), nel 1941 è alle armi, si ammala di polmonite e viene condotto all'ospedale di Salerno. Una notte gli appare Rachelina vestita tutta di bianco e gli dice: «Non aver paura, stai già bene e fra poco andrai a vedere la tua famiglia». La predizione si avverò pienamente. - Lo stesso anno il Mirra è trasferito dalla Sicilia all'alta Italia per prepa­rarsi ad andare in Russia. Una notte gli appare di nuo­vo Rachelina e gli dice: «Non aver paura, per te c'è chi ci pensa; parti contento; tornerai sano e salvo». In Rus­sia, nel 1942, sta per iniziarsi un'azione bellica e Um­berto è molto preoccupato. Rachelina gli appare la ter­za volta: «Perché sei così malinconico e hai tanta pau­ra? I Russi sono già andati via; tu e i tuoi compagni an­date senza timore. Già te lo dissi che tornerai a casa sa­no e salvo». E infatti - conclude la relazione - sono tornato a casa mia».
A Domenico Colantuoni, soldato a Cava dei Tirre­ni, e disperato perché deve partire per la Sicilia, la «san­tina», come egli la chiama, batte sulla spalla - mentre in pieno giorno si è addormentato - e gli dice: «A che pensi? Su, su, non preoccuparti che io sarò alle tue spal­le a proteggerti». Infatti invece che in Sicilia viene man­dato a Salerno. Qui per un po' le cose vanno bene, ma poi incominciano i bombardamenti e i pericoli.
Una notte, mentre dopo una delle solite incursio­ni, il Colantuoni prende un po' di sonno, torna Racheli­na. Altro che festa con quella musica! E lei a insistere: «Stai contento che io ti proteggo».
Di lì a un po' arriva il sergente e gli ordina di anda­re con altri a tagliare dei rami d'albero per mascherare un po' le tende. Colantuoni si alza e obbedisce. Mentre ritornano, ecco gli aeroplani nemici, i compagni cerca­no rifugio sotto un'altra ripa; Domenico, senza saper per­ché, rimane distaccato da loro e si arrangia come può. Cade una bomba: quelli che sono sotto la ripa vengono travolti, Colantuoni rimane completamente illeso -.
Antonio Villani narra, sotto vincolo di giuramen­to, il seguente episodio: «Nel 1942, trovandomi nello spaccio cooperativo del mio reggimento (4 carristi), udii un collega di armi raccontare quanto appresso. Trovan­domi accampato in località esposta alle offese del ne­mico, una notte, mentre riposava, gli appare una giovi­netta e gli dice di allontarsi da quel luogo perché vi sa­rebbero cadute delle bombe. Il soldato non dette impor­tanza e continuò a dormire. Una seconda volta compar­ve la fanciulla che gli ripeté con insistenza di allonta­narsi di lì e mettersi in salvo se non voleva rimanere ucciso. Il soldato, impressionato, avvertì i compagni, ma questi scoppiarono a ridere e lo motteggiarono, per cui anche egli, sebbene con l'animo turbato, rimase sotto la tenda con loro. Ed ecco che l'apparizione ritorna per la terza volta e gli dice: «Non vuoi proprio salvarti? Io ti confermo, che fra pochi minuti il campo sarà bom­bardato». Allora il sodato, sgomento, le domandò: «Ma tu chi sei?». L'apparizione rispose: «Sono Rachelina Am­brosini, figlia del Dott. Alberto». Il suo aspetto era di un angelo. Il soldato si alzò di scatto esclamando: «Chi mi vuol seguire, mi segua, e uscì dalla tenda seguito da altri due soldati. Gli altri rimasero. Ma non erano tra­scorsi che pochi minuti quando apparecchi nemici ro­vesciaraono sul campo proiettili d'ogni calibro seminan­dovi la distruzione e la morte» (I. Felici - Il volo di un Angelo - Ediz. Paoline).

Capitolo III
IL PARADISO È FELICITÀ ASSOLUTA
Il Paradiso, oltre ad essere felicità somma dell'a­nima, sarà pure felicità somma del corpo.
La felicità assoluta consiste nell'assenza di qualsia­si male e nel possesso di ogni bene desiderabile. Que­sta felicità assoluta si realizza esclusivamente in Pa­radiso, perché su questa terra, valle di lacrime, è im­possibile.
Cerchiamo ora di applicare tale definizione al Pa­radiso. Immaginiamo con la nostra fantasia i momen­ti di gioia più viva che una persona può incontrare su questa terra: amore, ricchezza, fortune, divertimenti, soddisfazioni, onori, dignità, ecc. Immaginiamo i piat­ti più squisiti di godimenti umani che ci possono esse­re serviti. Ebbene, terminato l'elenco di essi, dobbia­mo dire che tutto questo cumulo di godimenti sarà sol­tanto l'antipasto del banchetto celeste della felicità del Paradiso.
Se noi ci accontentassimo soltanto di questo gusto­so piatto terreno, di questo cumulo di gioie e godimen­ti terreni, che abbiamo passati in rivista con la nostra fantasia, e non volessimo le portate di piaceri e godi­menti soprannaturali di dimensione divina del Paradi­so, noi rassomiglieremmo a quel tonto di Bertoldo (protagonista dell'omonimo racconto di Giulio Cesare Cro­ce e figura tipica del contadino rozzo), il quale, invita­to alla sfarzosa mensa del re, non voleva saggiare al­tro se non un piatto di cavoli lessi.
Noi, purtroppo, abituati e infatuati dei beni e pia­ceri terreni, non sappiamo concepire e desiderare beni e godimenti immensamente superiori, quali sono quel­li del Paradiso. Per esempio dire a una persona che in Paradiso non ci sarà più posto per i piaceri sessuali, significa mettere tale persona in condizione di capire ben poco una felicità priva di tali piaceri.
In Paradiso non ci sarà più la funzione del sesso, come esplicitamente ha detto Gesù. Un giorno Egli fu avvicinato da un gruppo di Sadducei, membri di una set­ta religiosa ebraica che non credeva alla resurrezione dei corpi. Costoro, per mettere in imbarazzo Gesù e met­tere in ridicolo la resurrezione, gli dicono (Mat. 22,2430): «Maestro, Mosè ha detto (Deut. 25,5-6): Se qualcuno muo­re senza figli, il fratello ne sposerà la vedova e così darà una discendenza al fratello. Ora c'erano tra noi sette fra­telli. Il primo, appena sposato, morì e non avendo discen­denza, lasciò la moglie al suo fratello. Così anche il se­condo e il terzo fino al settimo. Alla fine, dopo tutti, mo­rì anche la donna. Alla resurrezione, di quale dei sette essa sarà moglie? Poiché tutti l'hanno avuta per moglie». E Gesù rispose loro: «Alla resurrezione non si prende né moglie, né marito, ma si è come Angeli nel Cielo». In Pa­radiso dunque non ci si sposa più, ma si vive come An­geli. Questi non sposano perché, essendo puri spiriti, non hanno corpo e sesso. I Beati invece, pur riavendo in Paradiso i loro corpi con la distinzione del sesso - come afferma S. Tommaso - tuttavia non sposano per­ché la facoltà generatrice, essendo completato il nume­ro dei Beati, cesserà per sempre la sua funzione, e quindi essi vivranno nella più assoluta purezza come gli Angeli.
Dio, per la moltiplicazione del genere umano sul­la terra, (Gen. 1,27) creò «l'uomo: maschio e femmina» e pose nel cuore e nel corpo dell'uomo e della donna una forte attrazione reciproca per unirsi nel legittimo matrimonio istituito da Lui stesso (Gen. 1,28 e 2,24) «Siate fecondi e moltiplicatevi... per questo l'uomo ab­bandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua mo­glie e i due saranno una sola carne». Dio, creatore del­la natura con le sue ammirabili leggi, per incentivare la moltiplicazione degli uomini sulla terra e quindi dei Beati in Cielo, ha congiunto all'atto sessuale della fun­zione generatrice un grande piacere sensibile. Ebbene in Paradiso, ultimato ormai il numero dei Beati stabi­lito da Dio, la funzione generatrice cesserà per sempre e quindi non ci saranno più piaceri sessuali. Questi, es­sendo piccoli e brevi, non potrebbero più soddisfare l'immensa capacità di godimento del corpo risorto, per cui i piaceri sessuali saranno sostituiti da altri piaceri sensibili, molto più intensi di quelli terreni, che Dio esco­giterà per la completa felicità dei suoi figli Beati con il loro corpo risorto.
I corpi risuscitati, per essere in grado di godere eb­brezze sensibili molto più intense di quelle terrene, sa­ranno dotati di capacità sensorie molto più perfette di quelle che avevano in terra. E i Beati godranno tale cu­mulo di godimenti non con un senso solo o in una par­te limitata del corpo, come avviene sulla terra, ma con tutti i cinque sensi insieme (ciascuno alla sua maniera) e con tutte le membra del corpo insieme.
Né si dica che la Visione Beatifica di Dio supplirà abbondantemente a tutto ciò che l'uomo può desidera­re, perché la Teologia, i Dottori della Chiesa, come S. Bernardo e S. Tommaso d'Aquino, insegnano che in Pa­radiso le anime, nonostante siano felici, tuttavia sen­tono la mancanza del loro corpo, perché è esigenza insostituibile della natura umana composta di anima e di corpo, e perciò i Beati, se non dovessero più riavere i loro corpi, rimarrebbero per sempre col desiderio istintivo più potente insoddisfatto, e quindi non sareb­bero pienamente felici, il che non può ammettersi in Cielo.
Inoltre se i Beati dovessero godere soltanto spiri­tualmente con l'anima e non col corpo, la resurrezio­ne di quest'ultimo sarebbe del tutto inutile, e Dio non fa cose inutili. Egli non ci ha creati puri spiriti come gli Angeli, ma composti essenzialmente di anima e di corpo, di spirito e materia, perciò in Paradiso godre­mo con l'anima e col corpo.
Il corpo, che su questa terra sopporta una parte notevolissima delle prove dolorose, in Paradiso ha di­ritto a una parte notevolissima del premio celeste con­facente alla sua natura.
Inoltre, se i godimenti sensibili del corpo risorto, per ricompensare i Beati delle sofferenze, dei dolori, dei sacrifici sostenuti sulla terra per restare fedeli a Dio, non dovessero non solo uguagliare, ma superare immensamente i godimenti sensibili della vita terrena, il Signore non sarebbe quell'onnipotente e quel gene­roso rimuneratore che Egli è. Perciò, Dio, infinitamente potente e infinitamente giusto, farà godere ai suoi fi­gli Beati anche col loro corpo risorto le massime eb­brezze sensibili adattate ai loro cinque sensi.
Non sta a noi suggerire a Dio per quali vie le mas­sime ebbrezze sensibili potranno insinuarsi in tutte le nostre membra gloriose e immortali; per quali vie es­se potranno permearle non in una sola parte, come av­viene quaggiù sulla terra, ma tutte quante per intero; per quali vie esse potranno colmare di felicità tutti i nostri cinque sensi, pur vivendo nella purezza degli An­geli. A noi, per intuire che i piaceri dei nostri sensi, re-
si perfetti, raggiungeranno intensità impensabili su questa terra, basta sapere che Dio rimetterà a nuovo tutto l'universo materiale per la gioia dei suoi figli beati. In Paradiso la nostra vità rassomiglierà a quella di Gesù risorto: cioè vita umana il rimo corpo risorto, quello di Gesù, causa esem­plare ella nostra resurrezione, si trattenne sulla ter­ra quaranta giorni e coloro che ebbero il privilegio di esserne testimoni, ebbero tutta la comodità di veder­lo, osservarlo, palparlo e assicurarsi che era un corpo umano realissimo, né più né meno del nostro corpo.
Gesù risorto si è mostrato proprio l'uomo che era prima, anzi più accessibile, più disponibile, più intimo ancora, per farci convinti che in Paradiso non si è me­no uomini che sulla terra. È rimasto uomo in mezzo agli uomini, riconoscibile in tutti i particolari della sua fi­sionomia.
Sulla riva del lago preparò e offrì agli Apostoli, co­me non aveva fatto mai prima, un pranzetto, sedendo­si in mezzo a loro a mangiare, dopo averli serviti.
Gesù, ritornato in vita, fu di nuovo quello conosciu­to dai suoi, e le sue abitudini umane rimasero quasi immutate: Gesù è rimasto essenzialmente Lui, proprio Lui come in terra, così in Paradiso per tutta l'eternità. E noi, ci assicura San Giovanni Evangelista, sare­mo simili a Lui, sempre con la nostra personalità uma­na come in terra, così in Paradiso. La nostra vita eter­na sarà non meno sensibile che intellettiva, non meno materiale che spirituale, non meno umana che divina o divinizzata.
Noi dunque riavremo un corpo, un corpo vero, rea­le, esteso, visibile, tangibile, palpabile, libero però da­la schiavitù limitativa e coercitiva della materia allo stato presente.
Perché allora dovremmo avere il timore di parla­re del nostro corpo risorto? Il nostro corpo umano non è stato pensato, voluto, creato da Dio né più né meno della nostra anima? E Gesù (Dio fatto uomo) non ha pre­so la natura corporea come noi?
In Paradiso la vita dei Beati sarà vita sociale: tutto un mondo di affetti e tenerezze La resurrezione dei corpi non è solo un fatto indi­viduale, ma anche sociale. Mentre la morte è una rovi­na strettamente personale, che toglie a ciascuno la vi­ta terrena e apre la porta della vita eterna, invece la restaurazione dallo sfacelo della morte, cioè la resur­rezione è un avvenimento solennissimo e universale, perché non riguarda soltanto gli uomini, ma l'intero universo.
Il Paradiso, come segnerà il trionfo dell'unione so­stanziale del nostro corpo con la nostra anima, così se­gnerà il trionfo della nostra più intima unione fraterna con tutti e con ciascun Beato. In Cieto tutti, compresi gli Angeli, saremo fratelli e sorelle affettuosissimi, figli dello stesso Padre Celeste, della stessa Madre Celeste e fratelli dello stesso Gesù.
Le nostre anime, pervase dalla stessa presenza bea­tificante di Dio, e i nostri corpi, splendenti della stessa gloria divina, agiranno finalmente con assoluta docili­tà alle operazioni della grazia senza più pericolo di pec­cato. Su questa terra i nostri corpi, decaduti dalla san­tità iniziale e guasti per il peccato originale, sentono troppo l'istinto animalesco della bestia per cui facilmen­te pecchiamo, vinti dalle passioni più basse e pericolo­se. Ma quando saremo in Paradiso, investiti e compe­netrati dalla luce purissima di Dio, anche la bellezza smagliante del nostro corpo contribuirà vicendevolmente alla nostra felicità senza offuscare minimamente la santità di ciascun Beato. Né la sensualità, né altre passioni potranno più contaminare le relazioni più vi­ve e più tenere di affetto anche tra i due sessi.

Chi è venuto dall'aldilà?
San Leopoldo Mandic è il famoso Cappuccino con­fessore a Padova, morto nel 1942. Le sue apparizioni do­po morte, numerose e ben documentate, costituiscono (come quelle degli altri santi) altrettanti indizi della so­pravvivenza. Le guarigioni istantanee di malattie orga­niche seguite in parecchi casi alle apparizioni indicano che non si tratta di allucinazioni. Ecco il racconto di una pe rsona guarita.
Il fatto che, in certe apparizioni, il Santo sia stato creduto persona corporea vivente in questo mondo, che sia stato toccato, che abbia portato oggetti fisici, fa pen­sare ad un corpo parasomatico. Ecco il caso di Teresa Pezzo:
«Ero da molto tempo affeta da gravi disturbi al fe­gato. Si tentarono varie cure, ma tutto inutilmente, tan­to che il 22 ottobre 1946, nonostante il persistere della febbre, venni sottoposta a gravissimo intervento chirur­gico di oltre tre ore. Dopo parecchi giorni passati tra la vita e la morte, mi ripresi alquanto e andai a Bovolone presso lo zio Arciprete, monsignor Bartolomeo Pezzo. Per un po' di giorni tutto andò bene, ma il 4 dicembre dovetti rimettermi a letto perché mi ritornarono fortis­simi i dolori, la febbre risalì oltre i 40, ricominciò il vo­mito quasi continuo, tanto che non potevo ritenere nem­meno una goccia d'acqua. Si aggiunse un gonfiore du­ro e voluminoso al di sopra del taglio dell'operazione; i dolori continui e acutissimi si estendevano alla gam­ba e al braccio destro. Divenni così debole che non potevo quasi più parlare. Il medico curante dichiarò che si era ritornati allo stato di prima dell'operazione e for­se peggio.
Dietro esortazione di un padre cappuccino, di pas­saggio da Bovolone, il giorno 8, domenica, cominciai la novena di Padre Leopoldo e posi una sua reliquia sulla parte ammalata. Martedì notte, mi addormentai alle 11.30. Sonava mezzanotte quando all'improvviso mi ap­parve Padre Leopoldo. Era identico alla sua immagine, ma senza stola e molto più bello. La stanza, quantun­que la luce fosse spenta, era illuminata a giorno. Il Pa­dre si avanzò sino quasi al mio letto. Tra noi due av­venne il dialogo seguente:
"Mamma! Mamma!" gridai io tra gioia e lo spavento.
"Non aver paura!" disse Padre Leopoldo. "Tu ti ac­costi tutte le mattine alla santa comunione a letto, non è vero?".
"Sì, Padre".
"Domani" continuò Padre Leopoldo mettendomi una mano sulla spalla "alle 8 vai in chiesa, ascolta la santa messa e fai la comunione, perché sei guarita. E ogni giorno dovrai recitare una corona di Gloria Patri. Questo per tutta la vita".
"Sì, Padre, anche due!".
"Brava! Tu hai sofferto molto nella tua vita, specie in questo ultimo periodo, ma questo, cara, lo troverai nella eternità! Tu devi sempre fare del bene al mondo e, se ti giungerà qualche brutto momento, dolori e ma­lattie, sopporta tutto con rassegnazione e soffri tutto per amore di Dio" .
"Padre, che grazia!".
"Quando termini la novena?". "Lunedì ".
"Allora tornerò lunedì a mezzanotte perché ho mol­te cose da dirti. Intanto ti dò la benedizione".
«Mi benedisse e scomparve dicendo: "Sia lodato Ge­sù Cristo!" ».
«Scomparso Padre Leopoldo, mi scossi. Credevo di aver sognato, ma mi trovai perfettamente guarita. Non più dolori al fegato, scomparso il gonfiore, i dolori alla gamba e al braccio, cessata la febbre.
La zia, che dormiva in camera con me, aveva senti­to tutte le parole mie, ma non quelle di Padre Leopol­do, e non aveva visto nulla.
La mattina mi alzai, scesi frettolosa le scale, men­tre il giorno prima non potevo nemmeno reggermi in piedi, andai in chiesa alla Messa delle 8, feci la santa comunione, rimasi a lungo in preghiera e poi, ritorna­ta in canonica, mangiai con un appetito formidabile sen­za sentire alcun disturbo. Ero perfettamente guarita.
Il fatto suscitò nel paese una grande impressione, perché a tutti era nota la mia dolorosa condizione, e si accese una vivissima attesa della nuova apparizione pro­messa. Gran numero di persone m'incaricarono di pre­sentare a Padre Leopoldo domande su diverse cose. Alla mezzanotte tra il 16 e il 17 dicembre, Padre Leo­poldo mi comparve di nuovo, circonfuso di luce, in mo­do da illuminare la stanza a giorno. Mi parlò di molte cose riguardanti la mia vita spirituale e mi raccoman­dò in modo particolare di pregare. Poi rispose alle do­mande che gli presentavo. Io scrivevo le risposte man mano che Padre Leopoldo parlava, e le scrivevo alla lu­ce della visione perché la lampada era spenta. La zia che dormiva nella stessa camera e un sacerdote fuori dalla porta udivano le mie parole, ma non vedevno nulla e non sentivano le parole del Padre. Appena questi scom­parve, io accesi la lampada esclamando: "Che bellezza!
Che bellezza!': Tenevo in mano il foglio che avevo scrit­to sotto dettatura di Padre Leopoldo, con la penna for­nitami dallo stesso Padre.
Mia zia mi disse poi che durante la visione cera per lei nella stanza buio perfetto, mi aveva sentito far scor­rere velocemente la penna sulla carta, ma che quando Padre Leopoldo scomparve e si accese la lampada, essa vide in mano mia il foglio scritto, ma non la penna con cui l'avevo scritto.
Rileggendo le risposte di quel foglio, rilevai una co­sa molto importante: Padre Leopoldo si lamenta quasi con tutti che pregano poco e male, e insiste con tutti che preghino di più se vogliono che Dio li benedica». Valdi­porro (Verona), 28 dicembre 1946: Teresa Pezzo.

Capitolo IV
IL PARADISO SARA’ VITA COSMICA
La redezione di Gesù Cristo riguarda direttamen­te tutti gli uomini, liberandoli dalla condanna eterna dell'Inferno e indirettamente riguarda tutto l'univer­so materiale, rimettendo a nuovo ogni cosa per la feli­cità dei Beati.
Gli uomini adesso sono abitatori soltanto della ter­ra, domani, ripieni di gloria e di felicità, abiteranno l'u­niverso intero rinnovellato.
Il Signore ci ha fatto in anticipo una promessa mol­to lusinghiera sul mondo futuro, dove siamo destinati a vivere eternamente. Ci ha infatti assicurati che rifa­rà a nuovo l'universo materiale nella massima perfezio­ne fisica per metterlo a nostra piena disposizione: sia come nostra dimora, sia come luogo di nostro diverti­mento, sia come campo delle nostre occupazioni geniali, sia come luogo dei nostri trattenimenti più svariati.
Tale promessa del Signore dà le ali alla nostra fan­tasia e al nostro cuore erché essa spalanca alle nostre aspettative, ai nostri desideri di perpetuo godimento, l'intero universo in tutta la sua estensione di miliardi di anni-luce e con lo spettacolare ammasso di miriadi di stelle.
La luce - come ci dice la scienza - percorre in un secondo 300.000 chilometri. In un secondo e frazione essa raggiunge la luna, che dista da noi 384.000 chi­lometri. In otto minuti e diciassette secondi essa rag­giunge il sole distante da noi 150 milioni di chilome­tri. In un'ora percorre 1 miliardo e 80 milioni di chilo­metri; in un giorno ne percorre 26 miliardi; in un anno ne percorre 9.490 miliardi. Mentre sulla terra l'unità di misura è il metro e il chilometro, per l'universo stel­lare l'unità di misura è l'anno-luce, cioè il percorso che la luce fa in anno: 9.490 miliardi di chilometri.
Quanti anni-luce occorrono per attraversare il dia­metro dell'universo? Molti miliardi di anni. L'universo è pieno di galassie. La galassia è un am­masso fittissimo di stelle, che ad occhio nudo appaio­no come una nebbia luminosa.
L'astronomia odierna (ho sottolineato odierna, per­ché l'astronomia di domani, con l'invenzione di mezzi più sofisticati e perfetti di esplorazioni stellari, certa­mente sarà in grado di aumentarne il numero ci dice che nell'universo ci sono più di 100 miliardi ai galas­sie, e in ogni galassia ci sono da 100 a 300 miliardi di stelle.
Se noi potessimo contare i 100 miliardi di stelle che compongono la nostra Galassia, chiamata Via Lattea, al ritmo di una stella al secondo, ci metteremmo quasi 2.500 anni. La luce per attraversare la Via Lattea im­piega 100 mila anni.
O grandezza di Dio! Il Salmo (146,4) dice: «Egli (cioè Dio) conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome. Grande è il Signore Onnipotente, la sua Sapien­za non ha confini».
Considerando queste grandezze smisurate, la no­stra mente prova le vertigini, ma nello stesso tempo ci fa ammirare l'Onnipotenza e l'Amore infinito di Dio che ha creato tutto questo universo materiale per metter­lo (dopo averlo rimesso a nuovo, perfezionato e abbellito) a nostra completa disposizione come strumento della nostra felicità sensibile.
Noi saremo i padroni dell'intero universo; padro­ni di percorrerlo tutto da un estremo all'altro, a nostro piacere, e di visitarlo in tutti i suoi angoli più remoti; padroni di spostarci attraverso lo spazio in ogni dire­zione con la velocità della luce e con la facilità con cui il corpo glorioso di Gesù salì al Cielo, senza la schiavi­tù di doverci rinchiudere in capsule spaziali e farci por­tare da razzi vettori; padroni di intrattenerci nella stella che più c'interesserà, senza più l'ostacolo di inabilità come è adesso. Saremo i padroni di casa dell'intero uni­verso nel senso letterale della parola, perché parteci­peremo in pieno della proprietà, dell'autorità e della potenza assoluta di Dio su tutte le cose.
Se poi riflettiamo che Dio farà assumere al futuro universo forme innumerevoli di perfezione e gli confe­rirà capacità sempre nuove di allietarci, indicibilmen­te superiori alle attuali, noi ci rendiamo conto di poter godere immensamente nel visitare, o abitare valli e monti, fiumi e laghi, continenti e mari, spiagge e cam­pagne, boschi e prati, giardini e parchi, ecc.
Saremo dunque i padroni dell'intero universo per­ché avremo il potere di dominare la materia senza sfor­zo alcuno e di volgerla a tutto quello che vorremo sen­za alcun contrasto: simili a Gesù che comandava alle leggi della natura da padrone assoluto.
Spazieremo nell'universo e ci occuperemo con la materia glorificata Dio, rimesso a nuovo tutto l'universo fisico, lo da­rà in uso ai suoi figli Beati, i quali vi ammireranno tutte le perfezioni sparse nelle miriadi di stelle e pianeti che popolano lo spazio sconfinato. La visita al museo cosmico dei capolavori materiali di Dio stesso certamente non sarà tanto breve!
All'uomo ancora innocente Dio aveva affidato la cu­ra piacevole del giardino dell'Eden, del paradiso ter­restre, che era fertile da sè.
All'uomo peccatore Dio ha imposto la dura fatica di lavorare la terra, ormai resa avara e ostile.
O da santo nell'Eden, o da peccatore nella terra aspra e tribolata, la sorte dell'uomo è legata al mondo della materia, con la quale è concorporeo, e quindi è logico che all'uomo glorificato rimarrà in dotazione l'u­so e il godimento della natura materiale, rimessa a nuo­vo e glorificata.
La materia perciò migliorata notevolmente nelle sue proprietà, regolata da leggi di assoluto rispetto al­la nostra integrità fisica, resa docile in tutto, sarà la­sciata interamente a nostra completa disposizione, a disposizione della nostra inventiva, come noi lasciamo i nostri bimbi a sbizzarirsi col «meccano» o con il «le­go» a costruire case, strade, ponti, aeromodelli, ecc. In Paradiso non sarà possibile annoiarsi
Quando in Paradiso non saremo più oppressi dal bisogno, non saremo più amareggiati e spossati dalla fatica, con quale interesse, con quale piacere la nostra attività sempre giovane, sempre fresca e deliziosa, si chi­nerà sulle nuove creature inferiori per agire su di loro come ideatori artistici di nuove bellezze, come armoniz­zatori inesauribili di nuovi accordi di luci, di colori, di suoni, di profumi, di dolcezze ed ebrezze, ecc.
In Paradiso conosceremo alla perfezione l'ingegne­ria genetica ed allora ci divertiremo a mettere in pra­tica le leggi del corredo genetico e quindi ci delizieremo come moltiplicatori geniali di innumerevoli forme viventi di vegetali e animali, e di innumerevoli forme di minerali. Assai meglio di Adamo nel paradiso terre­stre, ciascuno di noi nel Paradiso Cosmico sarà come un piccolo dio impegnato a riprodurre in miriadi di va­rietà, sempre più belle, le perfezioni della propria per­sona e del proprio pensiero in modo simile a quello con cui Dio, il Creatore di ogni cosa, è andato disseminan­do le immagini delle sue infinite perfezioni nell'opera colossale del creato. Chissà allora quali e quante mera­viglie noi sapremo realizzare in modo da confondere e umiliare tutte le scoperte, le trovate e le applicazioni più geniali di cui l'uomo moderno è tanto orgoglioso!
L'esercizio delle proprie capacità e attitudini de­termina in tutti l'attrattiva e la soddisfazione più gioio­sa. Quando il Signore avrà rinnovata la nostra natura
umana, dotandola di capacità fattive immensamente superiori alle attuali, non potrà condannarci all'inat­tività mortificante e all'inoperosità umiliante dei no­stri migliori talenti naturali, che son doni suoi.
Qualunque nostra attività, per tutto il Paradiso Co­smico, avrà esclusivamente il carattere e il sapore di di­vertimento, perché tutto il creato verrà posto dall'On­nipotenza divina in tale esclusiva condizione.
Pensiamo allora a tutto il mondo rinnovato dei mi­nerali, dei vegetali, degli animali, collocati tutti a un livello molto superiore di perfezione, per essere mes­so a nostra completa disposizione. Essi saranno come semplici balocchi e trastulli posti da Dio nelle nostre mani, come noi poniamo i giocattoli in mano ai nostri bambini.
Dio ci conferirà sulla natura una specie di onnipo­tenza di piccoli dei, o almeno una potenza di dominio molto maggiore di quello esercitato, e purtroppo per­duto troppo presto, da Adamo. E allora anche noi, come Gesù in terra, potremo comandare alle forze della natura, arrestare venti, placare il mare, moltiplicare i beni con una semplice parola. Saremo dunque i pa­droni dell'universo, perché avremo in mano il potere di dominare senza sforzo la materia e volgerla a nostro pia­cere a tutto quello che vorremo.
Inoltre va tenuto presente che l'infinita Sapienza e Onnipotenza di Dio non si è affatto esaurita nella crea­zione e nell'assetto attuale del mondo materiale.
Dopo il Giudizio Universale, Dio riorganizzerà tut­to l'universo materiale adattandolo allo stato glorioso dei Beati, e per tutta l'eternità certamente non gli man­cheranno mai altre trovate per scamparci, se ce ne fos­se bisogno, dai tentacoli della noia. Certamente non mancherà a Dio la Sapienza e la Potenza di creare nuovi elementi naturali e nuovi corpi fisici; disporre e fissa­re nuove leggi di equilibrio delle forze esistenti; varia­re le proprietà della materia sia negli elementi che nei corpi, sia nelle loro strutture molecolari come nelle lo­ro configurazioni, tanto nel regno animale quanto in quello vegetale e minerale.
Senza dubbio Dio Creatore è in grado per tutta l'e­ternità di metterci dinanzi, di volta in volta, sempre nuo­vi piani di natura, uno più interessante dell'altro, e co­sì i Beati avranno la possibilità di ricominciare da ca­po la loro esperienza in occupazioni divertenti attorno a un nuovo mondo di cose, e di esplicare le loro attitu­dini in un nuovo ordine di attività.
A tutto questo aggiungiamo che il Paradiso non avrà le dimensioni piccine di un continente, ma si esten­derà all'universo intero popolato da miriadi di Beati e da miriadi di Angeli, uno più bello dell'altro, uno più amabile dell'altro, uno più caro dell'altro, uno più me­raviglioso dell'altro.
I Beati, partecipando alla vita divina, sono presenti e operanti con Dio ovunque Egli si trovi e operi e cioè dappertutto, quindi partecipano, in qualche modo, al dinamismo universale di Dio. Nei Beati si ripercuoto­no le vibrazioni di ogni essere e di ogni vita, le pulsa­zioni dell'universo e di tutta l'eternità.
Tutto questo non è altro che l'interpretazione del­la verità rivelata: «Nell'altra vita noi saremo parteci­pi, in sommo grado, della natura divina, cioè della mas­sima potenza e della massima attività possibile sem­pre in atto.
Altro che inerzia! Altro che noia! Sarà una conti­nua attività beatificante per tutta l'eternità!

Chi è venuto dall'aldilà?
Una sera afosa di luglio, uno dei più noti professio­nisti di Milano, l'istologo A.P. (si tace il nome per vo­lontà del protagonista della vicenda) lasciò la clinica per recarsi nel suo studio. Qui visitò un'ammalata, e men­tre stava stendendo una breve relazione, entrò l'infer­miera dicendo con voce strana: Professore, c'è di là una bambina. -Andò in anticamera a vedere. «In piedi, con­tro la porta d'ingresso - narra il professore - c'era una bambina di dieci anni circa, magrolina, pallida d'un pal­lore quasi mortale e nel cui volto brillavano due occhi immensi, febbrili che si guardavano fissi. Un abitino a fiori di percalle, e due treccine brune ornate da due no­dini rossi, ma d'un rosso tanto vivo da dare fastidio. Le chiesi: "Che vuoi piccola? sei sola?..."
Mi guardò fissamente, poi con una voce del tutto imprevista, opaca, disse: - la mamma è tanto malata ! - E... dov'è la tua mamma? - In via Pioppette. - Non so perché rispondo: Vengo subito -.
Vado in studio, depongo il camice e torno in anti­camera. La bambina non c'era più. Chiedo: Dov'è an­data? - È uscita, dice l'infermiera.
Spinto da una oscura urgenza mi precipito sul pia­nerottolo. Nulla. Scomparsa. Rimango un attimo perples­so, poi un'ansia sempre più mi pervade, afferro la bor­sa, scendo, salto in macchina e vado in via Pioppette, nel quartiere più antico di Milano: Porta Ticinese. Ma lì giun­to mi accorgo che non conosco il nome della donna né il numero di casa... Come seguendo un richiamo mi infi­lo in un portone. C'è uno stambugio con una vecchia che accarezza un gatto. Chiedo se per caso nella casa c'è una donna ammalata che ha una bambina così e così. Vedo la vecchia sbarrare gli occhi e dire che sì, è la Caterina Terrani e abita al secondo piano. Salgo le scale e mi tro­vo davanti a una porta socchiusa. Non so perché, entro... Su un letto c'è una donna di una magrezza spaventosa, che ad un primo sguardo pare morta. Mi accosto, respi­ra, ma il polso è quasi nullo e il cuore batte tanto debol­mente da denunciare uno stato preagonico. Non mi per­do in congetture, faccio subito un'iniezione di adrenali­na, poi mi siedo, in attesa... Della bambina nessuna trac­cia. Guardo la donna e scopro su quel volto terreo, già bagnato dal freddo sudore dell'agonia, una parvenza di colore; vedo le palpebre vibrare, la bocca dischiudersi, la testa girare come in cerca di respiro. Mi accosto. Il pol­so ha ripreso un poco, il cuore batte più regolarmente. Provoco con breve massaggio una ripresa cardiaca.
Dopo un po' quella donna quasi morta apre gli oc­chi e mi guarda stupita. Dice con la voce appannata: Ma lei chi è? - Sono il dottore... - Sbarra gli occhi e ri­prende: Il dottore? Ma... chi le ha detto di venire qui? Sa, dottore, io sono in questo letto da ieri pomeriggio... - Aggiungo: È venuta da me una bella bambina con due treccine e un vestito a fiori, e... -
La donna spalanca la bocca, si alza sui gomiti, mi guarda con gli occhi sbarrati, atterriti... M'afferra un braccio, lo stringe, parla spasmodicamente: Lo sapevo, lo sapevo! Ho tanto pregato la Madonna che non mi fa­cesse morire senza prima aver portato la mia Marina al cimitero... Dottore venga, venga di là. -
Non so come trova la forza di alzarsi e mi trascina a una tenda... Al di là della tenda c'è una stanzetta pic­cola, immersa in un'ombra cupa, appena rischiarata da una candela. Su un misero giaciglio è stesa, nella im­mobilità della morte, una bambina dall'apparente età di dieci anni, dalle treccine brune ornate da due nastri rossi... Mi chino per guardarla bene. È lei, la bimba che è venuta nel mio studio. La guardo senza essere nem­meno spaventato; mi sento schiacciato dal senso oscu­ro del mistero. Avverto il mormorìo della madre: Ma­donna santa, grazie per aver ascoltato le mie parole. La mia bimba mi ha salvato. Io non so come ciò sia avve­nuto. - Poi si volge a me e dice: Dottore, quando ieri è morta la mia Marina, io ho avuto un colpo al cuore e, dopo averla composta, sono caduta su quel letto. Ca­pivo che stavo morendo e mi disperavo, sola com'ero, per non poter fare ciò che era necessario per la mia bam­bina. E pensavo: O se la mia Marina fosse viva in que­sto momento. Adesso lei, dottore, è qui e... - S'inginoc­chia, si raggomitola e comincia a piangere tutte le la­crime del suo disperato dolore e della sua gioia incon­cepibile.
Sono passati parecchi anni. Caterina Terrani, an­cora vivente, è terziaria presso un convento alla perife­ria di Milano. Per quanto riguarda una spiegazione al fatto, io dico che si tratta di un autentico miracolo... - (Da «Raggio di sole», Luglio-Agosto 1967, dell'Unio­ne Cattolica Ammalati).

Capitolo V
ASPETTIAMO NUOVI CIELI E NUOVA TERRA
Nuovi cieli e nuova terra
La Redenzione di Gesù Cristo si estende all'univer­so intero. Verrà un giorno nel quale tutto il cosmo sen­sibile sarà trasformato in meglio per essere messo a piena disposizione dei Beati per i quali è stato creato. L'universo fisico contiene già tante meraviglie, eppu­re il meglio della creazione materiale deve ancora ve­nire. Vediamone le ragioni.
La Rivelazione ci dice che, al termine della storia umana sulla terra, Gesù Cristo farà la sua comparsa finale in mezzo al capovolgimento totale dell'universo. Il Regno di Dio si deve estendere a tutto il cosmo per tutta l'eternità. Quindi ci sarà una rinnovazione fisica e morale dell'universo. Ci sarà l'avvento di un ordine nuovo nelle relazioni tra Dio, gli uomini e le cose. La parola di Dio (Is. 6,22) dice: «I nuovi cieli e la nuova terra che io farò dureranno per sempre davanti a Me». Questa grande promessa, rievocata e riconfermata spesso nel Nuovo Testamento, è troppo sobria per con­sentirci di costruire fatto per fatto una cronaca di que­gli avvenimenti impressionanti, però è abbastanza esplicita e precisa per darci la speranza sicura e con­fortante dell'avveramento della divina parola.
Gesù la chiama (Mt. 19,28) «rigenerazione» (in gre­co «palingenesi») - S. Pietro (At. 3,21) la chiama «re­staurazione universale» - San Paolo la chiama di vol­ta in volta « riconciliazione - ricapitolazione - liberazio­ne» - S. Giovanni la presenta come «nuova creazione». In pratica indicano sempre la stessa cosa e cioè che il completamento della Redenzione, sostanzialmente compiuta, non è stata ancora applicata tutta e a tutto l'universo. La promessa divina ce lo garantisce con l'as­sicurazione che un giorno creerà «nuovi cieli e nuova terra» per sempre.

La fine violenta dello stato fisico attuale
La scienza afferma che la natura fisica, poiché le energie fisiche del cosmo si vanno esaurendo, va ver­so una fine, però ancora molto lontana, ma dice pure che il mondo potrebbe finire da un momento all'altro bruscamente o per uno scontro formidabile di astri e pianeti, oppure per una esplosione di energia atomica cosmica. Però come finirà realmente il mondo, la scien­za non ce lo dice.
Gesù invece ci fa sapere esplicitamente (Mt. 24,29-35) che l'universo quale si trova nello stato attua­le, finirà all'improvviso in modo da cogliere gli uomini di sorpresa e in maniera violentissima (Lc. 21,25-26):. «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla ter­ra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte».
S. Pietro riafferma nella sua seconda lettera (3,7-10 + 13): «Ora i cieli e la terra attuali, conservati dal­la medesima parola, sono riservati al fuoco per il gior­no del giudizio e della rovina degli empi... Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli con fragore passeranno, gli elementi consumati dal calore si dissol­veranno e la terra con quanto c'è in essa sarà distrut­ta... E poi, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova nei quali avrà stabile di­mora la giustizia». - S. Giovanni (Ap. 21,1+5): «Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra... E Colui che se­deva sul trono disse: Ecco, Io faccio nuove tutte le cose».
In che consisterà tale trasformazione, dice il P. Pe­sch, non riusciamo a precisarlo, però «è certo che la ri­messa a nuovo sarà tale da portare tutte le cose a quella perfezione che corrisponde allo stato glorioso dei Beati».

Ragioni della trasformazione
La riparazione operata dal Divino Redentoe si può forse dire davvero completa finché nel creato persisto­no ben visibili e tangibili le conseguenze della maledi­zione che il peccato di Adamo attirò sull'uomo e sulla natura? Certamente no. Però l'influsso della Redenzio­ne di Gesù ha già raggiunto le nostre anime, i nostri corpi e la stessa natura riconsacrandoci a Dio, tanto che S. Giovanni (1 Gv. 3,2) dice: «Carissimi, noi fin d'o­ra siamo figli di Dio (però fino ad ora non è stato anco­ra trasfigurato nulla), ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato». Quindi effetto ritardato! Infatti l'or­dine che dovrà esserci sarà tutto e solo beatifico, per­ché in esso, come attesta la parola di Dio (Ap. 21,4) «non ci sarà più la morte, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate».
S. Paolo (Rom. 8,19) ci presenta l'attesa di tutto l'u­niverso per i nuovi cieli e la nuova terra: «La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa, e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo infatti bene che tutta la creazione (minerali, vegetali, animali) geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto, essa non è la sola, ma anche noi, che posse­diamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro cor­po». Un po' di spiegazione. San Paolo per riuscire più efficace nella sua esposizione attribuisce alla natura in­feriore una coscienza di pena e dice: «come noi gemia­mo di essere soggetti alla legge della sofferenza così tut­ta la natura geme di essere sottoposta al deperimento. La natura è vittima di una colpa non sua; geme di que­sta lotta continua degli elementi tra di loro, geme di que­sti urti vicendevoli delle forze selvagge che tanto male infliggono all'uomo, geme del continuo consumarsi e pe­rire di tante forme di viventi: è « la schiavitù della cor­ruzione»! Però questa schiavitù è temporanea, perché un giorno l'intera natura verrà restaurata per prende­re parte alla libertà gloriosa che l'uomo riconquisterà.
Ora che la Redenzione, già in parte avvenuta, ha rimesso l'uomo nella condizione di figlio di Dio, quel­la speranza si è riaccesa più che mai, e la natura, nel­l'attesa sospirosa della manifestazione anche sensibi­le della realtà dei figli di Dio, soffre dolori come di par­toriente.
Dolori perciò non di morte e di annientamento, ma di rigenerazione a vita più piena e più lieta. La natura sensibile irrazionale è chiamata ad essere non sempli­ce spettatrice, inutilmente invidiosa, ma partecipe e col­laboratrice amorevole della nuova vita dei figli di Dio.

Festa eterna
Ecco il perché dei nuovi cieli e della nuova terra! Non sarà un cambiare assetto all'universo solo per il gusto capriccioso della novità, ma restaurarlo per dar­gli un abbigliamento sfarzoso per la festa eterna dei Bea­ti che sta per incominciare! L'inizio di tale festa ci è de­scritta da S. Giovanni al principio dei capitoli 19 e 21 dell'Apocalisse, i quali si riferiscono espressamente alla inaugurazione finale del Regno Celeste nella perpetua felicità.
(Apoc. 21,5): «Colui che sedeva su trono disse: Ec­co, faccio nuove tutte le cose!». Queste parole signifi­cano che tutte quante le cose (minerali, vegetali, ani­mali) inizieranno un'esistenza nuova nella propria na­tura trasformata. Restaurato l'universo nuovo, Dio vi collocherà la grande famiglia dei suoi Beati, la quale, fino a quel momento, sarà rimasta appartata lassù nel «Cielo dei cieli» con Lui. Comunicherà loro la sua stessa padronanza sulle cose e verrà Egli stesso ad abitare con loro, come appunto precisa l'Apocalisse aggiungendo: « Vidi la Gerusalemme nuova che scende dal Cielo (la sposa che sta con lo Sposo nel Cielo dei cieli, scende da lì per insediarsi nell'universo nuovo, quale regina che partecipa della regalità dell'Agnello suo Sposo)... E udii una gran voce proveniente dal trono che diceva: Ecco la dimora di Dio con gli uomini».
Questo viene confermato anche da S. Paolo (Ef. 1,10 - I Cor. 15,24). Perciò l'idea essenziale della fine del mondo, descritta da S. Paolo e da S. Giovanni, è che l'universo, una volta che si è liberato dalla schiavitù del­la corruzione, si vestirà a festa per prendere parte alle nozze dell'Agnello e alla libertà gloriosa dei figli di Dio (Rom. 8,21).
Il cosmo, venuto degradandosi fino all'estremo per la colpa dell'uomo, sarà rimesso a nuovo, perché l'o­pera redentrice di Gesù Cristo abbraccia tutto: l'indi­viduo, la società o collettività, l'universo.

Conferma teologica
San Tommaso (Suppl. 90-Q.a,i) spiega che il rinno­vamento dell'universo è richiesto dallo stato in cui ci troveremo noi: «Non è la natura inferiore (minerale, ve­getale, animale) che meriti propriamente tanta gloria, ma è l'uomo che merita la glorificazione dell'universo. L'abitazione deve essere conveniente, adatta ai suoi abi­tanti. E siccome il mondo è stato fatto per essere l'abi­tazione dell'uomo, gli deve essere conveniente, adatto. Alla resurrezione l'uomo sarà rinnovato, dunque anche il mondo deve essere rinnovato per soddisfare i deside­ri dell'uomo».
Il P. Pession, nella sua opera «Le Paradis», al ri­guardo scrive: «O uomo, apri gli occhi e contempla lo spettacolo della natura; apri le orecchie e ascolta la vo­ce delle cose che ti dicono: noi siamo nella prova come te. Il nostro destino è di servirti e istruirti affinché tu pervenga alla gloria dei figli di Dio. Ma quando il tuo corpo sarà resuscitato, esso darà il segnale di una spe­cie di resurrezione di tutto quanto il regno della mate­ria. Allora anche noi avremo raggiunto il nostro ulti­mo fine, perché saremo glorificati per servire in modo conveniente te, figlio glorioso di Dio. Come al presen­te, per servire te, figlio di Dio, messo alla prova, siamo sottoposti alla prova in mille modi, perché, creati per servire te, noi non possiamo avere un trattamento mi­gliore del tuo; ma quando tu sarai come una specie di divinità, noi pure, in vista di te, saremo nobilitati e par­teciperemo della tua libertà e della tua gloria». Nel nuovo ordine cosmico sussisteranno vegetali e animali?
P. Pesch, grande teologo, ci assicura che non c'è nulla contro la fede né contro la ragione pensare il Paradiso popolato di piante e di animali. Infatti, tolti i re­gni vegetale e animale, gran parte del disegno sapien­tissimo del Creatore scomparirebbe. Quante perfezio­ni create, sorgenti di deliziosissime compiacenze per noi, ci verrebbero sottratte e che noi potremmo rim­piangere. Anche Adamo nel paradiso terrestre era co­stituito, prima della caduta, in uno stato di incorrutti­bilità e immortalità, eppure si muoveva in un ambien­te affollatissimo di animali e vegetali deperibili.
Inoltre nel passo citato di S. Paolo (Rom. 8,19-21) è detto «l'intera creazione geme, soffre... anela alla ma­nifestazione dei figli di Dio». È detto espressamente che questa creazione verrà affrancata dalla corruzione non per ripiombare nel nulla, ma per partecipare alla liber­tà della gloria dei figli di Dio. Inoltre se è detto che «l'in­tera creazione geme... anela alla manifestazione dei fi­gli di DIO», questo significa che nell'universo restau­rato ci saranno non solo i minerali, ma anche i vegetali e gli animali, certamente in forme migliori.
Nella sua visione del Paradiso, S. Giovanni ha vi­sto anche delle piante, e il Profeta Isaia scorge nel Re­gno glorioso del Messia anche animali mansueti.

La trasfigurazione finale dell'universo sarà fisica e morale
Basta leggere le parole con le quali viene annun­ziata la fine del mondo da Gesù, da S. Pietro e da S. Paolo, per vedere subito che la catastrofe del cosmo e la sua restaurazione saranno realtà fisiche.
La nostra esistenza su questa terra è una lotta con­tinua per sopravvivere e finiamo sempre per avere la peggio e soccombere alla morte. Nello stato presente vediamo che tante forze opposte si urtano e cozzano con tanto pericolo e danno dei viventi. Il disordine pro­vocato dal peccato, che attirò la maledizione di Dio an­che sulla natura inferiore, è molto evidente. Perciò la riparazione di Gesù Redentore non potrà dirsi comple­ta fino a quando l'uomo non sia ritornato a vivere in un ambiente di natura amica, almeno come nel para­diso terrestre.
La Santità infinita di Dio è incompatibilmente in­sofferente di ogni più piccolo sentore di colpa di cui possa essere rimasta impregnata la creazione fisica. Sa­rà dunque necessaria una ripulitura radicale che avver­rà, come dice S. Pietro (2Pt. 3,10) per mezzo del fuoco. S. Giovanni (Ap. 12,7) parla di un enorme combat­timento svoltosi nelle regioni dei cieli tra le forze del bene e quelle del male. San Michele e Lucifero con i rispettivi eserciti si scontrano con estremo accanimen­to. Naturalmente prevale il partito di Dio. Gli spiriti malvagi debellati vengono cacciati da tutto il cielo e buttati sulla terra. Essi sono furibondi per la sconfit­ta subita, perché sanno che stanno per essere raggiun­ti dalla giustizia di Dio che li chiuderà nell'inferno. Quindi non solo la terra esige di essere purificata dalla profanazione delle colpe umane, ma anche l'universo extra-terreno dalle infestazioni degli spiriti ribelli. San Paolo chiama appunto Satana (EF. 2,2): Il principe che regna nella regione dell'aria».
Tutto questo perché nel disegno di Dio l'immola­zione del Divino Agnello non ha soltanto lo scopo di sal­vare l'uomo dall'inferno, ma anche di ricostruire nel­l'intero universo il regno indisturbato di Dio, rovescia­to tanto dal peccato dell'uomo quanto da quello degli angeli ribelli.
Lo stato fisico attuale della terra e dell'universo scomparirà per sempre e riapparirà tosto vestito a fe­sta per la celebrazione del trionfo eterno dei Beati.

Chi è venuto dall'aldilà?
Il mattino di giovedì, 2 aprile 1985, moriva a Ro­ma, nel Convento dei Frati Minori in Via Merulana, Pa­dre Emanuele Chiettini, Frate di santa vita.
Alle 10 di quel giorno egli è atteso invano al suo con­fessionale. Viene ricercato, non si trova. Si telefona al Monastero delle Clarisse di Via in Selci, dove da 38 an­ni era solito celebrare la S. Messa di buon mattino. Si risponde che anche quel giorno il Padre Emanuele ave­va già celebrato il Sacrificio Eucaristico e poi era an­dato via.
Dopo diligente ricerca, Padre Chiettini viene trovato morto in un recondito angolo di un corridoietto pochis­simo frequentato, chiamato «delle botteghe oscure».
L'indomani va a celebrare la S. Messa, al posto del defunto, il Padre Alessio Benigar che trova le Suore ad­dolorate per l'improvvisa scomparsa di P. Chiettini.
Dopo la celebrazione della Messa, Suor Celina, Ab­badessa del Monastero, riferisce al Padre Alessio che cir­ca le 9.15 del giorno precedente, mentre si trovava nel­la sua cella, fu colpita come da un lampo improvviso, quasi un flash fotografico, accompagnato da un lieve scatto. Alla sua richiesta del significato di quel segno, Padre Alessio disse a lei e alle Suore: «Non piangete, non siate tristi! Padre Emanuele è vivo, è felice! L'ho visto io tutto luminoso con questi miei occhi, così come ora vedo voi. Non ho mai visto nulla di simile in vita mia! Mi ha detto: "Sono felice!" ».
Padre Emanuele Chiettini era già in Paradiso. (Dall'Osservatore Romano del 4 maggio 1985).

Capitolo VI
VACANZE ETERNE
Il nome di «vacanze» al Paradiso è stato dato da S. Agostino, quando scrisse che in Paradiso «vacabimus - faremo vacanza», cioè saremo liberi.
L'impiegato, l'operaio chiama le vacanze «ferie» e le trova deliziose perché, continuando a percepire lo stipendio, ha la facilità di viaggiare e divertirsi. Esse­re liberi dalla schiavitù dell'orario, dell'occupazione ob­bligatoria, dal lavoro faticoso e noioso! Vivere lonta­no da quell'ufficio di responsabilità, da quella stanza angusta, da quel cantiere assordante, da quella mac­china che non si ferma mai! Che sollievo, che gioia!
Per lo scolaro le vacanze significano libertà dalle lezioni da frequentare, dai compiti da fare, dagli esa­mi da preparare, ecc. e poter attendere liberamente al giuoco, che bellezza!
Ebbene il Paradiso sarà la vacanza senza fine, li­bertà da tutto quello che ci è causa di pena, di soffe­renza, di noia, di disagio, di fastidio, d'inciampo.

Liberi dalla tirannia della sofferenza
Chi è che non condivide in pieno il lamento del sof­ferente Giobbe (14,1): «L'uomo pur vivendo poco tempo, è colmo di ogni male!». Quante malattie! Quanti do­lori! Quante sofferenze! Il caldo, il freddo, l'umido e il secco, il moto e la sedentarietà, il lavoro fisico e quel­lo intellettuale, lo stesso divertimento diventano spes­so causa di malattie e di sofferenze. Quanti dolori e sof­ferenze negli ospedali! Quanti dolori e sofferenze con le rivoluzioni, le guerre, le inondazioni, gli uragani, i terremoti! Dio vede tutto questo cumulo di sofferen­ze? O forse è impotente a difendere coloro che ama tan­to e che ha elevati a suoi figli adottivi? Il dolore è un grande mistero che noi non riusciamo a decifrare, ma che dobbiamo accettare con umiltà, con pazienza e sot­tomissione ai disegni di Dio. Egli ci ha creati per la fe­licità, ma il peccato di Adamo ha introdotto nel mon­do la sofferenza e la morte: la terra da valle di gioia si è mutata in valle di lacrime. Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, si fece uomo, morì sulla croce per redimerci dal peccato e riacquistarci il Paradiso. Per realizzare que­sto scelse la via della sofferenza, insegnandoci così che la sofferenza è condizione necessaria per purificarci, santificarci e salvarci.
Quale ebrezza di gioia sentiremo allora quando, con assoluta certezza, ci sarà detto (Apoc. 21,4): «Luc­tus non erit amplius - il dolore è cessato per sempre». Fratello, sorella, che, chissà da quanto tempo, siete in­chiodati in un letto o in un seggiolone di torture, ab­biate fede nella parola di Dio: la vostra tristezza si cam­bierà in gioia. Senza più bisogno di diete o di ricosti­tuenti, di degenze o di assistenze, di cure, di iniezioni o di operazioni; senza più bisogno di precauzioni, di at­tenzioni e di astensioni, godrete la salute più completa e assoluta, possederete il pieno uso di tutte le vostre membra, senza più pericolo di ricadute. Quando la fe­licità eterna entrerà in noi, che cosa dovranno appa­rirci questi cumuli di sofferenze terrene viste alla distanza di milioni e miliardi di anni di assoluto gode­re? Null'altro che dei ricordi insignificanti.

Liberi dalla tirannia del peso
Per poter rimanere sulla superficie della terra c'è di bisogno della legge di attrazione o gravità, la quale impedisce che la terra, nella sua corsa vertiginosa at­traverso lo spazio, ci proietti fuori nel vuoto. Il peso del nostro corpo, come di tutte le cose materiali, dipen­de da questa legge fisica provvidenziale. Nessuno pe­rò ignora di quanti fastidi e guai essa sia pure sorgen­te. Quante cadute, alle volte mortali! Quante fratture! Esse non sono altro che conseguenze della violazione della legge di gravità.
Di quanto ingombro ci è il nostro peso corporeo e quanto sforzo esige quando dobbiamo superare del­le distanze! Senza il soccorso dei mezzi di trasporto è ben poca la strada che riusciamo a percorrere con le sole nostre forze. Orbene immaginiamo la grande gioia che avremo quando in Paradiso sentiremo che il nostro corpo avrà perduto ogni peso, molto di più degli astro­nauti in orbita. Questi infatti trovano delle difficoltà nei movimenti che fanno, mentre noi in Paradiso ci spo­steremo con la massima velocità senza sentire alcuna difficoltà nei movimenti, e senza che le forze corporali si affatichino e consumino. Noi potremo lanciarci, sen­za alcun pericolo, attraverso l'intero universo con la velocità del pensiero perché Dio donerà ai corpi glo­riosi due doti, la sottigliezza e la leggerezza. In virtù del­la sottigliezza i Beati, senza incontrare alcuna resisten­za, potranno attraversare i corpi anche più solidi, co­me il raggio di luce attraversa il vetro, come il corpo glorioso di Gesù attraversò la pietra sepolcrale e la por­ta del Cenacolo, che erano chiuse. Non esisterà più al­cun sbarramento capace di fermarli.
In virtù della leggerezza i Beati saranno liberi di spostarsi da un estremo all'altro dell'universo senza compiere il minimo sforzo. Questa sarà una delle gioie sensibili del Paradiso, come quaggiù è una gioia poter viaggiare e contemplare tante bellezze create. Però i pa­norami del Paradiso, riservati in premio ai Beati, sa­ranno ben più meravigliosi e seducenti di quelli terre­ni che sono destinati indifferentemente ai giusti e ai peccatori.
Chissà quante volte, vedendo sfrecciare gli uccelli per l'aria, avremo invidiato le loro ali. Rallegriamoci! Senza bisogno di ali o di macchine volanti, portati uni­camente dal nostro desiderio, potremo solcare in eter­no l'intero universo in qualunque direzione e, liberi na­vigatori dello spazio, potremo approdare a piacimen­to in qualunque isola di luce, sperduta nelle profondi­tà anche più lontane dell'oceano stellare. Che ebbrez­za ci daranno questi voli felici attraverso lo sconfina­to cosmo senza molestia di sorta!

Liberi dalla tirannia dello spazio
La storia umana è intessuta da frequenti contra­sti, dovuti in gran parte alla ristrettezza dello spazio che ci accoglie sulla terra e sentita come insufficiente a sopperire alle proprie necessità e aspirazioni. Dalla lite di due agricoltori che si contendono un palmo di terra, alle guerre sanguinose per la conquista di nuo­ve regioni, la lotta per lo spazio vitale non manca mai. Ma nel Paradiso tutto cambia. Nella vastità sconfina­ta dei cieli non c'è più bisogno dello spazio vitale. Che bella cosa sarà vivere ciascuno a suo agio e spostarsi con assoluta indipendenza dagli altri.
Sulla terra, a causa delle distanze, quanti disagi si soffrono nonostante che la scienza e la tecnica ci hanno forniti mezzi sempre più rapidi per spostarci; mez­zi sempre più facili e perfetti di telecomunicazioni, fi­no a udire la voce dei nostri cari al telefono ecc. Rima­ne tuttavia il fatto irrimediabile di dover trascorrere ore ed ore della nostra giornata lontano dai nostri ca­ri, perché occupati nell'attività dell'ufficio, del nego­zio, del campo, dell'officina, della scuola... Tutto que­sto blocca spesso a lungo la più soave delle nostre aspi­razioni: vivere accanto ai nostri cari, cuore a cuore!
Avidi di conoscere il grande regno della natura, de­siderosi di ammirare le meraviglie disseminate dovun­que, dobbiamo pur fare i conti con le distanze che ce ne separano e che più o meno ostacolano o ritardano i nostri spostamenti. Ma nella vita beata del Paradiso di quali impedimenti potranno esserci le distanze, se saremo dotati della facoltà di spostarci con la velocità del pensiero? Il cammino di secoli e millenni che im­piega la luce, la più veloce degli esseri sensibili (300.000 chilometri al secondo), noi lo percorriamo in un attimo.

Liberi dalla tirannia del tempo
Tutto passa su questa terra. Il tempo vola e nella sua corsa vertiginosa porta via tutto, anche noi. Nulla di ciò che vediamo, tocchiamo, udiamo, amiamo, è du­raturo. Giorni e stagioni, anni e secoli, uomini e cose, città e imperi, tutto passa e non ritorna più! L'infan­zia coi suoi trastulli passa; la giovinezza coi suoi sogni dorati passa; l'età matura coi suoi timori e preoccupa­zioni passa; la vecchiaia con le sue ultime illusioni pas­sa. Tutto passa! Però l'opera devastatrice del tempo è molto salutare, perché la fugacità di tutte le cose deve liberare il nostro cuore da ogni schiavitù, deve disgu­starci di questa terra per innamorarci del Paradiso. Che importa che tutto passa? Il tempo scorre veloce, ma per portarci l'eternità. Scompaiono i beni terreni per far posto ai beni celesti. Termina la vita mortale perché incominci la vita immortale.
Entrati nell'eternità, vedremo stabilizzato in noi tutto ciò che continuamente ci sfuggiva sulla terra. La vita celeste ci sarà conferita come un dono definitivo, un regalo eterno.
Si succederanno i milioni e i miliardi di secoli, ma nessuno di essi ci strapperà mai un capello dal nostro capo, scaverà una ruga nella nostra pelle, rallenterà mai di un battito il nostro cuore, logorerà mai una del­le nostre forze fisiche, uno dei nostri organi, una delle nostre facoltà: «Tempus non est amplius - il tempo non ci sarà più» (Ap. 10,6).

Liberi dalla schiavitù della fatica
(Gen. 3,19): «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane». Parola del Creatore che segnò la condizione dell'uomo sulla terra piena di triboli e spine. Il lavoro quasi sempre è duro e pesante, eppure è una legge a cui ben pochi riescono a sottrarsi. E vero che oggi, nei paesi progrediti, la parte più pesante del lavoro viene fatta dalla macchina che va liberando sempre più l'uo­mo dallo sforzo penoso, lasciandogli solo il compito di controllare, al più completare l'opera. Il lavoro così è diventato arido, monotono, automatico, rigidamente calcolato in modo da sopprimere al lavoratore ogni ini­ziativa e ogni interessamento.
Alla penosità della fatica è succeduta invece la feb­bre della produzione e del guadagno: produrre sempre più e sempre meglio, per poter consumare di più. Nel mastodontico meccanismo industriale l'uomo moder­no è lanciato alla competizione più spregiudicata, che gli fa sacrificare alle esigenze economiche i valori più sacri della vita familiare, dell'educazione della prole, dell'elevazione morale e spirituale. L'idolatria del gua­dagno sferza tutti, individui e collettività.
Nonostante il progredire della tecnica, il perfezio­namento degli attrezzi da lavoro, la produzione sem­pre più abbondante di beni di consumo e la liberazio­ne dallo sforzo faticoso, la legge del lavoro è rimasta inalterata, la sua esigenza non è venuta meno. L'uomo è ben lontano dall'aver prodotto abbastanza per potersi concedere le ferie continue! Ebbene queste ferie con­tinue verranno, e, una volta cominciate, non finiranno più: saranno le vacanze eterne del Paradiso.
Con quale piacere il lavoratore assapora oggi le sue ferie, lo scolaro le sue vacanze! Ma con quale tristezza e pena ne vedono arrivare la fine! In Paradiso invece questa tristezza e pena non si ripeteranno più. Il Para­diso è tutto solo un luogo di riposo e di ricreazione, una villeggiatura gratuita ed eterna, fornita abbondante­mente di quanto al presente non sappiamo neppure im­maginare e desiderare.

Liberi dalla tirannia dell'ignoranza
Da millenni l'uomo studia con passione il grande libro di Dio, la natura, e negli ultimi decenni è stato in grado di fare passi da gigante in questa conoscenza. Le biblioteche di libri che sorgono dappertutto, le mon­tagne di riviste istruttive che si stampano ogni giorno testimoniano il profitto lusinghevole da noi fatto in ogni ramo del sapere. Non contenti più dello scibile diffuso sulla terra, siamo andati sulla luna e pensiamo di esplo­rare altri pianeti.
L'uomo può essere orgoglioso della sua scienza. Eppure gli ottusi di mente possono credere che stia­mo per toccare le vette supreme del sapere, come solo
i fatui possono illudersi di toccare il cielo col dito quan­do abbiano scalato un monte. La realtà è che a ogni nuo­va scoperta, non solo non si scoprono i confini del mon­do, ma si aprono invece dei nuovi abissi senza fondo. 1 più mortificati dall'ignoranza sono proprio i più in­telligenti e i più appassionati dello studio, perché pro­prio loro si rendon conto che le cose ignorate sono sem­pre più numerose di quelle conosciute. Oggi, poiché sap­piamo molto di più dei nostri antenati, ci sentiamo mol­to più ignoranti di loro.
Quale moltitudine di misteri ci nascondono anco­ra le viscere della terra, gli abissi del mare, le profon­dità del cielo! Più scrutiamo i cieli e più si allontanano i confini dell'universo; più indaghiamo le leggi fisiche e più scopriamo misteri insondabili; più in fondo scen­diamo nelle acque dei mari e più troviamo meraviglie insospettate. Quale mortificazione costituisce per noi la nostra ignoranza sempre più evidente!
Quanta fatica per la conquista del sapere. L'aggior­namento ai continui progressi che si vanno compien­do in ogni singolo ramo del sapere è di tale esigenza che lo studio non si può mai interrompere. A studi ter­minati ci accorgiamo d'essere già superati e di dover quindi continuare a studiare. Tirannia dell'ignoranza!
In Paradiso noi saremo liberati da tale tirannia. Da­vanti ai nostri occhi, purificati e potenziati, balzerà tut­to il mondo della creazione materiale, e lo stesso Dio!
Lo spirito umano è naturalmetne curioso e avido di sapere. Ebbene in Paradiso tutto lo scibile sarà a no­stra portata, i nostri occhi lo vedranno da sé e la no­stra mente lo comprenderà da sé, senza sforzi, senza bisogno di riflettere, ma direttamente e intuitivamen­te. Tutto è centrato in Dio, e noi, vedendo Dio, vedre­mo la nozione, l'essenza, la ragione, l'origine, la perfe­zione, la trasformazione, la proprietà, la finalità dei sin-
goli esseri e l'armonico accordarsi di tutti tra loro. Qua­le gioia leggere così, senza alcuna fatica, tutto il gran libro della natura! Contemplare svelati e lampanti tut­ti i misteri e tutte le meraviglie del regno minerale, del regno vegetale, del regno animale, dell'uomo, dell'An­gelo e, in parte, anche di Dio! Filosofi, artisti, scienzia­ti, letterati, poeti, musici, tutti i geni che si sono tortu­rati nella ricerca faticosa del vero e del bello, troveran­no, per così dire, l'eternità troppo breve per contem­plare a loro agio tutto il campo della realtà creata e della increata.
E tutti noi con loro conosceremo tutto, conoscen­do contempleremo estatici, contemplando godremo beati. Questa contemplazione sarà un movimento pe­
renne perché più conosceremo più desideriamo di co­noscere. Sarà una sazietà capace e avida di maggior­mente e continuamente saziarsi ancora. Solo in terra ci sono barriere e limiti, in Paradiso no!

Liberi dall'ignoranza di noi stessi
Noi ci conosciamo pochissimo. Troppe distrazio­ni attirano la nostra attenzine al di fuori. D'altra parte la nostra miseria morale è così evidente a noi stessi, la consapevolezza delle nostre vigliaccherie e insuccessi è così deprimente, l'impegno a nasconderci agli occhi altrui così poco geloso, che finìamo di non guardarci mai nello specchio interiore e col negare a noi stessi che quello che ci scotta troppo sia vero. Tutte le pas­sioni ci sfigurano la verità, per cui il nostro «io» è di­ventato misterioso e tenebroso.
Di quante amare delusioni e insuccessi è sorgente continua la stima eccessiva di noi stessi! Basta ricor­dare il rinnegamento di S. Pietro così convinto di po­ter affrontare qualunque prova per il suo Divino Maestro, e così pusillanime alla voce di una serva da rin­negardo per ben tre volte. Di quali e quante rinuncie, pusillanimità e mancate riuscite è sorgente ogni gior­no la sottostima che hanno di sé i timidi e gli sco­raggiati.
Però in Paradiso, rinati a nuova vita, ci troveremo immersi nella luce infinita di Dio e così il nostro io si scoprirà ai nostri occhi per quello che è in realtà. Do­vremo arrossire delle nostre vergogne attuali? No, per­ché una volta che noi siamo stati assolti dai nostri pec­cati dal Sacerdote, l'espiazione in Purgatorio divente­rà un detersivo così energico ed efficace da togliere in noi fin l'ultimo atomo di sudiciume morale: in Paradi­so si entra completamente puri e santi!
Allora per tutta l'eternità la vista di se stesso sarà a ciascuno di noi motivo di gioia immensa perché scor­geremo nitidi tutti i valori umani molto più pregevoli di tutti i valori della natura materiale. Constateremo tutti i valori soprannaturali conferitici per i meriti di Gesù Cristo e perfezionati dalla grazia divina durante tutta la nostra vita con infinita pazienza. Ci rendere­mo conto di tutta la gloria eterna proporzionata ai no­stri meriti che l'onnipotenza rimuneratrice di Dio ha realizzato in noi in Paradiso. Rimarremo come stordi­ti dallo stupore della gioia nel vedere realizzato in noi da Dio un capolavoro di perfezione immensamente più completo di tutti i capolavori elaborati dai nostri geni artistici.

Liberi dalla tirannia dell'ignoranza degli altri
Su questa terra è malsicura la conoscenza di noi stessi, ma è più malsicura la conoscenza del nostro pros­simo. Tutti siamo portati alla diffidenza e a vedere spes­so delle mire oblique anche nelle opere più sante del prossimo. Non ci conosciamo mai abbastanza. L'orgo­glio istintivo non ci lascia vedere il bene negli altri, men­tre ci dà la convinzione che solo il nostro modo di ve­dere e pensare è retto. L'invidia innata del bene altrui non ci permette di lodare, approvare, esaltare spassio­natamente la condotta e le buone opere altrui per pau­ra di eclissare le nostre. L'inevitabile difettosità uma­na che vediamo in loro, spesso molto minore o soltan­to diversa dalla nostra, per noi è sufficiente per dimi­nuire la nostra stima in persone molto più benemerite di noi. Purtroppo ci conosciamo soltanto superficial­mente, per cui quanti malintesi e continue diffidenze avvelenano tante nostre amicizie e affezioni, e amareg­giano la nostra esistenza.
Quando in Paradiso, invece, sarà perfetta la cono­scenza mutua delle nostre anime, rese sante e confer­mate nella santità, chi può dire quale intensità di ar­dore avranno allora i nostri cuori di amici e parenti? La luce chiara nella quale svaniranno tutti i sospetti, più o meno fondati, ci farà realizzare per sempre la più perfetta comprensione scambievole.
Le prove, le tribolazioni, le opere buone, ecc. ele­vano le anime alle più alte vette della santità. Ora se in Paradiso contempleremo tante meraviglie e perfe­zioni nel mondo fisico, quante più ne ammireremo nel mondo delle anime, perché Dio compie certamente i suoi mirabili capolavori nel campo spirituale. Perciò proveremo una grande gioia quando potremo vedere la storia intima di ogni anima e renderci conto dello squisito lavoro compiuto in esse dalla grazia. Così la nostra ignoranza e il nostro conoscerci imperfetto sulla terra avrà contribuito efficacemente a non guastare l'a­zione segreta dello Spirito Santo nei cuori. Scompar­sa l'eredità delle miserie umane irritanti, capiremo co­me la varietà sorprendente delle anime è condizione di armonia e sorgente di bellezza per il mondo degli spi­riti; capendolo lo ammireremo senza riserva e ne go­dremo senza invidia.

Pace e riposo
L'uomo ha sentito sempre il bisogno della pace. Ge­sù parlava della pace come di una cosa tutta sua e la metteva in opposizione alla pace del mondo (esteriore, civile, militare) e diceva (Gv. 14,27): « Vi lascio la pace, vi dò la mia pace. Non come la dà il mondo, io la dò a voi». S. Agostino dice che la pace è un vero stato di per­fezione, è il vero regno di Dio in noi. Infatti, egli dice, è pacifico colui che tiene composti tutti i moti del suo animo sotto il dominio della ragione. Colui che tiene i suoi sensi, i suoi istinti, comuni alle bestie, soggetti alla ragione. Questa a sua volta deve essere sottomes­sa a Dio: ecco realizzato in noi il regno di Dio. Questa pace fatta di perfetto equilibrio interiore, è evidente­mente dono di Dio perché è grande la felicità di perde­re il controllo dei nostri istinti, dei nostri sensi; è gran­de la difficoltà di rimettere e conservare sotto freno la nostra innata instabilità e irrequietezza, che è da sola la nemica più terribile della pace del nostro cuore. Ta­le dono della pace i Beati lo possederanno in Paradiso in grado assoluto e irrevocabile. Nella patria celeste la pace costituirà la nostra più naturale condizione di vi­ta. Uniformati alla volontà divina, non avremo più da rattristarci per il timore che il sereno dell'anima no­stra venga offuscato minimamente.
Vedremo i mali che continueranno a far soffrire i nostri cari lasciati in terra, ma li vedremo in Dio e invece di rattristarci, come facciamo ora, ne trarremo motivo di gioia, constatando di quali benedizioni, di quali gradi di santità e felicità eterna andranno debi­tori ad essi i nostri cari.
Vedremo, senza più nessun'ombra di invidia, sol­levate a grandi altezze di gloria persone con le quali ora rivaleggiamo. Vedremo forse escluse dal Paradiso persone oggi a noi molto care e la cui separazione eter­na ci sembra come una spina nel nostro cuore. Ma non è così. Pienamente coscienti dell'infallibilità del giudi­zio di Dio, dimenticheremo ben presto queste persone che si sono ostinate nel rifiuto di Dio fino all'ultimo istante della loro vita.
I mondani, immersi nei godimenti e negl'interessi terreni, non pensano alla loro sorte eterna. Se qualche volta, per un brusco risveglio della coscienza, prova­no i rimorsi del male fatto e i terrori della giustizia di­vina, cercano di stordirsi nelle cose del mondo per non sentire il pungolo della coscienza.
I buoni invece, che si sforzano di amare il Signo­re, temono per la propria salvezza. Anche se non cado­no in peccati gravi e quindi non hanno seri motivi di andare all'inferno, tuttavia essi temono molto perché sono consapevoli della propria fragilità e instabilità nel bene. Anche grandi Santi son vissuti timorosi per pau­ra dell'inferno e perciò hanno pregato molto e hanno fatto molte penitenze per garantirsi di evitarlo. Ebbe­ne in Paradiso non ci sarà più tale timore. Per chi è vis­suto trepidante a ragione o a torto, sarà una immensa gioia essere liberati da tale angosciosa incertezza e di essere ormai sicuro nella felicità del Paradiso.
Mai più la tirannia delle passioni che ci fanno tan­to soffrire. Mai più quel lavoro penoso, noioso, pesan­te, insopportabile. Mai più i fastidiosi incomodi di sa­lute. Mai più l'assillo di preoccupazioni di sorta né per sé, né per i familiari, né per gli altri: ma solo e sempre pace imperturbabile, lieta, serena, tranquilla nel godi­mento della felicità eterna.

Chi è venuto dall'aldilà?
(«Sono N. N... Se non mi avessero ucciso»)
«In un paesello dell'Italia centrale viveva la fami­glia "Berardi" benestante, dedita ai lavori dei campi e di sentimenti profondamente cristiani. Una figlia, che chiamerò Marcella, era cresciuta sana ed esuberante di vita. A tredici anni per la prima volta avvertì un males­sere misterioso, che tale le rimarrà per ben dieci anni...».
Così Mons. Corrado Balducci inizia il racconto di un caso di possessione diabolica, nelle sue varie vicen­de e tentativi di esorcismo, nel libro «La possessione dia­bolica - Ediz. Mediterranea, Roma». Questo racconto fu pubblicato nella rivista «Famiglia mese, n. 4,1975», dal­la quale se ne riporta un tratto.
Nella povera donna si erano insediati dieci spiriti. In seguito ai diversi esorcismi, nove di essi furono cac­ciati. L'ultimo spirito aveva dichiarato: «Io sono forte e potente; io non uscirò!».
Più volte il Sacerdote aveva scongiurato lo spirito a manifestare il suo nome, ma si rifiutava sempre. Un pomeriggio, nella chiesa gremita di gente, durante le preghiere di rito l'esorcista chiese: Dimmi, chi sei? - Tra lo spavento e il terrore dei presenti, si udì un grido: Sono NN - e pronunziò il nome di un uomo conosciu­tissimo in paese, vittima qualche anno prima di un at­tentato (lo chiamerò Pallante).
La stessa sera a tarda ora il Parroco, mentre esor­cizzava privatamente in casa Berardi, interrogò così: «Dì, mi conosci? - E lo spirito: Mi hai portato al cimi­tero; tu quella notte pregasti per me e per la mia fami­glia: ormai però le tue preghiere erano inutili... io ero dannato.
In altra circostanza Pallante parlò così al Sacerdo­te: Se non mi avessero ucciso così presto, tu forse mi avresti convertito! Ti prego, porta via quella croce po­sta sul luogo del delitto, e passando di lì non dire più quelle preghiere, mi dai pena. Ho fatto questa fine per­ché ho ricevuto fin da bambino una cattiva educazio­ne. Prega per mia sorella (la fattucchiera) che non ven­ga in questi luoghi di tormento. Certo dovrei uscire da questa ragazza, perché i miei hanno ricevuto del bene dalla sua famiglia: l'anno scorso mia moglie è venuta qui a raccogliere le ulive (tutto rispondeva a verità).
E ancora: Povera figlia mia; quando saprà che so­no io, quanto dovrà soffrire. Questa notte si è svegliata, ha preso la mia fotografia, piangendo mi ha baciato e mi ha detto: Papà, papà, se sei tu, esci da quella ragaz­za perché qui tutti mi dileggiano.
Se dunque - interruppe l'esorcista - tu ci hai co­nosciuto, se tante volte siamo stati insieme, perché non ci fai del bene? Lascia in pace questa ragazza.
Da parte mia - riprese lo spirito - sarei pronto a farti del bene... ma non posso - e qui lo spirito, per­dendo per un istante la sua abituale asprezza, con voce pacata continuò - Pensa: anima dannata vuol dire dia­volo, e diavolo portare al male!
Un altro giorno l'esorcista, nella chiesa sempre gre­mita di gente, interrogò lo spirito: Si soffre all'Inferno? C'è il fuoco?
L'ossessa che balzando indietro dette in un gran so­spiro e disse: Pensa, una goccia di quel fuoco sarebbe sufficiente per incenerire ciquemila persone!
- Ma Dio che ti ha condannato è ingiusto? - No, è giusto.

Capitolo VII
RISORGEREMO
Dio ha creato l'uomo per la felicità e l'immortali­tà. Perché allora la sofferenza e la morte attanaglia l'u­manità?
La parola di Dio (Sap. 2,23) dice: «Dio ha creato l'uo­mo per l'immortalità; lo fece a immagine della sua na­tura. La morte è entrata nel mondo per invidia del dia­volo». Satana, ribellatosi per orgoglio a Dio, suo Crea­tore, lo odia e nutre una grande invidia verso gli uomi­ni perché questi andranno a occupare i posti lasciati liberi dagli Angeli ribelli. Non potendo sfogare il suo odio contro Dio, lo sfoga contro gli uomini, sue crea­ture predilette, tentandoli a ribellarsi a Dio per far per­dere loro il Paradiso.
La prima a essere tentata da Satana fu Eva, la qua­le, sedotta dalle sue lusinghe, disubbidisce e rende di­subbidiente anche Adamo: commettono un peccato gra­ve d'orgoglio, di superbia, di ribellione a Dio, chiama­to peccato originale, perché commesso da Adamo ed Eva, origine dell'umanità.
Commesso il peccato originale, ecco echeggiare la voce della Giustizia Divina (Gen. 3,16-19): «Il Signore Dio disse alla donna: Moltiplicherò i tuoi dolori e i tuoi parti, con dolore partorirai i figli; sarai sotto la potestà del marito ed egli ti dominerà - Poi disse ad Adamo: Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai man­giato del frutto dell'albero, di cui ti avevo comandato: non ne devi mangiare, maledetta sia la terra per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita... Con il sudore della tua fronte mangerai il pa­ne, finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere eri e in polvere ritornerai!».
Questa è stata la condanna della Giustizia Divina contro l'uomo ribelle, e da quel giorno doloroso il no­stro povero corpo è diventato la vittima della fatica, della sofferenza e della morte. Però verrà un giorno, l'ultimo dei giorni, e su quella polvere, in cui si è ri­dotto il nostro corpo, echeggierà onnipotente il coman­do della Misericordia Divina: «Sorgete, o morti!».
La nostra morte non è eterna ma temporanea, fi­no alla fine del mondo!

Il nostro corpo risorgerà
È verità di fede che alla fine del mondo, nel tempo fissato da Dio, tutti i corpi risorgeranno per unirsi de­finitivamente alle loro anime, per essere presenti al Giudizio Universale e per partecipare anch'essi al pre­mio o al castigo eterno.
Questa verità ce la garantisce la parola infallibile di Dio. Alcune citazioni.
1) 2° Mac. 7,9 - Uno dei sette fratelli Maccabei, mentre sta per subire il martirio, parla così al tiranno Antioco Epifane: «Scellerato! Tu ci togli la vita presen­te, ma il Re dell'universo ci risusciterà per una vita ete­na, perché noi moriamo per essere stati fedeli alle sue leggi».
2) Dan. 12,2: «Coloro che dormono nella polvere della terra (i morti) risorgeranno gli uni (i buoni) per la vita eterna, gli altri (i cattivi) per l'ignominia e l'ob­brobrio eterno».
3) Giov. 5,28-29: « Verrà l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri (i morti) udranno la sua voce (la voce di Gesù) e usciranno fuori: quanti fecero il bene, per una resurrezione di vita, e quanti fecero il male, per una re­surrezione di condanna».
4) La Chiesa ha definito nel Conc. Ecum. Latera­nense IV: «Tutti risorgeranno col proprio corpo che han­no ora».
5) Il Catechismo di S. Pio X, rispondendo alle do­mande 157 e 158, dice: «Alla fine del mondo ci attende la resurrezione della carne e il giudizio universale.
Resurrezione della carne significa che il nostro cor­po, per virtù di Dio, si ricomporrà e si riunirà all'ani­ma per partecipare, nella vita eterna, al premio o al ca­stigo da essa meritato».
6) Il Catechismo della Chiesa Cattolica, ai numeri 997-1001, dice: «Con la morte, separazione dell'anima dal corpo, il corpo dell'uomo cade nella corruzione, mentre la sua anima va incontro a Dio, pur restando in attesa di essere riunita al suo corpo risorto.
Dio nella sua onnipotenza restituirà definitivamen­te la vita incorruttibile ai nostri corpi riunendoli alle nostre anime, in forza della Resurrezione di Gesù.
Tutti risorgeranno coi corpi di cui ora sono rivesti­ti, nell'ultimo giorno, alla fine del mondo. Infatti la Ri­surrezione dei morti è intimamente associata alla Pa­rusia di Cristo».
7) Si riporta per ultimo la citazione del Profeta Ezechiele, perché egli, dopo una visione avuta al riguar­do, descrive al vivo la resurrezione dei corpi.
(Ez. 37): «La mano del Signore fu sopra di me e il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pia­nura che era piena di ossa; mi fece passare tutt'intorno accanto ad esse. Vidi che erano in grandissima quanti­tà sulla distesa della valle e tutte inaridite. Mi disse: "Fi­glio dell'uomo, potranno queste ossa rivivere?". Io ri­sposi: "Signore Dio, tu lo sai". Egli mi replicò: "Profe­tizza su queste ossa e annunzia loro: ossa inaridite, udite la parola del Signore. Dice il Signore Dio a queste ossa: Ecco io faccio entrare in voi lo spirito (cioè l'anima) e rivivrete. Metterò su di voi i nervi e farò crescere su di voi la carne, su di voi stenderò la pelle e infonderò in voi lo spirito e rivivrete: saprete che io sono il Signore. Io profetizzai come mi era stato ordinato; mentre io pro­fetizzavo, sentii un rumore e vidi un movimento fra le ossa, che si accostavano l'uno all'altro, ciascuno al suo corrispondente. Guardai ed ecco sopra di esse i nervi, la carne cresceva e la pelle la ricopriva, ma non c'era lo spirito in loro (perché con la morte l'anima si sepa­ra dal corpo e, secondo lo stato in cui si trova al giudi­zio di Dio, va al Paradiso, o al Purgatorio, o all'Infer­no). Egli aggiunse: "Profetizza allo spirito, profetizza fi­glio dell'uomo e annunzia allo spirito: Dice il Signore Dio: Spirito vieni dai quattro venti e soffia su questi morti perché rivivano. Io profetizzai come mi aveva co­mandato e lo spirito entrò in essi (alla resurrezione l'a­nima si unirà definitivamente al suo corpo risorto) e ritornarono in vita e si alzarono in piedi; erano un eser­cito grande sterminato.
Mi disse: Figlio dell'uomo, queste ossa sono tutta la gente d'Israele (cioè tutta l'umanità) Ecco, essi van­no dicendo: Le nostre ossa sono inaridite, la nostra spe­ranza è svanita, noi siamo perduti (come dicono tanti: una volta che si muore, tutto è finito per sempre). Perciò profetizza e annunzia loro: Dice il Signore di Dio: Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese d'I­sraele (cioè in Paradiso come rispose la Madonna a Fatima quando Lucia le domandò quale fosse il suo pae­se: il mio paese è il Cielo). Riconoscerete che io sono il Signore quando aprirò le vostre tombe e vi risuscite­rò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito (cioè l'anima, creata da Dio, e separata dal corpo fino al giorno della risurrezione) e vivrete; vi farò riposare nel vostro paese (il Paradiso); saprete che io sono il Signore. L'ho detto e lo farò': Oracolo del Signore Dio».

Ce lo conferma la nostra ragione e lo richiede la natura umana
1) Il bisogno di vivere sempre è l'istinto più vivo e più profondo della natura umana. La natura, come abbiamo già dimostrato prima, creata da Dio, non in­ganna gli esseri nel loro istinto. Ora se nell'uomo c'è questo bisogno istintivo di vivere sempre, necessaria­metne ci deve essere la resurrezione che ci farà vivere eternamente.
2) Per noi uomini il corpo non è un sovrappiù, ma è parte integrante della nostra natura umana perché l'uomo è composto essenzialmente di anima e di cor­po, di materia e di spirito. La natura dell'uomo è com­pleta soltanto quando quest'anima e questo corpo so­no uniti insieme: la loro separazione è una cosa contro natura, dovuta al peccato originale, e quindi non può durare per sempre.
3) L'anima, uscita dal corpo ad opera della mor­te, sopravvive perché è spirituale e immortale, però in uno stato mutilato, forzato, innaturale che le fa desi­derare ardentemente riunirsi al proprio corpo. Perciò la natura ci dice che Dio non può collocare l'uomo nel­lo stato di assoluta felicità lasciandolo dimezzato sen­za corpo.
La condizione naturale dell'anima è conoscere e agire in dipendenza e in collaborazione con i sensi e gli organi del corpo. Questo corpo per l'anima non è un peso, un ingombro, quasi un busto fastidioso che l'opprima, impedendole di svolgere un'attività pura­mente spirituale alla maniera degli Angeli. Purtroppo se sulla terra il corpo aggrava e ostacola in parte l'ani­ma, ciò è conseguenza della caduta di Adamo, però non è condizione naturale. In Paradiso, per la redenzione completa di Gesù Cristo, questa conseguenza negativa verrà tolta.
6) La nostra resurrezione è un atto di rigorosa giu­stizia. Dio, intimamente giusto, deve dare a ciascuno un premio o un castigo secondo le opere fatte. Se nel­l'altra vita premiasse o castigasse soltanto l'anima, il suo premio o il suo castigo non sarebbe adeguato, per­ché anima nostra per operare il bene o il male si ser­ve del corpo. Perciò è giusto che nell'altra vita anche il corpo partecipi al premio o al castigo dell'anima. San Tommaso d'Aquino afferma che per l'anima e il corpo si richiederà sempre la loro unione, perché come è stato tutto l'uomo (anima e corpo) a meritare o a demerita­re, così è giusto che sia premiato tutto l'uomo: anima e corpo.
7) L'uomo ha una funzione insostituibile nel crea­to. L'uomo come tale è un tipo di creatura che non de­ve scomparire, altrimenti, secondo la logica, dovreb­be scomparire tutta la natura materiale.
Dio, dopo aver creato gli Angeli, puri spiriti, creò prima gli esseri solo materiali - minerali, vegetali e animali -, poi creò l'uomo, spirito e materia, com­pendio dell'universo spirituale e di quello materiale. Compendio però né temporaneo né puramente decora­tivo, ma compendio essenziale all'esistenza stessa del creato.
Le nature superiori all'uomo - i puri spiriti: Dio e gli Angeli - non sentono alcun interesse per le cose materiali, perché non ne ricevono alcun vantaggio. Le nature inferiori - minerali, vegetali, animali - certa­mente se ne avvantaggiano, però, essendo prive d'in­telligenza, non saranno mai in grado di riconoscerne e lodarne formalmente il Creatore. E allora a che cosa servirebbe l'universo sensibile senza la presenza di chi lo possa godere con i sensi e con lo spirito, valorizzan­dolo alla glorificazione di Dio? La ragione infatti del­l'esistenza di qualsiasi creatura non può essere che la glorificazione diretta o indiretta di Dio. Orbene gli es­seri materiali, che non posseggono né mente né cuore per elevarsi a Dio, costituiscono per l'uomo dei rivela­tori delle perfezioni divine e dei muti ma eloquenti an­nunciatori dei benefici divini. Così gli esseri materiali sono mezzi di ascensione della mente e del cuore del­l'uomo a Dio e, mediante l'uomo, glorificano il Creato­re di tutte le cose.
Ecco dunque la missione cosmica per la quale Dio ha riunito in sintesi le perfezioni della natura spirituale e di quella materiale e ne ha formato un nuovo tipo di creatura: l'uomo. In lui, con lui e per mezzo di lui, do­tato di vita intellettiva e sensitiva, finalmente tutto il mondo della materia può conoscere, amare e servire formalmente il suo Dio. Il cuore e la mente dell'uomo non sono per lui solo, ma sono destinati a costituire la mente e il cuore di tutti gli esseri materiali. Così nel creato tutto glorifica il Signore in quanto, prestandosi e consumandosi a vantaggio dell'uomo, gli serve per conoscere meglio Dio e amarlo sempre più.
Perciò se in seno al creato cessasse d'esistere l'uo­mo, verrebbe a mancare l'unico intermediario capace di ricevere le prestazioni materiali delle nature infe­riori e convertirle in servizio formale di Dio. Il mondo della materia perderebbe tutto il suo significato e il suo scopo e quindi, logicamente, dovrebbe essere tolto via, come si tolgono via le cose inutili.
Perciò la natura ci dice che l'esistenza del mondo materiale - che esisterà sempre - esige la presenza dei nostri corpi materiali sempre in mezzo ad essa.
8) Inoltre, se riflettiamo bene, la natura stessa, che ci circonda, ci conferma questa verità e ci predica ad alta voce che anche noi un giorno dovremo risorgere. Dice bene Tertulliano, Apologista cristiano dei primi secoli della Chiesa, che «prima di farci la promessa del­la resurrezione, Dio ci diede per maestra la natura per­ché ci istruisse del mistero della nostra resurrezione».
Nella natura noi troviamo come degli abbozzi del­la nostra futura resurrezione: il sole che tramonta la sera (come se morisse), ma poi risorge la mattina; l'al­bero che in autunno si spoglia delle foglie e sembra mo­rire, ma venuta la primavera, risorge rivestendosi del­le sue pompe; l'erba che dissecca e poi rinasce nei pra­ti; il seme che sembra morire sottoterra e poi risorge per riprodursi; il bruco, quasi stanco della vita, s'in­tesse il proprio sepolcro, il bozzolo, e vi rimane immo­bile per qualche tempo come morto, ma poi risorge co­me agile farfalla che con le sue ali variopinte si libra nell'aria, ecc., sono altrettanti simboli che ci mostra­no come ciò che sembra morire, rivive, si rinnovella.
Ora soltanto l'uomo, sovrano di tutti questi esse­ri, sarà condannato a morire senza rinascere, a marci­re nella tomba senza più risorgere? L'uomo, creato ad immagine di Dio, creato per l'immortalità, sarà forse da meno della pianta, del fiore, del seme, del verme? È impossibile! Egli risorgerà riprendendo il suo stesso corpo rinnovellato e trasfigurato in una gloria immor­tale, come dice Dante (Purg. c. 10): «Non vi accorgete voi, che noi siam vermi - nati a formar l'angelica far­falla, - che vola alla giustizia senza schermi? Dunque la certezza della nostra resurrezione si fon­da anzitutto sulla parola infallibile di Dio, e poi sulla ragione e sulla natura stessa, perché Dio l'ha scritto indelebilmente nel nostro cuore e scolpito a tratti lu­minosi in tutte le sue opere.

Il nostro corpo risorgerà: ce lo dice pure la condotta di Dio e della Chiesa
Con quanto amore e rispetto, con quanti favori tratta il nostro corpo Dio stesso: appena nato Egli lo santifica con il Battesimo; lo consacra e lo rinvigori­sce con la Cresima; lo nutrisce con il Corpo e il Sangue di suo Figlio fatto uomo, Gesù Cristo, e lo fa diventare membro del suo Corpo Mistico. E quando si avvicina la morte, Dio ha per il corpo ancora un altro Sacramen­to, l'Unzione degli infermi, che lo purifica dalle colpe e dalle loro conseguenze.
La Chiesa, fedele interprete e custode delle divine promesse, si prende cura del corpo anche dopo la mor­te. Prende possesso del cadavere e lo circonda con le sue preghiere. In chiesa il cadavere viene posto di fron­te all'altare maggiore, dove viene celebrata la Messa, che è la rinnovazione del Sacrificio di Gesù Cristo sul­la Croce, in suffragio dell'anima del defunto.
Terminata la Messa, il cadavere viene portato e se­polto nel cimitero, parola greca che significa dormito­rio, in attesa della sveglia della resurrezione.
Gesù chiama la morte sonno (Mat. 9,18-26): «Men­tre diceva loro queste cose, giunse uno dei capi (si chia­mava Giairo) che gli si prostrò innanzi e gli disse: "Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua ma­no sopra di lei ed essa vivrà". Alzatosi, Gesù lo seguiva con i suoi discepoli. Arrivato poi Gesù nella casa del ca­po e veduti i flautisti (questi venivano chiamati per ac­compagnare il feretro con suoni mesti) e la gente in agi­tazione, disse: "Ritiratevi, perché la fanciulla non è mor­ta, ma dorme". Quelli si misero a deriderlo (perché la fanciulla era realmente morta). Ma, dopo che fu caccia­ta via la gente, egli entrò, le prese la mano e la fanciul­la si alzò. E se ne sparse la fama in tutta quella regione».
Così nel Vangelo di San Giovanni (1, 11-15): «Il no­stro amico Lazzaro si è addormentato, ma io vado a sve­gliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, guarirà». Gesù parlava della morte di lui, essi invece pensavano che si riferisse al riposo del son­no. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è mor­to e io sono contento per voi di non essere stato là, per­ché voi crediate (facendo risuscitare Lazzaro, i suoi di­scepoli avrebbero creduto ch'Egli era realmente anche Dio, perché il miracolo lo può fare solo Dio)».
La morte è quindi come un sonno. Mera noi an­diamo a letto e ci addormentiamo. Al mattino, quan­do suona la sveglia, ci destiamo. Così il corpo dorme nel letto della sua tomba. Ma al mattino della resur­rezione, quando suonerà la sveglia di Dio, il corpo ri­sorgerà.
Noi risorgeremo. E mai possibile che Dio, che ha tratto il nostro corpo dalla polvere, lo ha abbellito co­sì seducente, lo ha innalzato fino all'unione mistica con Cristo, alla fine lo abbandoni alla distruzione eterna? Assolutamente no, altrimenti significherebbe che Dio è impotente a rifare il suo capolavoro. Si dovreb­be dire che sia stato più potente Satana nel fare il ma­le, che Dio nel fare il bene, perché Satana, spingendo Adamo alla disubbidienza, avrebbe inflitto alla sua di­scendenza, cioè a tutta l'umanità, un danno a cui nep­pure la morte e resurrezione di Gesù Cristo avrebbe potuto rimediare, rendendo incompleta la Redenzione! Una cosa assolutamente assurda!
Come si effettuerà il grande avvenimento della re­surrezione?
Il grande miracolo della resurrezione del nostro corpo sarà operato dall'onnipotenza divina. Dio che in un istante trasse dal nulla l'infinita varietà degli esse­ri che popolano l'universo, in un istante strapperà alla morte i corpi di tutti gli uomini, li richiamerà alla vita eterna e rinnoverà l'universo per la felicità dei suoi fi­gli beati.
Qualcuno potrebbe dire: come è possibile che il corpo dell'uomo risorga identico a se stesso, cioè con quella stessa carne che aveva prima, se l'azione distrug­gitrice del tempo l'ha ridotto in polvere, se l'azione di­struggitrice del fuoco l'ha ridotto, nel forno cremato­rio, in cenere?
Non dobbiamo dimenticare che quello che a noi sembra difficile o impossibile, non è tale per Dio. È ve­ro che i nostri corpi, marcendo nella terra, si ridurran­no in polvere, o, bruciando nel forno crematorio, in ce­nere, però gli atomi dei diversi elementi, che hanno composto il nostro corpo non vengono distrutti, non vengono annullati, ma, pur dispersi sulla terra, ri­mangono.
Inoltre bisogna ricordare che, come afferma la scienza, il nostro corpo, nel corso di sette anni, si rin­nova totalmente in tutte le sue parti, in tutti i suoi ele­menti che lo compongono. Quindi se io ho oggi settan­ta anni, il mio corpo si è totalmente rinnovato per ben dieci volte. Ebbene l'infinita Sapienza e Onnipotenza di Dio rintraccerà gli atomi appartenuti ai miei, per co­sì dire, dieci corpi, ovunque si trovino, ovunque le for­ze della natura li avranno dispersi, e ricostruirà il mio corpo.
Dio, che ha saputo trarre dal nulla tutte le cose e ha saputo costruire una prima volta il nostro corpo, sarà certamente in grado di ricostruirlo una seconda volta.
Concludo l'argomento della resurrezione dei cor­pi, riportando quanto ha scritto un grande Santo della Chiesa, Giovanni Bosco, fondatore dei Salesiani, nella sua «Vita dei Papi».
«Mentre molti cristiani davano con gioia la vita per la fede, Dio per sostenerli nella lotta ed accrescere sem­pre più il numero dei fedeli, operava molti prodigi nei fasti della Chiesa. Fra i molti prodigi è meraviglioso quello dei «Sette Dormienti».
Questo prodigio sembrò a molti (affetti da fobia verso ciò che sa di miracoloso) così strano e impossi­bile da negarlo per priorismo, senza però - come fa notare San Giovanni Bosco - studiare e leggere atten­tamente i documenti che ce lo assicurano. L'imperatore romano Decio (249-251), visitando le provincie dell'impero, giunse a Efeso, città dell'Asia mi­nore. Per cattivarsi la benevolenza del popolo, decide di fare un solenne sacrificio alle divinità della città e comandò che tutti vi prendessero parte.
Molti cristiani, per sottrarsi al sacrificio idolatri­co, fuggirono in diversi paesi. L'imperatore, sdegnato contro di essi, comandò di ricercarli e condurli in piaz­za per assistere, sotto minaccia di torture, al sacrifi­cio pubblico alle divinità cittadine.
Fra quelli che si rifiutarono di prendere parte al sacrificio sono famosi sette giovani, chiamati comune­mente «I sette Dormienti», i quali appartenevano alle principali famiglie di quella città.
Alla notizia dei supplizi, cui erano sottoposti i cri­stiani, essi, per non rinnegare. Cristo, andarono in un luogo remoto per pregare Dio d'infondere nei loro cuori fortezza e coraggio per loro stessi e per coloro che si trovavano nel pericolo di essere tormentati per la fe­de. I nomi di questi giovani sono: Massimiano, Malco, Martino, Giovanni, Dionigi, Serapione, Costantino.
Intanto si trovano a passare da lì alcune guardie che, riconosciutili, vanno subito a denunziarli all'im­peratore, il quale ordina loro di condurli alla sua pre­senza. I sette giovani, per nulla intimoriti, si rifiutano al suo ordine di sacrificare agli dei e gli dicono: Noi abbiamo consacrato la purezza del nostro cuore a Dio, Creatore del Cielo e della terra, come possiamo sacri­ficae ai falsi dei, che non sono altro che vana nullità! ?
L'imperatore, in segno di disprezzo, ordinò che fos­sero spogliati delle loro divise militari e fossero tolte loro le collane d'oro, segno della loro nobiltà. Poi fissò loro un termine per riflettere e decidersi a sacrificare agli dei: Se persisterete nel vostro rifiuto, vi farò mo­rire fra i tormenti.
I sette giovani cristiani, approfittando di quei po­chi giorni concessi loro per riflettere, venderono i be­ni che fu loro possibile e del ricavato parte la riserva­rono per loro, e parte la diedero ai poveri. Poi tutti in­sieme, usciti dalla città di nascosto, salirono sopra il monte prospiciente. Trovata ivi una grotta, vi si rifu­giarono per tenersi nascosti e pregare Dio di sostener­li nell'imminente prova. Il monte del loro nascondiglio si chiamava Oclon. Stettero ivi diversi giorni e, sia per vivere inosservati, sia per comprare i cibi necessari, sia per sapere come andavano le cose, mandavano in città il loro compagno Malco, travestito da mendicante. Co­sì i giovani vennero a sapere che l'imperatore cercava i cristiani, specialmente loro sette, per farli condannare a morte.
Udite tali cose, quei santi giovani alzarono le ma­ni al cielo pregando Dio di farli uscire vittoriosi dall'imminente martirio. Poi, abbandonandosi nelle ma­ni divine, si posero tranquillamente a sedere e a man­giare. Mentre parlavano insieme, si addormentarono.
Piacque a Dio onnipotente - dicono i documenti di questo racconto - che il sonno di questi giovani fos­se come una specie di morte, per dimostrare che Lui solo è il padrone della vita, che Lui solo può darla, to­glierla, conservarla finché vuole e nel modo che vuole. Di lì a poco l'imperatore Decio tornò a Efeso e, fat­te fare accurate ricerche, venne a sapere che i giovani si erano rifugiati in una grotta del monte Oclon, pron­ti a sacrificare la vita anziché rinnegare Gesù Cristo. L'imperatore, montato in collera, comandò di andare a chiudere immediatamente la grotta con grossissime pietre per farli restare lì sepolti vivi.
Intanto, senza che Decio ne sapesse nulla, fra i suoi servitori c'erano due cristiani clandestini, i quali, per conservare la memoria di quel fatto, scrissero su la­stre di piombo l'evento come si era svolto e le rinchiu­sero in una cassa di metallo, che poi, senza essere visti da nessuno, nascosero tra le grosse pietre che chiude­vano l'entrata della grotta.
Dopo un anno dal fatto accaduto, l'imperatore De­cio muore e l'impero, dopo circa due secoli, passò nel­le mani dell'imperatore Teodosio II, fervente cristia­no. Regnando costui, sorsero alcuni eretici che nega­vano la resurrezione dei corpi. Teodosio aborriva l'e­resia e gli eretici e pregava Dio perché, a conferma della verità della resurrezione dei corpi, facesse qualche mi­racolo. Dio esaudì la preghiera del pio imperatore.
In quel tempo, cioè circa l'anno 448, il padrone del monte Oclon, dove era la grotta dei « Sette Dormienti », era un certo Adoglio, possessore di molto bestiame che pascolava attorno al monte. Questi, volendosi costrui­re una specie di capanna sul monte, dove passare la notte, pensò di servirsi delle pietre che otturavano la grot­ta. Togliendone alcune si formò un buco per il quale si poteva entrare e uscire dalla grotta. Nel momento dell'apertura del buco, Dio, che aveva risuscitato Laz­zaro morto da quattro giorni, fece risvegliare i sette gio­vani che, così disponendo il Signore, avevano dormito circa 200 anni.
Risvegliati che furono, perché era di buon matti­no, si diedero il buon giorno, credendo d'aver dormito una sola notte, infatti - attestano i documenti di questo racconto - il loro corpo e i loro abiti non avevano subito alcun cambiamento, come se fosse passato real­mente un solo giorno.
Cominciarono a parlare della persecuzione di De­cio e pregarono Malco di ritornare in città per compra­re di che mangiare e sapere altre notizie circa la per­secuzione dei cristiani.
All'uscire dalla grotta, Malco si meravigliava di ve­dere tante grosse pietre, che il giorno prima non c'era­no. Ma quale non fu il suo stupore quando giunse alla città e vide una croce collocata sopra la sua porta. For­se - cominciò a pensare dentro di sé - questo è un tranello di Decio per invitare i cristiani ad entrare con sicurezza in città per farli arrestare più facilmente. Non volendo entrare per quella porta, andò verso l'al­tra, sopra la quale però trovò un'altra croce. Malco, pie­no di meraviglia, pensava di aver scambiato una città per un'altra. Tuttavia vi entrò e domandò che città fosse quella. Gli fu risposto d'essere la città di Efeso. Giun­to in piazza sentì uno che giurava per il nome di Gesù Cristo. Stupito ancora di più, diceva tra sé: Che novità è questa? Ieri la croce stava nascosta perché veniva per­seguitata, oggi invece sta sopra le porte della città. Ie­ri chi si diceva cristiano veniva condannato a morte, oggi il nome di Cristo si sente in tutte le bocche. Cosa significa questo? O sono diventato pazzo io, o un gran­de inganno è stato ordito contro i cristiani, ed allora voglio allontanarmi presto, dopo aver comprato qual­che cosa da mangiare.
Andò da un fornaio per comprare del pane e si sentì dire dal panettiere: Che moneta è questa? Io non la co­nosco. - La moneta era d'argento e portava 1'effige del­l'imperatore Decio. In poco tempo la moneta passò nel­le mani di coloro che erano in piazza, desiderando ognuno di vederla. Qualcuno pensava che quell'uomo, vestito da mendicante, doveva avere un tesoro. Subito gli si fa attorno un cerchio di persone. Malco si mera­vigliava molto perché il giorno prima, come egli cre­deva, era conosciuto da tutti, ed ora non lo conosceva più nessuno. Girava per le strade della città con la spe­ranza di vedere suo padre, i suoi fratelli, ma invano.
Queste cose giunsero all'orecchio del Governato­re che allora si trovava in compagnia del Vescovo del­la città, Stefano. Il Governatore ordinò di condurre al­la sua presenza quel forestiero. Quando Malco fu alla loro presenza, gli chiesero di vedere la moneta e si ac­corsero ch'essa era stata coniata al tempo di Decio. Poi domandarono a Malco: Di quale paese sei? Chi ti ha da­ta questa moneta? - Malco rispose d'essere nato in quella città e in essa aveva il padre e i fratelli. In quan­to poi alla moneta - egli soggiunse - non capisco per­ché vi meravigliate tanto, essendo una moneta corren­te che circola in questa città. Disse poi i nomi di suo padre, di sua madre e dei suoi fratelli, però non si tro­vò nessuno che sapesse dare qualche notizia.
Allora il Governatore gli disse: Mi sembra che tu non dica la verità. Se tu fossi nato in questa città e aves­si padre e fratelli, qualcuno dovrebbe riconoscerti. Inol­tre questa moneta aveva valore al tempo di Decio, che è morto da molti anni -.
Malco, guardando or l'uno or l'altro, non sapeva cosa dire, per cui molti dicevano: Certamente costui è pazzo. - Altri dicevano: Non è pazzo, ma finge d'es­serlo per non svelare il tesoro che ha trovato. Bisogna fargli confessare la verità con la forza -.
Malco rispose: Non c'è bisogno di portarmi in car­cere e di costringermi con la forza a dire la verità. Dite­mi solo se Decio è ancora vivo, o è veramente morto -.
Il Vescovo rispose: Figlio mio, in questa città non c'è nessuno che nomini Decio perché egli è morto da 200 anni. - Allora Malco, non sapendo più che dire, soggiunse: Venite con me in una grotta sul monte Oclon, e là potrete interrogare gli altri miei compagni, i quali confermeranno quanto ho detto io, e cioè che io con i miei compagni ci siamo nascosti in quella grot­ta per sfuggire alla persecuzione di Decio, che io ho vi­sto ieri entrare in questa città, se essa è Efeso, perché a me non sembra.
Il Vescovo, dopo aver ascoltato tutto, cominciò a pensare che Dio volesse rivelargli qualche fatto mera­viglioso per mezzo di quel giovane, e quindi disse: An­diamo e vedremo la verità. -
Andarono alla grotta il Vescovo, il Governatore e molti altri. Quando stava per entrare, il Vescovo, guar­dando le pietre che erano state smosse per l'occasio­ne, scorse la cassetta di metallo annerita, dentro la qua­le si trovarono le lastre di piombo con l'incisione della storia dei santi giovani, che venivano chiamati marti­ri. La cassetta venne aperta, il Vescovo trasse fuori le lastre e lesse ad alta voce quanto vi era inciso. La cosa suscitò meraviglia e venerazione. Tutti si inginocchia­rono per lodare e ringraziare il Signore per aver ope­rato in quei giovani quel grande miracolo.
Entrati poi nella grotta, trovarono gli altri sei gio­vani che, seduti, parlavano fra loro, mentre un grande splendore s'irradiava dalla loro faccia. Il racconto dei giovani concordava appieno con quanto era inciso sul­le lastre di piombo.
Il Governatore fece una relazione dell'accaduto che mandò all'imperatore Teodosio, che dimorava a Co­stantinopoli. Il pio monarca rese grazie a Dio per aver­gli dato in quell'evento la prova della resurrezione dei corpi contro gli eretici di quel tempo. Poi, mosso da san­ta curiosità, si recò a Efeso, entrò nella grotta, parlò con i santi giovani, abbracciandoli e versando lacrime di commozione. Uno dei giovani, Massimiano, disse al­l'imperatore: Per la tua fede e per la difesa della veri­tà contro gli eretici, Dio concede la pace nel tuo impe­ro, e, se tu persevererai a servirlo con fedeltà, il Signo­re ti libererà da molti nemici.
Dette queste parole, i sette giovani, inchinarono la testa fino a terra per pregare. Proprio in quel momen­to essi resero le loro sante anime a Dio.
L'imperatore fece mettere i loro corpi in sette urne separate e le lasciò nella stessa grotta. Il Vescovo, radunato il Clero, diede loro onorevole sepoltura e sta­bilì che si celebrasse la festa di quei Santi il giorno della loro morte, il 27 luglio 448, sotto l'impero di Teo­dosio II» -.

Chi è venuto dall'aldilà?
È noto il rigore dei Processi di Canonizzazione. La Chiesa, prima di elevare qualcuno agli onori degli alta­ri e dichiararlo Santo, esamina la sua vita e specialmen­te i fatti rilevanti. Il seguente episodio, scrupolosamen­te autentico, fu inserito nei Processi di Canonizzazione di San Francesco di Girolamo, celebre missionario del­la Compagnia di Gesù, vissuto nel secolo scorso.
Un giorno questo Sacerdote predicava a una gran folla in una piazza di Napoli. Una donna di cattivi co­stumi, di nome Caterina, abitante in quella piazza, per distrarre l'uditorio durante la predica, si diede a fare schiamazzi e cenni inverecondi dalla finestra.
Il Santo dovette interrompere la predica, perché la donna non la smetteva più. Fu inutile ogni protesta. Il giorno seguente il Santo ritornò a predicare sul­la stessa piazza e, vedendo chiusa la finestra della don­na disturbatrice, domandò cosa fosse capitato.
Gli fu risposto: È morta questa notte improvvi­samente.
La mano di Dio l'aveva colpita. - Andiamo a ve­derla! - disse il Santo.
Accompagnato da altri, entrò nella camera dell'in­felice e vide il cadavere disteso. Il Signore suole glorifi­care i suoi Santi con i miracoli e ispirò al suo fedele Ser­vo di richiamare a vita la defunta.
San Francesco di Girolamo guardò con orrore il ca­davere e poi con voce solenne esclamò: Caterina, in no­me di Dio, alla presenza di costoro, dite dove siete! - Per virtù di Dio, si aprirono gli occhi del cadavere, le sue labbra si mossero convulse: Nell'Inferno... Io sono per sempre nell'Inferno! -

Capitolo VIII
DOTI DEL CORPO GLORIOSO
Il nostro corpo nella resurrezione verrà trasforma­to per essere in grado di vivere eternamente senza più guai, ma sempre glorioso e ricolmo di ogni felicità.
Prima di inoltrarci nella descrizione delle doti del corpo risorto, facciamo una breve introduzione sin­tetica.
San Paolo riassume le future proprietà dei corpi risorti in quattro doti: impassibilità, sottigliezza o spi­ritualità, agilità e chiarezza.
1) Impassibilità: nel senso di impassibilità di sof­frire e di morire e non nel senso di insensibilità, per­ché la perfezione dei sensi del corpo risorto ne molti­plicheranno la sensibilità.
2) Sottigliezza o spiritualità: non nel senso che il corpo risorto si trasformerà in spirito (come l'Angelo), o che diventi così sottile da assumere aspetto aerifor­me (come il fantasma), ma nel senso che il corpo risor­to acquisterà una dote che lo sottrarrà alla limitazio­ne dell'impenetrabilità della materia. L'anima avrà un dominio completo sul corpo, in quanto sua forma so­stanziale.
3) Agilità: cioè capacità del corpo risorto di ubbi­dire all'anima nei suoi movimenti con grandissima facilità e agilità. Questa dote si contrappone alla pesan­tezza del corpo terreno, sottomesso alla legge di gravi­tà, per il motivo che l'anima glorificata ha il perfetto dominio sul corpo e lo muove come vuole.
4) Chiarezza: cioè assenza di ogni bruttura e pie­nezza di bellezza e di splendore.
Con queste nuove qualità il corpo risuscitato non cambia, non diventa un altro corpo. La trasformazio­ne non toglierà nulla alla sua realtà materiale. Il cor­po glorioso dei Beati non cessa di essere corpo per di­ventare spirito, no; ma rimane vero corpo in carne e os­sa, visibile, palpabile, ecc., a somiglianza del corpo di Gesù risorto.
Il nostro corpo risorto sarà composto dai medesi­mi elementi materiali che lo componevano in terra. È di fede cattolica che noi risorgeremo con quello stesso corpo che avemmo sulla terra. Il Concilio Lateranense IV, infatti, ha definito che «Tutti risorgeranno col pro­prio corpo che hanno adesso». Nel Simbolo contro i Pri­scilliani, compilato nel 675 dall'XI Concilio di Toledo, si legge: «Crediamo che risorgeremo non in una carne aerea o comunque diversa, come certuni delirano, ma in questa stessa carne in cui viviamo, siamo costituiti e ci muoviamo».
San Tommaso d'Aquino (P. 111, Q. 54, a. 1 e 2) insi­ste parecchie volte nell'affermazione che il nostro cor­po, anche dopo la resurrezione, conserverà inalterata la sua propria natura.
La trasformazione dei corpi gloriosi nulla toglie­rà alla materialità corporale della nostra natura. Il no­stro corpo resterà in eterno quello che è al presente, perché sarà composto dai medesimi elementi materia­li che lo componevano in terra. Perciò tra le nostre due vite terrena e celeste ci sarà stretta connessione e ve­ra continuazione.
Con la resurrezione, le trasformazioni del nostro corpo saranno molte e grandi.
La natura stessa ce ne offre degli esempi. Il bruco, come abbiamo accennato avanti, si assopisce nel suo bozzolo, rinchiudendovi la forma di verme strisciante per terra, per ridestarsi in primavera nella forma di farfalla variopinta, volteggiante nell'aria. Sono ben di­verse le due forme eppure è identico l'individuo insetto!
San Paolo insiste nella similitudine che il corpo fu­turo si distingue dall'attuale come la pianta dal seme. È sempre lo stesso vegetale vivente che trapassa da uno stato ad un altro. Il seme interrato, per dir così, muo­re, ma in realtà si svolge in uno splendido germoglio e nessuno può vedere nel seme la ricchezza del foglia­me, dei rami, dei fiori, dei frutti futuri con i loro colo­ri e sapori, eppure tutto vi è contenuto e racchiuso in germe.
Nello stesso modo nessuno può scorgere nel cor­po umano terrestre, soggetto alla morte e abbandonato alla corruzione del sepolcro, lo splendore celeste di cui lo farà brillare un giorno l'onnipotenza di Dio. Uscia­mo dalla tomba non per riprendere una condizione di vita su per giù uguale a quella della vita presente, ma molto migliore e immensamente più perfetta.
Tutti i guai di cui oggi piange e si lamenta l'uma­nità, non sono altro che le ripercussioni crudeli del pec­cato sul nostro fisico. La Redenzione, da parte di Gesù Cristo, è stata compiuta tutta, ma perché sia completa davvero deve annullare, fino all'ultima, tutte le con­seguenze del peccato, reintegrando in pieno anche i nostri corpi, perché Gesù ci ha salvati non solo co­me anime, ma anche come corpi. Questi, strumenti e compagni dell'anima su questa terra di fatiche, di do­lori e di espiazioni, richiedono di essere profondamente mutati per essere compagni e strumenti dell'anima adatti a una vita di delizie e di felicità eterna in Pa­radiso.
Fatta questa sintetica introduzione, passiamo ora alla descrizione delle doti del corpo risorto: corpo in­tegro, spiritualizzato, eternamente giovane, luminoso, bello.

Corpo integro
La tomba che ha ingoiato cadaveri disfatti dalla ma­lattia, dalla morte, restituirà corpi viventi, sani, robu­sti, integri, perfetti.
Molte volte su questa terra il nostro corpo, deca­duto e guasto a causa del peccato, nasce malaticcio, malformato, alle volte anche mostruoso, per cause di natura infettiva, patogena, traumatica che hanno boi­cottato l'opera sapiente della natura nel suo sviluppo fisico.
Su questa terra le malattie, gli infortuni, la vec­chiaia, intaccano ogni giorno il nostro corpo sfiguran­dolo più o meno: rughe che deturpano il nostro viso; artrosi che deformano le nostre ossa; caduta di denti che sfigura la nostra bocca; malattie di fegato che ci costringono a tante privazioni; miopia, presbiopia, ca­taratte che, nonostante i mezzi fornitici dalla scienza, rendono poco efficienti la nostra vista; infortuni con frattura di ossa che ci rendono invalidi al lavoro; tu­mori che disfanno fra tanti dolori il nostro corpo, ecc. ecc.
Sarebbe lungo continuare l'elenco dei malanni che ci affliggono su questa terra. Dio non vuole ma permet­te che agiscano queste forze demolitrici (conseguenze del peccato originale aggravate dai nostri peccati per­sonali) della nostra integrità fisica, affinché noi, por­tando per qualche tempo la croce della sofferenza, partecipiamo all'opera redentrice di Cristo e ci meritiamo la felicità eterna del Paradiso.
Quando però suonerà l'ora della resurrezione, i no­stri corpi usciranno dalla tomba integri, perfetti per­ché li ricostruirà l'azione onnipotente di Dio.
I lineamenti, la fisionomia, la conformazione so­matica del nostro corpo, per cui noi ci distinguiamo l'u­no dall'altro, resteranno e quindi in Paradiso ognuno di noi sarà riconoscibile. Verranno invece eliminati completamente tutti i difetti, tutte le imperfezioni, tutte le deformità, tutte le irregolarità che più o meno alte­rano la perfezione del nostro corpo, ne offuscano la bel­lezza e guastano l'armonia delle sue forme.
Immaginiamo allora l’ebrezza di gioia, per esem­pio, dei ciechi che riavranno la vista nella sua perfe­zione; dei sordomuti quando riavranno l'udito e la pa­rola; delle persone nane quando acquisteranno la sta­tura perfetta; dei focomelici, dei poliomelitici, dei mu­tilati, chi coloro che sono stati afflitti e umiliati davanti agli altri per le loro malformazioni fisiche; di tutti gli altri sofferenti quando finalmente avranno riottenuta la tanto invidiata e sospirata sanità e integrità del loro corpo! E il vecchio, che per lungo tempo ha languito e sofferto nelle sue membra logorate, impiagate, im­mobilizzate dagli anni, con quale ebrezza di gioia ritor­nerà a muoversi, a saltare vegeto e snello immensamen­te di più di come era stato nei giorni migliori della sua gioventù terrena!
Questo risanamento integrale, però, l'avranno sol­tanto coloro che si salveranno, i Beati, ma non i danna­ti. Tutti risorgeranno, però con differenze indicibili. i Beati, a somiglianza di Gesù, risorgeranno con un cor­po perfetto, bello, agile, sfolgorante di luce, di gloria e di felicità. Al contrario i dannati (coloro cioè che non hanno voluto amare il Signore, non hanno voluto osservare i suoi Comandamenti, non hanno voluto rice­vere i suoi Sacramenti, non hanno voluto corrisponde­re alla grazia divina che li chiamava alla conversione fino all'ultimo istante della loro vita terrena) risorge­ranno con un corpo orrido, deforme, schifoso, pesan­te, soggetto ai dolori, portando sopra di sé il marchio dell'eterna riprovazione. I corpi dei peccatori, che ri­flettono tutta la deformità della loro anima, soffriran­no ogni sorta di mali, mentre la loro anima sarà tor­mentata dalla disperazione per la felicità perduta.
Qualcuno potrebbe domandare: Nei bambini come sarà rimediata la mancanza del loro sviluppo fisico? I bambini morti prima dell'uso della ragione, i bambini che non ebbero neppure il tempo per la for­mazione completa del loro corpicino perché uccisi nel grembo materno a causa dell'aborto, non resteranno per sempre in uno stato infantile, puerile, o addirittu­ra di feto: a quel poco o pochissimo di materia che co­stituì il loro corpicino, Dio onnipotente ne aggiungerà quanto ne occorre per formare un corpo normale, com­pleto, con tutti gli organi in efficienza. L'anima poi, en­trando a dare forza vitale a siffatta materia aggiunta, la farà suo corpo.

Corpo spiritualizzato
Una premessa. Quando diciamo «spirito» non dob­biamo pensare all'alcool, che viene ricavato per distil­lazione di liquidi fermentati, ed è una cosa materiale. Non dobbiamo pensare neppure al corpo aeriforme del fantasma, anch'esso materiale.
Quando invece diciamo «spirito» ci riferiamo al no­stro spirito (o anima) e all'Angelo, che sono puri spiri­ti senza alcunché di materiale. Questo per adesso è mol­to difficile, anzi impossibile ad essere compreso da noi, perché, avendo un corpo materiale, non possiamo ca­pire una sostanza spirituale.
Fatta questa premessa, parliamo un po' del corpo risorto spiritualizzato.
Il nostro corpo, come ci dice San Paolo (1 Cor. 15,44), si seppellice materiale e risorgerà spirituale. In che senso?
Non nel senso che il nostro corpo risorto perda la sua materialità, la sua corporeità e si trasformi in spi­rito, come l'Angelo: noi non siamo angeli. E neppure nel senso che diventi così sottile da assumere un aspet­to aeriforme come il fantasma: noi non siamo fantasmi. Ma nel senso che il nostro corpo materiale, pur re­stando materiale, corporeo come è su questa terra, sa­rà completamente sottomesso alle leggi dello spirito, sa­rà interamente soggetto all'anima.
L'anima umana è spirituale come l'Angelo, però, contrariamente a questo, essa è legata al corpo, è co­me imprigionata nel corpo. L'anima, pur essendo spi­rituale, è talmente sottomessa alle leggi del nostro cor­po da sembrare quasi materiale. Esemplifichiamo:
1) il nostro corpo, per la legge della gravità, è pe­sante e non può sollevarsi in alto se non è trasportato da qualche mezzo, per esempio l'aereo. L'anima nostra, pur essendo spirito, sottomessa quaggiù al corpo, de­ve fare altrettanto;
2) il nostro corpo pesante non può muoversi con sveltezza. Per fare un percorso di tot chilometri impie­ga tot ore. E l'anima nostra, sottomessa al corpo, non può fare diversamente;
3) il nostro corpo occupato nel lavoro dopo un cer­to tempo si stanca, ha bisogno di bere, di mangiare, di riposare. E la nostra anima, sottomessa alle leggi del corpo; è soggetta agli stessi bisogni.
Dopo la resurrezione le sorti cambieranno: il cor­po materiale sarà sottoposto alle leggi dello spirito o anima. Esemplifichiamo:
1) lo spirito attraversa i corpi materiali, gli osta­coli di qualsiasi natura senza incontrare la minima re­sistenza. Così il nostro corpo, sottomesso alle leggi del nostro spirito, attraverserà i corpi materiali senza in­contrare la minima resistenza;
2) lo spirito si trova dove vuole in un attimo con la velocità del pensiero. Lo stesso farà il nostro corpo risorto. Vogliamo andare, per esempio, in Australia, in un attimo saremo là; vogliamo andare in una stella lon­tana milioni di chilometri, in un istante saremo là;
3) lo spirito nella sua continua attività non si stan­ca mai. Così sarà per il nostro corpo. In Paradiso, im­mersi in una vita attivissima di godimenti sempre nuo­vi, non ci stancheremo mai, non avremo più bisogno di bere, di mangiare, di riposare.
Fino a quando ci troveremo su questa terra, tutto questo ci riesce molto difficile a capire, tuttavia il Si­gnore, anche su questa terra, ci ha dato nel fenomeno della bilocazione, ben nota nella vita di alcuni Santi, come un saggio e una pregustazione della spiritualità dei corpi gloriosi. Un esempio.
Una notte di novembre 1917, dopo la disfatta di Ca­poretto, il generale Luigi Cadorna, comandante supre­mo dell'esercito italiano nella prima guerra mondiale, è in preda alla tristezza (per essere stato sostituito nel comando supremo dal Generale Armando Diaz e per vedere intaccato il proprio operato militare da indeco­rosi commenti) e pensa al suicidio. Una sera, dopo aver disposto le sentinelle attorno alla sua tenda con l'ordi­ne perentorio di non fare entrare nessuno, si chiude nel­la sua tenda e prende la rivoltella per suicidarsi... Tut­t'a un tratto un frate vestito di saio entra. Aveva le mani sanguinanti e uno sguardo dolce. Si ferma un istan­te ed alza un dito con aria di disapprovazione: «Andia­mo, generale, voi non farete questa sciocchezza, non compirete un gesto insano da disperato! ».
Il generale, che aveva severamente comandato di non essere disturbato da nessuno per qualsiasi moti­vo, pieno di collera si precipita fuori, ma non vede nes­suno. Il Frate era sparito. Le sentinelle, interrogate, giu­rano sulla loro testa di non aver visto, né fatto passare nessuno. La collera cede alla meraviglia e di colpo l'os­sessione del suicidio si dilegua. Il generale si impone un ripensamento: è salvo.
Nondimeno questa storia lo lascia perplesso e si accanisce per scoprirne la chiave. Chi era quel giova­ne francescano, abbastanza insolente per violare il suo isolamento e così potente da fargli cadere la rivoltella dalla mano? Il generale, che non aveva mai visto Pa­dre Pio, riferendo i particolari dell'accaduto, si sentì dire che quel Frate non poteva essere altro che lo stim­matizzato di S. Giovanni Rotondo: Padre Pio. Gli nac­que il desiderio di rivederlo. Per rendersi conto di ciò che gli era accaduto, il generale Cadorna parte per S. Giovanni Rotondo.
Intanto in quell'epoca Padre Pio, per disposizione del Vaticano, era segregato e nessuno poteva parlar­gli. Il generale insiste. Lasciatemelo vedere, almeno!
- «Va bene - replica il Padre Guardiano - reste­rete là nel corridoio, mentre andremo in chiesa per fa­re il ringraziamento dopo pranzo. Lo vedrete passare».
Messosi in un angolo, il generale aspetta. I Frati passano ed egli riconosce il suo visitatore notturno: P - questo il Frate che è venuto da me! - Padre Pio gli sor­ride e leva il dito con quello stesso gesto, fra burlesco e minaccioso, come se volesse dirgli: «L'avete scampa­ta bella quella brutta notte! ».
A confermare un'altra bilocazione di Padre Pio so­no stati molti piloti dell'aviazione anglo-americana, di varie nazionalità (inglese, americana, polacca, palesti­nese) e di diverse religioni (cattolica, protestante, mu­sulmana, ebraica). Durante l'ultima guerra, ogni volta che sorvolavano il Gargano per eseguire bombarda­menti, vedevano in aria un Frate che, protendendo le mani ferite, proibiva loro di sganciare bombe.
Foggia e quasi tutti i centri delle Puglie subirono ripetuti bombardamenti. Su S. Giovanni Rotondo, la cittadella di Padre Pio, non cadde una bomba.
A guerra finita, salendo a S. Giovanni Rotondo, quegli aviatori riconobbero con assoluta certezza in Pa­dre Pio quel Frate che essi avevano incontrato e vedu­to nei loro voli.
Il nostro corpo risorto spiritualizzato, a somiglian­za del corpo di Cristo risorto, sarà un vero coro uma­no in carne e ossa, però sottomesso alle leggi dello spi­rito. Leggiamo nel Vangelo di S. Luca (24, 36-43): «Men­tre essi parlavano di queste cose (riferite dai due disce­poli di Emmaus), Gesù in persona (nonostante le fine­stre e le porte fossero ben chiuse per timore dei giu­dei) apparve in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!': Stu­piti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse: "Perché siete turbati e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi (segnati dalle cicatrici dei chiodi): sono proprio io! Toc­catemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, co­me vedete che ho io". Dicendo questo mostrò loro le ma­ni e i piedi (certamente i discepoli li avranno osservati e toccati). Ma poiché per la grande gioia ancora non cre­devano ed erano stupefatti, disse: "Avete qui qualche co­sa da mangiare?". Gli offrirono una porzione di pesce arrostito: egli lo prese e lo mangiò davanti a loro» (di­mostrando così di essere quello di prima).
Il nostro corpo perciò, ripetendo quanto è stato det­to, pur acquistando dopo la resurrezione le doti dello spirito, resterà sempre un vero corpo umano in carne e ossa.

Corpo eternamente giovane
Un'altra dote del nostro corpo risorto è l'eterna gio­vinezza. La tomba che ha inghiottito cadaveri puzzo­lenti di ogni età, di ogni dimensione, molti neppure for­mati del tutto, restituirà corpi viventi, completi, eter­namente giovani.
Su questa terra le nostre forze vengono meno, si esauriscono per cui abbiamo bisogno di nutrirci, di dor­mire, di riposare ecc. In Paradiso invece le nostre for­ze saranno sempre fresche, sempre efficienti, sempre in piena forma.
Su questa terra i nostri organi (cuore, polmoni, fe­gato, reni, ecc.) a poco a poco si guastano, si ammala­no. In Paradiso invece saranno sempre sani, sempre ef­ficienti. Nei corpi resuscitati non ci sarà più traccia del­le ingiurie del tempo, perché saranno eternamente giovani.
La gioventù è l'età della poesia e dell'amore, l'età dei rosei sogni e dei generosi ardori, l'età degli ardi­menti e delle audacie. Però su questa terra essa è de­stinata a tramontare per cedere il posto all'età matura e alla vecchiaia. In Paradiso invece la gioventù si fer­merà su di noi e non ci lascerà più. Noi vivremo la vita in una eterna giovinezza.
Le ultime tre grandi apparizioni mariane (Lourdes - Fatima - Tre Fontane a Roma) confermano quanto ab­biamo detto.
1) È mezzogiorno dell'11 febbraio 1858. In casa di Bernardetta non c'era legna per cuocere la minestra.
La ragazza insieme con sua sorella Giovanna e una sua amica, va lungo la riva del fiume Gave per raccogliere un po' di ramaglia. A un certo momento Bernardetta sta per togliere le scarpe per attraversare il canale di Savy, quando ode un gran rumore come se fosse il tuo­no lontano di un temporale. Guarda a destra, a sinistra, e non vede alcun segno di cattivo tempo. Un nuovo ru­more la fa impaurire. Volge la testa verso la vicina grot­ta di Massabielle e vede in una apertura della roccia lo sterpo di un roseto selvatico agitarsi come se spi­rasse un forte vento. Dalla grotta esce una nuvola d'o­ro e dietro di essa c'era una giovane Signora di bellez­za incantevole. Il suo aspetto era di una giovane sui 18 anni ed era circondata di luce....
2) Il 13 maggio 1917 tre fanciulli (Lucia di 11 anni - Giacinta di 7 e suo fratello di 9) si trovavano a pasco­lare le loro pecorelle nel campicello dei genitori di Lu­cia. Il sole splende in un cielo tersissimo: sono le ore 12. A un tratto si sente come un tuono, come se fosse vicino un temporale, tanto che i tre pastorelli impau­riti adunano le pecore per tornare a casa. Nella disce­sa, su di un piccolo elce appare improvvisamente, più luminosa del sole, una bellissima Signora vestita di bianco. Sembrava avere dai 15 ai 18 anni.
3) Il 12 aprile 1947 a Roma, Bruno Cornacchiola, fattorino dell'ATAC, con i tre suoi figli (Isola di 10 an­ni - Carlo di 7 e Gianfranco di 4) si trova vicino a una grotta ricavata nel tufo sulla collina di eucalipti, pro­spiciente l'Abbazia dei Trappisti.
I bambini, smarrita la palla fra i cespugli, chiedo­no l'aiuto del padre non riuscendo da soli a trovarla. Isola sale sul ripiano della collinetta sovrastante la grotta. Il piccolo Gianfranco resta nelle sue vicinanze. Bruno con Carlo si mettono a frugare ogni cespuglio, ogni angolo fra i pezzi di tufo. A un certo momento della ricerca egli, temendo che sia successo qualche cosa al piccolo Gianfranco, che non risponde più alla sua vo­ce di richiamo che gli dava di tanto in tanto, sospende la ricerca della palla e ritorna al punto di partenza. Con sua grande meraviglia trova il bimbo, inginocchiato di­nanzi alla grotta, che ripete come a persona viva e pre­sente: «Bella Signora! Bella Signora! ». Isola, richiama­ta dal padre, scende giù per vedere cosa sta succeden­do a Gianfranco e anche lei cade in ginocchio, ripeten­do: «Bella Signora! Bella Signora! ». Poi è la volta di Carlo che cade in ginocchio e ripete contemporanea­mente a Gianfranco e Isola: «Bella Signora! Bella Si­gnora! » A un certo momento anche Bruno venne fatto partecipe della visione dei suoi figli. Egli vede, contor­nata da un alone di luce dorata, assai abbagliante, la figura di una giovane paradisiaca. Aveva i capelli neri uniti sul capo, sporgenti un poco, quanto lo consenti­va il manto di color verde prato che dalla testa le scen­deva ai piedi lungo i fianchi. Sotto il manto verde, una veste candidissima, luminosa, cinta da una fascia rosa a due lembi. La Signora celestiale era scalza e i suoi piedi erano poggiati sopra un masso di tufo. Nella ma­no destra reggeva, appoggiato al petto un libro poco voluminoso di colore cenerino, mentre la mano sinistra rimaneva appoggiata sopra il libro stesso. A un tratto una voce di paradiso risuona nelle orecchie di Bruno, dando inizio a un lungo colloquio che incomincia con queste parole: «Sono Colei che sono nella Trinità Divi­na. Sono la Vergine della Rivelazione. Tu mi persegui­ti: ora basta! Entra nell'Ovile Santo, Corte Celeste in terra. I nove Primi Venerdì del Sacro Cuore, che tu fa­cesti prima di entrare nella via della menzogna (il pro­testantesimo) ti hanno salvato».
La vergine Santissima è di una bellezza indicibile ed ha l'aspetto di una giovane sui 20 anni.
In Paradiso saremo eternamente giovani. Immagi­niamo allora quale sarà la gioia e l'incanto di convive­re per tutta l'eternità in Cielo con miriadi di Beati nel fiore più fresco della gioventù - «Nel quadro estan­siante dei nuovi cieli e nuova terra - scrive il Maioc­chi nel suo libro sul Paradiso - miliardi e miliardi di Beati, con il loro corpo glorificato, conversano allegra­mente; si esprimono con gesti e movimenti che spriz­zano ardore giovanile; si cercano e si uniscono a can­tare armoniosamente le lodi a Dio; si amano con l'ar­dore caldo e sincero di una prima amicizia, di un pri­mo amore; occhi pieni di tenerezza; bocche piene delle più dolci parole; volti di sorrisi affascinanti; mani e braccia perfette protese ad accarezzare, abbracciare e stringere affettuosamente; membra purissime e impec­cabili, splendenti del fulgore dell'eterna giovinezza: in quale deliziosa compagnia noi conviveremo per tutta l'eternità!»
Adesso tutto questo sembra soltanto una fervida e bella immaginazione, mentre in Paradiso sarà una realtà eterna ed estasiante, infatti San Paolo ci dice (2
Cor. 2,9): «Occhio umano non ha mai visto, orecchio umano non ha mai udito, né è entrato nel cuore del­l'uomo quello che Dio ha preparato per coloro che lo amano».

Corpo bello
Al nostro corpo risorto Dio conferirà la massima bellezza, con tale intensità e vivezza che in tutto l'uni­verso rinnovato il nostro corpo sarà certamente il ca­polavoro più leggiadro e affascinante.
Su questa terra il nostro corpo viene deformato in mille modi dalle fatiche, dagli stenti, dalle malattie, dal­la vecchiaia. In Paradiso invece esso sarà così bello da essere invidiato, per così dire, da tutto il creato per­ché la sua bellezza sarà tale da non temere nessun raf­fronto: bellezza perfettissima.
Bellezza non artificiale, come sulla terra, a base di cosmetici e profumi per rimediare a certe imperfe­zioni, alla mancanza di freschezza della pelle, ecc. Quanto tempo impiega la donna specialmente giovane, per impomatarsi la faccia, per tingersi le labbra, le ci­glia e le sopracciglia, le unghie non solo delle mani, ma anche dei piedi, ecc. Quanti esercizi, quanta cura per mantenere in forma l'effimera bellezza del corpo.
In Paradiso il nostro corpo risorto perderà ogni im­perfezione, ogni deficienza della natura decaduta e avrà per sempre una bellezza delicata, squisita: bellezza in­dicibile!
Bellezza non passeggera come quella dei fiori più vistosi, che appassiscono presto, ma bellezza genuina che proviene dalla perfetta armonia di tutte le mem­bra, di tutte le singole parti del corpo, e soprattutto bel­lezza che non appassirà mai, non scolorirà mai, ma sa­rà eternamente affascinante. L'autore che abbiamo ci­tato scrive: «Guance candide e rosee; occhi splendenti come stelle del mattino; labbra rosate; carnagione dalle tinte celesti, immensamente più belle e delicate di tut­te le colorazioni dei nostri fiori, dei nostri tramonti, delle nostre aurore; capigliature lucenti e morbide, fluenti su spalle e petti bianco-iridescenti, ondeggian­ti come aureole luminose intorno ai capi nobilmente eretti; colli eburnei; mani e braccia alabastrine; mem­bra tutte esteticamente perfette e con i loro contorni rivestiti e adorni della maggior gloria possibile!
Tutta la perizia dell'Artefice Divino sarà impegna­ta a fondo per creare alle anime sante abitazioni viventi che raggiungano i limiti massimi della bellezza sen­sibile.
1 corpi dei beati, rivestiti di candore immacolato e verginale, impregnati di luce e fulgore divini, affa­scinanti di una freschezza sempre giovane, di una mor­bidezza vellutata, di una leggiadria rosea celestiale, si offriranno alla nostra contemplazione e ammirazione, alla nostra conversazione e convivenza in miriadi di esemplari, uno più seducente dell'altro, ognuno con la sua bellezza e leggiadria particolare che lo distingue dagli altri. Negli occhi il lampeggiare più luminoso; nei volti il sorriso più soave, più gentile, più invitante; in tutta la persona, dai lineamenti purissimi, c'è l'atteg­giamento più accogliente e avvincente, tutto nobiltà e santità, affabilità e cortesia.
Quanta ebbrezza di felicità si procureranno l'un l'altro i Beati col solo apparirsi, presentarsi, mostrar­si, stare insieme, amarsi dell'amore più puro e più ar­dente! Quanta deliziosità estasiante convivere e intrat­tenersi per sempre con persone stupendamente belle, care e simpatiche! Corpi tutti belli, tutti perfetti, tutti meravigliosi, tutti impastati di diversa bellezza, come di diversa bellezza è quella che contempliamo divisa nei mille fiori che creano l'incanto dei nostri giardini e delle nostre campagne! Anime tutte belle, tutte su­blimi, tutte sante, anime che 1'infinta bellezza di Dio impregnerà per formare di ognuna di esse immagini sublimi della suprema bellezza umana! ».
Tutto questo, che è stato scritto dal citato autore, sembra frutto di fantasia, invece in Paradiso sarà dol­ce ed estasiante realtà eterna.
Santa Teresa d'Avila, ammessa a contemplare per pochi istanti Gesù con il corpo glorioso, scrisse che da quel giorno tutte le persone più affascinanti non le sem­bravano ormai più deliziose di uno scheletro.
Anche noi, se ci salveremo, siamo destinati a diven­tare tanto inconcepibilmente belli.

Corpo luminoso
Un'altra stupenda dote dei nostri corpi risorti è la luminosità. San Paolo (I Cor. 15,43) dice: «Si semina un corpo spregevole e risorge glorioso pieno di splendore». Risorge nello splendore di quella luce e bellezza radio­sa che la visione di Dio comunica all'anima beata e com­penetra il corpo. Sul monte Tabor, dice il Vangelo (Mat. 17,2), il volto di Gesù splendeva come il sole tanto che gli occhi dei tre Apostoli abbagliati non reggevano a contemplarlo. Gesù stesso (Mat. 13,43) ci dice: «Nel re­gno del Padre celeste (cioè in Paradiso) i giusti (ossia i Beati) splenderanno come il sole».
Una conferma al riguardo ci viene da Fatima. Il 13 maggio 1917, in pieno meriggio, i tre fanciulli - Lucia, Francesco, Giacinta - scorgono dinanzi a loro, a due passi di distanza, su un piccolo elce verdeggiante, alto poco più di un metro, una bellissima Signora, tutta lu­ce, più splendente del sole, la quale con un grazioso ge­sto li rassicurò dicendo: Non abbiate paura, non voglio farvi del male -. La loro paura era causata dai lampi, i quali non erano altro che lo splendore annunziante l'arrivo della celeste apparizione.
Lo splendore luminoso aggiungerà alla perfetta bel­lezza dei nostri corpi uno spettacolo fantasticamente suggestivo! Splendore luminoso che, partendo dall'a­nima, si irradierà all'esterno attraverso i corpi immor­tali e li renderà tutti rosei trasparenti. Splendore lumi­noso che è riflesso fedele della luce stessa di Dio. Il cor­po luminoso e ardente dei Beati irraggerà la stessa ab­bagliante bellezza del volto di Dio, tanto che tutto il creato sarà costretto, per dire così, ad esclamare esta­tico: quanto si rassomigliano!

Chi è venuto dall'aldilà?
Viveva a Londra, nel 1848, una vedova di ventino­ve anni, molto ricca e assai mondana. Tra i damerini che frequentavano la sua casa, si notava un giovane Lord, di condotta poco edificante.
Una notte, verso le dodici, la donna stava a letto leg­gendo un romanzo per conciliare il sonno. Appena spen­ta la candela per addormentarsi, si accorse che una stra­na luce, proveniente dalla porta, si diffondeva nella ca­mera, crescendo sempre più. Meravigliata, spalancò gli occhi non sapendo spiegarsi il fenomeno. La porta del­la camera si aprì lentamente ed apparve il giovane Lord, complice dei suoi disordini.
Prima che essa potesse proferire parola, il giovane le fu vicino, l'afferrò al polso e disse in inglese: «C'è un Inferno, dove si brucia!».
Il dolore che la poveretta sentì al polso fu tale che svenne. Rinvenuta mezz'ora dopo, chiamò la camerie­ra, la quale entrando nella stanza sentì un forte puzzo di bruciato. La cameriera constatò che la padrona ave­va al polso una scottatura così profonda da lasciar ve­dere l'osso, avente la superficie di una mano di uomo. Osservò ancora che dalla porta il tappeto aveva le im­pronte di passi d'uomo e che ne era bruciato il tessuto da una parte all'altra.
Il giorno seguente la signora seppe che la stessa not­te il giovane Lord era morto.
L'episodio è narrato da mons. Gastone De Sègur nel suo opuscolo sull'Inferno, il quale così chiude il suo di­re: Non so se quella donna si sia convertita, ma so che vive ancora. Per coprire agli sguardi altrui le tracce della sua scottatura, porta al polso sinistro, in forma di brac­cialetto, una larga fascia d'oro, che non depone né gior­no né notte, per cui viene chiamata «la signora del brac­cialetto».

Capitolo IX
NATURA DELLE GIOIE SENSIBILI DEL PARADISO
Non sono sconvenienti
«Ciò che Dio ha fatto puro, tu cessa di ritenerlo im­mondo» (At. 10,15). Con questa ingiunzione Gesù ac­quietò la riluttanza di S. Pietro, il quale da buon ebreo non sapeva decidersi a cibarsi di carne classificata «im­pura» nella legge antica. La stessa cosa potrebbe dirsi a coloro che ritengono le soddisfazioni dei sensi esse­re troppo materiali per accordarsi con la vita celeste, che, a loro parere, trascende ogni materialità.
Ma non è forse vero che tutta la nostra attività umana, esplicata e vissuta in pieno da Gesù, si è, tra­mite Lui, come santificata e divinizzata? Persino le sod­disfazioni del sesso, che un puritanesimo esagerato ha qualificato come bassezze animalesche, diventano, at­traverso il sacramento del Matrimonio, l'espressione più viva d'amore per nulla sconveniente all'essere rag­ionevole e meritoria soprannaturalmente. Se Gesù ha etto che in Paradiso non ci saranno più soddisfazioni sessuali, questo non vuol dire che i corpi resuscitati dei Beati avranno sensi inutili e privati di tutta la loro sen­sibilità. Gesù, partecipando persino ai pranzi solenni degli uomini, mostrò che neppure essi disdicono alla Maestà infinita di un Dio e sono compatibili con la Vi­sione beatificata, a Lui abituale come uomo, e allora con quale pretesa aprioristica si pretende sostenere che l'appagamento dei sensi sia indecoroso e quindi incom­patibile con la vita beata del Paradiso? E se non è scon­veniente neppure per il Figlio di Dio rimanere in eter­no immedesimato con la materia in unità di persona, perché in Paradiso dovrebbe essere sconveniente per noi rimanervi a contatto e servircene non più per ne­cessità ma per godimento? Perciò possiamo essere cer­ti di trovare nei viali fioriti del Paradiso cosmico tutto ciò che onestamente può appagare e deliziare i nostri sensi. San Tommaso afferma che anche se la soddisfa­zione di un senso, per esempio del gusto, non è più ne­cessaria, perché in Paradiso saremo liberati dalla schia­vitù del nutrimento, tuttavia Dio provvederebbe ad ac­contentare anche il gusto non per necessità, ma per di­lettazione.
La natura fisica è opera di Dio né più né meno di quella spirituale. Ora se l'uso dei sensi e il godimento delle soddisfazioni cosiddette «inferiori» possono es­sere onesti e meritori, e possono servire all'acquisto della vita eterna, perché dovrebbero essere sconvenien­ti a farcela godere, specialmente che in Paradiso cer­cheremo questi piaceri non per preferirli a Dio, come capita purtroppo in terra, ma per glorificarlo di più fa­cendo buon viso a tutte le portate di felicità che Egli stesso ci ha preparato e cercando in esse nuovi incen­tivi di amarlo?
Perciò la nostra vita futura trascorrerà sempre a contatto della materia mediante il nostro corpo, che sa­rà sempre provvisto di sensi, ma purificati, affinati, so­praelevati, dotati di gusti assai più nobili, più squisiti, più esigenti, grazie ai quali possederemo una capacità di godere fisicamente inimmaginabile.
Il motivo profondo della presenza in Paradiso del­le gioie sensibili è che la vita sensitiva e quella vegita­tiva giovano non soltanto a conservare l'individuo e la specie umana, ma innanzitutto e direttamene a perfe­zionare l'individuo con l'attuazione e l'appagamento delle sue capacità naturali. Chi può dunque sapere mai quali, quante e quanto intense gioie sensibili ci offriran­no i «nuovi cieli e nuova terra»? Dio infonderà in tutti gli esseri materiali, posti a nostra disposizione, l'aro­ma che dà le vertigini della gioia suprema. Eppure tut­to questo non sarà che una goccia di quell'oceano bea­tifico promesso per saziare in eterno la nostra sete: la Visione beatifica e il possesso eterno dell'Amore in­finito.

Felicità di tipo umano
Il Catechismo Romano (P.I. - cap. 13, n. 12), parlan­do delle gioie del Paradiso, dice testualmente così: «Sia­no ben persuasi i fedeli che qualunque soddisfazione ci capita di godere in questa terra, o anche si possa solo desiderare, sia per l'appagamento della mente, sia al be­nessere pieno del corpo, la vita beata dei Celesti è im­mersa nell'abbondanza di tutto questo, benché ciò va­da inteso in una maniera veramente superiore a quan­to l'occhio mai vide, l'orecchio mai udì, o l'uomo poté mai immaginare». Un'affermazione così autorevole ci fa comprendere che, nonostante siano belle ed estasian­ti le immagini con cui cerchiamo di spiegare le gioie del Paradiso, la realtà supera sempre e di gran lunga qua­lunque supposizione o fantasia. L'affermazione del Ca­techismo Romano incoraggia anche noi a rappresen­tarci la beatitudine celeste con i colori più vivi possi­bili. Però per non rischiare di andare troppo lontano dal vero, conviene attenerci alle informazioni, anche sommarie, forniteci dalla stessa Rivelazione. Questa, per farci intendere le realtà celesti soprannaturali, par­lando agli uomini è costretta a servirsi di espressioni umane, di immagini di felicità terrena. Perciò se la Ri­velazione Divina annunzia cieli nuovi e terra nuova, se parla di casa del Padre, di banchetto, di nozze, di re­gno, di una città celeste smagliante di bellezze e ric­chezze, ecc., simili espressioni nelle intenzioni di Dio hanno certamente lo scopo di metterci a fuoco in qual­che modo la natura del Paradiso, e non di sfocarla. Si comprende che dobbiamo pensare tali immagini di gran lunga più nobili, più perfette, più seducenti di co­me sogliono realizzarsi su questa terra. Ma è un erro­re sollevarle così in alto con l'astrazione fino a far quasi perdere loro ogni contatto e relazione con le corrispon­denti realtà presenti.

Paradiso del corpo
La visione e il possesso di Dio farà completamen­te felice la nostra anima. E il nostro corpo? L'uomo, composto di anima e corpo, che nel servizio di Dio im­piega e sacrifica anche il suo corpo, dovrà appagarsi di un solo premio, quello spirituale dell'anima? Certa­mente no, perché noi non siamo Angeli, puri spiriti, ma siamo uomini formati di spirito e materia, perciò, do­vremo essere appagati anche col premio sensibile pro­prio del corpo. Per essere pienamente felice l'anima aspetta la resurrezione del suo corpo. In Paradiso l'i­stinto d'integrità somatica è molto esigente. La grazia in questa terra e la gloria in Cielo non alterano la na­tura dell'uomo, anzi la presuppongono, la elevano e la perfezionano. I Beati godranno la felicità celeste on tut­to il loro essere umano: anima e corpo.
Ed allora in Paradiso quale sarà il piatto di felici­tà appropriato al corpo? Non è facile precisarlo per mancanza di notizie esplicite e dirette, per cui bisogna aiutarsi con la ragione e con un po' di fantasia, esclu­dendo, come ci ha detto Gesù stesso, il piacere sessua­le di cui il corpo risorto ha perduto ogni attrattiva e gusto. Però è certo che il corpo glorioso avrà le sue de­lizie immensamente superiori a qualsiasi piacere terre­no, anche il più intenso e vivo.

Non piaceri sensuali, ma molto superiori
Nessuno ignora che i piaceri sensibili sono così vivi da essere la causa più frequente dei nostri peccati. Ta­li soddisfazioni sensibili però non sono propri dell'uo­mo come tale, bensì dell'animale, con cui l'uomo le con­divide in quanto nel suo fisico è insediata l'animalità. Per esempio: aver bisogno di cibo e di bevanda è con­seguenza della sua partecipazione alla vita animale. Nella vita futura l'uomo, assunto a partecipare alla vi­ta divina, non proverà più queste necessità fisiche, di cui sarà liberato per sempre. E dei godimenti che ac­compagnano la soddisfazione di tali necessità che ne sa­rà? San Tommaso (Suppl. III - Qu. 82) esclude l'attivi­tà del gusto come necessità per nutrirsi, ma l'ammette come godimento di sapore.
Il piacere sessuale, invece, scomparirà del tutto perché, completato il numero dei Beati stabilito da Dio, non ci sarà più bisogno di altri concepimenti e nasci­te, di conseguenza nel corpo cesserà per sempre lo sti­molo all'atto generativo e al piacere sensibile che l'ac­compagna. Il piacere sessuale, come abbiamo già det­to, sarà sostituito da piaceri sensibili molto più vivi e intensi di esso, piaceri proporzionati alla raffinata sensibilità del corpo risorto, sensibilità immensamente su­periore a quella che esso aveva sulla terra.
Non si può mai credere che l'Onnipotenza e la Sa­pienza divina avrebbe messo sulla terra a disposizio­ne dell'uomo (che l'offende molto per l'uso illecito e di­sordinato del piacere sessuale) tutto il piacere più pre­libato della felicità fisica nelle espressioni più ardenti dell'amore umano, senza riservare piaceri molto miglio­ri e prelibati per la festa eterna con i suoi figli più cari, i Beati.
Se saranno esclusi i piaceri sessuali, non sarà cer­tamente per lasciare vuoti, al banchetto della felicità eterna, i calici dei nostri sensi, ma per colmarli di pia­ceri immensamente più inebrianti.
Il cumulo dei godimenti sensibili raggiungerà pro­porzioni tali che sulla terra neppure è dato immagina­re e tanto meno sperimentare.
La Visione Beatifica di Dio è sufficiente per fare felici i Beati, ma Egli, per l'amore infinito che porta loro, vuole che i suoi figli godano appieno anche la lo­ro felicità secondaria, cioè quella del corpo. Quindi, ol­tre a uno sconfinato numero di amori umani, angelici, scientifici, ed altri ancora, sconosciuti sulla terra, i Bea­ti godono di incalcolabili piaceri della vista, dell'udi­to, dell'odorato, del tatto e del gusto.

Chi è venuto dall'aldilà?
(Vi è un Inferno e io vi sono dentro)
Il dotto e pio Mons. Gastone di Segur, nel suo noto opuscolo sull'Inferno, narra un episodio straordinario accaduto a Mosca poco prima dell'orribile campagna bellica del 1812.
- «Mio nonno materno, il conte Roctopchine, go­vernatore militare di quella città, era in stretta relazione col generale conte Orloff, celebre per il suo valore, non meno che per la sua empietà. Una sera dopo cena, il conte Orloff e un suo amico, il generale V..., volter­riano al pari di lui, si burlavano volgarmente della reli­gione e soprattutto dell'Inferno.
- Ma pure - disse Orloff - e se vi fosse poi qual­cosa al di là della tomba?
- Ebbene - riprese il generale..., - qualora così fosse, quello di noi due che morirà per primo verrà ad avvisare l'altro. Restiamo d'accordo?
- Benissimo - rispose Orloff...
Alcune settimane dopo scoppiò una terribile guer­ra, una di quelle tanto temute, quali Napoleone sapeva allora suscitare. L'esercito russo fu chiamato alle armi, e il gen. V..., ricevette l'ordine di partire immediatamen­te per prendervi una posizione importante. Erano tra­scorse due o tre settimane da che egli aveva lasciato Mo­sca, quando un mattino assai per tempo, mentre mio nonno stava alla toeletta, si vide all'improvviso aprire bruscamente la porta della stanza ed entrarvi il conte Orloff, in veste da camera, con i capelli irti, gli occhi stralunati, pallido come un cencio.
- Ecchè, Orloff ? Voi qui a quest'ora? In questa ma­niera? Che avete? Che cosa vi è accaduto?
- Mio caro - risponde Orloff - io credo d'impaz­zire: ho veduto il gen. V...
- Il gen. V...? E dunque arrivato?
- Oh no! - rispose Orloff gettandosi sopra un di­vano e prendendosi violentemente la testa fra le mani. - No, no, non è ritornato, ed è appunto questo che mi spaventa.
Mio nonno non capiva nulla e procurava di calmarlo.
- Raccontatemi dunque - disse - ciò che vi è ca­pitato e che cosa significhi questo.
Allora sforzandosi di dominare la sua emozione, il conte Orloff racconta quanto segue: «Mio caro Roctop­chine, non è trascorso ancora molto tempo da quando il gen. V... e io ci siamo giurati a vicenda che il primo che fosse morto di noi due, sarebbe venuto a dire all'al­tro se vi sia qualche cosa al di là della tomba. Ora que­sta mattina, mentre me ne stavo tranquillamente a let­to, desto da lungo tempo, senza pensare affatto a lui, sento aprirsi le cortine del letto e mi vedo dinanzi, a due passi, il gen. V., diritto, pallido, con la destra al petto che mi dice: Vi è un Inferno e io ci sono dentro... Dopo di che scomparve. Sull'istante sono corso da voi: io per­do la testa.
Mio nonno prese a calmarlo come meglio poté, ma non fu facile; cercò di convincerlo di allucinazione, di fantasmi, tentò di fargli credere che forse dormiva..., che si danno talora casi straordinari che non si sanno spiegare...
Dieci o dodici giorni dopo, un messo dell'esercito annunziava a mio nonno, insieme alle altre notizie, la morte del gen. V... La mattina stessa di quel giorno me­morando in cui il conte Orloff lo aveva veduto e senti­to, all'ora stessa che egli era apparso in Mosca, l'infeli­ce generale, uscito a esplorare la posizione del nemico, era stato trapassato da una palla di fucile ed era cadu­to fulminato» (De Segur G. - L'En fer - Parigi 1876).» -

Capitolo X
GODIMENTO DELL'UDITO
Fra tutte le gioie terrene la musica possiede un in­canto che ci attira molto. Prima di entrare in argomen­to, apro una parentesi per dire che non intendo parla­re di una certa musica moderna, idolatrata dalla gio­ventù di oggi, che porta all'isterismo, alla sfrenatezza, all'eccitazione delle passioni più basse. Questa musica si diffonde molto per mezzo di dischi, a proposito dei quali trascrivo un estratto dalla rivista «Lumière et Paix» (maggio-giugno 1982, pag. 30 - C.P. 517 - succ. D'Yanville Montréal - Quebec - 112 p2 wI):
«Esiste negli Stati Uniti (e diffusa in molte nazio­ni) un'Associazione chiamata Wicca (che tradotto vuol dire "Associazione dei fattucchieri e dei congiurati") che ha il compito di diffondere dischi con musica moderna.
Le persone che appartengono a questa associazione sono numerosissime, praticano il satanismo e si consa­crano a Satana. Posseggono tre compagnie di dischi.
Ogni disco ha per scopo di contribuire alla demoralizza­zione e alla disorganizzazione interna, psicologica dei gio­vani. Ognuno di essi infatti descrive esattamente gli stati d'animo convenienti ai discepoli di Satana e invita le per­sone a celebrare la gloria, l'onore e la lode di Satana.
C'è un'altra associazione: i "Rolling Stones". An­che i membri di questa associazione appartengono a una setta satanica della regione di San Diego (Califor­nia) e divulgano in molti loro canti gli stessi principi dell'associazione Wicca, perché anche loro sono per­sone consacrate al culto di Satana.
Molto conosciuta è pure un'altra associazione, Gar­ry Funkell, che produce lo stesso tipo di musica per por­tare i giovani al culto di Satana.
I dischi divulgati da queste associazioni si basano su quattro principi:
1) Da prima c'è il "Ritmo", chiamato Beat, che si sviluppa secondo i movimenti della relazione sessua­le. Tutto ad un tratto si ha la sensazione d'essere coin­volti in una frenesia, per cui si verificano molti casi d'i­sterismo causato dall'esasperazione dell'istinto sessua­le per mezzo del detto "ritmo beat";
2) in secondo luogo c'è l'intensità del suono, scel­to deliberatamente per essere superiore alla tolleran­za del sistema nervoso. Tutto questo è calcolato per­ché, quando ci si espone a questa musica per un certo tempo, sopravviene nella persona una specie di depres­sione, di ribellione, di aggressività.
Tutto questo avviene senza rendersene conto, af­finché si arrivi a dire "in fondo io non ho fatto niente di male, ho solo ascoltato musica per tutta la serata", e non ci si accorge invece che tutto è previsto e calcola­to per esasperare il sistema nervoso e in tal modo ot­tenere il ritmo beat, ascoltato per tutta la serata, ed es­sere avviati al satanismo;
3) in terzo luogo c'è il Segnale Sublime. Si tratta di un segnale supersonico elevatissimo, dell'ordine di circa 3000 vibrazioni al secondo, impossibile ad esse­re sentito con le proprie orecchie, appunto perché è su­personico. Esso libera nel cervello una sostanza il cui effetto è tale e quale alla droga. È una droga naturale prodotta dal cervello a seguito di quei stimoli ricevuti e di cui non si è reso conto.
A un certo momento ci si sente strani... Questa stra­nezza induce la persona a cercare la droga vera e pro­pria, o se si è già tossicomani, a prenderne dosi soprae­levate;
4) infine c'è la "consacrazione rituale" di ogni di­sco durante una "messa nera". Infatti prima che ogni disco sia messo sul mercato, esso viene consacrato a Satana durante un rituale particolare che si svolge nel­la messa nera.
Se qualche volta vi siete presa la pena di analizza­re le parole di queste varie canzoni, vi sarete accorti che il tema generale è sempre lo stesso: ribellione con­tro i genitori, contro l'autorità, contro la società, con­tro tutto quello che esiste; liberazione di tutti gli istin­ti sessuali; possibilità di poter creare uno stato anar­chico per l'avvento del regno universale di Satana.
Ci sono anche degli inni dedicati chiaramente a Sa­tana, basta prendere per esempio la canzone "Hair". Dopo quanto è stato detto è facile capire il perico­lo delle discoteche e il pericolo degli influssi di Satana, che conta tanti complici nella vita della ribellione e del­l'odio (Apocalisse 12,17): "Si adirò il drago contro la Donna, e se ne andò a far guerra al resto della sua di­scendenza, a quelli che osservano i Comandamenti di Dio e hanno a cuore la testimonianza di Gesù" ». Chiusa la parentesi, entriamo in argomento.
La musica rende i nostri sentimenti così efficaci da suscitarli anche negli altri, facendo sentire loro i bat­titi del nostro cuore in sintonia con lo spirito.
Nel 1954, in occasione dei solenni festeggiamenti in onore di S. Agata, Patrona di Catania, ebbe luogo un concerto nella Villa Bellini. Le tre principali bande musicali d'Italia, invitate per l'occasione, eseguirono con­temporaneamente dei pezzi scelti, sotto la direzione d'un unico maestro. L'esecuzione fu inappuntabile. La moltitudine degli uditori assaporava le ispirate armo­nie. Sembrava di ascoltare un organo. Intanto si escla­mava da molti: È musica di Paradiso!... Che bellezza!...
La musica è qualche cosa di divino e certamente in Cielo allieta i Beati. Ma quale differenza tra le ar­monie prodotte dall'uomo e quelle che scaturiscono di­rettamente da Dio!
Santa Teresa d'Avila ebbe l'apparizione di un Che­rubino, che volle darle un saggio della musica celeste e le fece udire il suono di un violino. Fu tale la dolcez­za e l'emozione, che alle prime arcate la Santa svenne. Santa Caterina Vigri di Bologna, non sapeva mu­sica, né mai aveva preso tra le mani uno strumento mu­sicale. Lei è gravemente ammalata, sta per morire. Dio per consolarla le fa sentire in visione una primizia della musica celeste. Appena ritorna in sé, la Santa moribon­da afferra un piccolo liuto e suona e canta, lei ignara d'ogni musica. Nel Monastero di S. Chiara a Bologna, le monache conservano ancora quel liuto come reliquia. San Francesco d'Assisi, sofferente di un dolore spa­smodico agli occhi, la notte spesso non poteva dormi­re. Il Santo, sotto la morsa del dolore, invocava l'aiuto divino. Dio, per consolarlo, gli mandò un Angelo con una cetra. Appena questi toccò la prima corda col plet­tro, fu tanta la dolcezza che invase il cuore di S. Fran­cesco da pregare l'Angelo di non suonare più, perché altrimenti sarebbe morto di gioia.
È meravigliosa la musica! Chi di noi, ascoltando pacatamente la trasmissione di qualche coro, di qual­che sinfonia, di qualche tratto d'opera immortale, di qualche canto patetico, non si è sentito invadere dalla commozione fino a lacrimare, a sorridere, a esaltarsi di gioia, di amore, di entusiasmo? Ebbene le soavità musicali allieteranno la nostra vita gloriosa in Paradi­so. Una conferma di questo l'ebbe S. Giovanni Bosco nell'apparizione di San Domenico Savio, alunno sale­siano morto nel 1857. «Mi trovavo - dice San Giovan­ni Bosco - a Lanzo ed ero nella mia stanza. D'un trat­to mi trovai sopra una collina. Il mio sguardo si perde­va nell'immensità. La pianura che mi stava dinanzi era cerulea ed era divisa da larghi viali in vastissimi giar­dini... (a questo punto il Santo descrive quello che ve­deva). Mentre ammiravo e contemplavo questa bellez­za, ecco diffondersi una musica soavissima. Erano cen­tomila strumenti e tutti davano un suono differente l'u­no dall'altro. A questi si univano i cori dei cantori. Men­tre estatico ascoltavo la celeste armonia, ecco appari­re una quantità immensa di giovani che veniva verso di me. Alla testa di tutti avanzava Domenico Savio». Il Santo continua a narrare l'apparizione, ma, non riguar­dando il nostro tema, l'interrompiamo.
Il Paradiso è anche il regno dell'armonia dove il ge­nio umano eseguirà esecuzioni musicali molto più per­fette di quanto si è inteso sulla terra.
Come oggi si sente il bisogno di amplificare la vo­ce con l'altoparlante, così l'uomo ha sempre sentito il bisogno di amplificare i suoi sentimenti interni col canto.
Figuriamoci allora come in Paradiso i Beati, inon­dati da una immensa gioia e di uno sconfinato amore, eseguiranno canti e moduleranno armonie che solo in Cielo possono sentirsi. Un'altra conferma di questo ce la dà lo stesso San Giovanni Bosco quando gli apparve sua madre, Margherita Occhiena, morta nel 1856. Nel­l'agosto del 1860 il Santo l'incontra poco lontano dal Santuario della Consolata a Torino. Ecco il racconto del Santo.
«Ma come! Voi qui? - le disse - non siete morta?». - «Sono morta, ma vivo» rispose Margherita. - «E siete felice?» - «Felicissima!».
Le chiesi, fra l'altro, se dopo morte fosse entrata subito in Paradiso. Margherita rispose di no. Le chiesi anche se Luigi Comollo, Domenico Savio e altri pii gio­vanetti godessero già del premio celeste. Lei rispose di sì. Infine a pregai di darmi un saggio della sua felicità, di farmene assaporare una stilla. Margherita allora ap­parve tutta risplendente, ornata di una veste ricchissi­ma, con un aspetto di maestà meravigliosa e circonda­ta da un coro di Angeli. Ella si mise a cantare. Il suo canto d'amore a Dio di una dolcezza inesprimibile an­dava diritto al cuore, lo riempiva e lo trasportava. Sem­brava l'armonia di mille voci che dai bassi più profon­di salivano agli acuti più alti, con una varietà di toni e differenze di modulazioni, a vibrazioni più o meno forti e talora impercettibili, combinate con tanta arte, con tanta delicatezza e accordo che formavano un'ar­monia indicibile.
Il Santo, a quella melodia di Paradiso, restò così estatico che gli parve essere fuori dai sensi e non sep­pe più cosa dire a sua madre, la quale, prima di scom­parire, gli disse: «Ti aspetto in Paradiso! ».
Chissà perciò quale armonia di canti e di suoni ci saranno nel regno della felicità eterna.
L'uomo primitivo a un certo momento si rese con­to della convenienza di ritmare il suo canto e i gesti che l'accompagnavano con qualche suono strumentale e co­sì ebbero inizio i primi strumenti musicali rudimenta­li. Col volgere dei secoli l'armonia musicale si venne perfezionando e assumendo tale importanza da sosti­tuirsi perfino al canto.
Anche se le moderne orchestre sono sostenute e ar­ricchite da strumenti elettronici sofisticati e perfetti; anche se la tecnica del canto è progredita in modo mi­rabilissima, tuttavia in Paradiso i Beati saranno in gra­do di inventare e costruire strumenti musicali assai più ingegnosi e perfetti degli strumenti più sofisticati di questa terra.
Nel nostro corpo glorioso la perfezione degli orga­ni vocali e acustici sarà assoluta e quindi i canti e le armonie celesti supereranno in squisitezza e perfezio­ne tutte le orchestre e i cori di questa terra. San Gio­vanni Evangelista, che ebbe la fortuna di vederli e udir­li, attesta (Ap. 14,3 e 15,3) «Essi cantavano un cantica nuovo davanti al trono di Dio)... accompagnando il can­to con arpe divine».
Inoltre se teniamo conto dell'intelligenza molto più acuta, di cui saremo dotati, e della conoscenza comple­ta che avremo di tutte le scienze, compresa quella dei suoni, è evidente che in Paradiso saremo maestri mol­to più abili di tutti i compositori più geniali e di tutti i direttori di orchestra più famosi. Non ci sarà più igno­to nessun segreto del ritmo, della melodia, dell'armo­nia e della modulazione degli accordi...
Chi può descrivere allora la gioia e l'intensità dei palpiti e dei fremiti eterni in cui si esprimerà quella musica celeste, slanciata alle supreme esplosioni di gioia e amore della vittoria e del trionfo eterno. Leg­gendo l'Apocalisse a un certo momento si ha la gradi­ta sorpresa di assistere a una esecuzione musicale di proporzioni cosmiche, nella quale prendono parte tut­ti gli abitanti del Paradiso, Angeli e Beati, con canto corale sostenuto da strumenti: (Ap. 5,8) «avendo ciascu­no un'arpa... cantavano un canto nuovo». In questo ver­setto la descrizione è molto concisa, tuttavia chi ha la fantasia abbastanza sveglia, trova in esso quanto è suf­ficiente per andare in visibilio.
Nel capitolo 19 dell'Apocalisse San Giovanni pre­senta, in quattro riprese, gli abitanti del Cielo riuniti in massa corale a celebrare il trionfo sui malvagi. L'Al­leluia, come inno di vittoria e di gioia, irrompe da in­numerevoli petti con tale potenza da uguagliare il mug­gire del mare in tempesta e lo scrosciare dell'uragano con i tuoni.
In Paradiso le armonie corali degli Angeli e dei Bea­ti saranno le manifestazioni più spontanee e squillan­ti! Ogni Beato avrà il suo timbro particolare e specifi­
co, la sua nota perfettamente intonata, preparatagli da Dio stesso, per inserirsi armoniosamente nel concerto celeste.

In Paradiso ci sarà anche la danza?
Se noi prendiamo la parola danza nel senso gene­rale di divertimento, bisogna convenire di sì, perché il Paradiso cosmico è proprio il luogo del godimento. I suoi fortunati abitanti non hanno altro compito che go­dere i doni della Bontà divina divertendosi: nulla di ciò che potremo desiderare onestamente il Signore ce lo negherà.
La danza è l'espressione ritmica di moti spirituali per mezzo delle membra del corpo. La danza sana e one­sta, con la sua ricchezza di figure e di movimenti, è una manifestazione di vita e un'abbondante sorgente di gioia. Essa è un mezzo intramontabile per celebrare una solennità, una festa gioiosa.
Nella danza sana e nobile, la parte sensibile deve essere dominata e trasfigurata dal senso spirituale. Es­sa, supponendo una certa esuberanza di forza fisica e spirituale e un alto dominio del proprio corpo, è adat­ta particolarmente alla gioventù. Così la danza può di­ventare espressione di puri sentimenti e manifestazione d'amore nell'ambito della comunità familiare, del vicinato e del popolo.
Con la trasformazione della danza di società in semplice danza di coppie, essa cominciò a impoverirsi fino a degenerare facendosi espressione di un digradan­te erotismo.
La Chiesa non condanna la danza in se stessa, ma ha condannato la danza avvinta e'degenerata al livello di passione sessuale, come accade purtroppo ai nostri giorni.
Il Beato Angelico, nelle sue pregiatissime tele, ha dipinto Angeli e Beati che, investiti da una luce suavis­sima, danzano felici tra le aiuole fiorite del Paradiso. La chiameremo ingenuità di artista? No, perché dob­biamo guardare il Paradiso con la fede semplice di un fanciullo e non esiteremo ad ammettere nella Patria ce­leste gli spettacoli coreografici più entusiasmanti, non solo per assistervi, ma per prendervi parte.
I balli terreni dispongono di pochissime cadenze; devono effettuarsi, per la forza di gravità, sul pavimen­to. In Cielo non sarà così. Il volo armonioso di uno stor­mo di uccelli ci dà una debole immagine della danza celeste. Ivi la danza si fa dovunque. Non occorre pavi­mento, perché il dominio assoluto che i Beati hanno sul­le forze gravitazionali, li fa danzare dovunque, sulle montagne, nelle vallate come negli spazi siderali.

Chi è venuto dall'aldilà?
Giuseppina Berettoni, anima privilegiata morta a Roma nel 1927, fu pregata dalla Presidente del Circolo delle Donne Cattoliche Carlotta Marchi, vedova Conte­stabile), a far visita a un suo nipote gravemente amma­lato, ma purtroppo sprezzante di Dio e dei Sacramenti. Nel tardo pomeriggio del 31 maggio 1906 ella si presentò alla clinica e si trovò a colloquio con il Direttore, il quale con un sorriso canzonatorio le chiese: Lei deve es­sere una bizzoca che vuole convertirlo! Ma che? Non ci riuscirà, perché un tipo... - Poi cercò di licenziarla, ma essendo troppo tardi e non potendo ritornare a casa, Giuseppina si mostrò così persuasiva che il Direttore le concesse di rimanere, anzi le disse: «Veda, tutti i giorni io porto via questa chiave; ma ora la consegno a lei, co­sì, dopo la visita all'infermo, potrà passare qui la notte; potrà riposare su quella poltrona».
Partito il professore rimase sola e si mise a recitare il rosario, poi si presentò al malato. Con serie riflessio­ni e intercalando segrete preghiere a Dio in brevi inter­valli Giuseppina ottenne la conversione del giovane, il quale fece chiamare un Padre Cappuccino, si confessò e ricevette il Viatico e l'Estrema Unzione.
Ritiratasi nello studio del Direttore, Giuseppina si avvide che in angolo c'era uno scheletro umano, ritto, con tutte le sue ossa congiunte da fili metallici. Di chi sarà stato? E dove si troverà l'anima di costui? - si do­mandava. Ed ecco che all'improvviso quello scheletro riprende vita, si muove, parla e dice:
- Eccomi! Tu mi hai chiamato.
- Ma io non ti ho chiamato - risponde Giuseppi­na Berettoni, terrificata.
- Noi - riprende a dire lo scheletro - quantun­que dannati, dobbiamo fare la volontà di Dio. Sappi che da 74 anni io sono dannato all'Inferno. Questo domani lo dirai al Direttore.
- Egli non mi crederà, come glielo posso provare? - Vedrà che non sto nella posizione in cui ero. - Questo non basta.
- Ne avrai la prova - e così dicendo lo scheletro torna nell'angolo da dove si era mosso, mettendosi in posizione alquanto diversa.
Il giorno seguente il Direttore si diresse al suo stu­dio, desideroso di riprendere la conversazione.
- La scienza - disse a un certo punto - mi ha di­mostrato molte cose. Io non credo ai miracoli!
- Ciò mi stupisce, essendo lei così erudito - rispo­se Giuseppina - Sappia che io ho visto dei miracoli e che io stessa sono stata guarita all'istante da una piaga al braccio; di questo lei può accertarsi all'ospedale S. Giacomo.
- Allora è lei che ha fatto bizzoco il Direttore di quell'ospedale?
- Può darsi che io vi abbia contribuito - rispose Giuseppina - Ma ora guardi là, - disse puntando il dito verso l'angolo - quello scheletro appartiene a uno che da 74 anni sta all'Inferno.
- Adesso lei vuole tenermi una seduta di spi­ritismo.
- Io non fo dello spiritismo, perché proibito dalla Chiesa; tuttavia glielo assicuro perché lo so.
-A questo punto lo scheletro cominciò a muover­si in direzione del professore. Questi spaventato e scon­volto, uscì dallo studio e si rifugiò in Cappella, con me­raviglia delle Suore che mai prima di allora ve lo ave­vano visto entrare.
Due giorni dopo si recò a far visita a Giuseppina, ancora profondamente impressionato da quello strano evento. Ella lo incoraggiò e gli consigliò di recarsi a farsi un corso di esercizi spirituali a Genova.
Partì il 4 giugno. Pochi giorno dopo, nella notte tra l’11 e il 12, il professore si trovava nella sua camera, sve­glio, scoraggiato e agitato. Improvvisamente gli si pre­senta Giuseppina.
- Cos'è? È possibile! Lei... com'è entrata qui?
- Colui che le fece quel favore - rispose Giuseppina - ha fatto che io venissi a consolarla, perché lei si trova in grande afflizione.
Era avvenuto un caso di bilocazione, non raro nel­la vita di Giuseppina Berettoni.
Terminata la sua missione, Giuseppina si ritrovò ne suo letto a Roma. Il 15 luglio il professore, accompa­gnato dal figlio maggiore, andò a far visita alla sua ami­ca e benefattrice e si trattenne in colloqui per due ore. Il figlio del convertito, anche lui medico, vivamen­te impressionato dal cambiamento così avvenuto del pa­dre, si diede lui pure a una vita seriamente cristiana. Entrò poi in un convento e volle per umiltà essere fra­tello laico.
(Antico P. - Giuseppina Berettoni - Centro Giusep­pina Berettoni - Via S. Erasmo, 14 - Roma 1978).

Capitolo XI
GODIMENTO DELL'ODORATO E DEL GUSTO
In Paradiso il nostro odorato si delizierà moltissi­mo di quel profumo di cui l'uomo moderno sembra non poterne fare a meno.
Per il peccato originale l'uomo perdette pure il pro­fumo naturale che aveva nel paradiso terrestre e co­minciò, a causa del sudore e delle malattie, ad emana­re un odore sgradevole, per neutralizzare il quale egli è costretto all'igiene personale quotidiana e all'uso dei profumi.
In Paradiso il nostro corpo glorioso avrà un pro­fumo fragrante proporzionato ai meriti della santità conseguita sulla terra. San Tommaso d'Aquino (Suppl. III - Qu. 82) afferma: «Nei corpi gloriosi il profumo sus­sisterà nella sua più alta perfezione».
Ogni Beato sarà impregnato di un profumo parti­colare che lo distinguerà da ogni altro Beato. Ed allora se al profumo dei singoli Beati aggiungiamo il profu­mo degl'innumerevoli fiori dei giardini del paradiso co­smico e tutte le altre fragranze emanate dall'universo rinnovato, noi avremo di che deliziare il nostro odora­to per tutta l'eternità.
Alle volte, anche su questa terra, in certe anime pri­vilegiate il Signore ci dà un piccolo saggio di quel profumo che godremo dopo la risurrezione. Qualche esem­pio.
Il 17 aprile 1978 moriva a Roma un'anima privile­giata, Luigina Sinapi. La Madonna le appariva spesso. Terminato il colloquio, quando la Madonna se ne an­dava, lasciava il suo profumo. Un profumo così inten­so che impregnava la Cappella o anche la casa per tut­to il giorno...
Luigina era strettamente legata di spirituale devo­zione a Padre Pio da Pietralcina. Volendo lucrare l'in­dulgenza giubilare percorrendo a piedi l'itinerario che i pellegrini venendo da Roma facevano alle quattro Ba­siliche maggiori, si raccomandò a Gesù e alla Madon­na che le facessero il dono che ad assisterla fosse Pa­dre Pio.
Come si vede Luigina era sempre disponibile alla volontà divina, ma non le mancava l'ardire di chiedere speciali favori e, meraviglioso a dirsi, era sempre ac­contentata. È lei stessa che ricorda il fatto a un Padre Cappuccino.
«All'inizio di giugno, volendo andare alle quattro Basiliche per il Giubileo (del 1950), andai alla stazione Termini per iniziare il percorso da lì, come un comu­ne pellegrino che arrivasse a Roma col treno. Uscendo dalla stazione vidi davanti a me un Cappuccino. Per­corsa la distanza per arrivare a Santa Maria Maggio­re, quando stavo per entrarvi, il Cappuccino era davanti a me. Dopo le preghiere stabilite, vidi ancora il Padre che mi precedeva. E così per San Giovanni in Latera­no, per San Paolo ed anche per San Pietro. Lo vedevo sempre di schiena e mai nel volto.
Ultimata la visita in San Pietro, entrai nella Cap­pella del SS. Sacramento per un poco di adorazione e inginocchiandomi, qualche panca avanti a me, ecco il Cappuccino inginocchiato in preghiera. Quando mi alzai per uscire dalla Cappella per avvicinarmi all'ascen­sore che mi avrebbe portato al terzo piano dei Palazzi Apostolici per un appuntamento con il Santo Padre, il Padre Cappuccino mi era di fronte: Padre Pio! Leggen­do la mia grande sorpresa, mi sorrise e mi disse: "Sei contenta, mò? Adesso che vai dal Papa chiedi la Bene­dizione per me e dì al Papa che io mi offro vittima per lui tutti i giorni. Offro la mia vita al Signore per lui e per la Chiesa"
Io intanto tremavo per l'emozione di vedermi di fronte Padre Pio. Appena Padre Pio terminò di dirmi quanto dovevo riferire al Papa, sparì ed io mi affrettai all'ascensore. Il tremito mi durò sin davanti al Ponte­fice. Dovevo avere un viso "anormale". Io poi non sa­pevo di essere profumatissima e rimasi ancora più im­barazzata quando, con il suo paterno sorriso, il Papa mi chiese: "Ma che? Ti sei gettata addosso una boccet­ta intera di profumo?". Ed io confusa: "Padre Santo, mi faccia riposare un poco e poi le narrerò tutto". Quin­di mi calmai e gli riferii tutto quanto e chiesi la bene­dizione per Padre Pio. Rispose allora il Santo Padre: "Ecco, l'hai visto, e perché non l'hai fatto entrare nel­l'ascensore con te? Così l'avresti portato pure a me". "Padre Santo, quello era in bilocazione...". Non sape­vo cosa dire! Ma il Papa incalzò: "Ma lo potevi dire a Padre Pio...". E mentre alzava la mano per benedire, all'istante, ambedue vedemmo Padre Pio davanti a noi, circonfuso di una grande luce. Allora dalla bocca di Pio XII uscì, come in un sussurro, questa frase: "Io sono il Vicario di Cristo, ma Padre Pio lo vive Cristo!"» (dalla biografia di Luigina Sinapi, scritta da Chino Bert - edi­ta Are Edizioni - Via Caposile, 2 - Roma).
Se certe anime mistiche emanano tale profumo su questa terra, che cosa ci sarà in Paradiso, dove sarà un volatizzarsi continuo degli aromi più deliziosi!
Però il profluvio di fragranza che senza dubbio ci delizierà più vivamente in Paradiso sarà costituito dalla combinazione armoniosa dei profumi, di cui ciascuno dei nostri corpi gloriosi sarà impregnato e che sentire­mo emanare con caratteristiche speciali dal corpo di cia­scun Beato. Questa somma di profumi ci aiuterà a cer­care un'indicibile ebbrezza fisica l'uno accanto all'al­tro, l'uno nelle braccia dell'altro. La sola vicinanza fi­sica degli altri sarà già una gioia deliziosissima all'o­dorato.

Appagamento del gusto
In Paradiso si mangia e si beve? Sì, però non ci sa­rà un paradiso di crapuloni, come capita sulla terra, a base di mangiate pantagrueliche e innaffiate da so­lenni bevute: sarebbe un'aberrazione molto grossola­na e banale da escludere assolutamente.
In Paradiso non ci sarà più la funzione della nutri­zione e del ricambio, come avviene sulla terra, dove, a causa del lavoro e della continua attività corporale, le nostre forze fisiche, le nostre energie corporali si lo­gorano, vengono meno, e quindi, per non morire, c'è bisogno assoluto di mangiare e di bere per rinnovarle.
In Paradiso il nostro corpo glorioso si manterrà sempre efficiente, sempre vegeto, sempre sano e sem­pre giovane. Le sue energie fisiche non verranno mai meno e quindi non ci sarà più bisogno di mangiare e di bere.
Un saggio di quello che avverrà in Cielo, il Signore ce lo dà su questa terra nella vita di certe Anime misti­che. Citiamo l'esempio di due Mistiche del nostro se­colo: Teresa Neuman e Marthe Robin.
Teresa Neuman, nata a Konnersreuth, villaggio de11a Baviera, i1 9 aprile e morta i1 18 settembe 1962.
Ella visse per 35 anni senza mangiare né bere. Il suo unico nutrimento era la Comunione quotidiana.
I primari dottori, specialmente tedeschi, vollero as­sicurarsi se Teresa potesse realmente vivere senza man­giare né bere. Constatato il fatto, non sapevano darsi una spiegazione. Il dottor Weisl di Berlino la tempe­stò di domande per avere qualche delucidazione da lei stessa. Egli le chiese fra l'altro: «Non sentite appetito dopo tanto tempo di assoluto digiuno? - Niente affat­to - rispose Teresa - non sento nessuno stimolo, nean­che trovandomi vicina a cibi gustosissimi. Per me il mangiare è cosa indifferente. - E allora come potete spiegare questo fatto in voi? - È volontà di Dio - ri­spose Teresa con grande semplicità - e ciò che Dio vuole, accade!
Il Vescovo di Ratisbona, alla cui diocesi apparte­neva Teresa, fece fare per la durata di 15 giorni un con­trollo meticoloso con una sorveglianza scrupolosa. Ri­sultato: Teresa in 15 giorni non aveva gustato nulla ad eccezione delle Ostie Consacrate per la sua Comunio­ne quotidiana. Nonostante questo digiuno la salute di Teresa si manteneva florida e vigorosa tanto da atten­dere comodamente ai lavori di casa, alla cura del suo orticello e al ricevimento per ore di numerosi visitatori.
Marthe Robin, nata a Chateauneuf-de-Galaure (di­partimento della Drome in Francia) il 13 marzo 1902, e morta il 6 febbraio 1981. Anche lei per ben 50 anni, dal 1930 al 1981, visse senza mangiare né bere. Il suo unico nutrimento era la Comunione Eucaristica. Anche lei, per ordine del suo Vescovo, venne osser­vata e controllata da medici, scienziati e teologi scetti­ci. Quattro infermiere, dandosi il cambio in permanen­za, per 15 giorni e 15 notti, la sorvegliarono 24 ore su 24 e verificarono che Marthe realmente non mangiava né beveva, nutrendosi esclusivamente con la Comunio­ne Eucaristica.
Se il corpo glorioso non avrà più bisogno di cibo e di bevanda, come potremo soddisfare il gusto? Il cor­po glorioso, pur non avendo più necessità di cibo e be­vanda, tuttavia potrà mangiare e gustare ogni sorta di cibo e bevanda per glorificare Dio anche col gusto. Ogni cibo, per quanto possa sembrare complesso, in ultima analisi è fatto di atomi, e questi di energia. Ebbene gli atomi e l'energia obbediscono ciecamente ai Beati a tal punto che, con il solo volere, loro riesco­no facilmente a combinarli, trasmutarli, fissionarli, e farli diventare cibi vistosi e succulenti, i quali eccita­no, non parzialmente, come fanno i dolci della terra, ma tutte le papille gustative del corpo glorioso, che gu­sterà un piacere sensibile che sulla terra è impossibile. Negli uomini, ancora viatori in questo mondo, il senso del gusto si trova atrofizzato a causa della natura gua­sta dal peccato originale, nei Beati invece esso è acu­tissimo e perfetto. Perciò la condizione del corpo glo­rioso non impedirà ch'esso possa mangiare e gustare ogni sorta di cibo e bevanda non per necessità ma per gusto.
Il nostro corpo glorioso avrà tutte le proprietà del corpo glorioso di Gesù. Ebbene il Vangelo (Luca 2,37 e seg.) ci dice che Gesù, dopo la sua resurrezione, ap­parve agli Apostoli nel Cenacolo, i quali «stupiti e spa­ventati, credevano di vedere un fantasma. Ma Egli dis­se: Perché siete turbati e perché sorgono dubbi nel vo­stro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Dicendo questo mostrò loro le mani e i pie­di. Ma poiché per la grande gioia ancora non credeva­no ed erano stupefatti, disse: Avete qui qualche cosa da mangiare? Gli offrirono una porzione di pesce arrosti­to. Egli lo prese e lo mangiò davanti a loro».
Il Card. Lepicier (nel libro «Mondo Invisibile») os­serva al riguardo: Sebbene quel cibo non fosse certa­mente necessario alla conservazione della vita del ri­sorto Gesù, tuttavia il cibo che mangiava veniva per­fettamente gustato, e dopo la deglutazione veniva re­stituito, con un prodigio assai facile ai corpi gloriosi, negli elementi imponderabili della materia primitiva.
Perciò in Paradiso i Beati gusteranno le vivande più squisite, i frutti più prelibati, quali possono crescere sol­tanto nei giardini celesti.

Chi è venuto dall'aldilà?
(Maria Santissima a Fatima)
Il 13 maggio 1917 la Vergine Santissima appare a due ragazzine, Lucia di 11 anni e Giacinta di 7, e a un ragazzetto di 9 anni, Francesco, tre pastorelli semplici e buoni che recitavano sempre le preghiere.
Verso mezzogiorno, interrompendo i loro innocen­ti trastulli, i fanciulli recitarono come al solito il santo rosario. Dopo ritornarono ai loro giuochi. A un tratto un lampo li abbagliò. Spaventati guardarono il cielo: non v'era nemmeno una nube e il sole era splendente. Temendo qualche vicino temporale, radunano le peco­re e si avviano per ritornare a casa. A metà della china, ecco un nuovo lampo più abbagliante del primo... Dop­piamente atterriti affrettano il passo, ma un po' più avanti si fermano interdetti e attoniti per la meraviglia. Dinanzi a loro scorgono una bellissima Signora più splendente del sole.
Si svolse subito un piccolo dialogo tra la Signora e Lucia: «Di che paese siete?» domanda la ragazzina. - «Il mio paese è il Cielo» - rispose la Signora.
... Viene dal Cielo... dal Cielo... - rifletté Lucia: «al­lora mi sapreste dire se io andrò in Cielo?» - «Sì, vi
andrai» - rispose la Signora - «E mia cugina Giacin­ta?» - «Anche lei» - «E mio cugino Francesco?» - «Egli pure...» -.
Incoraggiata dalla bontà della Celeste Signora, Lu­cia volle sapere ancora la sorte di due ragazze, sue ami­che e morte da poco e ne ebbe in risposta che la più gio­vane (di 16 anni) era già in Paradiso, l'altra (sui 20 anni) era in Purgatorio... -.
Nella terza apparizione del 13 luglio la Madonna mostrò ai tre fanciulli l'Inferno. Scrive Lucia: «Vedem­mo come un mare di fuoco. Immersi in quel fuoco i dia­voli e le anime, in forma umana, come brace trasparente e nera o bronzea, che fluttuavano nell'incendio e veni­vano trasportate, assieme a nuvole di fumo, dalle fiam­me che uscivano da loro stesse. Esse cadevano da ogni parte, uguali al cadere delle scintille nei grandi incen­di, senza peso né equilibrio tra grida e gemiti di dolore e disperazione che suscitavano orrore e facevano trema­re di paura. I demoni si distinguevano per le forme or­ribili e schifose di animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti come neri carboni roventi».
Spaventati e come per chiedere aiuto, alzammo gli occhi alla Madonna, che ci disse con bontà e tristezza: «Avete visto l'Inferno dove cadono le anime dei poveri peccatori!…».

Capitolo XII
PIACERI DELLA VISTA
Il Lago Maggiore con le sue coste offre un panora­ma di bellezze naturali meravigliose.
Non lontano dal confine con la Svizzera e vicino alla città di Pallanza, c'è un famoso giardino botanico, visitato ogni anno da numerosi turisti, chiamato Villa Taranto.
Questo bellissimo giardino, che occupa circa 20 et­tari di terreno, fu ideato e realizzato dal capitano scoz­zese Neil Mac Eacharn, morto nel 1964, e lasciato in donazione allo Stato Italiano.
In questo stupendo giardino ci sono oltre ventimi­la varietà di piante, importate da ogni parte del mon­do, di innumerevoli fiori, disposti con arte in scenari e figurazioni bellissime: dalla romantica valletta al ter­reno in declivo delle eriche; dai viali di azalee, di rodo­dendri, di camelie ai preziosi lilium; dalle cascatelle d'acqua alle fontane e ai giuochi d'acqua; dal viale del­le conifere alle esplosioni di colori delle fioriture au­tunnali con gli aceri orientali, che offrono immagini in­dimenticabili. In primavera poi lo spettacolo floreale è un incanto.
Se tutta questa meravigliosa bellezza si trova in un giardino di questa terra, cosa ci sarà nei giardini del Paradiso Universale?
Nell'impossibilità assoluta di avere notizie preci­se di quello che sarà la realtà fisica del Paradiso Co­smico, sforziamoci di aiutarci in qualche modo con l'immaginazione, tenendo presente che la realtà di quel­lo che troveremo nell'universo rinnovato sarà immen­samente superiore a quanto può raffigurarci la fantasia.
La località del Paradiso cosmico, essendo di natu­ra fisica, non può differire totalmente dal campo della nostra esperienza terrena, cosicché possiamo farcene qualche idea.
Il nome «paradiso», come abbiamo detto, signifi­ca «giardino, parco». Diamo dunque a questo giardino proporzioni cosmiche e poi abbelliamolo con tutto ciò che può rendere un giardino in tutto e per tutto deli­zioso, riposante, giocondo, sfarzoso, signorile, acco­gliente, ecc. Si sbizzarisca pure la nostra fantasia a im­maginare monti e colline, valli e pianure, boschi e giar­dini, campi e riviere, panorami e armonie, fiori, frutti, animali, ecc., immensamente più belli, più deliziosi, più seducenti ed estasianti di quanto non abbiano esperien­za i nostri sensi: la nostra immaginazione non si avvi­cina mai abbastanza alla realtà del premio che ci è pre­parato per poterlo comprendere per davvero.
La dimora fisica dei Beati si può raffigurare al più splendido giardino nella sua festa più grande di fiori e di profumi, di suoni e di canti. Spalliere di verde e riquadri di terreno che sfoggiano tinte molto più belle di quelle delle aurore e dei tramonti. Fiori che sboc­ciano a miliardi, pieni di vezzi e di profumo, stupendi di ogni colore e di ogni tono: creatue di sogno emerse dal suolo per lo splendore della festa eterna del Para­diso cosmico, che è tutto un immenso, sconfinato giar­dino fiorito di eterna primavera.
Facciamo qualche confronto con la terra.
- Sulla terra: la parola primavera ridesta in noi l'immagine della giovinezza perenne, l'immagine di un grande apparato di bellezze, caduche sì, ma continua­mente rinascenti al bel sole di aprile. O rigoglio di vita che erompe in miriadi di gemme ridenti! Nel prato fre­me una gioconda policromia floreale, armonizzata in un mosaico minuto e perfetto. Nel cielo luminoso can­ta una festosità di trilli e frulli di ali che incanta. Dap­pertutto echeggia una musicalità corale di inviti che seducono, di ebbrezze che fanno trasalire e cantano nei cuori l'inno dell'amore. A primavera tutto è amore!
- Nel Paradiso cosmico: È eterna primavera, e nel­lo stesso tempo perenne autunno prodigo di frutti mol­to belli a vedersi e più saporiti a gustarsi. O apparato di bellezze sontuose e intramontabili, oppure continua­mente rinascenti, ma pure sempre sfolgoranti e sorri­denti. Giardino ideato dal cuore del Padre Celeste per accogliere e festeggiare nella più stretta e lieta intimità i suoi figli beati, i quali si intratteranno con Lui con il cuore sempre pieno di affetto, con gli occhi traboc­canti di gioia e con i sensi inondati di godimento!
- Sulla terra: quanta è bella l'aurora che si ride­sta ogni mattina nell'imminenza dell'apparire del so­le. Il firmamento si schiarisce man mano, passando per tutta la gamma delle colorazioni ammalianti e delle sfu­mature più delicate fino ad accendersi nei toni più vi­vaci: com'è bella l'aurora!
- In Paradiso: l'aurora non tramonta mai, riveste di colori i colli eterni; riempie i Beati e alita sui loro volti estasiati il respiro dell'infinito.
- Nei giardini terreni: piumaggi di uccelli e di vo­latili dalle combinazioni di tinte più bizzarre e dalle sfu­mature iridescenti; ale delicatissime di farfalle in tutte le fogge e disegni colorati; dorsi snodantisi di bruchi, o rigidi di coleotteri, oppure di conchiglie, tutti colora­ti in punti capricciosi o in linee sinuose variabilissime!
- Nei giardini celesti: pompa festosa di tutte le spe­cie di fiori possibili, immensamente più attraenti dei fiori della terra; emanazione di tutti quanti i profumi intensamente più deliziosi di quelli terreni; giocondi­tà di tutti gli uccelli spettacolarmente più canori, più belli, più genialmente colorati, molto più seducenti di quelli terreni; squisitezza di tutti i frutti immensamen­te più gustosi di queli della terra; affluenza piacevolis­sima di tutte le specie animali, resi a noi più affeziona­ti e piacevoli.
Immaginiamo con quale pienezza traboccante di soddisfazioni piacevolissime noi abiteremo in un simi­le soggiorno, ornato di tutte le perle, di tutti gli ori, di tutti i diamanti, e le pietre preziose più scintillanti, ral­legrato continuamente da tutte le feste, i concerti, le danze, i cori, i giuochi... Così Dio tratta coloro che vuo­le ricompensare della loro fedeltà nel divino servizio!

Il fascino dei corpi gloriosi
Nel Paradiso cosmico la bellezza fisica che delizie­rà la nostra vita, che ci attirerà e ci inebrierà maggior­mente sarà la presenza delle persone umane perfettis­sime e in numero incalcolabile di esemplari.
Non c'è bisogno qui di documentare il fascino del­le belle forme umane, condimento ormai consueto a troppi spettacoli e proiezioni, allo sport, alla moda, ai ritrovi, perfino nell'arte e soprattutto sulle spiagge e nelle illustrazioni delle riviste.
Dopo il peccato originale tale fascino sulla terra è purtroppo molto pericoloso, perché trascina con vee­menza la nostra natura decaduta al peccato impuro. Per tale motivo questo fascino oggi viene molto sfrut­tato e commercializzato dall'industria pornografica. In Paradiso però, dove tutto è bellezza pura, sarà grande il fascino del corpo dei Beati, risorto nella mas­sima perfezione.
Il corpo di ciascun Beato ha una bellezza specifica personale, perché in Paradiso non c'è uniformità, non c'è uguaglianza, poiché tutto è proporzionato ai meri­ti della santità conseguita sulla terra, come afferma San Paolo (I Cor. 15,41) a proposito della resurrezione dei corpi: «Altro è lo splendore del sole, altro lo splen­dore della luna e altro l splendore delle stelle: ogni stel­la infatti differisce da un'altra nello splendore».
Che meraviglia sarà il corpo di ciascun Beato, ri­sorto nella massima perfezione che si irradia stupen­damente dal volto radioso e dagli atteggiamenti e mo­vimenti aggraziatissimi delle altre membra, tutti in at­teggiamento della più grande gioia e della più affettuo­sa carità.
L'incontro con ciascuno dei Beati sarà per noi di un entusiasmante interesse. Tutti colmi dello stesso amore divino e della stessa gioia divina (sempre però proporzionati alla diversità dei meriti personali) la ri­verserà ciascuno sugli altri con una sua nota specifica, con un suo accento personale, che costituiranno la scon­finata e deliziosissima varietà degli abitanti del Pa­radiso.
Immaginiamo allora di trovarci, come in realtà lo saremo un giorno, tra persone esteticamente perfette, con i volti dai contorni e dalle linee bellissimi; armo­nizziamo questi tesori sensibili con un esteriore tutto nobiltà e carità, tutto grazia e soavità, tutto affabilità e gentilezza, che lasciano trasparire la grandezza, la santità, la bellezza e la perfezione seducente delle loro anime.
Senza dubbio nessun giardiniere appassionato ed esperto ha mai potuto ideare, per le sue aiuole, le me­raviglie floreali di tanta varietà e intensità di bellezze, di quanto il Signore saprà creare di meraviglie, di pro­digi di bellezza e di perfezione nei corpi e nelle anime dei Beati.
Inoltre di quali ebbrezze di godimento sensibile do­vrà essere prodigo il Paradiso, quando quelle creature di impeccabile bellezza si effonderanno nelle manife­stazioni coreografiche più aggraziate, perfette e fe­stose!

Il Paradiso è il regno della luce
Quando Gesù per la prima volta disse ai suoi Apo­stoli che in un giorno non lontano l'avrebbero messo in croce, essi furono presi da una grande delusione e da un grande abbattimento. Che Figlio di Dio era, se si faceva schiacciare dai suoi nemici? Dov'era dunque il suo Regno per il quale avevano abbandonato casa, famiglia e tutto?
Gesù comprese che era necessario sollevarli di co­raggio. Ne scelse tre: Pietro, perché era il capo; Giaco­mo, perché era il primo degli Apostoli che sarebbe sta­to ucciso; Giovanni perché, essendo l'amico del cuore, lo voleva vicino in ogni segreto.
Con loro salì su un monte e arrivò sulla cima che già spuntavano le prime stelle della sera. Come era suo costume, Gesù si pose a pregare, mentre gli Apostoli, rimasti a qualche passo di lontananza, vinti dal sonno, dormivano sull'erba. Quando si svegliarono, si trova­rono davanti agli occhi uno spettacolo meraviglioso. Gesù era trasfigurato: il suo volto era splendente co­me il sole, le sue vesti erano brillanti di luce come il riverbero della neve. Mosé ed Elia, apparsi ai suoi lati, conversavano con Lui della morte che avrebbe subito a Gerusalemme.
Pietro, quasi abbagliato da quella stupenda luce e col cuore ricolmo di grande gioia, esplose in un grido di felicità: «Come è bello stare sempre qui! ».
Con la sua trasfigurazione Gesù volle dare ai suoi Apostoli un saggio, per quanto era possibile perché an­cora viatori su questa terra, della luce e dello splendo­re che avrebbe avuto il suo corpo risorto.
Il 13 maggio 1917, in pieno meriggio, la Vergine Santissima apparve a Fatima a tre fanciulli. Dinnanzi a loro, a due passi di distanza, su un piccolo elce, alto poco più di un metro, scorgono una bellissima Signo­ra, tutta luce, più splendente del sole, la quale con un grazioso gesto li rassicura, dicendo loro: Non abbiate paura, non voglio farvi alcun male.
La paura dei fanciulli era dovuta ai lampi che loro vedevano, i quali non erano altro che lo splendore an­nunziante l'arrivo della celeste apparizione. La mera­vigliosa Signora sembra avere dai 15 ai 18 anni. La ve­ste, come tessuta di luce, più bianca e più splendente della neve, di maniche piuttosto strette e accollata, scende fino ai piedi che sfiorano appena le foglie del­l'elce. Un manto pure bianco e filettato d'oro le rico­pre la testa e la persona. Le mani giunte in atteggia­mento di preghiera, dalla destra pende un Rosario dai grani bianchi come perle e terminante in una piccola croce di vivissima luce argentea. Unico ornamento un sottile cordone di luce oro pendente sul petto e termi­nante quasi alla vita in una piccola sfera dello stesso metallo. Il volto, dai lineamenti purissimi e infinita­mente delicati, è circondato da una aureola di sole.
La Madonna, in pieno meriggio (quando il sole è nel suo massimo splendore) era tutta luce più splendente del sole, perché il Paradiso è anche il regno perenne del­la luce più deliziosa a godimeto della nostra vista. Ge­sù ce lo dice nel Vangelo di S. Matteo (13,14): «Allo-
ra i giusti splenderanno come il sole nel regno del loro Padre ».
Possiamo quindi raffigurarci i Beati come una mol­titudine immensurabile di persone immerse in un ocea­no di luce che le trasfigura. Dal corpo dei Beati si spri­gionano i raggi più seducenti di splendore celeste che, senza offendere minimamente la vista, li saziano nel modo più delizioso. Tutto l'universo materiale sarà il­luminato dalla loro luce in modo tale da risultare un unico sconfinato regno di luce, la cui bellezza non po­trà essere mai immaginata su questa terra.
Ogni Beato brillerà come un sole nel Paradiso co­smico, e S. Paolo (1 Cor. 15,41) ci precisa che la lumino­sità dei singoli Beati sarà maggiore o minore in pro­porzione dei loro meriti.
San Tommaso d'Aquino cerca di spiegare: «La chia­rezza dei corpi risuscitati sarà semplicemente l'effetto della gloria sovrabbondante dell'anima che si riversa nel corpo. Di conseguenza secondo che l'anima sarà do­tata di maggior splendore per il suo merito più gran­de, maggior lucentezza apparirà pure nel suo corpo.
Lo splendore dei corpi gloriosi sarà visibile e si proietterà sul cosmo materiale per abbellirlo, né più né meno della luce attuale del sole. La luminosità delle ani­me, corporizzandosi nei corpi e diventando fisica, non sarà di specie diversa da quella del sole. Inoltre, per quanto viva possa essere, non abbaglierà i nostri occhi, altrimenti diventerebbe castigo anziché premio, ma piuttosto li rinforzerà. Quindi i corpi dei Beati saran­no molto luminosi, di una luminosità che delizierà la nostra vita.
Il Paradiso è il regno e il trionfo della luce, intesa anche nel suo senso materiale, luce nella sua espres­sione più viva, più ricca e più varia di colorazioni e di toni, immensamente confortevole alla nostra vista.
La bellezza inconcepibile delle cose celesti si espri­merà ai nostri sensi in una festa fantasmagorica di co­lori da estasiarci.
Sarà tutto un mondo nuovo non solo di aspetti, di forme, di varietà di luce per la gioia dei nostri occhi, ma pure un mondo nuovo di verità assolute e imme­diatamente evidenti per saziare la nostra fame sconfi­nata di sapere.

Chi è venuto dall'aldilà?
Nella Casa Provinciale dei Preti della Missione, in Via dei Vergini 51 a Napoli, si conserva, visibile al pub­blico, un quadro rappresentante Gesù Crocifisso in carta incollata su tela, incorniciata da un piccolo telaio di le­gno. Lo straordinario sta nel fatto che porta nella parte inferiore le impronte di due mani incise a fuoco. Qual è l'origine di quelle impronte?
In Firenze un giovane aveva una relazione disone­sta con una donna sposata. Il padre del giovane ne era dolente e più volte aveva rimproverato il figlio, anzi ave­va pregato i Padri Lazzaristi Missionari di Firenze per richiamarlo al dovere, ma inutilmente. Un'improvvisa malattia colpì la donna e in pochi giorni le aprì la tom­ba. Il giovane fu sul unto d'impazzire per il dolore e il padre, approfittano di un corso di esercizi spirituali che si tenevano nella Casa dei Missionari in S. Iacopo SoprArno, invitò il figlio a parteciparvi. Costui vi an­dò e fu accolto con cordialità.
La sera del primo giorno di esercizi, mentre gli al­tri esercitandi sono scesi a refettorio per la cena, il no­stro giovane manca al suo posto. Avrà preso sonno?, pensa il direttore, e va alla sua camera, bussa, senza ri­cevere risposta, bussa ancora, nulla. Apre e trova la ca­mera piena di fumo che subito lo investe. Pensa a un incendio e chiede aiuto. Accorrono diversi confratelli e, attraverso il fumo in parte dileguato per la porta la­sciata aperta, scorgono il giovane disteso sul pavimen­to e senza segni di vita. Trasportatolo sul letto e appre­state le cure necessarie, riescono a farlo rinvenire. Il di­rettore cerca per la camera la causa del supposto incen­dio e con grande meraviglia s'imbatte sull'inginocchia­toio bruciato in quattro parti, cioè là dove si appoggia­no le ginocchia e i gomiti, e vede nel quadro del Croci­fisso le impronte di mani infuocate come fossero state di ferro rovente. Non si rende conto dell'accaduto fin­ché il giovane, rinvenuto, non gli ha spiegato come po­co prima della cena, mentre stava ancora in camera, gli era apparsa l'amante tutta di fuoco. – E’ per causa tua - gli aveva gridato minacciosa - che sono all'inferno! Stà bene in guardia. Dio ha voluto che io te ne dessi l'av­viso; e perché tu non abbia a dubitare della realtà della mia apparizione, te ne lascio il segno. - Inginocchiata­si al genuflessorio e toccato il quadro vi lascia le im­pronte di fuoco che ora si vedono. Il giovane si conver­te. Essendo le due famiglie molto conosciute in Firen­ze, il Superiore, per riguardo al loro onore, cercò di oc­cultare il fatto. Il Padre Scaramelli, Superiore della Ca­sa, tenne presso di sé il quadro e il genuflessorio, fin­ché chiamato all'ubbidienza a Napoli portò con sé il qua­dro, lasciandolo alla Casa in Via dei Vergini.
Così è narrato nel «Petit Pré spir. De la Congr. de la Mission (Parigi 1880)».
Una narrazione più breve si trova nella vita di S. Alfonso de'Liguori scritta dal Tan­noia. Il quadro si conserva a Napoli; l'inginocchiatoio fu fatto scomparire. Sull'episodio il Padre Mario Sor­rentino condusse uno studio critico (Annali della Mis­sione, 1962), arrivando a questa conclusione: «Pensia­mo di poter affermare la verità del fatto come viene co­munemente narrato».

Capitolo XIII
LA COMPAGNIA DEI BEATI
Secondo l'insegnamento di Gesù (Matt. 22,39) il pre­cetto di amare il prossimo è secondario, però è uguale a quello primario di amare Dio, e deve estendersi a tut­ta l'umanità. In pratica tale universalità è possibile sol­tanto dedicando ai più vicini un amore attivo e disin­teressato, e includendo tutti gli altri in un amore di be­nevolenza che desideri in generale il bene di tutti e il male di nessuno. Tale pratica però, per la nostra limi­tatezza terrena, è notevolmente lontana dall'esercizio della carità perfetta.
Sulla terra l'uomo, per la natura guasta dal pec­cato originale, è inumano, tanto che l'antica sapienza ha potuto sentenziare con ragione: «Homo homini lu­pus - l'uomo è lupo per l'uomo! ». Basta che uno tenti di elevarsi un poco dalla condizione comune, perché diventi bersaglio a tutte le gelosie, angherie e rivalità degli invidiosi del suo benessere. La stessa natura li­mitata dei beni terreni suscita rivalità, contrasti, disa­gi. Se uno accumula ricchezze, le sottrae agli altri; se sale più in alto, abbassa o almeno tiene sottomessi gli altri; non si può avere l'onore e la soddisfazione di co­mandare senza che ci sia l'amarezza astiosa di coloro che devono sottostare e ubbidire.
Quaggiù sulla terra la convivenza con gli altri si­mili, per quanto necessaria e doverosa, presenta, ac­canto a vantaggi innegabili, una serie di noie, di fasti­di e danneggiamenti considerevoli. Sulla terra vivere in pace con tutti è difficile, raro, e dura per poco tem­po, perché la smania incontrollata di godere, l'egoismo di appropriarsi la porzione più grande di beni, l'orgo­glio di non volere essere da meno degli altri, fanno na­scere invidie, odi, contrasti, litigi che uccidono la carità.
Però l'Apostolo San Paolo (I Cor. 13,10) ci avverte: «Quando verrà ciò che è perfetto, sparirà l'imperfetto». Quando cioè l'azione della grazia in Cielo avrà posto in noi l'amore perfetto di Dio, allora la pratica dell'a­more del prossimo raggiungerà la sua perfezione: sol­tanto in Paradiso saremo perfetti cristiani. Nella com­pagnia dei Beati, in Paradiso, l'uomo diventa finalmen­te e per sempre umano e cristiano perfetto. Una pace e una gioia immensa sommergerà il cuore del Beato, quando da questa terra, valle dì contrasti, di odi, di ven­dette, di dolori d'ogni specie, sarà introdotto nella Pa­tria celeste: Regno della pace, della gioia, dell'amore e della felicità.
In Paradiso non ci saranno né scontenti, né invidiosi. In Paradiso ogni Beato occuperà felice il posto as­segnatogli dalla giustizia divina secondo i meriti acqui­stati sulla terra.
L'amor proprio, l'incontentabilità e l'invidia sono stati inceneriti dalle fiamme del Purgatorio e dall'amo­re di Dio, e nelle anime non ne rimane neppure un ato­mo. In Paradiso la volontà di ogni Beato si identifica con quella di Dio. Ognuno è contento del posto assegna­to a sé e agli altri, e non desidera altro perché quello che Dio ha assegnato a ciascuno è giustissimo e non po­teva essere diversamente.
Quantunque in Paradiso tutti siano pienamente fe­lici, non tutti però godono dello stesso grado di felici­tà. Più meriti l'anima porta nell'eternità, più grande sarà la sua felicità, come nell'Inferno chi più peccati ha fat­to, più ha da soffrire, chi ha fatto meno peccati, meno soffrirà.
In Paradiso quindi non ha la stessa gloria, la stessa felicità il bambino morto piccolino e il Martire che ha sparso il sangue per Gesù Cristo. I Santi, che hanno eser­citato le virtù in grado eroico, godono immensamente di più del semplice cristiano, o di colui che si è conver­tito e si è rimesso in grazia di Dio in punto di morte.
Dice Gesù (Giov. 14,2): «Nella casa del Padre mio ci sono molti posti». Con queste parole il Signore ci vuol dire che in Paradiso ci sono molti posti, molta varietà di felicità. I Beati quindi godono in misura diversa. Pe­rò, nonostante la differenza di felicità, in Paradiso non ci può essere invidia e gelosia tra i Beati, perché l'invi­dia e la gelosia apportano dispiacere, malcontento, rab­bia, ecc., ed allora il Paradiso non sarebbe più Paradi­so. In Paradiso tutti sono felici, pienamente felici e non invidiano la gloria e la felicità altrui. Un esempio chia­rificatore.
In una famiglia si fanno indossare gli abiti nuovi a tutti i figli. Il bambino di cinque anni è contento del suo abitino e non invidia e non desidera il vestito del fratello di venti anni, perché non sarebbe adatto per lui. Così sopra un tavolo stanno diversi bicchieri di dif­ferente capacità. Si riempiono di acqua. Il bicchiere più piccolo non può contenere l'acqua di quello più gran­de. Tutti però restano perfettamene pieni. Così in Pa­radiso la disparità di merito e di premio non suscita in­vidia e gelosia, non crea distanze. Ognuno guarda con tranquillo compiacimento la porzione di felicità altrui, e ne è sinceramente contento.
Quale gioia grandissima proverà in Paradiso il Bea­to nel ricevere cumuli di beni e di favori e vedersi guar­dato dagli altri Beati con occhi di sincerissima com­piacenza, stima, rispetto e amore, sempre circondato da volti felici della sua felicità; avere la certezza che la sua felicità produce soltanto aumento di gioia! Per­ciò ogni Beato occuperà gioiosamente il proprio posto, incastonandosi nella rosa dei Beati con la propria per­fezione e specifica bellezza.

Le relazioni di parentela e di amicizia
P. Blot, nel suo libretto «Ci riconosceremo in Cie­lo», appoggiandosi su autorevoli Teologi, dimostra che le attuali relazioni di parentela e amicizia non sono de­stinate a scomparire, ma a completarsi e perfezionarsi in una vita migliore. E Dio stesso che ci comanda l'a­more fraterno, e vuole che in esso si conservi un certo ordine. È Lui che crea i vincoli della carne e del san­gue, e noi non dobbiamo sottrarci al dovere di carità che questi vincoli importano.
La convivenza dei Beati, pur rimanendo una im­mensa comunione di cuori, conosce diversi gradi di in­timità, e questa, contenuta in una piccola cerchia di ca­ri, non disturba né impedisce la familiarità più cordia­le con tutti quanti gli altri Beati, perché la capacità di amarci viene immensamente amplificata e potenziata nei cuori: in Paradiso i nostri cuori raggiungono il lo­ro completo sviluppo.
Il Paradiso non è la tomba delle cose più belle e più care della vita, cioè degli affetti familiari e delle amicizie sbocciate sulla terra sotto il sorriso compiacen­te di Dio. Le persone che si sono volute bene sulla ter­ra, si ricongiungeranno nella gioia dell'amore eterno. Gli affetti dei Beati dovranno essere certamente purificati da tutto ciò che le rende meno sante, e dovran­no essere ridimensionati secondo le proporzioni mol­to più vaste della vita del Paradiso. Perciò, appunto perché diventate più genuine, saranno anche più evi­denti verso coloro con cui ci siamo amati di più sulla terra.

Un difficoltà
Di due persone, che tanto si sono amate sulla ter­ra, una si salva e va in Paradiso, l'altra si danna e va all'inferno. Quella che si è salvata come potrà essere felice con la separazione eterna dalla persona che ha tanto amata?
Ciascun dannato è stato evidentemente membro di una famiglia. Nonostante le colpe gravi, per le quali si è dannato, può aver mostrato anche delle buone quali­tà umane che lo resero molto amato da congiunti e ami­ci. A costoro sembra che neppure tutta la gioia del Cielo potrà far loro dimenticare quel loro caro e che la sua perdita continuerà ad amareggiarli per sempre. Non è così! Un esempio illustrativo.
A una persona, nata e vissuta sempre nel buio di un sotterraneo senza aver mai visto la luce del sole, la luce di una fiammella, che illumini fiocamente la sua prigione, è tutta la consolazione dei suoi occhi. Senza quella piccola fiammella la vita le parrebbe insoppor­tabile. È vero.
A questa persona però se, liberata dal sotterraneo, viene portata per sempre alla superficie, alla luce del sole, che cosa le parrà ancora la sua fiammella custo­dita e amata tanto gelosamente? Nella pienezza dello splendore solare che bisogno avrà più di quella bricio­la di luce fumosa? Proverà ancora pena a separarsi da essa? Certamente no.
Allo stesso modo, su questa povera terra, la fiam­mella d'amore di una persona cara ci è di grande con­solazione e ci sembra d'essere indispensabile al nostro cuore. Ma quando, liberati dall'esilio terreno, ci trove­remo in Paradiso immersi nelle fiamme dell'amore in­finito di Dio, che pena potremo avere d'aver perduta quella piccola fiammella?
L'amore infinito di Dio certamente sarà in grado di sostituire più che abbondantemente l'affetto di quel­la persona cara, che, per essersi ostinata fino all'ulti­mo istante della sua vita nell'offesa di Dio, nel rifiuto della sua grazia e della sua misericordia, si è voluta dannare.
In Paradiso, oltre all'amore infinito di Dio, nostra felicità essenziale, noi per tutta l'eternità godremo del­l'amore immenso degli innumerevoli Beati. Può esse­re mai che tale incendio d'amore non possa sostituire al nostro cuore la piccolissima scintilla, che momen­taneamente ci aveva consolato sulla terra?

Chi è venuto dall'aldilà?
Domenico Savio
San Domenico Savio, alunno salesiano morto nel 1857 e santificato nel 1954, dopo la sua morte apparve a San Giovanni Bosco. Questi narrava così l'apparizio­ne ai suoi giovani e ai Superiori della Congregazione: «Mi trovavo a Lanzo ed ero nella mia stanza. D'un tratto mi vidi sopra una collina. Il mio sguardo si per­deva nell'immensità di una pianura. Essa era divisa da larghi viali in vastissimi giardini. I fiori, gli alberi, i frut­ti erano bellissimi, e tutto il resto corrispondeva a tan­ta magnificenza.
Mentre contemplavo tanta bellezza, ecco diffonder­si una musica soavissima. Erano centomila strumenti e tutti davano un suono differente l'uno dall'altro. A questi si univano i cori dei cantori.
Mentre estatico ascoltavo la celeste armonia, ecco apparire una quantità immensa di giovani che veniva verso di me. Alla testa di tutti avanzava Domenico Sa­vio. Tutti si fermarono davanti a me alla distanza di otto-dieci passi... Allora brillò un lampo di luce, cessò la musica e si fece un grande silenzio. Domenico Savio si avanzò solo di qualche passo ancora e si fermò vici­no a me. Come era bellissimo! Le sue vesti erano singo­lari; la tunica bianchissima, che gli scendeva fino ai pie­di, era trapuntata di diamanti ed era intessuta d'oro. Un'ampia fascia rossa cingeva i suoi fianchi, ricamata di gemme preziose così che una toccava quasi l'altra. Dal collo gli scendeva una collana di fiori mai visti, sem­brava che fossero diamanti uniti. Questi fiori risplen­devano di luce. Il capo era cinto di una corona di rose. La capigliatura gli scendeva ondeggiante giù per le spal­le e gli dava un aspetto così bello, così affettuoso, così attraente che sembrava... sembrava un Angelo.
Io ero muto e tremante. Allora Domenico Savio disse:
- Perché te ne stai muto e sgomento?
- Non so cosa dire - risposi - Tu dunque sei Do­menico Savio?
- Sono io! Non mi riconosci più? - E come va che ti trovi qui?
- Sono venuto per parlarti. Fammi qualche inter­rogazione.
- Sono naturali tutte queste meraviglie che vedo? - Sì, abbellite però dalla potenza di Dio.
- A me sembrava che questo fosse il Paradiso! - No, no!Nessun occhio mortale può vedere le bel­lezze eterne.
- E voi dunque cosa godete in Paradiso?
- Dirtelo è impossibile. Quello che si gode in Pa­radiso non vi è uomo mortale che possa saperlo, finché non sia uscito di vita e riunito al suo Creatore.
- Orbene, mio caro Savio, dimmi quale cosa ti con­solò di più in punto di morte?
- Ciò che mi confortò di più in punto di morte fu l'assistenza della potente e amabile Madre del Salvato­re, Maria Santissima. E questo dillo ai tuoi giovani: che non dimentichino di pregarla finché sono in vita!». (Vita di S. Giovanni Bosco - Lemoyne).

Capitolo XIV
L'AMORE ESALTANTE DEI BEATI
Se pensiamo a tutte le persone di ogni tempo, di ogni condizione, di ogni nazionalità che troveremo in Paradiso, compresi tutti coloro che ancora devono na­scere e che si salveranno, ci domandiamo: quali rela­zioni avremo con loro? Nell'altra vita ci rimarranno estranei, come lo furono su questa terra?
No, ma sarà tutto il contrario! Queste persone sia­no pur vissute a distanza enorme di tempo e di luogo da noi; siano pur rimaste assolutamente sconosciute a noi e noi a loro, in Paradiso non ci saranno più estra­nei, né sconosciuti, perché la convivenza eterna nella Casa del Padre Celeste ci farà sentire e vivere la nostra fratellanza divina immensamente di più della fratellan­za umana.
Se noi viviamo in grazia di Dio, siamo realmente figli di Dio, come ci assicura San Giovanni (I Giov. 3,1): «Quale grande amore ci ha dimostrato il Padre per es­sere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!». Tut­tavia questa nostra figliolanza divina su questa terra non trapela, non fa brillare neppure un raggio di quel­la gloria con la quale brillerà in noi l'immagine e la so­miglianza del nostro Padre Celeste. Ma quando sare­mo in Paradiso la nostra figliolanza divina sarà resa palese, e allora noi riconosceremo la nostra comune di­scendenza divina e la nostra consanguineità spirituale, indicibilmente superiore alla consanguineità carnale. In Paradiso saremo: tutti figli dell'unico Padre Celeste, figli dell'unica Madre Celeste, Maria Santissima, fratelli dell'unico Redentore Gesù, ed allora non ci sarà più pos­sibile rimanere sconosciuti ed estranei l'un con l'altro.
Sulla terra l'amore è uno scambio di vita e di af­fetto ristretto a poche persone, infatti l'amore totale del matrimonio è possibile solo a due persone. Ma quando l'amore beatificante del Cielo inonderà i nostri cuori dando loro le proporzioni dell'infinito, allora quell'innamoramento che, sulla terra divampa, si deli­zia, si esaurisce soltanto fra due persone, in Paradiso invece non sarà più fra due persone, ma con tutti: sarà universale! Nell'ambiente santo del Paradiso cosmico, tutti i Beati si ameranno l'un l'altro immensamente di più degli innamorati più affettuosi della terra.
In Paradiso ci saranno soltanto persone belle e af­fascinanti, pure e sante, caritatevoli e generose, genti­li e affabili, simpatiche e cortesi, come nessuno sulla terra; persone fornite di tutte le doti di mente e di cuo­re; persone dotate di tutta la bellezza e il fascino, di tutte le qualità umane più complete e perfette; perso­ne immuni da qualsiasi difetto fisico e morale che possa diminuire minimamente la felicità perenne del Pa­radiso.
Se è così riposante, delizioso, esaltante trascorre­re, anche un'ora sola, in conversazione amabile e inte­ressante, ridendo, scherzando, divertendosi con perso­ne care e simpatiche, che cosa sarà allora convivere per tutta l'eternità in Paradiso con il fior fiore del genere umano?
Immaginiamolo un poco: un'eterna convivenza con un innumerevole numero di persone tutta armonia; persone di forme e di parole, di atteggiamenti e di senti­menti e affetti perfetti: lampeggiare di occhi puri e buo­ni; squilli argentini di limpide risa beate; grazia ed ele­ganza di parlare e di nobile portamento; di corpi pieni di vigore e agilità; vivacità e freschezza di imperiture giovinezze; splendore affascinante di volti; bellezza di membra immacolate; gioiosità traboccante, bisognosa solo di comunicarsi ad altri e quindi effusioni incalzanti di Profondo amore mai sazie! In Paradiso, ambiente tut­to di gloria, di gioia, di splendori e bellezze celestiali, tutti i volti ci sorrideranno radiosi e felici; tutte le ma­ni si tenderanno ad accarezzarci; tutte le braccia si pro­tenderanno ad abbracciarci; tutti i cuori si apriranno nella limpidezza dell'affetto più sincero; tutte le lab­bra si protenderanno a imprimerci i baci più ardenti sulle nostre guance! Tutto il Paradiso cosmico freme­rà dei fremiti della nostra gioia; echeggerà dei palpiti del nostro amore; rifulgerà dei lampi della nostra gloria!
Si conoscono sulla terra storie d'amore divampa­te fino all'inverosimile: le hanno vissute i giganti del­l'amore. Eppure possiamo essere certi che nessun amante fu mai bruciato da amore così intenso verso l'a­mata, quanto lo saranno i Beati fra di loro. O Paradiso, regno dell'amore, trionfo dell'amore, perfezione dell'a­more, estasi eterna dell'amore!
L'amore è essenzialmente unitivo: esige l'intima unione, la compenetrazione di coloro che si amano. Due persone che contemporaneamente sono amanti e ama­te, si sentono attirate irresistibilmente l'una verso l'al­tra, come il ferro è attirato dalla calamita, e non han­no pace finché non sono unite. Queste persone sono l'u­na nell'altra con il loro pensiero e affetto. Questo non basta però, hanno bisogno della presenza fisica. Tut­tavia neppure questa è sufficiente. Le persone che si amano desiderano che le loro anime abitino l'una nel­l'altra.
Il corpo è un ostacolo all'amore, perché l'amore di coloro che si amano vorrebbe strappare la loro anima dal proprio involucro corporale per trasportarla nel­l'altra. La mamma che, stringendosi al cuore il suo bambino, gli dice ridendo: mangiami, oppure, ti vor­rei mangiare; coloro che si abbracciano, che si strin­gono fino quasi a soffocarsi, vorrebbero inconsciamen­te spezzare l'involucro del corpo, che li ricopre e li se­para, per passare l'uno nell'altro e ottenere la fusione totale delle loro anime.
Un tentativo di realizzare questa fusione intima è il bacio (dato però come dovrebbe essere e cioè affet­tuoso e non passionale, libidinoso che viene esaltato nei films odierni). «Il bacio - dice S. Francesco di Sales nel suo Trattato dell'Amore di Dio - è la manifesta­zione viva dell'unione di due cuore... In ogni tempo, co­me per istinto naturale, esso è stato usato per rappre­sentare l'amore perfetto, cioè l'unione dei cuori, l'unio­ne delle anime. Il bacio rappresenta l'unione spiritua­le che si crea attraverso la reciproca comunione delle anime».
L'unione dei corpi nel matrimonio (come è voluto da Dio e non come ricerca solo di sfogo di libidine) è un altro tentativo di questo genere, infatti, fra gli altri scopi essa ha quello di favorire l'unione delle anime, renderla più intima, permettendo agli sposi di darsi l'u­no all'altro in pienezza: «saranno due in una sola car­ne», in un solo essere.
«Però questi modi - come scrive il dott. Aller in "Amore e istinto" (Studi Carmelitani 1936) - non sod­disfano pienamente il bisogno di coloro che si amano per diventare una cosa sola. L'unione nuziale sembra quaggiù l'immagine dell'unione per eccellenza, perché
tra gli esseri umani non esiste intimità e comunione immediata e più profonda. Ma essa realizza veramen­te l'idea dell'unione propria dell'amore? Essa acquie­ta senza dubbio tutti i bisogni dell'istinto, ma non rea­lizza quell'unione, quell'identificazione di due esseri, quella volontà d'essere ricevuto dentro un altro, come è concepita dall'amore. Per quanto facciano, gli sposi non possono compenetrarsi, non possono fondersi l'u­no nell'altro: una barriera invalicabile li separa».
Quello che non è possibile in terra, lo sarà in Para­diso. Lì, come ci dice il Signore (Luc. 20,35), non vi sa­rà più unione sessuale, perché completato il numero dei Beati secondo il disegno divino, l'istinto della fun­zione generativa si estinguerà. Questo però non vuol dire che l'amore dei Beati avrà meno espansività e go­dimento anche sensibile di quanto può averlo sulla ter­ra. Tutt'altro!
«Non si deve ritenere - scrive P. Blot nel suo li­bro citato - l'amore dei Beati come qualche cosa di solo contemplativo. Dio invece concede loro una tale libertà di effondersi nel loro amore, che la prudenza cristiana deve mortificare su questa terra per i peri­coli sensuali in cui si potrebbe incorrere».
Quindi l'amore tra i Beati avrà un godimento an­che sensibile talmente intenso da non potersi immagi­nare su questa terra. Infatti coloro che si amano su que­sta terra, per dimostrarsi il loro amore cosa possono fare se non dirselo con le strette delle loro mani, con i baci delle loro bocche, con gli amplessi dei loro cor­pi? È tutto quello che si può fare quaggiù. Impossibile andare oltre, sicché, con una frase un po' rude ma ve­ra, in questa vita terrena tutto l'amore si riduce a uno sfregamento di epidermidi.
O potessimo - sospirava un poeta - stringerci di dentro, abbracciarci e baciarci di dentro, dove palpita il cuore. Allora sì che potremmo dire veramente alla persona amata «cuore del mio cuore» e godere di una unione ed ebbrezza indicibili!
Ebbene i Beati in Paradiso fanno proprio questo. I loro corpi, diventati per il dono della sottigliezza più penetranti della luce, possono compenetrarsi così da fare dei loro cuori un solo palpito; possono stringersi veramente, abbracciarsi e baciarsi-dal di dentro in un amplesso che non se ne trova d'uguale in tutto il crea­to, e con un godimento tale, al cui confronto, quello che su questa terra potrebbero darci le voluttà più raffi­nate, sarebbe come un fuoco di paglia rispetto a una fornace ardente.
Si verificherà così quello che il poeta straniero, Hans Werner, cantava: «L'amico e l'amico, l'amata e l'amante formeranno in Cielo un Angelo solo». Infatti, in Paradiso, per la compenetrazione dei corpi, questo diventerà più facile di quanto si possa credere, dando origine così alla più intima delle unioni corporee. Poi­ché il godimento che si percepisce è in proporzione di tale unione, si comprende subito di quanto il piacere sensibile, che si gode con la compenetrazione dei cor­pi, supererà il piacere che su questa terra possono darci i nostri contatti epidermici. Quindi in Paradiso le espan­sioni amorose tra i Beati daranno loro un tale godimen­to da non potersi immaginare.

La ricompensa dei baci non dati e delle carezze non ri­cevute
Sulla terra l'amore si effettua quasi sempre allo stesso modo. I corpi mortali, come recinti di filo elet­trificato, impediscono l'estasi reciproca e compenetra­tiva dell'amore celeste tra i Beati.
Nelle confidenze intime amorose di questa terra rimane sempre una patina di dubbio, dovuto all'impossibilità di una comunicazione spirituale totale senza equivoci, senza timori, senza finzioni come avviene in Paradiso tra i Beati che godono del loro reciproco amo­re nella più assoluta certezza.
Su questa terra l'amore diventa facilmente una mo­notonia fino alle volte a stancare, per cui gli sposi fini­scono spesso col sopportarsi, col tollerarsi e anche con l'annoiarsi, perché il tempo, nemico implacabile del­l'amore, a poco a poco fa svanire la loro bellezza pri­mitiva, le loro attrattive iniziali. In Paradiso invece il corpo risorto manterrà la sua stupenda bellezza, la sua meravigliosa freschezza giovanile, le sue irresistibili at­trattive per tutta l'eternità, per cui l'amore tra i Beati è sempre ardente, è sempre estasiante.
È stato scritto che ogni bacio ha un po' il sapore del Paradiso. Possiamo allora dire che il Paradiso avrà sempre e tutto il sapore dei baci: baci eterni!
La vita terrena ha le sue esigenze, è soggetta a ne­cessità, è intralciata da ostacoli, è avvelenata da ama­rezze che soffocano di continuo la vita dei cuori. Quanti affamati di amore, anche solo umano, non hanno po­tuto saziarsi mai. Quante creature simpatiche e care non si sono potute abbracciare mai. Quanti sogni esta­sianti di amore non potuti realizzare mai.
In Paradiso non sarà più così! Miliardi di Beati, ar­roventati dall'amore infinito di Dio, diventeranno tut­ti amici intimi, fratelli carissimi, amanti appassiona­ti. In Paradiso ameremo tutti coloro che meritano ve­ramente ogni amore, e li ameremo con tutto il nostro cuore. Allora ci sarà concesso di dare a tutti i Beati i baci che non abbiamo potuto dare, e di ricevere tutte le carezze che non abbiamo potuto ricevere. Quale eb­brezza! Un mondo intero di fratelli carissimi e, per così dire, di innamorati pazzi!
Scrive il P. Arrighini: «La più dolce e la più inten­sa delle gioie terrestri è l'amore, ebbene la vita del Cielo è una vita di vivo, intenso, estasiante amore. Non biso­gna credere con Rousseau e altri gretti giansenisti che l'amore di Dio assorba talmente il Beato da fargli di­menticare, anzi disprezzare ogni altro amore verso i suoi concittadini del Cielo. In Paradiso noi ci amere­mo come si amano i figli di un medesimo padre, come fratelli cari e sorelle affettuose. Ci ameremo come si amano due innamorati, i quali da quando si sono co­nosciuti hanno sentito i loro cuori unirsi, fondersi in uno solo. In Cielo i Beati si troveranno accesi di un ar­dentissimo amore l'un per l'altro. La loro vista e la lo­ro presenza saranno come la scintilla che produrrà que­sto beato ed esaltante incendio. l Beati, illuminati dal­la piena luce di Dio, che renderà visibili tutte le loro perfezioni, e circondati dai riflessi di gloria come da un ricchissimo vestimento, offriranno in loro stessi, quasi in un fascio luminoso di incomparabile bellezza, tutte le attrattive capaci di innamorare il cuore. Que­sto cuore da parte sua, ormai libero e sicuro da debo­lezze, da tenebre, da illusioni, questo cuore affamato di amore e immensamente potenziato nelle sue forze amatorie, andrà con uno slancio irresistibile verso il suo alimento naturale e unico, dopo Dio, e cioè verso gli altri Beati, creati per essere amati da lui.
L'amore di tutti gli amanti più appassionati della terra, riuniti insieme, non può mai eguagliare l'amore più calmo dell'ultimo Beato del Paradiso».

Chi è venuto dall'aldilà?
Un Sacerdote mi diceva: Sono vecchio. Ho viaggia­to in Europa, in Asia e in Africa. Ho conosciuto tanti Religiosi e Prelati. Ma l'uomo più santo che io abbia av­vicinato è stato Mons. Marengo, il Vescovo della Diocesi di Carrara. Per il molto lavoro a bene del prossimo forse abbreviò i suoi giorni ed il 22 ottobre 1921 mori­va, compianto dai fedeli e chiamato «santo» innanzi tempo.
Erano trascorsi sette anni e il Rev.mo Don Fascie, membro del Capitolo Superiore dei Salesiani, venuto a Trapani nel 1929, così mi narrava:
«Si è verificato in questi ultimi mesi un'apparizio­ne di Mons. Marengo. Nell'Istituto delle Figlie Maria Ausiliatrice, a Nizza, verso l'imbrunire, la Suora porti­naia era nel cortile. Il portone era chiuso. Con sua me­raviglia vide sotto i portici, a passeggiare, un Reveren­do, slanciato nella persona, ma col capo chino e medi­tabondo.
- Ma chi sarà costui? - si domandò la Suora. - E come sarà entrato, se il portone è chiuso? L'avvicinò e riconobbe Mons. Marengo. - Eccellen­za, e voi qui?... Non siete morto?... -
- Mi avete lasciato in Purgatorio!... Ho lavorato tanto per questo Istituto e non si prega più per me! - In Purgatorio?... Un Vescovo così santo?... - Non basta essere santi davanti agli uomini; bi­sogna essere tali davanti a Dio!... Pregate per me!... - Ciò detto, sparì.
La Suora corse ad informare la Direttrice e l'indo­mani tutte e due si diressero alla volta di Torino per nar­rare il fatto al Rettor Maggiore dei Salesiani, Don Fi­lippo Rinaldi, oggi Servo di Dio.
Don Rinaldi indisse pubbliche preghiere nel San­tuario di Maria Ausiliatrice, onde intensificare i suffra­gi. Dopo una settimana Mons. Marengo riapparve nel­lo stesso Istituto, dicendo: Sono uscito dal Purgatorio!. Ringrazio della carità!.. Prego per voi!
(Dal libretto «I nostri morti» di Don Giuseppe To­maselli).

Capitolo XV
LA COMPAGNIA DEGLI ANGELI
L'esistenza degli Angeli è una verità insegnata dalla fede e intravista anche dalla ragione.
1 - Se apriamo infatti la Sacra Scrittura, troviamo che con molta frequenza si parla di Angeli. Qualche esempio.
Dio pose un Angelo a custodia del Paradiso terre­stre; due Angeli andarono a liberare Lot, nipote di Abra­mo, dall'incendio di Sodoma e Gomorra; un Angelo trat­tenne il braccio di Abramo quando stava per sacrifica­re il suo figlio Isacco; un Angelo nutrì il profeta Elia nel deserto; un Angelo custodì il figlio di Tobia in un lungo viaggio e poi lo ricondusse sano e salvo tra le braccia dei suoi genitori; un Angelo annunziò a Maria Santissima il mistero dell'Incarnazione; un Angelo an­nunziò ai pastori la nascita del Salvatore; un Angelo avvisò Giuseppe di fuggire in Egitto; un Angelo annun­ziò alle pie donne la resurrezione di Gesù; un Angelo liberò S. Pietro dal carcere, ecc. ecc.
2 - Anche la nostra ragione non trova difficoltà ad ammettere l'esistenza degli Angeli. San Tommaso d'A­quino trova la ragione della convenienza dell'esisten­za degli Angeli nell'armonia dell'universo. Ecco il suo pensiero: «Nella natura creata niente procede per salto. Nella catena degli esseri creati non ci sono rotture d'interruzioni. Tutte le creature visibili si sovrappon­gono le une alle altre (le più nobili alle meno nobili) con misteriosi legami che fanno capo all'uomo.
L'uomo poi, composto di materia e di spirito, è l'a­nello di congiunzione tra il mondo materiale e il mon­do spirituale. Ora tra l'uomo e il suo Creatore c'è un abisso sconfinato di distanza, perciò era convenientis­simo alla divina Sapienza che anche qui ci fosse un anello di congiunzione che ricolmasse la scala degli es­sere creati: questo è il regno dei puri spiriti, cioè il re­gno degli Angeli.
L'esistenza degli Angeli è un dogma di fede. La Chiesa l'ha definito più volte. Citiamo alcuni do­cumenti.
1) Concilio Lateranense IV (1215): «Crediamo fer­mamente e confessiamo con umiltà che Dio è uno solo e vero, eterno e immenso... Creatore di tutte le cose vi­sibili e invisibili, spirituali e corporali. Egli con la sua onnipotenza, all'inizio del tempo, ha tratto dal nulla l'u­na e l'altra creatura, quella spirituale e quella corpora­le, ossia l'angelica e la terrestre (minerali, vegetali e ani­mali), e infine l'umana, quasi sintesi di entrambe, co­stituita di anima e di corpo».
2) Concilio Vaticano I - Sessione 3a del 24/4/1870. 3) Concilio Vaticano II: Costituzione Dogmatica «Lumen Gentium», n. 30: «Che gli Apostoli e i Martiri... siano con noi strettamente uniti in Cristo, la Chiesa lo ha sempre creduto, li ha con particolare affetto venera­ti insieme con la Beata Vergine Maria e i Santi Angeli, e ha pienamente invocato l'aiuto della loro inter­cessione».
4) Il Catechismo di S. Pio X, rispondendo alle do­mande nn. 53, 54, 56, 57, afferma: «Dio non creò sol­tanto ciò che è materiale nel mondo, ma anche i puri
spiriti: e crea l'anima di ogni uomo; - I puri spiriti so­no esseri intelligenti senza corpo; - La Fede ci fa cono­scere i puri spiriti buoni, ossia gli Angeli, e i cattivi, os­sia i demoni; - Gli Angeli sono i ministri invisibili di Dio, ed anche nostri custodi, avendo Dio affidato cia­scun uomo ad uno di essi».
5) Professione solenne di Fede del Papa Paolo VI il 30/6/1968: «Noi crediamo in un solo Dio - Padre, Fi­glio e Spirito Santo - Creatore delle cose visibili, co­me questo mondo ove trascorre la nostra vita fuggevo­le, e delle cose invisibili, quali sono i puri spiriti, chia­mati altresì Angeli, e Creatore, in ciascun uomo, dell'a­nima spirituale e immortale».
6) Il Catechismo della Chiesa Cattolica (al n. 328) afferma: L'esistenza degli esseri spirituali, incorporei, che la Sacra Scrittura chiama abitualmente Angeli, è una verità di fede. La testimonianza della Sacra Scrit­tura è tanto chiaro quanto l'unanimità della Tradizio­ne. Al n. 330 dice: In quanto creature puramente spiri­tuali, essi hanno intelligenza e volontà; sono creature personali e immortali. Superano in perfezione tutte le creature visibili.
Ho voluto riportare questi documenti della Chie­sa perché ai giorni nostri tanti negano l'esistenza de­gli Angeli.
Sappiamo dalla Rivelazione (Dan. 7,10) che in Pa­radiso ci sono sterminate moltitudini di Angeli. San Tommaso d'Aquino sostiene (Qu. 50) che il numero de­gli Angeli sorpassa, senza confronto, il numero di tutti gli esseri materiali (minerali, vegetali, animali ed es­seri umani) di tutti i tempi.
Tutti hanno un'idea errata degli Angeli. Siccome vengono ritratti sotto forma di bellissimi giovani con le ali, credono che gli Angeli abbiano un corpo mate­riale come noi, sebbene più sottile. Ma non è così. In loro non vi si trova nulla di corporeo perché sono puri spiriti. Vengono rappresentati con le ali per indicare la prontezza e l'agilità con cui eseguono gli ordini di Dio.
Su questa terra appaiono agli uomini in sembian­ze umane per avvertirci della loro presenza e farsi ve­dere dai nostri occhi. Ecco un esempio tratto dalla bio­grafia di Santa Caterina Labouré. Ascoltiamo il raccon­to fatto da lei stessa.
«Alle 23.30 (del 16 luglio 1830) mi sento chiamare per nome: Suor Labouré, Suor Labouré! Svegliatami, guardo dalla parte donde veniva la voce, tiro la tenda e vedo un fanciullo vestito di bianco, dai quattro ai cin­que anni, tutto splendente, che mi dice: Vieni in cap­pella, la Madonna ti aspetta. - Vestitami in fretta lo seguii, tenendosi egli sempre alla mia destra. Era cir­condato di raggi che illuminavano ovunque andava. La mia sorpresa crebbe quando, giunti alla porta della ca­pella, questa si aprì appena il fanciullo l'ebbe toccata con la punta di un dito».
La Santa, dopo aver descritto l'apparizione della Madonna e la missione affidatale, continua: «Non so quanto tempo sia rimasta presso di Lei; a un certo mo­mento scomparve. Allora mi alzai dai gradini dell'al­tare e scorsi di nuovo, nel luogo dove l'avevo lasciato, il fanciullo che mi disse: È partita! Rifacemmo il me­desimo cammino, sempre tutto illuminato, con il fan­ciullo alla mia sinistra.
Credo che egli fosse il mio Angelo Custode, che si era reso visibile per farmi vedere la Vergine Santissi­ma, perché io l'avevo pregato molto per ottenermi que­sto favore. Egli era vestito di bianco, tutto splendente di luce e dell'età dai 4 ai 5 anni».
Gli Angeli hanno un'intelligenza e una potenza im­mensamente superiore a quella umana. Essi conoscono tutte le forze, le attitudini, le leggi delle cose crea­te. Non vi è scienza che a loro sia ignota; non vi è lin­guaggio ch'essi sconoscano, ecc. Ne sa di più il minore degli Angeli che non ne sappiano tutti gli uomini fos­sero tutti scienziati.
La loro conoscenza non soggiace al laborioso pro­cesso discorsivo della conoscenza umana, ma procede per intuizione. La loro conoscenza è suscettibile di au­mento senza però alcuno sforzo ed è sicura da ogni errore.
La scienza degli Angeli è straordinariamente per­fetta, però rimane sempre limitata: non possono cono­scere il segreto dell'avvenire che dipende esclusivamen­te dalla volontà divina e dalla libertà umana. Non pos­sono conoscere, senza che noi lo vogliamo, i nostri pen­sieri intimi, il segreto dei nostri cuori, che solo Dio può penetrare. Non possono conoscere i misteri della Vita divina, della Grazia e dell'ordine soprannaturale, sen­za una rivelazione particolare fatta loro da Dio.
Hanno una potenza straordinaria. Per loro un pia­neta è come un giocattolo per i bambini, o come una palla per i ragazzi.
Hanno una bellezza indicibile, basta accennare che San Giovanni Evangelista (Apoc. 19,10 e 22,8) alla vi­sta di un Angelo, fu così abbagliato dal fulgore della sua bellezza da prostrarsi a terra per adorarlo, creden­do di vedere la maestà di Dio.
Il Creatore non si ripete nelle sue opere, non crea gli esseri in serie, ma uno diverso dall'altro. Come non ci sono due persone che abbiano la stessa fisionomia
e le stesse doti d'anima e di corpo, così non vi sono due Angeli che abbiano lo stesso grado di intelligenza, di sapienza, di potenza, di bellezza, di perfezione, ecc., ma uno è diverso dall'altro.

Prova degli Angeli
Nel primo tempo della creazione gli Angeli non era­no ancora confermati in grazia, quindi potevano pec­care perché si trovavano nell'oscurità della fede.
In quel periodo Dio volle mettere alla prova la lo­ro fedeltà, per avere da loro un segno di amore parti­colare e di umile sudditanza. Quale fu la prova? Non lo sappiamo, ma essa, come afferma San Tommaso d'A­quino, non poteva essere altro che la manifestazione del mistero dell'Incarnazione.
Al riguardo si riporta quanto il Vescovo Paolo Hni­lica S.J. ha scritto nella rivista «Pro Deo et Fratribus», dicembre 1988:
«Mi è capitato recentemente di leggere una rivela­zione privata così profonda su San Michele Arcangelo come non avevo mai letto nella mia vita. L'autrice è una veggente che ha avuto la visione della lotta di Lucifero contro Dio e della lotta di San Michele contro Lucifero. Secondo questa rivelazione Dio ha creato gli An­geli in un unico atto, ma la sua prima creatura è stata Lucifero, portatore di luce, capo degli Angeli. Gli An­geli conoscevano Dio, ma avevano contatto con Lui so­lo per mezzo di Lucifero.
Quando Dio manifestò a Lucifero e agli altri Ange­li il suo disegno di creare gli uomini, Lucifero pretese di essere anche lui il capo dell'umanità. Dio però gli rivelò che il capo dell'umanità sarebbe stato un altro, e cioè il Figlio di Dio che si sarebbe fatto uomo. Con questo gesto di Dio, gli uomini, benché creati inferiori agli Angeli, sarebbero stati innalzati.
Lucifero avrebbe anche accettato che il Figlio di Dio, fattosi uomo, fosse più grande di lui, ma non vol­le assolutamente accettare che Maria, una creatura umana, fosse più grande di lui, fosse la Regina degli Angeli. Fu allora che proclamò il suo "Non serviam - Non servirò, non obbedirò".
Insieme a Lucifero, una parte degli Angeli, da lui istigata, non volle rinunziare al posto privilegiato che era stato loro assicurato e perciò proclamarono "Non serviam - Non servirò".
Certamente Dio non mancò di ammonirli: "Con questo gesto porterete la morte eterna sia a voi stessi che agli altri. Ma essi continuarono a rispondere, Lu­cifero in testa: "Non ti serviremo, noi siamo la libertà!'. A un certo punto Dio, per così dire, si è come riti­rato per lasciare loro il tempo di decidere o pro o con­tro. Allora è cominciata la battaglia al grido di Lucife­ro: "Chi come me?". Ma in quel momento si sentì an­che il grido di un Angelo, il più semplice, il più umile: "Dio è più grande di te! Chi come Dio?". (Il nome Mi­chele significa proprio questo "Chi come Dio?". Ma an­cora non portava questo nome).
Fu a questo punto che gli Angeli si divisero, chi con Lucifero, chi con Dio.
Dio chiese a Michele: "Chi è che lotta contro Luci­fero?". E di nuovo quest'Angelo: "Chi hai stabilito Tu, Sìgnore! ". E Dio a Michele: "Chi sei tu che parli così?
Da dove ti viene il coraggio e la forza di opporti al pri­mo degli Angeli?".
Di nuovo quella voce umile e sottomessa rispon­de: "Io non sono niente, sei Tu che mi dai la forza di parlare così". Allora Dio concluse: "Poiché ti sei con­siderato un niente, sarà con la mia forza che tu vince­rai Lucifero!" ».
Anche noi non vinciamo mai Satana da soli, ma so­lo grazie alla forza di Dio. Per questo Dio disse a Mi­chele: «Con la mia forza vincerai Lucifero, il primo de­gli Angeli».
Lucifero, trasportato dal suo orgoglio, pensò d'i­stituire un regno indipendente e separato da quello di Cristo e di farsi simile a Dio.
Quanto sia durata la lotta non lo sappiamo. San Giovanni Evangelista, che nella visione dell'Apocalis­se vide riprodursi la scena della lotta celeste, scrisse che San Michele ebbe il sopravvento su Lucifero.
Dio, che fino a quel momento aveva lasciato liberi gli Angeli, intervenne premiando gli Angeli fedeli col Paradiso, e punendo i ribelli con una pena corrispon­dente alla loro colpa: creò l'Inferno. Lucifero da Ange­lo luminosissimo divenne Angelo delle tenebre e fu pre­cipitato nel profondo degli abissi infernali, seguito da­gli altri suoi compagni.
Dio premiò gli Angeli fedeli confermandoli in gra­zia, per cui, come si esprimono i Teologi, cessava per loro lo stato di via, cioè lo stato di prova, ed entravano per l'eternità nello stato di termine, in cui è impossi­bile ogni mutamento sia in bene che in male: così essi divennero infallibili e impeccabili. Il loro intelletto non potrà mai aderire all'errore, e la loro volontà non po­trà mai aderire al peccato. Furono elevati allo stato so­prannaturale, per cui anche loro godono della Visione Beatifica di Dio. Noi uomini, per la Redenzione di Cri­sto, siamo loro compagni e fratelli.

Divisione
Una moltitudine senza ordine è confusione, e lo sta­to degli Angeli certamente non può essere tale. Le ope­re di Dio - scrive San Paolo (Rom. 13,1) - sono ordi­nate. Egli ha stabilito tutte le cose in numero, peso e misura, cioè in ordine perfetto. Nella moltitudine de­gli Angeli, quindi, c'è un ordine meraviglioso. Essi so­no divisi in tre Gerarchie.
Gerarchia significa «regno sacro», sia nel senso di «regno santamente governato», sia nel senso di «regno santamente governante».
Tutti e due i significati si realizzano nel mondo an­gelico: 1 - Essi sono governati santamente da Dio (da questo punto di vista tutti gli Angeli formano un'unica gerarchia e Dio è il loro unico Capo); 2 - Essi sono an­che coloro che governano santamente: i più alti tra lo­ro governano gli inferiori, tutti insieme governano la creazione materiale.
Gli Angeli - come spiega San Tommaso d'Aquino - possono conoscere la ragione delle cose di Dio, prin­cipio primo e universale. Questa maniera di conosce­re è il privilegio degli Angeli che sono più vicini a Dio. Questi eccelsi Angeli costituiscono la «Prima Gerar­chia».
Gli Angeli possono poi vedere la ragione delle co­se nelle cause universali create, chiamate «leggi gene­rali». Questo modo di conoscere è proprio degli Angeli che formano la «Seconda Gerarchia».
Infine ci sono gli Angeli che vedono la ragione del­le cose nelle loro cause particolari che le governano. Questo modo di conoscere è proprio degli Angeli della «Terza Gerarchia».
Ciascuna di queste tre gerarchie si suddivide in pa­recchi gradi e ordini, tra loro distinti e subordinati, al­trimenti ci sarebbe confusione, o monotona uniformi­tà. Questi gradi o ordini vengono chiamati «Cori».
1 a Gerarchia con i suoi tre cori: Serafini, Cherubi­ni, Troni.
2a Gerarchia con i suoi tre cori: Dominazioni, Vir­tù, Potestà.
3 a Gerarchia con i suoi tre cori: Principati, Arcan­geli, Angeli.
Gli angeli sono scaglionati in una vera gerarchia di potere, per cui altri comandano e altri eseguiscono; i cori superiori illuminano e dirigono i cori inferiori.
Ogni coro ha uffici particolari nel governo dell'u­niverso. Ne risulta così un'unica immensa famiglia, che forma un'unica grande leva di comando, mossa da Dio, nel governo dell'intero universo.
Il capo di questa immensa famiglia angelica è San Michele Arcangelo, chiamato così perché è il Capo di tutti gli Angeli. Essi governano e vigilano su ciascuna parte dell'universo per farla convergere al bene degli uomini in ordine alla gloria di Dio.
Un gran numero di Angeli ha il compito di custo­dirci e difenderci: sono i nostri Angeli Custodi. Essi stanno sempre con noi dalla nascita alla morte. È il do­no più delicato della Santissima Trinità a ogni uomo che viene in questo mondo. L'Angelo Custode non ci ab­bandona mai, anche se noi, come purtroppo capita abi­tualmente, lo dimentichiamo; ci protegge da tanti pe­ricoli per l'anima e il corpo. Solo nell'eternità sapre­mo da quanti mali ci ha salvato il nostro Angelo.
Al riguardo ecco un episodio, alquanto recente, che ha dell'incredibile, capitato all'avv. De Santis, uomo di serietà e integrità a tutta prova, residente a Fano (Pe­saro), in Via Fabio Finzi, 35. Ecco il suo racconto:
«Il 23 dicembre 1949, antivigiglia di Natale, dove­vo recarmi da Fano a Bologna con la Fiat 1100, insie­me a mia moglie e a due dei miei tre figli, Guido e Gian Luigi, allo scopo di prelevare il terzo, Luciano, che era a studiare nel Collegio Pascoli di quella città. Stabilim­mo la partenza per le sei del mattino. Contro ogni mia abitudine, alle 2,30 ero già sveglio, né potei più riad­dormentarmi. Naturalmente al momento della parten­za non ero nelle migliori condizioni fisiche, poiché l'in­sonnia mi aveva come disfatto e svigorito.
Guidai la macchina fino a Forlì, dove a causa del­la stanchezza fui costretto a cedere la guida al più gran­de dei miei figli, Guido, munito di regolare patente. A Bologna, rilevato Luciano dal Collegio Pascoli, volli ri­tornare nuovamente al volante, per ripartire alle 2 del pomeriggio da Bologna alla volta di Fano. Guido era al mio fianco, mentre gli altri, con mia moglie, discor­revano sul sedile posteriore.
Oltrepassata la zona di S. Lazzaro, appena imboc­cata la statale, accusai maggiore stanchezza e pesan­tezza di testa. Non reggevo più dal sonno e spesse vol­te mi accadeva di chinare il capo e di chiudere gli oc­chi inavvertitamente. Avrei desiderato che Guido mi so­stituisse ancora una volta al volante. Questo però si era addormentato e io non ebbi l'animo di svegliarlo. Ri­cordo d'aver fatto, poco dopo, qualche altra... riveren­za: poi non ricordo più nulla!
A un certo punto, destato bruscamente dal rombo assordante del motore, riprendo conoscenza e mi ac­corgo di trovarmi a due chilometri da Imola. - Chi è stato a mandare avanti la macchina? Che è mai que­sto? - chiesi fuori di me dalla costernazione. - E ac­caduto nulla? - domandai con ansia ai miei. - No - mi si rispose. - Perché questa domanda?
Il figlio, che era al mio fianco, si svegliò anche lui e disse di aver sognato che in quel momento la mac­china stava andando fuori di strada. - Io non ho fatto che dormire fino ad ora - tornai a dire - tanto che mi sento ristorato.
Veramente mi sentivo bene, il sonno e la stanchez­za erano scomparsi. I miei, che erano sul sedile poste­riore, rimasero increduli e meravigliati, ma poi, pur non riuscendo a spiegarsi come la macchina avesse po­tuto percorrere tanta strada da... sola, finirono con l'ammettere che io ero stato immobile per un lungo tratto e che non avevo mai risposto alle loro domande, né fatto eco ai loro discorsi. E soggiunsero che più di una volta la macchina sembrava stesse per scontrarsi con qualche autocarro, ma poi sterzava destramente e che avevo incrociato molti automezzi, fra i quali per­sino il noto corriere Renzi.
Replicai che non mi ero accorto di nulla, che nulla avevo visto di tutto questo per la ragione già detta che avevo dormito. Calcoli fatti, il mio sonno al volante era durato per il tempo necessario a percorrere circa 27 chilometri!
Appena mi resi conto di questa realtà e della cata­strofe alla quale ero scampato, pensando a mia moglie e ai miei figli, mi prese un grande spavento. Però, non riuscendo altrimenti a spiegarmi l'accaduto, pensai a un provvidenziale intervento di Dio e mi tranquillizzai alquanto.
Due mesi dopo questo fatto, e precisamente il 20 febbraio 1950, mi recai a S. Giovanni Rotondo da Pa­dre Pio. Ebbi la fortuna d'incontrarmi con lui sulle sca­le del convento. Era con un Cappuccino a me sconosciu­to, ma che poi seppi essere P. Ciccioli da Pollenza, in provincia di Macerata. Chiesi a P. Pio che cosa mi era accaduto la scorsa antivigilia di Natale, tornando con la famiglia da Bologna a Fano, a bordo della mia auto­mobile. - Tu dormivi e l'Angelo Custode ti guidava la macchina - fu la risposta.
- Ma dite sul serio, Padre? È proprio vero? - Ed egli: Tu hai l'Angelo che ti protegge. - Quindi posan­do una mano sulla mia spalla soggiunse: Sì, tu dormi­vi e l'Angelo Custode ti guidava la macchina.
Guardai interrogativamente l'ignoto Frate Cappuc­cino, il quale, come me, ebbe un'espressione e un ge­sto di grande stupore». (Da «L'Angelo di Dio» - 3' ristampa - Ediz. L'Arcangelo - San Giovanni Rotondo (FG), pagg. 67-70).
Vi sono Angeli posti da Dio a custodia e difesa del­le nazioni, delle città, delle famiglie. Vi sono Angeli che circondano in atto di adorazione il tabernacolo, nel qua­le sta prigioniero di amore per noi Gesù Eucaristico. Vi è un Angelo, si crede S. Michele, il quale vigila sulla Chiesa e il suo Capo visibile, il Romano Pontefice.
S. Paolo (Ebr. 1,14) afferma esplicitamente che gli Angeli sono al nostro servizio, cioè ci custodiscono da­gli innumerevoli pericoli morali e fisici, ai quali sia­mo continuamente esposti, e ci difendono dai demoni che, non ancora definitivamente chiusi nel carcere in­fernale, infestano il creato.
Gli Angeli sono uniti tra loro in un amore tenero e scambievole. Cosa dire dei loro canti e delle loro ar­monie? San Francesco d'Assisi, trovandosi in uno sta­to di grande sofferenza, bastò una sola battuta di mu­sica fattagli udire da un Angelo per non sentire più il dolore ed elevarlo in grande estasi di gioia.
In Paradiso troveremo negli Angeli amici cordia­lissimi e non compagni alteri da farci pesare la loro su­periorità. La Beata Angela da Foligno, che nella sua vi­ta terrena ebbe frequenti visioni e si trovò più volte a contatto con gli Angeli, dirà: Non avrei mai potuto im­maginare che gli Angeli fossero così affabili e cortesi. - Perciò la loro convivenza ci sarà molto deliziosa e non possiamo immaginare quale soavissimo interesse godremo nell'intrattenerci con loro cuore a cuore. San Tommaso d'Aquino (Qu. 108, a 8) insegna che «benché secondo natura è impossibile all'uomo competere con gli Angeli, però secondo la grazia noi possiamo meri­tare una gloria così grande da venire associati a cia­scuno dei nove Cori angelici». Quindi gli uomini an­dranno ad occupare i posti lasciati vuoti dagli Angeli ribelli, i diavoli. Non possiamo perciò pensare ai Cori angelici senza vederli costellati di creature umane, uguali in santità e gloria anche ai più eccelsi Cherubi­ni e Serafini.
Tra noi e gli Angeli ci sarà l'amicizia più affettuo­sa, senza che la diversità di natura l'ostacoli minima­mente. Essi, che governano e maneggiano tutte le for­ze della natura, saranno in grado di appagare ogni no­stra sete di sapere i segreti e i problemi delle scienze naturali e lo faranno con somma competenza e grande cordialità fraterna. Come gli Angeli, pur immersi nel­la Visione beatifica di Dio, ricevono e si trasmettono tra di loro, da superiore a inferiore, i fasci di luce che irraggiano dalla Divinità, così noi, pur immersi nella Visione beatifica, percepiremo mediante gli Angeli non poca parte delle infinite verità diffuse per l'universo.
Questi Angeli, splendenti come tanti soli, immen­samente belli, perfetti, affettuosi, affabili, si faranno nostri premurosi maestri. Figuriamoci le loro esplosio­ni di gioia e le espressioni del loro tenero affetto quan­do vedranno coronato con esito felice tutto quello che hanno fatto per la nostra salvezza. Con quale ricono­scente interesse ci sentiremo raccontare allora per fi­lo e per segno, ciascuno dal suo Anelo Custode, la ve­ra storia della nostra vita con tutti i pericoli scampati, con tutti gli aiuti messi a nostra disposizione. Al riguar­do il Papa Pio IX raccontava molto volentieri una espe­rienza della sua infanzia, che prova l'aiuto straordina­rio del suo Angelo Custode. Egli da ragazzino, durante la S. Messa, faceva il chierichetto nella cappella priva­ta della sua famiglia. Un giorno, mentre stava inginoc­chiato sull'ultimo gradino dell'altare, durante l'offer­torio fu improvvisamente preso da timore e paura. Era eccitatissimo senza capire il perché. Il cuore cominciò a battergli forte forte. Istintivamente, cercando aiuto, volse gli occhi dalla parte opposta dell'altare. Lì vi era un bel giovane che con la mano gli faceva segno di al­zarsi subito e andare verso di lui. Il ragazzino era così confuso alla vista di quell'apparizione che non osava muoversi. Ma la figura luminosa energicamente gli fe­ce ancora un segno. Allora egli si alzò con sveltezza e andò verso il giovane che sparisce all'improvviso. Nel­lo stesso istante una pesante statua di un Santo cadde proprio lì dove stava il piccolo chierichetto. Se fosse rimasto ancora un po' al posto di prima, sarebbe mor­to o ferito gravemente per il peso della statua caduta.
Da ragazzo, da Sacerdote, da Vescovo, e poi da Pa­pa, egli raccontava spesso questa sua esperienza indi­menticabile, nella quale constatò l'aiuto del suo Ange­lo Custode.
Con quale soddisfazione sentiremo raccontarci da loro stessi la loro storia non meno interessante della nostra e probabilmente ancora più bella. Stuzzicherà certamente la nostra curiosità l'apprendere la natura, la durata, la portata della loro prova per meritarsi la gloria del Paradiso. Sapremo con certezza la pietra d'in­ciampo contro cui cozzò la superbia di Lucifero, rovi­nandosi in modo irreparabile con i suoi seguaci. Con quale piacere ci faremo descrivere da loro la battaglia spettacolare sostenuta e vinta nell'alto dei cieli contro le furibonde orde del superbissimo Lucifero. Vedremo San Michele Arcangelo, a capo delle schiere degli An­geli fedeli, balzato alla riscossa, come già all'inizio della creazione, così anche alla fine, con santo sdegno e con l'invocazione dell'aiuto divino, assalirli, travolgerli nel fuoco eterno dell'Inferno, creato appositamente per loro.
Già fin d'ora dovrebbero essere vivi il nostro at­taccamento e la nostra familiarità con gli Angeli, per­ché proprio a loro è stato affidato il compito di scortarci nella vita terrena fino a introdurci nel Paradiso. Possiamo essere sicuri che i nostri cari Angeli Custodi saranno presenti alla nostra morte. Verranno in nostro soccorso per neutralizzare le insidie dei demoni, per prendere in consegna l'anima nostra e portarla in Pa­radiso.
Sulla strada del Paradiso il primo consolante in­contro sarà con gli Angeli, coi quali convivremo eter­namente. Chissà quali trattenimenti divertentissimi sa­pranno trovare con la loro acutissima intelligenza e in­ventiva, perché la nostra gioia non si affievolisca mai nella loro deliziosissima compagnia!

Chi è venuto dall'aldilà?
In una nobile famiglia cattolica del Belgio... un bambino di circa sette anni era moribondo. La madre addoloratissima se ne stava presso il letto, aspettando l'ultimo respiro del figlio. Era il 7 febbraio 1878 alle 5 e tre quarti pomeridiane, al tocco dell’Ave Maria. A un tratto il bambino si anima, si solleva, fissa gli occhi al cielo e stende le braccia esclamando: Mamma, che ve­do! - Che cosa vedi, figlio mio? - disse la madre. - Pio IX che va su su! Oh quanto è bello! Tutto lumino­so! -
La signora credendo che il bambino delirasse pro­curava di calmarlo, ma un istante dopo il bambino esclamava di nuovo: Oh mamma, che bella cosa! La Ma­donna quanto è bella e sorridente! Ha una corona pre­ziosa in mano. Ecco va incontro a Pio IX, gli pone la corona sul capo. -
Dopo essere rimasto un istante a contemplare così giocondo spettacolo, il bambino volgendosi alla madre, che era rimasta sbalordita, le disse: Mamma, sono gua­rito. La Madonna e Pio IX mi hanno benedetto e guarito.
Il bambino era guarito difatti e pieno di vigore. La pia signora che ignorava lo stato allarmante della salu­te del Pontefice, fuori di sé dallo stupore, mandò un do­mestico all'ufficio del telegrafo per chiedere se si aves­sero notizie da Roma. Purtroppo fu risposto: È giunto pocanzi un dispaccio il quale dà l'infausta notizia che il Santo Padre è spirato alle 5 e tre quarti pomeridiane. (Dai Processi di beatificazione del Servio di Dio Pio
IX).

Capitolo XVI
COMPAGNIA DI GESÙ - DI MARIA - DI GIUSEPPE
Compagnia di Gesù
La beatitudine primaria del Paradiso è la visione, il possesso e il godimento di Dio come Egli è. Però ve­dremo, possederemo, godremo Dio anche in forma umana, perché Gesù è vero Dio e vero Uomo.
Questa gioia possiamo ben comprenderla e inco­minciare ad assaporarla fin da ora, almeno con la fan­tasia considerando un po' che in Gesù si assommano tutti i veri valori umani, che esercitano tanta seduzio­ne nella nostra mente e nel nostro cuore.
Su questa terra non possiamo avere un'idea esat­ta di Gesù Cristo. L'avremo soltanto in Paradiso quan­do la sua visione e la sua compagnia ci renderà felici. Su questa terra possiamo solo farci un'idea analogica. Qualunque cosa diremo di Gesù è vera, ma resta im­mensamente inferiore alla realtà. Tutte le perfezioni delle creature sono riflessi delle perfesioni di Gesù, co­me i raggi della luna sono i riflessi dei raggi del sole. Le creature sono riflessi tenuissimi di Dio, perché Lui è infinitamente più grande e più bello, e Gesù è la sua luce (Apoc. 21,23): «La città (cioè il Paradiso) non ha bisogno di luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio l'illumina, e la sua lampada è l'A­gnello (cioè Gesù)».
Tutti i saggi e gli scienziati del mondo possono ap­pena darci una pallidissima idea della incommensura­bile saggezza e scienza di Gesù. Tutte le aurore posso­no darci una debolissima idea della sua bellezza radio­sa. Tutti i colori dei fiori più delicati possono darci so­lo una minima idea del colore meraviglioso del suo cor­po. Tutta la bellezza delle creature umane non può dar­ci una piccolissima idea della sua bellezza. Il 25 gen­naio del 1558, festa della Conversione di San Paolo, San­ta Teresa d'Avila ebbe una delle più alte visioni della sua vita: «Mentre assistevo alla S. Messa - dice la San­ta - mi apparve l'Umanità intera di Gesù. Egli era in quella forma in cui sono soliti dipingerlo risuscitato, ma di una bellezza e maestà incomparabile. Se in Cie­lo vi fosse soltanto l'immensa bellezza dei corpi glorio­si e in particolare quella dell'Umanità di nostro Signo­re, il piacere che se ne proverebbe sarebbe veramente indicibile, estasiante».
Gesù rassomiglia a tutti gli uomini buoni, ma è in­finitamente migliore. Rassomiglia a tutti gli innamo­rati della terra, ma Egli è infinitamente più innamora­to dei suoi amanti. Rassomiglia a tutte le creature più dolci, ma Egli è infinitamente più dolce. Il profumo del suo corpo rassomiglia a tutti i profumi più delicati del­la terra, però è immensamente più inebriante. L'incan­to dei suoi occhi rassomiglia all'incanto degli occhi più belli delle creature umane, però è immensamente più bello.
Tutto questo potrà sembrare una esagerazione o un vuoto retorismo, invece è ancora molto poco. Gesù Cristo è ancora immensamente più bello, più perfetto, più affascinante. Metti in una persona tutta la finezza, tutta la delicatezza, tutta la sensibilità, tutta la bontà, tutto l'amore e la bellezza di tutte le persone umane: Gesù è ancora immensamente di più: Egli è l'essere più bello, più santo, più perfetto che Dio ha potuto conce­pire e formare.
Dio, l'Onnipotente e l'Infinito, il Creatore dell'uni­verso, l'Autore di tutte le meraviglie delle cose, non può fare niente di più grande e di più bello di Gesù Cristo.
Metti insieme tutte le gioie e le dolcezze, tutti i pia­ceri del corpo e dello spirito che gustano tutte le per­sone della terra, ebbene tutta la felicità che dona un solo istante dell'unione con Gesù li sorpassa smisura­tamente. La Beata Angela da Foligno, convertitasi, do­po la morte del marito, a 26 anni e consacratasi a Dio, da allora fece una vita santa di preghiere, di peniten­ze, di opere sante e di virtù eroiche. Fu favorita da Dio di visioni meravigliose che il suo Confessore, sotto sua dettatura, trascrisse nel libro: «II libro delle mirabili visioni». Ebbe la rarissima fortuna di vedere, ancora in terra, Dio faccia a faccia... Dopo una di tali visioni disse: «Concentrate in uno tutte le gioie e i piaceri che hanno goduto, godono e godranno, sia lecitamente che illecitamente, tutti gli uomini e le donne della terra, dal­l'inizio alla fine del mondo, ebbene io, in un solo istan­te della visione di Dio, ho goduto immensamente di più».
Come saremo fieri in Paradiso d'averlo servito, di essergli stati sottomessi, di averlo amato! Ne saremo ricambiati senza misura. Egli terrà ciascuno di noi vi­cino a sé come se fosse l'unico suo amico più intimo, l'uno suo fratello più caro, l'unico ad amare e da favo­rire! La moltitudine degli Angeli e dei Beati può esse­re numerosissima quanto si vuole, questo non esauri­rà mai le effusioni più calde del suo amore per ciascu­no di noi, né cesserà mai di ricevere, a sua volta, le ma­nifestazioni più affettuose dell'amore riconoscente di ciascuno di noi. Nel Regno dell'Amore non esistono bar­riere e ostacoli all'amore! Stiamone certi. Se al presen­te, ancora inquinati da tante colpe e imperfezioni, il no­stro Gesù trova modo di darsi a noi fino a immedesi­marsi con ciascuno di noi mediante la S. Comunione, in Paradiso, dove ciascuno di noi è diventato santo e perfetto, si immedesimerà immensamente di più me­diante l'unione totale di se stesso con ciascuno dei suoi Beati. O anime tormentate da una grande fame di amo­re, alzate i vostri occhi al Cielo: lassù potrete amare senza più alcun limite la Persona Umana più degna di essere amata e più capace e desiderosa di corri­spondervi.
O Gesù, quale paradiso troveremo nello splendo­re della tua fronte, nella grazia delle tue labbra, nello scintillio dei tuoi occhi, nell'incontro del tuo sorriso, nell'armonia sovrana di tutte le tue fattezze e di tutti i tuoi gesti? Quale armonia estasiante sarà la tua voce che ci chiamerà a nome e ci parlerà del tuo amore? Quale trasalimento di amore ci farai provare quando ci ammetterai a stringere, come la Maddalena, cotesti tuoi piedi di Dio glorioso, a coprire di lacrime di rico­noscimento coteste tue mani di Redentore risuscita­to, a posare come San Giovanni il nostro capo sul tuo cuore di Dio incarnato, ad abbracciarti, ad accarezzarti, a coprirti e ricoprirti di baci, o Sposo divino ed eterno di ciascuna delle tue creature umane? A baciarti la fronte immacolata, i cari occhi, le adorate guance, la bocca deliziosa che possiede le parole di vita eterna, di felicità purissima, paradiso di delizie, sorgente ine­sauribile di amore, di bontà, di ogni bene: quando dun­que potremo immergerci in Te senza più uscirne? Ab­bandonarci nelle tue braccia di Sposo amabilissimo e amatissimo per non separarci più? Che tutto l'univer­so, in un unico canto di lode e di gloria, inneggi alla tua bontà che ti fa trovare la tua occupazione e la tua soddisfazione a versare la tua beatitudine in torrenti inesauribili su tutti i Beati per tutta l'eternità!

Compagnia di Maria
In Paradiso, dopo Gesù, la persona più amata e in­torno alla quale si farà più ressa è Maria Santissima, Madre di Dio e Madre nostra. Dio ha preso dagli scri­gni della sua onnipotenza e ha accumulato in Lei tutto ciò che aveva di più bello, di più grande, di più santo, di più prezioso, di più perfetto. Ha conferito a Lei tut­ti i primati: la prima creatura nell'ordine della prede­stinazione, la prima nell'ordine della grazia, la prima nell'ordine della santità, la prima nell'ordine degli in­carichi onorifici e importanti nel creato, e infine la pri­ma nell'ordine della gloria. Appunto nella gloria, dove tutti questi privilegi trovano la loro massima attuazio­ne e brillano nel loro massimo splendore, tutto il Pa­radiso è inondato di luce e pervaso dalla fragranza ver­ginale della «Tutta Pura, Tutta Bella, Tutta Santa».
Il luogo dove i Beati amano certamente trattener­si più spesso e il più a lungo possibile, dopo Dio, è ac­canto a Lei.
Contemplare le sue fattezze perfette, ammirare le sue virtù ineguagliabili, cantare le sue lodi, dare e ri­ceverne scambievolmente le espressioni più vive di af­fetto è certamente una delle occupazioni più deliziose della vita dei Beati.
In Paradiso tutti i Beati indistintamente, perché si sono salvati per mezzo dell'intervento materno di Ma­ria, anche non invocato, si uniranno in un unico coro di glorificazione a celebrare la dignità, la santità, le be­nemerenze della Santissima Vergine, perché tutti avranno sperimentato la verità di quanto i Santi e i Dottori della Chiesa hanno insegnato e cioè che Dio ha co­stituito Maria depositaria e dispensiera di tutte le gra­zie che le sue sofferenze, unite al Sangue di Gesù Cri­sto, ci hanno meritato.
Maria è madre di Gesù e Madre nostra. La mamma per i suoi bambini è tutto, ma anche i bambini per la loro mamma sono tutto! Così è Maria per noi e noi per Lei se facciamo attenzione alle sue continue sollecitu­dini e interventi materni a protezione del popolo cri­stiano.
Com'è presente Maria nella nostra vita terrena? La presenza di Maria Santissima nella vita di ciascuno di noi è una realtà certa e sicura. Non si tratta di un pio sentimento o di una pia espressione, ma di una «veri­tà» insegnata dalla Chiesa.
Come potrebbe Maria essere vera Madre se poi non adempisse gli uffizi materni nei nostri confronti? È ve­ro che la Madonna è una creatura e come tale soggetta a limiti, ma anche Cristo come uomo è una creatura, eppure nessuno può dubitare che Egli come uomo sia presente e operante non solo in tutte le Ostie consacrate del mondo, ma nella vita di ciascuno di noi. È presente con la sua scienza, con l'efficacia dei suoi meriti e del­la sua intercessione sempre viva gesso il Padre. È pre­sente come Capo del Corpo Mistico, la Chiesa, e quin­di unito così intimamente a noi da costituire con noi un solo Corpo. È Lui che l'ha detto: «Io sono la vite, voi i tralci» (Giov. 15,5).
Maria Santissima, sia pure in un ordine inferiore perché dipendente da Cristo, è realmente presente nella vita di ognuno di noi suoi figli. Il Concilio Vat. II (L.G. 62) ci assicura di questa consolante verità: «Con la ma­terna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affan­ni, fino a che non siano condotti nella patria beata».
La Madonna è presente nella nostra vita più di quanto noi possiamo pensare e immaginare.
1) Ella è presente, prima di tutto, a ciascuno di noi perché in Dio ci conosce uno per uno, con una conoscen­za materna e quindi più intima di quella con la quale ci conoscono gli Angeli e i Santi. Nella Visione Beatifi­ca Ella ci conosce non in modo generico o imperfetta­mente, come si può conoscere nell'oscurità della fede, ma in modo perfetto. In Dio conosce quello che siamo chiamati ad essere,per vocazione; la missione che dob­biamo compiere, il tempo che ci è dato da vivere sulla terra, e conosce quello che ci occorre per attuare pie­namente il disegno di Dio. Quindi Maria Santissima è presente a ciascuno di noi per la conoscenza perfetta, totale e completa che ha dei suoi figli; perfetta perché procede dalla Visione stessa di Dio.
2) La Madonna è presente nella nostra vita perché non solo ci conosce, ma in Dio ci vede, momento per momento. Lei vede, giorno per giorno, dove siamo, che cosa facciamo, le nostre difficoltà, i pericoli che ci so­vrastano, tutte le necessità spirituali e temporali che ci accompagnano. Nulla di noi suoi figli sfugge allo sguardo materno di Maria. Questa visione che Maria ha di noi in ogni momento della nostra vita, non è una visione come quella dello scienziato che studia e osser­va qualcosa della natura, ma è una visione di Madre, perciò colma di affetto e piena di attenzioni, di premu­re, di sollecitudini, di desideri. Perché assunta in Cielo in anima e corpo, Maria a nostro riguardo ha una ca­pacità affettiva di cui gli atri Santi non hanno l'eguale. Maria è così presente nella nostra vita da conoscere e vedere di noi molto di più di quanto noi stessi possia­mo vedere e conoscere. Al suo sguardo non sfugge il più fugace desiderio e il più intimo sentimento del nostro cuore.
3) Infine la Madonna è presente nella nostra vita perché in Dio ci ama individualmente, cioè uno ad uno, con un amore materno, attivo, premuroso. Una vera madre non si accontenta di vedere i suoi figli e di co­noscerli intimamente, ma opera per loro provvedendo ai loro bisogni e aiutandoli in tutto.
La Madonna è presente a ciascuno di noi nella vi­ta non solo perché ogni grazia che Dio concede agli uo­mini passa per le sue mani, ma perché Lei stessa pren­de l'iniziativa di provvedere ai nostri bisogni e alle no­stre necessità intercedendo per noi presso Dio con la sua preghiera di Madre, sempre efficace perché è l'e­spressione stessa dell'amore di Dio nei nostri confron­ti. Perché Madre, Maria non aspetta che noi l'invochia­mo a venire in nostro aiuto, ma ci precede nella richie­sta, come del resto fa qualunque buona mamma nei confronti del suo bambino quando lo vede in necessità.
Come l'intenzione e l'amore di Dio ispira e pene­tra l'intercessione di Maria a nostro riguardo, così la sua virtù e onnipotenza divina fa sì che ogni desiderio e preghiera di Maria raggiungano il loro effetto.
Quella della Madonna non è certo una presenza sen­sibile, cioè sperimentata e controllata dai nostri sensi, ma non per questo è meno «reale» perché è nell'ordine della fede e della grazia.
Perché è nostra vera Madre, Maria è con noi suoi figli, ci segue disponendo maternamente tutto quanto può servire al vero bene della nostra persona e facili­tare il nostro cammino verso il Paradiso. Se gli Angeli Custodi, ai quali Dio affida il cammino degli uomini, hanno cura di liberarci dai pericoli di questa vita e di difenderci contro ogni avversità, che cosa non farà la Madonna, nostra Madre?
È così bello avere una Madre carissima e poterle stare vicino per sempre nel più suntuoso e delizioso soggiorno, il Paradiso! Gli Angeli non possono avere il mi­nimo sentimento di invidia, ma se lo potessero avere, ci avrebbero invidiato in eterno la grazia di avere per Madre la loro Regina e noi di essere i suoi figli predi­letti. Essi, invece, creature sante e perfette, vedendoci amati da Gesù fino a sacrificarsi per noi e vedendoci bisognosi di una Madre, certamente si uniranno a noi per ringraziare con la gioia più viva il Signore per l'i­nestimabile dono materno che ci ha fatto, e per amare anche loro con affetto grandissimo la tenerissima Ma­dre toccata a noi uomini.
Intorno all'Immacolata e sempre Vergine Madre, dopo Dio, convergono dunque le attenzioni di tutto il fiore più bello delle creature ragionevoli. Al suo indi­rizzo si moltiplicano le manifestazioni del più tenero affetto e in compenso se ne ricevono carezze, abbrac­ci, baci e benedizioni materne. Tutto il Paradiso è cer­tamente mobilitato da Dio per esaltare la più santa del­le creature.
Quale spettacolo d'insuperabile gioia sarà per noi il contemplare la Santissima Vergine assisa sul suo tro­no di gloria accanto al suo Figlio Divino irradiante quel­la amabilità senza pari che si addice alla Regina del Pa­radiso, alla Madre di Dio, e Madre nostra! Con quali fremiti di tenera ebbrezza vibreremo in tutto il nostro essere assaporando, nella calma celeste, l'aroma esta­siante dell'amore della Madre Divina che inbalsama tutto il Paradiso!

Compagnia di Giuseppe
In Paradiso, dopo Gesù e Maria, la persona più amata e glorificata è S. Giuseppe: Padre Putativo di Ge­sù e Sposo della sempre Vergine Maria.
Come Gesù e Maria, anche S. Giuseppe si trova in Cielo in anima e corpo. Per quanto questa verità non sia ancora definita dalla Chiesa, tuttavia se ne può es­sere certi. San Bernardino da Siena (1387+1444) già ai suoi tempi la predicava dal pulpito. Un giorno, men­tre stava predicando a Padova, a un tratto esclamò: «Io vi assicuro, fratelli, che S. Giuseppe è in Cielo tutto ri­splendente di gloria in anima e corpo, perché non pos­siamo dubitare che Gesù, amorosissimo figliuolo, non abbia concesso al suo Padre putativo il privilegio che diede alla sua divina Madre». A conferma di ciò appa­rì, a vista di tutti, una croce d'oro sul capo del Santo.
Anche San Vincenzo Ferreri (1350+1419), grande predicatore e polemista nel periodo turbinoso dello Sci­sma d'Occidente, predicava la stessa dottrina e Dio con­fermava le sue parole con diverse apparizioni.
San Francesco di Sales (1567+ 1622), Vescovo, pre­dicatore e Dottore della Chiesa, facendo l'elogio di S. Giuseppe, si esprime così: «Come Maria, anche Giusep­pe è glorificato in anima e corpo».
Infine il celebre Padre Nonet S.J., che scrisse le più belle riflessioni sul Verbo Incarnato, dice: «Giuseppe entrò nel mondo tutto brillante d'innocenza come l'au­rora, e ne è uscito folgorante come il sole, salendo al Cielo in anima e corpo per accompagnare il trionfo di Gesù e precedere quello di Maria».
Il Vangelo ci parla pochissimo di S. Giuseppe, che chiama «uomo giusto», ma quel poco dice moltissimo. Basta riflettere che egli, quale uomo giusto, cioè orna­to di tutte le virtù, perfetto, Santo, meritò d'essere il purissimo Sposo della Madre di Dio, Maria Santissima, e il Padre legale, putativo, del Figlio di Dio fatto uomo.
Quale altro Santo dell'Antico e del Nuovo Testa­mento può considerarsi non dico superiore, ma ugua­le a Lui nella dignità e nel merito? Certamente nessu­
no. Il Papa Leone XIII afferma che come la Madre di Dio eccelle su tutti per la sua altissima dignità, così nessuno meglio di S. Giuseppe si avvicina alla grandezza della Madonna. Quindi S. Giuseppe merita una gloria, una venerazione e un culto superiore a tutti gli altri Santi.
Quando era su questa terra, egli aveva i pieni po­teri sul Figlio di Dio sino a comandarlo, e quel Gesù, davanti al quale tutti si piegano, gli stava sottomesso in tutto e l'onorava degnandosi di chiamarlo Padre. La Vergine Maria, Madre del Figlio di Dio, quale sua Spo­sa, l'ubbidiva docilmente.
In Paradiso S. Giuseppe non ha perduto la sua grandezza, perché nell'eternità i vincoli della vita pre­sente vengono perfezionati e non distrutti, continua a mantenere il potere che aveva, cosicché egli può tutto sul Cuore di Gesù e di Maria. Dice San Bernardino da Siena: «Certamente in Paradiso Gesù non nega a San Giuseppe quella familiarità, riverenza e sublimissima dignità che Egli ha dato in terra come figlio a padre». Gesù glorifica in Cielo il suo Padre Putativo accettan­do la sua intercessione a favori dei suoi devoti e vuole che il mondo lo onori, l'invochi e ricorra a lui nei suoi bisogni.
In Paradiso, dopo Gesù e Maria, la persona più amata e intorno alla quale si farà più festa è San Giu­seppe. Lì godremo una grande gioia nel contemplare la sua bellezza, nell'ammirare le sue virtù e la sua gran­dissima gloria.

Chi è venuto dall'aldilà?
Interessante è il fatto avvenuto nel 1946 nella per­sona dell'ingegnere Enzo Crozza, domiciliato a Torino, in via Ilarione Petitti, 34.
Quest'ingegnere, ammalatosi nel 1942, si era fatto assistere in famiglia nelle ore notturne da una Suora del Cottolengo, certa SuorAngela Curti. Nel 1944 la Suo­ra moriva nel Cottolengo. L'ingegnere non ne sapeva nulla.
Il Signor Crozza fu operato di appendicite nella sua abitazione nel 1946 e, memore delle delicate cure di Suor Angela Curti, mandò la moglie al Cottolengo per invi­tarla a venire ad assisterlo. Mentre la moglie faceva le scale, incontrò la Suora.
E voi, qui?... Venivo proprio in cerca di voi! - Ho saputo che vostro marito sta male e son venuta a curarlo! -
Per quindici notti consecutive Suor Angela vegliò al capezzale dell'ingegnere. Veniva la sera e partiva al mattino. Finita la sua missione, si licenziò senza chie­dere alcun compenso.
Quando il Signor Crozza si ristabilì discretamente, andò al Cottolengo con la moglie per ringraziare anco­ra una volta la Suora. Quale non fu la sua meraviglia a sentirsi dire: Cercate di Suor Angela?... Ma da due an­ni è al cimitero!... È morta qui! - Eppure la Suora che mi assisteva era lei, in carne e ossa! E non sono io solo a constatare il fatto, ma tutta la famiglia!... -
Come spiegare questo avvenimento? O Suor Ange­la era entrata in Paradiso e veniva in aiuto a persona cara, oppure era in Purgatorio e il Signore le permette­va di compiere ancora qualche atto di carità.

Parte III
FELICITÀ PRIMARIA DEL PARADISO

Capitolo 1
VISIONE BEATIFICA DI DIO
Lume di gloria
Finora abbiamo parlato della felicità secondaria del Paradiso consistente nel godimento dei beni sensi­bili che delizieranno il Beato col suo corpo risuscita­to. In questa seconda parte ci sforzeremo di dire qual­che cosa sulla felicità primaria del Paradiso: la Visio­ne beatifica di Dio.
Prima però di inoltrarci in essa facciamo un accen­no del così detto «lume di gloria». È possibile a noi co­noscere Dio come Egli è, amarLo, adorarLo, goderLo? Lo splendore e la perfezione di Dio è tanta che la no­stra anima non può affatto sostenerli, come il nostro occhio non è capace di sostenere una luce vivissima, perché resterebbe abbagliato e potrebbe accecare. Ora se noi non siamo capaci di sostenere, per esempio, la luce del sole, creatura di Dio, come potremo sopporta­re il bagliore di Dio stesso? Ebbene quello che è im­possibile all'uomo, lo fa Dio stèsso: infonderà alla no­stra anima una virtù soprannaturale permanente che ci farà capaci di vedere, amare, godere Dio come Egli è. Questa virtù soprannaturale viene chiamata «lume di gloria». «Lume» perché dissipa le nostre tenebre, cioè le nostre incapacità naturali, e ci rende Dio visibi­le; «di gloria» perché con esso noi raggiungeremo il ver­tice più alto possibile della nostra somiglianza con Dio nella partecipazione della sua stessa natura divina. Un esempio chiarificatore. Un vaso di terracotta può con­tenere solo un litro di acqua. Per poterne contenere cen­to litri cosa sarebbe necessario? Occorrerebbe che il vaso divenisse talmente dilatabile da contenere gli al­tri 99 litri d'acqua. Più aumenta la forza di dilatazio­ne, più il vaso diventa capace di contenere altra acqua ancora. Così all'anima nostra è necessaria tale elasti­cità misteriosa e soprannaturale, chiamata «lume di gloria», per renderla capace di vedere, amare, godere e possedere Dio.
Questo lume di gloria, questa capacità sopranna­turale è proporzionata al grado di grazia e ai meriti che ciascun Beato ha conseguito fino al momento della sua morte. Quindi tutti i Beati vedranno Dio, lo ameran­no, lo godranno però con intensità, con penetrazione, con godimento differente, in proporzione dei meriti per­sonali. Perciò la felicità del Paradiso non è uguale per tutti, ma sarà proporzionata ai meriti acquisiti duran­te la vita terrena.

Visione di Dio
Cosa è la visione di Dio? Il termine «vedere Dio» non significa un semplice atto visivo degli occhi del cor­po o della mente, né una conoscenza qualunque di Dio, ma immensamente di più: significa conoscere, amare, possedere Dio, godere Dio. Il Beato vede Dio come Egli è, lo sente, lo possiede, lo ama, lo gode, cioè lo raggiun­ge con tutte le sue facoltà. Un esempio per chiarire l'i­dea. Un giovane sposo, emigrato all'estero per lavoro, sospira vedere la sua giovane sposa. Questo significa forse ch'egli vuole vederla soltanto con gli occhi? An­che questo certamente, infatti desidera posare su di lei il suo sguardo prolungato e affettuoso nel quale si con­centra tutto il suo cuore che palpita e soffre per lei. Però quello che egli brama di più è state vicino alla per­sona che ama tanto, e, nel colloquio più affettuoso e nell'unione più intima, vivere con lei cuore a cuore con­dividendone la vita.
Così da parte del Beato «vedere Dio» significa che egli guarda Dio con sguardo estasiante d'amore; signi­fica ch'egli si unisce a Dio con tutte le fibre del suo es­sere; significa ch'egli trascorre l'eternità con Lui nell'in­timità più totale e deliziosa. Da parte di Dio significa che Egli versa nel Beato la sua pienezza inesauribile di bene e di felicità e lo riempire tutto di Sé. Quindi «ve­dere Dio» è l'immergersi del Beato in Dio, è una vera specie di fusione di tutto l'essere umano con quello divi­no, pur restandone sempre distinti come il ferro immer­so nel fuoco ardono insieme pur restando sempre di­stinti.
Perciò lontano da noi la concezione puerile dei Bea­ti come una moltitudine sbalordita che guarda a bocca aperta, come bimbi estasiati dietro la vetrina di un ne­gozio, piena di tante belle cose, però da guardare senza toccare! Oppure la concezione errata di un assistere eter­no, da annoiati e da inerti mummificati, alla proiezione dello stesso film, o dello stesso quadro. Invece l'essere permeati completamente dalla vita divina, che è attivi­tà dinamicissima, significa proprio l'opposto di simile concezione statica. Nelle pagine seguenti spiegheremo più ampiamente il significato di «Visione di Dio».

Visione contemplativa
Ai nostri giorni, per essere troppo indaffarati e frettolosi, non sappiamo più cosa sia «contemplare».
Non abbiamo più il tempo e la pazienza di fermarci a guardare con attenzione e raccoglimento anche la sola realtà sensibile che l'universo mutevole rinnova senza posa davanti ai nostri occhi. La fretta moderna favori­sce lo scorrere frettoloso di riviste e giornali per sape­re quanto concitatamente accade nel mondo. Tutto que­sto si oppone all'osservazione pensosa e alla saggia con­templazione del mondo, cara agli antichi. Sant'Agosti­no, parlando dei golosi, dice che sono avidi di gustare, ma non di saziarsi. Altrettanto può dirsi di noi che ab­biamo solo la passione di apprendere quante più cose è possibile, ma non di possedere la verità il meglio pos­sibile. Infatuati dalle immagini che si rincorrono sul­lo schermo o sul video, non sappiamo più sostare ad ammirare neppure le più splendide proiezioni fisse.
Tutte le creature portano in sé qualche impronta delle perfezioni divine, di modo che l'universo e come un libro aperto dove l'uomo può agevolmente leggerle e apprenderle. Ma noi, privi di amore per le cose belle, siamo diventati come i ragazzi di oggi, i quali, formati alla scuola dei fumetti, non riescono più, anche di li­bri molto belli, se non a scorrerne le illustrazioni. L'a­pe potrebbe forse fare il miele se, invece di raccoglie­re il dolce nettare nel profondo dei singoli fiori, si con­tentasse di svolazzare da un fiore all'altro?
Le anime invece che hanno imparato nella loro me­ditazione a unirsi cuore a cuore con Dio, di fronte agli spettacoli della natura rimangono come incantate a contemplare Dio nelle sue opere. Senza stancarsi né an­noiarsi, senza esaurire mai la fonte creata della loro contemplazione, ogni giorno ritornano a immergersi in essa. Ebbene in Paradiso il Beato contemplerà, senza stancarsi mai, la Divinità infinitamente bella e sempre nuova, infinitamente perfetta e sempre nuova. Inoltre lo sguardo del Beato su Dio non è lo sguardo di un semplice curioso, ma di un innamorato che fissa, ebbro di gioia e senza stancarsi mai, l'infinito Amore.
Noi su questa terra non possiamo comprendere questo, sia perché conosciamo solo beni limitati, men­tre noi siamo affamati del Bene Assoluto; sia perché la nostra capacità di stare attenti, anche se la cosa è molto seducente, ha dei limiti: ci stanchiamo presto e ci annoiamo di tutto. Invece in Paradiso le nostre fa­coltà sopraelevate non si stancheranno mai e quindi la contemplazione della Bellezza infinita, anziché stancar­ci, ci somministrerà continuamente nuovo alimento d'uno stupore senza fine.

Visione di possesso
Noi siamo stati creati per Dio, Bene assoluto e Fe­licità infinita. Per questo tutti i beni terreni e tutte le creature umane non possono soddisfare mai la nostra fame di felicità, ma ci lasciamo sempre delusi.
Su questa terra le creature umane belle e amabili hanno il compito di farci intravedere la realtà estasian­te dell'infinita Bellezza e dell'infinito Amore: Dio. Noi però, ingannati dai nostri sensi che ci impediscono per ora di vedere Dio, ci attacchiamo disordinatamente a queste amabili creature e dimentichiamo il Creatore. Fa­cendo così commettiamo la vergognosa sciocchezza del­la principessa che, nel ricevere pressanti messaggi di amore da parte di un re che vuole sposarla, s'innamo­ra del servo, latore dei messaggi, e disprezza il re. Ma quando, caduta intorno a noi ogni seduzione e ogni il­lusione delle cose effimere, Dio si manifesterà a noi co­me l'unico e infinito Bene con tutte le sue infinite per­fezioni, chi potrà frenare l'impetuosità del nostro slan­cio verso di Lui.
Dio si darà a noi completamente. L'ebbrezza che ci darà il suo possesso sarà tale e tanta da farci passare quasi inosservate tutte le altre delizie del Cielo, ma che noi assaporeremo lo stesso perché Dio è tutto an­che in esse. In Paradiso ameremo Dio con tutte le no­stre forze, tanto da non potercene distaccare mai più. Non saremo più padroni del nostro cuore, perché la bon­tà e la bellezza di Lui sono sconfinate e troppo tra­volgenti.
I beni terreni ci sorridono con l'apparente illusio­ne di farci felici, ma in realtà ci rendono infelici. La nostra gioia nel possederli è, come dice il profeta Isaia (Is. 29,8) «come quando un affamato sogna di mangia­re, ma si sveglia con lo stomaco vuoto; come quando un assetato sogna di bere, ma si sveglia stanco e con la gola riarsa». Anche se possedessimo tutti i beni di questa terra, anche se godessimo tutti i piaceri di que­sta vita, noi resteremmo sempre delusi e con un gran vuoto interiore, sempre inquieti e mai contenti. In Pa­radiso, invece, ripieni del sommo Bene così vasto che nulla può contenerlo, saziati di una gioia che oltrepas­sa ogni nostro desiderio reale e possibile, noi abbiamo ormai un'unica possibilità: essere completamente e per­petuamente felici del possesso di Dio.
Noi sappiamo che Dio, con la sua potenza di Crea­tore e con la sua attività di Conservatore di tutte le co­se, è presente in ciascuna di esse, quindi anche in noi, facendoci sussistere e operare secondo le doti natura­li che ci ha dati. Sappiamo che il Battesimo ci ha fatto diventare tabernacoli della Santissima Trinità; sappia­mo che, vivendo in grazia di Dio, la sua presenza in noi ci rende partecipi della sua natura divina; crediamo fer­mamente che nella S. Comunione noi ci uniamo, anche fisicamente, con l'umanità divinizzata di Gesù Cristo. Però, non avendo la minima percezione sensibile di que­ste sublimi realizzazioni della divina bontà in noi, dif­ficilmente riusciamo a sentire appagamento e gioia. Ma quando andremo in Paradiso e saremo alla presenza di Dio, quando noi lo vedremo faccia a faccia, allora il nostro incontro con Lui sarà di amore estasiante. Im­maginiamo un po' Dio che mi prende fra le sue brac­cia; mi vezzeggia come fa la mamma più affettuosa col suo bimbo; mi sorride e mi fissa pieno di amore con uno sguardo nel quale mi pare di leggere il suo tacito e tenero rimprovero di non aver mai creduto abbastan­za alla grandezza del suo amore per me, di non esser­mi mai fidato abbastanza della sua misericordia, di non averlo mai corrisposto con abbastanza generosità.
Immaginiamo che io leggo nei suoi occhi divini la generosità con cui mi ha colmato dei suoi doni più pre­ziosi; la misericordia immensa con cui mi ha perdona­to tutti i miei numerosi peccati; la tenerezza del suo cuore instancabile nel darmi la caccia fino a farmi ca­dere nelle reti del suo amore, che farò allora io? Mi sprofondo nella confusione più viva e più sentita della mia indegnità, mi sciolgo nel pentimento più cocente della mia ingratitudine, però subito passo alla rivinci­ta: una vera tempesta di abbracci insistenti e di baci ardenti, che l'eternità non dovrebbe esaurire mai, per­ché essi devono servire a fare dimenticare all'Amore infinito chi sono stato io sulla terra nei suoi riguardi!
Quale delizia inconcepibile dovrà provare questa misera e indegna creatura in quell'effondersi scambie­vole di Lui in me e di me in Lui, in quell'abbandono definitivo dell'uno nelle braccia e sul cuore dell'altro. Contento Dio di lasciarsi contemplare, assaporare, scrutare fino in fondo! Felice io che il mio Signore tro­vi in me qualche cosa capace di sedurre i suoi sguar­di! E che cosa? La sua immagine e somiglianza; tutti i doni di cui ha intessuto la mia vita terrena dall'inizio alla fine; la figliolanza divina e tutte le bellezze cele­stiali di cui adorna le sue creature prima di introdurle al banchetto eterno, cioè l'abbigliamento di nozze, la veste nuziale, come Lui stesso l'ha chiamata. Saremo come due novelli sposi traboccanti del più puro e del più ardente affetto, che non si stancano mai di guardarsi, di stringersi e accarezzarsi. Ecco il no­stro incontro eterno con Dio faccia a faccia, cuore a cuo­re, in un'estasi eterna d'amore.

Chi è venuto dall'aldilà?
Un miracolato dalla Beata Assunta Pallotta (+1905) depose:
«Da circa otto mesi me ne stavo a letto per parali­si... Mi raccomandavo a tanti Santi del Paradiso, ma ave­vo una particolare devozione per la Serva di Dio Maria Assunta Pallotta.
Una sera, non posso precisare, ma mi pare nel mag­gio o giugno del 1923, verso le ore otto, standomi io be­ne sveglio nel mio letto, sentii bussare alla porta della camera. Credendo che fosse qualcuno di casa, dissi: Avanti, chi è? - Sentii una voce che mi disse: Sono io, Leoni. -
Contemporaneamente vidi spalancarsi la porta e comparirmi dinanzi la figura di Suor Maria Assunta Pal­lotta nel suo candido abito monacale, cinta il capo di una corona di fiorellini bianchi.
La Serva di Dio introdusse il discorso: Come stai, Leoni? - Risposi: Male! Son tanti mesi che sono qui in­chiodato in questo letto. - La Serva di Dio riprese: Pro­cura di alzarti. - Ed io: Non posso alzarmi. - Ma pro­vaci, che Dio ti ha fatto la grazia. Tu però hai un brutto vizio: bestemmi un po' troppo. - E poiché io volevo scu­sarmi allegando l’abitudine e le circostanze, lei conchiu­se: Bisogna correggersi! - (E difatti ho cercato di correggermi). Ciò detto si ritrasse chiudendo la porta e scomparve.
Allora io provai subito ad alzarmi, e difatti potei scendere dal letto e affacciarmi alla finestra. Mi pare­va di essere rinato.
Il giorno appresso mi alzai, uscii per il paese con meraviglia di tutti. L'indomani potei recarmi in cam­pagna al mio roccolo, alla distanza di due chilometri.
Da quel giorno cammino sempre con relativa speditez­za e facilità.
Il Parroco ne fece un referto. Il medico curante, Dott. Guerriero Consorti, era partito da Force poco tem­po avanti la mia guarigione per assumere la direzione dell'Ospedale di Ancona.
(Dai Processi di beatificazione della Serva di Dio Maria Assunta Pallotta).

Capitolo II
VISIONE BEATIFICA DI DIO (seguito)
Visione d'amore
In Paradiso noi vedremo Dio che riempie della sua maestà l'universo. Vedremo Dio Creatore e Signore di tutte e cose nella potenza della sua azione che permea e domina ogni atomo del creato. Vedremo Dio Sapien­za, Verità, Santità infinita che irraggia tanti e tali ful­gori da riempire in ammirazione eterna le supreme in­telligenze angeliche. Vedremo Dio Bellezza infinita che non cessa mai dal costruire bellezze create per la gioia dei nostri sensi e del nostro spirito. Soprattutto vedre­mo Dio che si svela ai nostri sguardi avidi di conoscer­lo finalmente nell'essenza propria della divina natura: L'Amore increato che unisce il Divin Padre con il Fi­glio nello Spirito Santo.
Quest'Amore Increato trabocca al di fuori di Dio e tende a espandersi. Vedremo che la colata dell'effu­sione portentosa dell'Amore Infinito incontra per pri­ma il Cuore dell'Uomo-Dio Gesù Cristo, santuario per­fetto della divinità, e lo riempie tutto fino all'orlo. Con­tinuando a scorrere incontra e riempie un altro nobi­lissimo cuore, il Cuore Immacolato di Maria Santissi­ma. Continuando a scorrere incontra poi altri miriadi di miriadi di Angeli e di Beati che stanno anelanti ad accoglierne la pienezza straripante.
Entrando in Paradiso, il Beato avrà la sorpresa di trovare finalmente quello che bramava, però infinita­mente più bello e più delizioso di quanto l'immagina­va. Il Paradiso è la visione di ciò che abbiamo creduto, il possesso di ciò che abbiamo sperato, il godimento di ciò che abbiamo amato, il raggiungimento pieno di ciò che Dio stesso ci ha solennemente annunziato e promesso.
Soltanto nell'amore l'uomo trova la sua completezza. Scrutare le profondità più intime della natura di­vina sarà così estasiante che non possiamo immagina­re nulla di più delizioso. Per capire meglio questo, dob­biamo riferirci alle attività proprie dell'amore umano, perché anche in Paradiso noi ameremo Dio con il no­stro cuore umano.
L'uomo, come ha l'istinto di conoscere, di godere, così ha quello di amare. Il primo oggetto del suo amo­re è se stesso, per cui istintivamente predilige se stes­so. Dopo di sé è portato ad amare il suo simile più di qualunque altra cosa materiale. Non si può amare di amore veramente saziativo se non un'altra persona umana, con la quale si può avere uno scambio recipro­co di affetto, poiché l'uomo da solo non è perfetto né autosufficiente.
La Sapienza del nostro Creatore ha preparato nel­l'amore il legame naturale, dolce e forte a un tempo, che deve stringere la società coniugale in vista della conservazione del genere umano. Per questo ha collo­cato in ciascuna creatura umana un'attrazione verso la persona di sesso diverso. Questa inclinazione natu­rale, come le altre, va sorvegliata e regolata affinché col peccato non si trasgredisca la legge stabilita da Dio. È legge di natura che l'uomo e la donna trovino, nella loro convivenza familiare legittima, la propria integra­zione fisica e morale in una vita di affetti onesti e di soddisfazioni tranquille, di aiuti e assistenza fraterni.
Ora se sul piano semplicemente umano, la creatu­ra umana difetta di una completezza che deve mendi­care al di fuori di sé, questa esigenza di integrazione sarà molto più grande sul piano soprannaturale per una vita molto superiore all'umana.
Se l'amore umano, a dispetto delle migliori inten­zioni e disposizioni degli amanti, è sempre molto labi­le così da seminare su questa terra più lacrime che sor­risi, l'amore celeste, che dovrà costituire il premio eter­no dei Beati, dovrà essere certamente di una tempra, di una resistenza e di una squisitezza immensamente maggiori. Il vincolo che salderà i Beati con Dio sarà l'a­more più genuino e più ardente che si possa immagina­re. Tale amore sarà costituito non solo dalle onde mi­nuscole sollevate dai minuscoli battiti dei cuori uma­ni verso Dio, ma specialmente dal flusso e riflusso del­l'oceano dell'Amore infinito, che con le sue enormi on­date investirà in eterno i figli del suo cuore. Li investi­rà colmandoli di Se stesso e amandosi con il loro cuore.

Il segreto avvincente della persona amata
Sulla terra noi sentiamo il bisogno di conoscere fi­no in fondo colui o colei che amiamo. L'uomo è più sen­sibile alla grazia del volto e delle maniere, alla bellez­za, alla tenerezza e simpatizza facilmente con la capa­cità emotiva della donna. Questa invece è più attratta dalla forza, dal coraggio, dall'energia dell'uomo, dalla sua calma nelle decisioni. Quindi ciascuna delle due parti è spinta ad ammirare, stimare, contemplare le doti e le virtù tipiche dell'altra, e prova un piacere gran­de a sentirne la voce, a conversare insieme, ad appren­dere dalla sua bocca le sue idee, le sue abitudini, i suoi gusti, la sua condotta, la sua maniera di pensare, ecc., perché ciascuna delle due parti cerca le virtù comple­mentari che si desiderano. Ognuna delle due parti vor­rebbe convincersi fino all'evidenza dell'affetto recipro­co, verificarne la presenza nel cuore, sentire nel suo alito l'ardore dell'incendio interiore, e nella stretta del suo abbraccio misurare la tenacia del suo amore. Si vo­rebbe convincersi, fino all'esclusione di qualunque dub­bio, d'essere amati davvero col cuore e con la testa, con l'affetto e stima incondizionati; si vorrebbe essere si­curi che il cuore e l'animo della persona amata sono ormai regno incontrastato della nostra persona. Nel cuore di chi ci ama vogliamo un posto tutto e solo per noi!
Orbene, queste deliziose esigenze d'amore sono una pallidissima immagine di quelle dei Beati alle prese con l'Amore infinito, perché sulla terra queste delizie han­no un ardore immensamente più basso e imperfetto. Infatti che cosa di veramente estasiante possiamo il­luderci di scoprire nella persona amata, anche se mol­to attraente, se non sempre una bellezza limitata, un affetto limitato, una generosità limitata, virtù e doti li­mitate?
Invece nella visione di Dio, infinitamente amabile e infinitamente amante, noi raggiungeremo l'oceano dell'Amore Divino senza sponde. Quale regione sconfi­nata di bontà, di bellezza, di amabilità sempre nuove ci rimane da esplorare in Dio per tutta l'eternità e sen­za stancarci mai! Lo potremo fissare in volto nella ma­gnificenza delle sue bellezze increate, nello sfoggio delle sue perfezioni infinite, in uno sfavillio di splendori ca­paci di esaltare menti e cuori umani fino al parossismo della gioia. Alla vista di queste meraviglie infinite il no­stro tripudio di ebbrezze non sarà più gioia umana, non sarà più amore umano, ma sarà, per così dire in termi­ni attuali, una continua esplosione a catena di energie nucleari di amore, controllate e sfruttate dall'onnipo­tenza del Creatore per la felicità eterna dei suoi beati.

L'amore umano sarà divinizzato
L'amore è la più veemente e la più deliziosa delle passioni umane. Se la vita ci permette di godere qual­che gioia più intensa, è l'amore che ce la procura. Se la vita, perduta ogni altra attrattiva, si trasforma in un peso schiacciante, è soltanto un po' d'amore a render­la ancora sopportabile. Se mente e cuore ritornano con nostalgia al passato, è per rievocare le ore trascorse in mezzo alle persone care: familiari, o amici, o geni­tori, o figli, o fidanzati, o sposi. Possiamo affermare be­nissimo che il movente più ordinario delle attività uma­ne è l'amore sotto le forme più diverse. Purtroppo in questi ultimi tempi il termine «amore» viene del tutto profanato e falsato. Stampa e spettacoli ormai non ci proiettano altro che immagini di quell'amore carnale, passionale che abbiamo in comune con le bestie, nelle forme più illecite e libidinose. 1 demoni dell'impurità sono stati sguinzagliati in mezzo a noi per impedirci di elevarci, mediante la forza prodigiosa del vero amo­re, alle vette anche più alte del bene, e per degradarci nella idolatria del sesso. Ma l'amore nobile, quello de­gno dell'uomo, è quello che sa elevarsi al di sopra di ogni animalità, l'unico veramente degno di chiamarsi amore, non superficiale e passeggero come l'amore car­nale e passionale, ma stabile e definitivo.
Per un cuore sensibile è istintivo il bisogno di ama­re puramente, perdutamente, senza restrizioni, senza rimorsi e soprattutto senza stancarsi mai. Per sfogarsi davvero gli occorre nientemeno che l'eternità; per sa­ziarlo gli occorre l'infinito!
Come sono inebrianti le gioie dell'amore terreno con le sue effusioni anche fino al deliquio. Eppure tut­to questo è amore soltanto naturale e l'intensità del suo godimento non può mai superare la capacità del gode­re umano. Invece il Beato nella visione beatifica sente tutte le sue capacità affettive di colpo potenziate e sol­levate smisuratamente al disopra di quelle umane. Chi può calcolare l'ardore e la veemenza dei battiti del suo cuore, il godimento paradisiaco di tutto il suo essere nel­l'effusione del suo amore reso ormai del tutto sovru­mano!
I cittadini del Paradiso gli sorrideranno tutti intor­no con un mondo di affetti i più squisiti, trasformati anche essi in sovrumani. Nella bellezza incantevole dei loro volti il Beato leggerà l'amore più puro, più since­ro, più ardente per la sua persona. Però quello che lo attirerà con forza irresistibile sarà il volto di Dio, infi­nitamente amabile e infinitamente amante, scoperto a lui e agli altri Beati in tutto il suo splendore e la sua bellezza.
Il Beato amerà con una intensità inconcepibile, per­ché sarà Dio stesso a dargli quella potenza indefinibi­le di amare, per cui nessuna stanchezza o languore di forze potrà sorprenderlo e farlo desistere. In Dio Pa­dre amerà l'Amore gratuito che fin dall'eternità ha pen­sato a lui, lo ha amato e scelto per occupare un seg­gio in Paradiso. In Dio Figlio amerà l'Amore sacrifi­cato che a costo di tanti dolori lo ha riscattato dalla maledizione del peccato. In Dio Spirito Santo amerà l'Amore santificante che lo rende partecipe della stes­sa vita divina.

Visione di amore perfetto
In terra siamo tenuti ad amare Dio con tutte le no­stre forze. Ma le stesse anime più generose quanti osta­coli incontrano nel loro cammino! Le inclinazioni di­sordinate sono tante e così ribelli che non si riesce a tenerle a freno tutte e per sempre. D'altra parte neces­sità e impegni assorbono altrove tanta parte del nostro tempo e della nostra attenzione. I Santi, che sono i più generosi nell'amare Dio, sentono e si rattristano di non poterlo fare senza infedeltà, più o meno avvertite, e sen­za interruzioni, più o meno frequenti. Bisognerebbe che l'anima nostra potesse rimanere sempre fissa in Dio, il che è impossibile su questa terra. Ma in Paradiso la nostra mente, assorbita nella visione beata di Dio, non ha la possibilità di distrarsi e d'interrompere l'intimo colloquio d'amore.
Amore perfetto vuol dire sempre in atto, altrimen­ti la felicità avrebbe delle pause. Quale beatitudine amare Dio continuamente senza stanchezza e senza esaurimento alcuno. I nostri innamoramenti terreni stancano ed esauriscono perché l'esercizio delle nostre potenze, anche spirituali, esige sempre su questa ter­ra la collaborazione delle facoltà organiche, soggette all'esaurimento e al deperimento. Ma quando l'onnipo­tenza di Dio ci avrà rifatto un corpo di vitalità perfet­ta e immortale, nessun grado d'amore ci potrà esauri­re. Ameremo Dio eternamente con la freschezza e l'in­tensità deliziosa del primo incontro in Cielo.

Visione di Dio-Amore in premio
L'uomo ha tanto bisogno di amore. Come la pian­ta non si sviluppa, o si sviluppa male senza i baci del sole, così la vita dell'uomo non matura senza i baci dell'amore: amore di genitori, di fratelli, di parenti, di spo­si, di amici. Quanto amore deve ricevere dai suoi simi­li per rendere sopportabile la vita mortale!
Ebbene per rendere la vita immortale del Paradi­so pienamente felice, occorre al Beato non solo l'amo­re degli altri Beati, ma specialmente l'Amore infinito di Dio. Soltanto nel suo possesso, infinitamente saziativo, comprenderemo e sentiremo di essere giunti al nostro traguardo eterno, al fine ultimo per cui Dio ci ha creati.
Quale grande felicità rapisce due persone che si amano quando finalmente possono abbandonarsi l'u­na nelle braccia dell'altra! Ed allora quale sarà lo spa­simo di felicità eterna quando saremo caduti nelle brac­cia di Colui che vuole essere lo Sposo dell'anima no­stra. Chi può misurare quella inimmaginabile realtà? Per farci un'idea del Bene Assoluto, Dio, dobbiamo im­maginare una luminosità infinita, una bellezza infini­ta, una gloria infinita, una verità infinita, una bontà in­finita, ecc., e tanto necessariamente che se Gli mancas­se anche una sola delle tante possibili perfezioni, o an­che un solo grado di qualcuna di esse, non sarebbe più Dio. Quindi Egli è l'Essere perfettissimo, è il cumulo di tutte le perfezioni possibili e immaginabili riunite insieme in un vivente. Egli è tutto e solo perfezione nel­la misura massima possibile, molto al di là di quanto la nostra mente riesca a immaginare.
Però Dio è innanzi tutto e soprattutto Amore, per­ciò ai Beati si dà un premio espressamente come Dio­Amore! Noi uomini possiamo avere dell'amore però sempre limitato e troppo spesso ben poco autentico. Invece Dio «è» Amore, è costituito di Amore, come noi siamo fatti di anima e di corpo. Perciò l'agire di Dio è tutto una condotta di amore.
La nostra sbalordita meraviglia, nel varcare la por­ta del Paradiso, sarà di scoprire non tanto la vastità senza confini del divino Amore, quanto la felicità, la sem­plicità, la spontaneità di vivere con un tale Dio cuore a cuore, nell'intimità più piena e più calda da poterGli dire: io sono tutto tuo, ma anche Tu sei tutto mio!
Se qualcuna delle perfezioni divine, appena intra­vista in visione dalla Beata Angela da Foligno, e soltan­to in qualche suo grado compatibile colla debolezza umana, è stata sufficiente a causare in lei deliqui d'a­more così eccessivi da mettere in pericolo la sua vita e produrre delle alterazioni fisiche, che cosa si scate­nerà nei nostri cuori, potenziati dall'onnipotenza divi­na a sostenerlo quando potremo fissare tutte le perfe­zioni di Dio e possederle come proprie nel Dio-Amore?

Visione di Dio tutto cuore
Dio ci ha rivelato che l'essenza della sua natura è l'Amore, infatti San Giovanni ci dice (I Gv. 4,16): «Dio è Amore ». - Le sue perfezioni sono infinite di numero e di intensità, ma tutte permeate di amore. Le sue per­fezioni sono i vari aspetti di un'unica perfezione: l'A­more Increato. Orbene Dio ci ha creati dal nulla per im­mergerci nell'Amore che è Lui.
L'unico scopo delle opere di Dio è l'Amore, e quan­do finalmente dopo tante sue sollecitudini, tante sue grazie e aiuti a noi concessi, Dio sarà riuscito a farci raggiungere il Paradiso, con tenera effusione Egli ci getterà le braccia al collo come il padre del figliuol pro­digo! Finalmente potrà dare sfogo al suo amore senza limiti, potrà assecondare la sua sconfinata generosità, lasciando traboccare su ciascuno dei suoi Beati la pie­nezza inesauribile del Suo Cuore!
Per purificare il nostro amore, per arricchirci di meriti, Dio, pur essendo tutta bontà e tenerezza, ha do­vuto permettere, nella nostra vita terrena, che le prove, le tribolazioni, le croci d'ogni sorta incidessero, an­che profondamente, la nostra carne e il nostro cuore. Ma ora in Paradiso al tempo della prova e della soffe­renza è subentrata la ricompensa del godimento eter­no. Mentre prima era anche giudice, ora è soltanto Pa­dre e Sposo delle sue creature santificate e le colma di tante e tali attestazioni di affetto, che neppure il no­stro linguaggio d'amore terreno possiede parole ade­guate per esprimerlo.
Egli sprofonda i suoi Beati nell'oceano infinito del suo amore e li tiene immersi per sempre senza più ri­serve e limiti, se non quelli imposti dalla incapacità del­la creatura di ricevere di più. Dio li ama con tutta la sua potenza di Dio, con tutta la sua bontà di Dio, con tutta la sua carità di Dio, con tutta la sua natura ed essenza di Dio. Li ama il Padre, li ama il Figlio, li ama lo Spirito Santo.
L'amore in terra si nutre di sacrifici, in Paradiso invece si nutre solo di dolcezze. Perciò Dio ricolma i suoi beati con l'intensità inconcepibile del suo affetto, con la soavità paradisiaca delle sue carezze e dei suoi baci, con le insaziabili ricchezze del suo amore, con l'u­nione intima fino alla immedesimazione scambievole. In questo è incluso ogni diletto possibile cosicché il Bea­to ne rimane inebriato in tutte le facoltà della sua ani­ma e in tutte le potenze dei sensi del suo corpo.
La felicità del Beato è costituita dalla gioia di ama­re L'Amore infinito con tutto il suo essere, di essere riamato dall'Amore infinito da pari suo e di sentire in se stesso intensamente questa sua invidiabile sorte. Le Tre Persone Divine sono infinitamente beate perché ciascuna è nello stesso tempo: infinitamente amabile, infinitamente amante, infinitamente amata. L'oceano-senza limiti della loro gloria è costituito ap­punto da queste tre dimensioni, che in loro si sono verificate sempre, si verificano a ogni istante e continue­ranno a verificarsi per sempre... Ebbene i Beati in Pa­radiso sono ammessi a saziare per sempre la loro fame di feliicità a questo medesimo oceano di felicità l'uni­ca che esiste.
Giunti anche noi col ragionamento alla riva di que­sto oceano degli oceani, sentiamo una immensa diffi­coltà a proseguire oltre, però dobbiamo sforzarci, proseguendo anche a tastoni, di dire qualche cosa ancora per gustare meglio la gioia che ci aspetta in Paradiso.

Nell'amore genuino si attua il meglio di noi
Il più grande dei valori umani è l'amore. Nell'eser­cizio dell'amore è tutto il nostro essere che entra in azione, sia lo s irituale che il fisico. Nell'amore si at­tua il meglio Cri noi. Più un individuo è perfetto, più ama. In Paradiso ameremo tanto più, quanto più alto sarà il grado di perfezione raggiunto.
Dio è Amore, la sua vita intima è Amore, la rela­zione tra Padre e Figlio è l'Amore Personificato e So­stanziale che si chiama Spirito Santo. Con un atto d'a­more Dio ha creato il mondo spirituale e materiale. Per amore si è unito alla natura umana, riscattandola coi suoi dolori dalla condanna eterna. Per amore invita l'uomo alla festa perenne del Paradiso. Tutta la mora­le cristiana si esprime in termini di amore: amare Dio sopra ogni cosa con tutte le forze e amare il prossimo come se stessi. Il Cristianesimo è il clima e il mondo dell'amore così nel tempo come nell'eternità, così sul­la terra come in Paradiso.
L'amore è una ricchezza da godersi almeno in due. Non è possibile una felicità del tutto solitaria e l'amore senza comparte non è felicità vera. La gioia di coloro che si amano è il risultato del dare e ricevere: amare ed essere amato.
Nelle anime più sensibili si sente il bisogno impe­rioso di intimità, perché senza pienezza di amore non si è felici, e senza pienezza di intimità non si ama davvero.
Così sarà in Paradiso. 1 Beati ameranno e saranno amati da Dio nell'intimità più assoluta, nella familia­rità più semplice, più spontanea, più deliziosa. Ce ne darà il diritto il sentirci in armonia perfetta di pensie­ri, di desideri, di sentimenti, di affetti con Dio, senza più nulla che possa dispiacere minimamente ai suoi oc­chi infinitamente puri e santi. Ci ameremo semplice­mente in tutta l'estensione e la portata della parola, sen­za più nulla che si opponga minimamente, senza inter­ruzione o distrazione dall'amore, senza ombra di so­spetto che, da una parte o dall'altra, possa far cessare o anche diminuire l'ardore affettivo, senza che possa intervenire nulla che possa disturbare o infastidire l'i­dillio eterno. Mons. Gay (Elev. 52) domanda: «O Dio qualunque gioia e qualunque bene noi possiamo tro­vare nell'amore e nell'intimità degli essere creati, il cuore che Tu ci hai dato è sempre troppo vasto per es­sere colmato da loro. È possibile allora che tra noi e Te si stabilisca e sussista una tale intimità d'amore ca­pace di riempirlo? Sì, con Te è possibile la nostra più compteta intimità. Tu non solo ce la permetti, ma la desideri e Ti degni di offrircela».
Com'è possibile credere. sperare, meditare tutto questo mondo, finora insospettato. di ebbrezze divine che ci aspettiamo in Paradiso, senza fin d'ora sentirci infiammare d'amore?

Chi è venuto dall'aldilà?
Verso l'autunno del 1917 si trovava in quel tempo a S. Giovanni Rotondo (Foggia) la sorella di Padre Paolino, superiore del convento dei Cappuccini, Assunta di Tommaso, la quale era venuta a visitare il fratello e dor­miva nella foresteria.
Una sera, dopo cena, Padre Pio e Padre Paolino an­darono a salutare la sorella, che si tratteneva vicino al focolare. Quando furono colà Padre Paolino disse: P. Pio, tu puoi restare qui vicino al fuoco, mentre noi andia­mo un po' in chiesa a recitare le preghiere. -
Padre Pio, che era stanco, si mise a sedere sul letti­no con la solita corona in mano, quando viene preso da una sonnolenza che subito gli passa, apre gli occhi e ve­de un vecchio avvolto in un piccolo cappotto che stava seduto vicino al fuoco. Padre Pio, al vedere costui, di­ce: Oh! Tu chi sei? e che cosa fai? - Il vecchio rispon­de: Io sono..., sono morto bruciato in questo convento (nella stanza n. 4, come mi raccontava don Teodoro Vin­citore...) e sto qua per scontare il mio purgatorio per que­sta mia colpa...­
Padre Pio promise che il giorno dopo avrebbe ap­plicato la Messa per lui e che non si facesse più vedere là. Poi l'accompagnò fino all'albero (l'olmo che esiste ancor oggi) e là lo licenziò.
Padre Paolino lo vide per più di un giorno un po' timoroso, e gli domandava che cosa gli fosse accaduto quella sera. Egli rispondeva che si sentiva poco bene. Finalmente un giorno confessò tutto. Allora Padre Pao­lino andò al Comune (anagrafe) ed effettivamente tro­vò nei registri che nel convento era morto bruciato nel­l'anno x un vecchio di nome Di Mauro Pietro (1831-1908). Tutto corrispondeva a quanto aveva detto Padre Pio. Da allora il morto non comparve più.
(P. Alessandro da Ripabottoni - P. Pio da Pietralci­na - Centro culturale francescano, Foggia, 1974, pp. 588-589).

Capitolo III
VISIONE BEATIFICA DI DIO (seguito)
Il Nome di ciascun Beato
Quando Gesù chiamò al suo seguito Simone, gli as­segnò un nome nuovo: Pietro. Nessuno, neppure lo stes­so interessato, comprese allora quel nome che poi di­venne chiaro per la funzione di pietra fondamentale del­la Chiesa che Simone era chiamato ad assolvere. L'Apocalisse (2,17) ci attesta che nell'eternità ognu­no dei Beati riceverà un nome proprio nuovo. Nome co­sì specifico e personale che lo comprende solo chi lo ri­ceve. Forse indicherà la posizione specifica che ognu­no dei Beati occuperà in Paradiso. Forse indicherà il seggio che gli spetterà in mezzo alle miriadi degli altri Beati. Forse esprimerà la relazione particolare di cia­scun Beato con Dio, il posto più o meno profondo nel suo cuore.
Il nome nuovo nel Cielo è confidenziale. Dio, nel glorificare i Beati, rivela segretamente a ciascuno di essi il suo nome nuovo, cioè il nome che esprime con esattezza il modo di essere preciso e individuale di cia­scuno. Il nome nuovo spiega chiaramente la personali­tà esclusiva e la particolare funzione di felicità che ognuno dovrà godere in Paradiso. È la definizione esatta di ogni Beato glorificato; è la rivelazione luminosa della sua vocazione terrestre e celeste. Non si può im­maginare con quale giubilo e riconoscenza il Beato ac­coglie il suo nome nuovo; conosce allora l'essenza del­la sua personalità e vede che si addice esattamente alla sua eterna vocazione di gioie e di piaceri.
Il nome nuovo è un segreto, perché si riferisce so­prattutto alla «gloria essenziale» che si va a godere di­rettamente con Dio; perché concerne le sottili caratte­ristiche o sfumature particolari d'amore con cui si ame­ranno eternamente Dio e il neoglorificato. Include il principale godimento che il Beato riceverà dall'intero Paradiso Cosmico, come pure quel godimento che in cambio il Beato darà all'universo glorificato.
In questa vita terrena è un segreto a causa del pec­cato che oscura ogni cosa.
Quale sussulto di gioia e amore sentirà ciascuno di noi quando si sentirà chiamato con quel nome stret­tamente personale da Dio, dai Beati, dagli Angeli. Già fin d'ora Gesù ha assegnato a ciascuno di noi un nome proprio (Giov. 10,3): «Egli chiama le sue pecore una per una». Questo significa che ognuno di noi già fin d'ora ha un posto determinato nella mente e nel cuore di Dio.
Questo nome proprio, personale (noto ora soltanto a Dio, un giorno anche a noi) indica la misura della no­stra perfezione, la bellezza specifica della nostra per­sonalità, la nostra fisionomia naturale e soprannatu­rale della grazia. Quando poi questa fisionomia si-sa­rà fissata per sempre in un determinato grado di per­fezione e di bellezza soprannaturale, Dio la svelerà a noi stessi, esprimendola con quel nome nuovo per noi, ma non per Lui.
Nel Giudizio universale, al cospetto di tutti, sarà pronunziato ad alta voce dalla bocca di Dio quel nome che ci esprime veramente e ci individualizza tra le miriadi degli altri uomini. Sulla terra invece il nome dato­ci dagli uomini è dovuto a una casualità, o a una osten­tazione, o a una derivazione o ricopiatura senza senso.
All'appello generale di tutte le creature umane e angeliche a comparire e a rispondere davanti al Giudi­ce divino, noi saremo chiamati col nostro nome parti­
colare. Sarà chiamata di giustizia, però se amiamo il Signore non dobbiamo trepidare, perché saremo chia­mati al convegno dell'Amore Eterno.
Appena ciascuno di noi entrerà in Paradiso, com­prenderà subito, come dice San Paolo (Ef. 3,18): «l'am­piezza, la lunghezza, l'altezza, la profondità» dell'Amo­
re divino, che sorpassa tutto l'amore dei Beati e degli Angeli concentrato verso un unico Beato, perché il lo­ro amore, per quanto sia immenso, è sempre limitato, mentre l'amore di Dio verso ciascuno dei Beati è illimi­tato, infinito.
La presenza divina invade tutta la personalità del Beato, facendosi sentire nella sua mente come Verità assoluta, nel suo cuore come Amore assoluto. La possi­bilità si stringersi in questo contatto immediato con la Perfezione infinita fa provare al Beato le vertigini dell'«amore e della gioia». Egli prova sperimentalmente che Dio è l'Amore personificato, sente che in Lui pos­siede l'Amore personale. Perciò su questi innamorati a fondo, Dio e l'uomo, si salda l'unione di amore nel modo più stretto possibile, fino a una comunione e a uno scambio realissimo di vita, fino a una mutua assi­milazione. Sarà semplicemente amarsi, ma in tutta l'e­stensione e la portata dell'amore, senza che più nulla si opponga minimamente, senza più istanti d'interru­zione o di distrazione dall'amore, senza più timore che possa cessare o diminuire l'ardore affettivo, senza che possa intervenire alcuna causa a disturbare o anche so­lo a infastidire l'idillio eterno.
L'Essere Divino e l'essere umano del Beato nel Pa­radiso permangono sempre distinti, ma così stretta­mente uniti, che trapassano da un cuore all'altro con­tinui trasporti di amore e riconoscenza, continui influs­si mutui della felicità di amare e di essere amati, con­tinui flussi e riflussi di amore e di gioia. Fino a quali vertigini arriva il delirio della gioia e dell'amore in Pa­radiso, noi non possiamo neppure immaginarlo. Una pallidissima idea ce la danno i mistici. Santa Maria Maddalena dei Pazzi, in preda a un parossismo di amo­re, andava gridando per i corridoi del suo convento: « Se una sola goccia di quello che io sento nel mio cuore ca­desse nell'Inferno, l'Inferno sarebbe cambiato all'istan­te in Paradiso! Se voi aveste visto un solo raggio della gloria del mio amato Gesù, vorreste soffrire mille morti per poterlo rivedere ancora».
Vedere la Bellezza infinita di Dio, comprendere la Verità infinita di Dio, sentire l'Armonia infinita di Dio, amare ed essere amato dall'Amore infinito di Dio, gu­stare la Felicità infinita di Dio, la quale sulla terra è un favore momentaneo riservato ad alcune anime pri­vilegiate, in Paradiso invece costituirà lo stato ordina­rio in cui si troveranno per sempre i Beati: la Visione beatifica sarà questa.

Raffronto tra le gioie dell'amore divino e umano
Ogni amore umano genuino ha un po' del sapore della gioia infinita del Paradiso, però in realtà nessun amore umano ce la può dare veramente.
Quante esistenze sfortunate che per anni hanno portato la catena di un affetto leale nell'attesa di ve­derlo finalmente corrisposto. Alla fine però sono state messe da parte freddamente!
Quante giovinezze radiose che nella fioritura del­l'amore si sono offerte precocemente o con troppa foga, sono rimaste bruciate irrimediabilmente dal gelo spietato dell'egoismo umano! Ogni giorno quante crea­ture, frementi di vita ma imprudenti, sognano l'amore dappertutto; credono di sentirlo in ogni parola corte­se al loro indirizzo; credono di scorgerlo in ogni sguar­do spalancato momentaneamente su di loro; restano di continuo con il cuore sospeso e il piede alzato pronto a fare il passo nel buio, appena una voce invitante la chiama per nome. Ma appena il passo è fatto, l'amore si dilegua. Povere giovinezze che a venti anni o meno trangugiano già con ripugnanza estrema lo sconforto delle delusioni su reme irreparabili! Povere vittime cui la parola così bela «amore», risveglia ormai solo l'im­magine di un serpe viscido posato sul fiore più bello! Povere infelici cui l'idea di felicità familiare suona or­mai solo vergogna e colpa, oppure inganno e rovina! Forse il giorno tanto sospirato delle nozze segnò pure quello del funerale del loro amore e della loro felicità in terra. Bisognose di affetto, di compagnia e sostegno nella vita, sono rimaste a scandire le ore della loro so­litudine nella tristezza più cupa.
Tutte costoro sperimentano le ferite dolorose del­l'amore, ma invano ne sognano le ebbrezze! La vera pa­tria dell'amore non è questa terra. Anche nell'amore più
santo, benedetto e consacrato da Dio col Sacramento del matrimonio, spesso le delusioni più amare arriva­no ad avvelenare ogni gioia.
Allora si cerca di dimenticare e, se fosse possibile ignorare tutte le incostanze, le meschinità, le falsità de­gli amori terreni, atti più a fare soffrire che a godere.
Soprattutto ci si liberi del pessimismo deleterio pro­prio della gioventù bruciata che, nella stagione più ri­gogliosa e più potente, dispera già dell'amore e si chie­de desolata: a che serve amare? E se non serve ad ama­re, a che cosa serve la vita?
Serve a preparare e meritare l'incontro cuore a cuo­re con l'Amore infinito, incontro realizzabile soltanto al di à del tempo e dello spazio, però per sempre: in Paradiso!
Queste povere creature, cui è toccato fare l'espe­rienza più dolorosa, sollevino gli sguardi al Paradiso, dove splende il sole del Divino Amore con le sue pro­messe infallibili di felicità completa e perpetua, osser­vino la legge del Signore, offrano tutto il loro dolore a Gesù, portino con pazienza la loro croce e poi speri­no con grande confidenza perché è lo stesso Amore In­creato che le attende lassù a braccia e cuore spalancati.
Il nostro incontro facciale con Dio invece di ridur­si, come scioccamente immagina qualcuno, alla presen­za noiosa di due che si guardano a distanza, realizzerà invece la convivenza perenne dei cuori più teneramen­te e più ardentemente innamorati e l'abbraccio dei più grandi e dei più potenti amori. In Paradiso si ama, si ama liberamente senza più freno o misura, si ama e si gode senza più interruzione e distrazione l'Amore in­finito.

Gioie inesauribili
Qualcuno potrebbe temere che col passare dei se­coli e dei millenni l'immensa gioia dell'amore di Dio si possa affievolire, o possa generare in noi sazietà, per­dendo qualche cosa della sua intensità ed ebbrezza ini­ziale. Non è così: un Paradiso deperibile non è più Pa­radiso! Si teme che la felicità dell'amore celeste con l'andare del tempo, si possa affievolire perché lo si con­cepisce come l'amore terreno, che è limitato e quindi soggetto a raffreddarsi, o anche a spegnersi. Invece l'A­more divino è l'incendio assolutamente inesauribile per­ché tenuto vivo e continuamente riattivato dall'Onnipotenza divina. I Beati e gli Angeli con atti eternamen­te successivi continueranno a scrutarlo scoprendo in Lui meraviglie di bellezze sempre nuove e continueranno ad amarlo con slanci d'amore sempre nuovi e sempre ardenti. La felicità celeste sarà eterna perché la sorgen­te di felicità e di gioia, alla quale gli abitanti del Para­diso si disseteranno, non potrà esaurirsi mai!
In Paradiso, fino al giorno della resurrezione dei corpi, i Beati ameranno Dio con la sola anima, come gli Angeli; dopo la resurrezione Lo ameranno sensibil­mente anche col corpo.
Come la felicità dell'anima si riverserà anche nel corpo così il nostro amore per Dio farà sussultare an­che il nostro cuore di carne, il nostro corpo materiale.
tutti i nostri sensi, perché l'uomo è formato sostanzial­mente di spirito e di materia e perciò in Paradiso noi ameremo spiritualmente e sensibilmente. Non dimen­tichiamo inoltre che la santa umanità di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, Maria Santissima, noi e tutti gli altri Beati saremo vicendevolmente a discrezione dei nostri abbracci sensibili, dei nostri baci umani, delle nostre effusioni ardenti d'amore per sempre.

Immedesimazione delle creature con Dio
Omettendo, per amore di brevità, tanti altri argo­menti bellissimi, passiamo al numero ultimo della fe­licità eterna del Paradiso: la nostra trasformazione in Dio. Questa opererà nella nostra natura meschina una elevazione così sublime da immedesimarci con Dio, non in tutto s'intende, ma in qualche grado e misura rea­lissimi.
Realtà incredibile e inconcepibile! Con la resurre­zione dei corpi noi saremo reintegrati nella nostra na­tura umana, però avremo finito per sempre di essere soltanto uomini. Per avere una pallida idea di questa mutazione incredibile, possiamo pensare al trattamen­to con cui il semplice ferro viene trasformato in duris­simo acciaio, il quale conserva ancora la natura del fer­ro, ma acquista una tempra di ben altra resistenza. Tale resistenza si produce nel ferro mediante un'immissio­ne di carbonio nelle sue molecole e una modificazione della loro struttura e disposizione. Così Dio immette­rà realmente qualche cosa di se stesso per così dire, negli atomi del nostro «io» conferendogli come una tempra divina. Il paragone per quanto possa valere, rappresenta una realtà certissima. Il Paradiso sarà una felicità costruita nell'intimità più profonda di tutto il nostro essere e immedesimata con esso, e non soltan­to un appagamento venuto alle nostre potenze e facol­tà dall'esterno.
Su questa terra la nostra umanità non è attrezza­ta per godere intensamente, perché le gioie troppo vi­ve finiscono troppo presto per farci godere molto po­co. Quando poi l'oggetto vero della nostra gioia dovrà essere il Bene infinito, Dio, la nostra trasformazione, per poter sostenere il peso di una gioia infinita, sarà una reale assimilazione a Lui, fino a immedesimarci con Lui.
I Santi, i Dottori della Chiesa, i Teologi qualifica­no questo stato di assimilazione e immedesimazione dei Beati con Dio con la parola «deiforme». San Tomma­so, riassumendo il pensiero dei Santi Padri specialmen­te di S. Agostino e di S. Atanasio, scrive (III, qu. 37, a): «II Figlio di Dio si è fatto uomo non per se stesso, ma per fare di noi degli "dei" per grazia». San Giovanni del­la Croce specifica (Cantico spirituale: «La sostanza del­l'anima, pur non essendo sostanza divina, perché que­sta non può mutarsi in lei, tuttavia, trovandosi unita a Dio e assorbita in Lui, è Dio per partecipazione. L'anima diventa luminosa; è inondata dalle gioie e dalla gloria di Dio fino nella sua sostanza più intima. Dio le comunica il suo essere soprannaturale di maniera che sembra di essere Dio e di possedere ciò che possiede Dio.
Quando Dio accorda all'anima questa grazia sovra­na, si fa una tale unione tra Dio e lei che tutte le cose di Dio e quelle dell'anima diventano una cosa sola in trasformazione partecipante, di modo che l'anima pur restando totalmente distinta da Dio, sembra che sia più Dio che se stessa. Dio vuole fare di noi degli "dei" per partecipazione, mentre Lui lo è per natura». Noi sare­mo uomini divinizzati, che conservano intera la propria natura e nello stesso tempo partecipano a quella di Dio: creature deiformi, simili ma non uguali a Dio. Il cate­chismo Romano, che dice «deificati», lo spiega con il solito paragone: come il ferro, immerso nel fuoco, as­sume ia natura del fuoco senza perdere la propria es­senza di ferro, così i Beati, infiammati del divino amo­re, assumono la natura divina senza perdere la propria essenza di uomo e cosi vengono a trovarsi in uno stato di uomo molto diverso dal nostro stato presente, che non il ferro freddo dal ferro incandescente.

Deificazione simile ma non uguale a quella dell'umanità di Cristo
La ragione di questa, chiamiamola così, «incande­scenza divina» della nostra natura umana, come dice il catechismo, avviene perché Dio compenetra il Bea­to, s'immedesima con tutto il suo essere umano e si uni­sce alle sue facoltà in modo immediato. Questa unione senza intermediario è così profonda e definitiva che i Teologi non vedono altra unione che possa equivalerle se non l'unione del Verbo Divino con la natura umana in Cristo. Come l'umanità di Cristo, mediante la sua unione personale con la seconda Persona della SS.ma Trinità, partecipa indissolubilmente dell'essere stesso del Figlio di Dio, così nei Beati la natura umana resta unita a Dio indissolubilmente per mezzo del «lume di gloria». Se riflettiamo sulla vera natura del «lume di gloria», ci rendiamo conto ch'esso costituirà per la no­stra povera natura umana un vero grado di deificazio­ne. Infatti il lume di gloria non sarà come la luce del sole, esterno a noi e agli oggetti, per rendere questi vi­sibili e noi videnti, ma sarà invece una capacità visiva inerente alla sostanza spirituale dell'anima nostra, una nuova facoltà mentale di comprendere in un modo nuo­vo. Sarà il potere di vedere e godere Dio come si vede e si gode Lui stesso. Quale fortuna inconcepibile!
L'anima nostra, anche rapita in questo sconfinato godimento sovrumano, conserverà intatta la sua intel­ligenza e la sua volontà, la quale, con tutta l'intensità di cui è capace, vorrà Dio, Bene assoluto, per sempre perché non è più libera di non volerLo. Quindi in Para­diso, pur amando Dio senza misura, non acquisteremo ulteriori meriti, ma godremo soltanto il premio dei me­riti acquistati in terra.
Il nostro «io umano» deificato continuerà a esiste­re intatto, anima e corpo, e a funzionare con i mezzi pro­pri della sua natura umana, però potenziati. Noi non scompariremo in Dio, ma coesisteremo insieme.
Tu dunque, o Dio, ricevendoci nella tua felicità, ci tirerai, ci circonderai e ci stringerai colle tue braccia, anzi ci compenetrerai, ci riempirai di divino fin nel più intimo di noi stessi. Sarà il tuo spirito ad animarci, la tua sostanza a vivificarci, il tuo essere stesso a darci consistenza. Introducendoci nel tuo gaudio compirai in noi una seconda creazione, la creazione della perfe­zione che, assorbendo ogni nostra debolezza o deficienza umana innata, ci farà essere come altrettante per­fezioni divine partecipate e sussistenti, e come altret­tanti utenti e fruenti dell'unica beatitudine infinita, che è la sua stessa natura.
Signore, quando realizzerai finalmente un disegno così stupendo?

Chi è venuto dall'aldilà?
Nel suo libretto «I nostri morti - La casa di tutti» il salesiano Don Giuseppe Tomaselli scrive quanto se­gue: «Il 3 febbraio 1944, moriva una vecchietta, prossi­ma agli ottant'anni. Era mia madre. Potei contemplare il suo cadavere nella Cappella del cimitero, prima del­la sepoltura. Da Sacerdote allora pensai: Tu, o donna, da quando io posso giudicare, non hai mai violato gra­vemente un solo comandamento di Dio! E riandai col pensiero alla sua vita.
In realtà mia madre era di grande esemplarità e de­vo a lei in gran parte la mia vocazione sacerdotale. Ogni giorno andava a Messa, anche nella vecchiaia, con la corona dei suoi figli. La Comunione era quotidiana. Mai tralasciava il Rosario. Caritatevole, sino a perdere un occhio mentre compiva un atto di squisita carità verso una povera donna. Uniformata ai voleri di Dio, tanto da chiedermi quando mio padre era disteso cadavere in casa: Che cosa posso dire a Gesù in questi momenti per fargli piacere? - Ripeta: Signore, sia fatta la tua volontà! -
Sul letto di morte ricevette gli ultimi Sacramenti con viva fede. Poche ore prima di spirare, soffrendo trop­po, ripeteva: O Gesù, vorrei pregarti di diminuire le mie sofferenze! Però non voglio oppormi ai tuoi voleri; fa' la tua volontà!... - Così moriva quella donna che mi portò al mondo.
Basandomi sul concetto della Divina Giustizia, po­co curandomi degli elogi che potessero fare i conoscen­ti e gli stessi Sacerdoti, intensificai i suffragi. Gran nu­mero di Sante Messe, abbondante carità e, ovunque pre­dicavo, esortavo i fedeli a offrire Comunioni, preghiere e opere buone in suffragio. Iddio permise che la mam­ma apparisse. Da due anni e mezzo mia madre era mor­ta, ecco all'improvviso apparire nella stanza, sotto sem­bianze umane. Era triste assai.
- Mi avete lasciata nel Purgatorio!... - Siete stata sinora in Purgatorio? -
- E ci sono ancora!.. L'anima mia è circondata da oscurità e non posso vedere la Luce, che è Dio... Sono alla soglia del Paradiso, vicino al gaudio eterno, e spa­simo dal desiderio di entrarvi; ma non posso! Quante volte ho detto: Se i miei figli conoscessero il mio terri­bile tormento, ah, come verrebbero in mio aiuto!...
- E perché non veniste prima ad avvisare? - Non era in mio potere. -
- Ancora non avete visto il Signore? -
- Appena spirata, ho visto Dio, ma non in tutta la sua luce. -
- Cosa possiamo fare per liberarvi subito? -
- Ho bisogno di una sola Messa. Dio mi ha permes­so di venirla a chiedere. -
- Appena entrate in Paradiso, ritornate qui a darmi notizia! -
- Se il Signore lo permetterà!... Che luce... che splendore!... - così dicendo la visione si dileguò. Si ce­lebrarono due Messe e dopo un giorno riapparve, dicen­do: Sono entrata in Paradiso! -.

Capitolo IV
VISIONE BEATIFICA DI DIO (seguito)
Investitura dell'impero cosmico.
Con la sua resurrezione Gesù ha conseguito la sua solenne apoteosi personale. Il suo trionfo finale, prean­nunziato per la fine del mondo, è stato decretato dal Padre per la glorificazione della Sua Persona e per la confusione di tutti i suoi nemici stravinti.
Il ritorno glorioso di Cristo sulla terra, alla testa delle sue falangi angeliche, sarà per dare compimento a quanto ancora manca all'attuazione totale della Re­denzione da Lui operata. I viventi di quaggiù, che an­cora si troveranno sulla terra, istantaneamente trasfor­mati saliranno con Lui, con gli altri viventi di lassù, che hanno riavuti i loro corpi gloriosi, e con gli Angeli per condividere le esultanze eterne del trionfo. Tutta la creazione irrazionale (minerali, vegetali, animali) ritor­nerà a essere un Eden, un giardino cosmico fiorito, ful­gente di perfezioni e dispensatore di delizie ai Beati. Dio perfezionerà tutte le cose materiali per essere strumen­ti di godimenti sensibili ai Beati. Dio glorificherà non solo le nostre anime ma anche i nostri corpi. Tutto il Paradiso cosmico sarà pieno di materia glorificata.
La natura corporea è stata creata come parte inte­grante nel piano di dimensioni cosmiche ed eterne che Dio aveva predisposto da sempre: costruire un unico regno tutto pace e gioia, tutto santità e gloria; riunirvi dentro tutto ciò che esiste al di fuori di Dio; affidarne il governo incontrastato a Suo Figlio fatto Uomo. In tale regno benedetto, accumunati nello stesso stato di splen­dore, di felicità e fraternizzanti in perfetta armonia, sot­to lo sguardo compiaciuto di Dio, dovranno trovarsi: tutto il mondo angelico, tutto il mondo umano, tutto il mondo materia dall'atomo impercettibile alle ga­lassie sconfinate, dalla cellula invisibile ai colossi ve­getali e animali. Un universo di splendori inimmagina­bili, eppure differenziati.
Disegno veramente degno della mente e del cuore di un Dio. Disegno che, benché disturbato e ritardato dalla malvagità insipiente di creature ribelli, raggiun­gerà la sua piena realizzazione. Ad Adamo e discendenti era stato conferito l'incarico e il potere di assoggetta­re il mondo materiale, ma la nostra disubbidienza fe­ce rotolare nella polvere il nostro trono di «re della natura».
Gesù Cristo come uomo ha vinto non in sostituzio­ne, ma in nome degli uomini, con gli uomini e in favo­re degli uomini, e perciò la sua vittoria è vittoria an­che nostra di diritto in attesa che lo diventi anche di fatto. Gesù non vuole regnare da solo e per questo aspetta ancora fino alla fine del mondo la resurrezio­ne dei morti. Quando questo avverrà e tutti i Beati sa­ranno posti in grado di signoreggiare l'universo, allo­ra Gesù, assieme ad essi, comincerà a esercitare il suo potere sovrano sul mondo fisico dell'universo, esplican­dolo tutto quanto come non ha fatto mai. Con Gesù Cri­sto glorioso noi condivideremo il dominio sull'intera creazione fino ai suoi confini estremi, fino ai più re­moti nascondigli dello spazio. Il ritorno glorioso di Cri­sto conferirà ai Beati l'investitura del dominio universale sull'universo cosmico. Così il divino Redentore ri­medierà totalmente alla sconfitta che l'invidia di Sata­na ha fatto subire all'uomo, cancellerà dall'universo, che resterà a sola disposizione dei Beati, tutte le con­seguenze del peccato originale e dei nostri personali, eliminando qualsiasi traccia e sentore di peccato.
La vita eterna sarà tutta e sola: gioia, pace, santi­tà, felicità eterna. Sarà uno stato eterno di puro godi­mento personale e collettivo. Possedendo ormai tutta la perfezione che ci compete e tutta la felicità che Dio ci avrà assegnata in premio, sia nell'anima che nel cor­po, nulla potrà più toglierci da quello stato fortunato, né il tempo avrà più il potere d'intaccare minimamen­te alcuna delle nostre facoltà rimesse a nuovo.
Le perfezioni divine sono un bene e una bellezza così infinitamente vasti e inesauribili da non perdere mai per tutta l'eternità il sapore della novità. Neppure la felicità secondaria (quella sensibile del nostro io cor­poreo), che noi attingeremo al di fuori di Dio, potrà mai ingenerare in noi la minima nausea della monotonia.
La felicità secondaria sarà quasi un nulla in con­fronto di quella primaria della visione di Dio, però non bisogna sottovalutarla. Il P. Sertillanger, scrutando a fondo la natura e la portata della felicità secondaria, fa questa sapiente considerazione. L'eternità bisogna prenderla come è. È vero che Dio basterebbe da solo a soddisfare qualsiasi nostro desiderio, tuttavia Egli si è fatto una legge che, attirando a Sé le creature di qualsiasi specie, non le spoglia di quanto ha già loro conferito, bensì continua sempre a darlo loro impiegan­dole nel loro tipo specifico di operazioni e utilizzando­le nei loro rapporti con cui sono legate ad altre creatu­re. Non le mutila affatto, ma le completa perché andan­do verso Dio si va all'arricchimento e non alla spoglia­zione, al tutto e non al nulla!
In Paradiso non vi sarà monotonia perché Dio, co­me sa interessare così bene le nostre menti di viatori su questa terra mediante moltitudini di problemi ap­passionanti in una natura ancora molto imperfetta, così in una natura perfezionata saprà interessare meglio an­cora le notre menti di premiati con una infinità di al­tri problemi più elevati e avvincenti.
In Paradiso non vi sarà mai stanchezza, perché Dio ha eternamente potenziato tutte le facoltà della nostra anima e del nostro corpo. Il Paradiso sarà: il Regno del­la pace eterna, dell'attività beatiticante eterna dell'ani­ma e del corpo, della partecipazione eterna alla vita di Dio.

Il materiale
Le cose sensibili servono da materiale al regno di Dio sulla terra. Infatti il nostro Redentore, impiegan­dole nei sacramenti, nelle celebrazioni del culto, nel­l'esercizio delle virtù e delle opere di misericordia, le purifica, le consacra, le eleva all'altissima dignità di strumenti di santificazione soprannaturale. Ancora un'altra elevazione ed esse diventeranno strumenti di godimento per i Beati. Questo avverrà quando il Regno di Dio sulla terra si estenderà a tutto l'universo.
È incalcolabile a quale vertice di intimo potenzia­mento, abbellimento, perfezionamento e arricchimen­to sarà spinto tutto l'universo sensibile, che noi vedia­mo, tocchiamo, maneggiamo, calpestiamo, allorché di­venterà, secondo il piano di Dio, materiale del regno di Dio nell'universo intero.
Questo è l'uso specifico che Dio intendeva fare del mondo materiale fin dall'eternità, da quando decide­va trarlo dal nulla. Infatti sarà attraverso le cose ma­teriali che le perfezioni divine, eminentemente spirituali, saranno trasmesse in nostro godimento con imma­gini e sensazioni materiali.
Qualcuno potrebbe osservare: Ma Dio non sarà per­cepito direttamente? Si risponde: nella sua essenza, sì, nella sua operosità, no. - San Tommaso (1 qu. 108, a. 1) dice che gli Angeli vedono e conoscono Dio nella sua essenza, ma circa le sue opere (ratione rerum creata­rum) gli uni hanno cognizioni più universali degli al­tri, e gli Angeli di ordine inferiore devono apprenderle dagli Angeli di ordine superiore. Così i beati, pur aven­do la visione immediata di Dio, ne dovranno completa­re la conoscenza e la comprensione con l'aiuto di altri. Così la potenza e l'amore di Dio, attuati fuori di Lui in meravigliose realtà oggettive senza numero, si offri­ranno alla nostra ammirazione estatica sul «video» del­la creazione, video enorme, smagliante che impressio­nerà non uno, ma tutti quanti i nostri sensi insieme per­ché dovrà appagarli tutti. Video illuminato e sonoriz­zato dalla presenza immediata di Dio che «sarà tutto in tutte le cose»!
Sulla terra ogni cosa creata è un enigma per noi, perché include un mistero dell'Amore che le permea e le muove. Ogni cosa è un debolissimo specchio che riflette poveramente le divine perfezioni. È giusto e lo­gico che un giorno questa misteriosità dell'universo co­smico sia svelato ai Beati e così anche le creature infe­riori contribuiranno a farci conoscere svelatamente le meraviglie della Divinità, non in se stessa ma nella sua attività esteriore.
La vita intima di Dio è Amore e quindi tutta la crea­zione è espressione di amore. Terminata la prova ter­rena, il Creatore e Padrone del mondo universo trasfor­mera la funzione sacrificatrice delle cose in funzione remuneratrice, deliziatrice e beatificatrice degli uten­ti dell'universo: i Beati.
Tutto l'universo creato sarà abitazione dei Beati perché è stato creato da Dio essenzialmente per loro uti­lità e diletto. Essi potranno goderlo a piacere, perché ne avranno il pieno diritto. Però, siccome ai Beati non riesce nulla gradito se non ha il sapore di Dio, Egli fa­rà in modo che tale sapore risulti espresso da tutte e singole le cose. Un esempio chiarisce l'idea. La frutta candita, conservando ognuna il suo sapore e profumo, è dolce della dolcezza dello zucchero con cui fu candita.
Alle anime di fede ogni creatura, se usata con in­telletto d'amore, si presenta quaggiù come un sacra­mento efficace per impetrare il divino amore. Ai Beati sarà come un sacramento che conferisce realmente la felicità sensibile, o almeno un aumento di essa, o un ravvivamento incalcolabile.

Dio desidera unificarsi con noi
Dio è Amore (1 Gv. 4,16). La sua tendenza naturale è «donarsi». Il Padre dà a suo Figlio tutta la sua sostan­za. Il Figlio dà al Padre tutto se stesso. Lo Spirito San­to, che impersona la comunicazione reciproca dell'u­nica infinita sostanza divina, si può dire che esiste per essere il loro reciproco dono d'amore.
L'Amore infinito di Dio a che cosa tende nei nostri riguardi? Che cosa vuole fare in noi e di noi? Ce l'ha ripetuto più volte Gesù stesso nel discorso dell'ultima cena (Gv. 17, 21-23): «... perché tutti siano una sola co­sa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una sola cosa... io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità».
Dio non vuole «unirsi» a noi, ma vuole «unificar­si» con noi. Vuole donarci un modo di esistere molto più perfetto e più felice di quello che abbiamo natu­ralmente. Non vuole darci semplicemente un modo di essere simile ma distinto dal suo, ma vuole comunicarci invece il suo proprio essere, unificarci con Lui, farci par­tecipi dell'unica sua vita divina. Siamo destinati a vi­vere in eterno non uniti, ma unificati con Dio in un uni­co essere, come le tre Persone della Trinità vivono uni­ficate in un unico essere. E la promessa formale di Gesù.
Sulla terra noi non possiamo comprendere questa unificazione di personalità, perché da noi esiste solo l'u­nione. Anche il bambino, ancora nel seno materno, vi­ve unito alla madre intimamente, ma non unificato: la nostra individualità fisica, morale, spirituale è una bar­riera insormontabile. In Dio invece la individualità è la comunione totale di una Persona con l'altra. Amore magnifico, sorprendente che, dandosi senza misura, realizza il sogno di tutti gli amanti irrealizzabile sulla terra! Di tre Persone uguali e distinte forma un solo Dio.
Mistero magnifico di unità che ha valicato i confi­ni del mondo strettamente divino e si è esteso pure al mondo umano: oggi nella Comunione come iniziazio­ne e caparra, domani in Paradiso come realizzazione piena in ciascuno di noi.
Il Figlio di Dio è diventato uomo (per noi uomini) senza cessare di essere Persona Divina. Ebbene se i Beati diventeranno «una sola cosa in Dio», vuole dire che di­venteranno Dio senza cessare di essere persone umane. Incarnazione di Dio da una parte, divinizzazione del­l'uomo dall'altra! Mistero l'uno, mistero l'altro che si equivalgono. Ambedue consolanti per noi perché sem­pre a vantaggio di noi meschini. Dirà S. Agostino: «Dio si è fatto uomo perché l'uomo diventasse Dio». O vita divina, tu sei la meta cui tutti dobbiamo giungere e in cui ci stabiliremo per continuare la nostra seconda esi­stenza, quella vera, quella piena, quella senza fine nella quale vivremo come vive Dio, capiremo e agiremo come capisce e agisce Dio, godremo come gode Dio. Al presente anche se ammessi, tramite l'Eucaristia, a vivere ogni giorno cuore a cuore con il nostro Dio in noi rimangono sempre innumerevoli debolezze e imper­fezioni e nel nostro cuore fermenta sempre una molti­tudine di desideri non del tutto santi e perfetti. Que­sto succede perché, vivendo ancora nel tempo, possia­mo essere uniti a Dio, ma non ancora unificati con Lui. Invece nell'eternità beata tutto il Paradiso vedrà in noi non solo l'immagine e somiglianza di Dio, che già era forse ben manifesta nel paradiso terrestre, ma addirit­tura la bellezza di Dio, la verità di Dio, la santità di Dio, l'amabilità di Dio, la preziosità di Dio, la bontà e l'a­more di Dio, la perfezione di Dio: in una parola vedrà in ciascuno di noi una specie di reale identità divina e cioè «un Dio in piccolo». Perciò dovrà avverarsi non solo queilo che dice San Giovanni (1 Gv. 3 2): «Carissi­mi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quan­do Egli si sarà manifestato, noi sarerno simili a Lui. Per­ché lo vedremo così come Egli è», ma dovrà avverarsi anhe quello che dice S. Paolo, per dopo la fine del mon­do (1 Cor. 15, 28): «Perché Dio sia tutto in tutti».
Ripetiamo che non è neppure concepibile che noi deponiamo il nostro essere creato per assumere quel­lo divino, perché questo equivarrebbe a distruggere il nostro vero «io umano» per sostituirne un altro. Ma possiamo ben dire che anche sopra di noi verrà lo Spi­rito Santo e la potenza dell'Altissimo ci adombrerà af­finché, senza cessare di essere uomini, diventiamo in qualche modo reale Dio, analogamente al Verbo Eter­no che, senza cessare di essere Dio, è diventato in mo­do reale uomo.
È necessario, per essere realmente «figli di Dio», che il nostro inserimento nella Famiglia Divina non si riduca a una formalità giuridica esteriore, come avvie­ne nell'adozione di un figlio tra gli uomini, ma in una vera trasmissione e trasfusione. anche se limitata evi­dentemente, dell'essere stesso divino in noi. Ed è appun­to quello che avverrà perché «nulla è impossibile a Dio» (Lc. 1, 37).
Quale rivelazione estasiante! Se la meditassimo più spesso e più profondamente, non sentiremmo fremere in noi, già fin d'ora, tutta la felicità del Paradiso e ri­suonar ai nostri orecchi le rime nell'inno trionfale del­la beata eternità! Con la prospettiva di un destino così incredibilmente sublime e splendido, non dovrebbero placarsi senza difficoltà tutte le nostre agitazioni e in­quietudini terrene? Tutte le tristezze insoddisfatte? Non dovrebbero tutti i nostri desideri e tutte le nostre aspirazioni polarizzarsi unicamente verso il Paradiso e la vita eterna?
Il pensiero del Paradiso ci farebbe guardare con me­no tristezza la tomba dei nostri cari e ci farebbe accet­tare con meno timore l'avvicinarsi della morte, come si vede con evidenza dall'esempio che leggiamo nella bio­grafia di San Francesco di Sales, Vescovo di Ginevra. Il Santo si trovava in visita pastorale della sua dio­cesi, quando venne avvertito che un contadino, grave­mente ammalato, desiderava vederlo per avere la sua benedizione. Vi andò subito e trovò un vecchio vicino alla morte con una grande lucidità di mente.
- Monsignore, gli disse quel contadino, ringrazio il Signore che prima di morire mi dà la possibilità di ricevere la sua benedizione.
Poi chiese di confessarsi. I familiari si ritirarono in un'altra stanza lasciando soli il Vescovo con il mo­ribondo.
Dopo la confessione gli chiese: - Monsignore, morirò?
- Fratello mio, rispose il Santo, il medico potreb­be dirvelo meglio di me.
- Monsignore, io chiedo il suo parere: morirò? - Tutti dobbiamo morire, ma il momento è incer­to. Quanto a voi, fratello mio, non è assolutamente certo che sia arrivata la vostra ora. Altri, in maggiore peri­colo, sono guariti.
- Monsignore, non creda che io gli faccia questa domanda, riprese a dire il buon vecchio, perché abbia paura della morte, al contrario temo piuttosto di non morire.
Il Santo fu molto sorpreso da tali parole, possibili solo in anime perfette, oppure in anime cadute in pro­fondo scoraggiamento.
- Dunque non vi dispiace di morire?
- Assolutamente no, e se non fosse stata volontà di Dio che io arrivassi a questa mia età, io su questa non ci sarei più da molto tempo.
- Ma ditemi, a che cosa è dovuto questo vostro di­sgusto della vita? A pene segrete, a perdita di beni, a dispiaceri in famiglia?
- Niente affatto, ho 70 anni e fino ad ora ho avuto sempre una buona salute; beni temporali ne ho anche troppi; della famiglia non mi posso lamentare affatto.
- Ma allora, fratello mio, perché volete morire? - Monsignore, rispose il vecchio, nelle prediche ho sentito parlare delle meraviglie della vita futura e delle immense gioie del Paradiso, per cui la vita pre­sente mi pare una vera prigione...
E qui il contadino cominciò a parlare sulla nullità dei beni terreni e sulla immensa felicità del Paradiso con tale fervore da far commuovere il Santo Vescovo fino alle lacrime. Il Santo poi lo confermò in questi suoi sublimi sentimenti, gli fece ripetere atti di abbandono alla volontà di Dio e gli amministrò personalmente l'O­lio degli Infermi. Dopo poco tempo quell'uomo virtuo­so spirò dolcemente e il suo volto si atteggiò a una dol­ce serenità, come se l'anima partendo dal corpo, vi aves­se lasciato l'impronta della beatitudine celeste.
Ancora un altro esempio narrato dal Domenicano P.A. Arrighini nel suo libro «II Paradiso».
«Un giovane studente da me assistito fino all'ulti­mo, stava per morire. Era stato colpito da inesorabile malattia proprio quando stava per coronare i suoi stu­di con la laurea. Egli voleva vivere per rendere testi­monianza a Dio con la vita di cattolico praticante, ma quando capì che il Signore lo voleva in Paradiso, non aspirò più ad altro. Poco prima di morire chiamò at­torno al suo letto parenti e amici, e quando la stanza fu piena disse loro con un sorriso celestiale: Addio,vi saluto tutti! Ricordatevi di me sempre... Io me ne vado in Paradiso! - E poichè all'intorno si piangeva acco­ratamente, egli soggiunse: Non c'è bisogno di piange­re! Vado in Paradiso! Lassù pregherò tanto per voi... Vi aspetto tutti in Paradiso!
A chi andava a trovarlo, ripeteva: Arrivederci in Pa­radiso! e sorridendo fissava i suoi sguardi in alto come se già ne pregustasse la felicità infinità. Pochi minuti
prima di morire, la sorella gli domandò: Se la Vergine Santissima ti facesse guarire, non saresti contento? - Egli mosse leggermente il capo, poi guardò in alto ver­so il Cielo ripetendo: No, no, io preferisco morire! Vo­glio andare in Paradiso! Voglio andare in Paradiso!

Chi è venuto dall'aldilà?
Una devota di S. Gemma Galgani depose:
«Nel 1906, da circa dieci mesi ero sofferente di for­te dolore al capo, nel quale sentivo come tanti carboni accesi, in maniera che mi sembrava che mi bollisse il cer­vello; mi si bruciò anche tutta la bocca, in maniera che non potevo mangiare e dovevo contentarmi soltanto di bevande diacce, e qualche volta anche d un po' di mine­stra, ma diaccia. Il dottor Lippi Castruccio mi fece quat­tordici visite, e dopo aver sperimentato molti mezzi per farmi guarire, alla fine mi disse: Carina mia, se fosse una rapa o una mela potrei spaccarla e vedere quello che c'è dentro; ma io non so più cosa farti; rassegnati alla vo­lontà di Dio. - Allora io, alzando gli occhi al Cielo e con le mani giunte, dissi: Gemma, se è vero che tu sei in Pa­radiso, dammi questo segno, fammi la grazia, guarisci­mi. Detto così, mi sentii guarita all'istante.
Avevo promesso a Gemma che se avessi ottenuto la grazia della guarigione, l'avrei pubblicata immedia­tamente in suo onore. Però non la pubblicai subito per­ché volevo accertarmi se me l'aveva fatta completa. Non ho avuto più nulla e ho ripreso i miei sonni e le mie abi­tudini senza sentire mai più il minimo dolore di capo, e già sono passati sedici anni dalla grazia ricevuta.
Il medico aveva diagnosticato che la mia malattia fosse una meningite progressiva e tanto grave che ritro­vandomi un giorno per la strada, meravigliato nel ve­dermi, disse: Oh che fai? Ti credevo nella tomba. Gra­zia speciale!
Il Padre Germano; direttore spirituale di S. Gem­ma, nei processi per la beatificazione della medesima (nei quali è contenuta la relazione del miracolo), fa que­sta precisazione: Dall'inizio della malattia, dicembre 1906, ai primi di ottobre dell'anno successivo non potè mai dormire più di un'ora circa il giorno.
Questa è la pura verità - attestò la miracolata nel certificato che rilasciò al medesimo Padre - e la con­fermo con giuramento, io Isolina Serafini.
(Dai Processi di beatificazione della Serva di Dio Gemma Galgani).

CONCLUSIONE
Prima di passare alla conclusione del libro, mi pia­ce riportare quanto ha scritto sul Paradiso il letterato saluzzese, Silvio Pellico, martire della libertà italiana, noto specialmente per il suo libro «Le mie Prigioni». La sua lirica esprime forse tutto quello che, dopo Dante, i nostri poeti hanno saputo dirci del Paradiso:
1) Paradiso, Paradiso, degli eletti gran città; in te gioia, canto e riso regna e sempre regnerà.
2) Sono puri in te i diletti non mai misti di dolor, paghi sempre son gli affetti scevri affatto di timor.
3) O felice e lieto giorno che a vederti volerò!
In che amabile soggiorno ivi ognor mi troverò!
4) Che gioconda compagnia fra i Beati conversar;
goder sempre e amar Maria e coi Santi festeggiar!
5) Oh, che gioia è poi vedere, goder pur l'alma beltà,
e Dio stesso possedere quanto dura eternità.
6) Al Dio nostro non eguali, ma simili nel goder
là saremo e come tali sempre avrem sommi piacer.
7) Oh, che premio, oh, che corona alla nostra fedeltà
il Signor promette e dona per esimia sua bontà.
8) Se si trova un ver contento nel soffrir qui per Gesù, che sarà star solo intento a goderlo colassù?
9) Lassù sempre sarà Iddio pieno gaudio del mio cuor, sempre ancor sarà il cor mio tutto immerso nel suo amor
10) Glorie eccelse, eterne lodi lieto allor io canterò;
al mio Dio e in mille modi grazie e onor gli renderò.
11) Le delizie di quel Regno non si udiron mai quaggiù, di scoprir nessuno fu degno, né d'intender tanto più.
12) Chi di Dio le sante leggi sulla terra conserverà, godrà nei celesti seggi questa gran felicità.
Gesù ci dice (Mat. 16,26): «Che giova all'uomo gua­dagnare tutto il mondo, se poi perde l'anima sua?». L'uomo si agita attorno a tanti affari. Chi cerca il de­naro, chi la gloria, chi il piacere dei sensi. Purtroppo si perde di mira l'affare più importante e il solo neces­sario: la salvezza dell'anima.
La salvezza dell'anima è un affare irrimediabile! Se si perde la salute, si potrà riacquistarla. Se un esa­me riesce male, ripetendo l'anno o studiando di più, si può rimediare. Ma se perdiamo l'anima non possiamo rimediare più eternamente! Ci pensiamo a questo? E se ci abbiamo pensato seriamente, ci siamo posta la do­manda: Mi salverò o mi dannerò? Sarò un giorno feli­ce eternamente in Paradiso, oppure sarò infelice e stra­ziato dalle pene eterne dell'Inferno?
Questo pensiero faceva tremare i Santi e noi po­tremo vivere tranquilli con la coscienza aggravata da tanti peccati? E se morissimo all'improvviso dove an­dremmo? Orbene i Sacri Cuori di Gesù e di Maria, co­me si è visto nella quarta parte del libro, con le loro straordinarie promesse ci danno la chiave d'oro che un giorno ci aprirà la porta del Paradiso.
Facciamo attenzione al lamento di Gesù: «Mi sono fatto uomo per te; sono morto inchiodato alla croce per te, ho fondato la Chiesa Cattolica per guidarti nella ve­rità, santificarti e salvarti; ho impegnato la mia Bontà e Misericordia infinita per salvarti con la mia "Grande Promessa" dei Primi Nove Venerdì e con quelle specia­li del Cuore di Maria: "I Primi Cinque Sabati" e le "Tre Ave Maria". Che cosa avrei dovuto fare di più per la tua salvezza e non l'ho fatto? Approfitta di questi mezzi straordinari della mia Misericordia infinita per assicu­rarti il Paradiso».
Gesù, qualche anno fa, ha detto a un'Anima misti­ca, ancora vivente:
«Non vi avvilite per i peccati passati, ma abban­donatevi nelle mie braccia come neonati. Il neonato aspetta tutto dalla mamma: dal latte al letto. Egli fa po­co per soddisfare sua madre: qualche sorriso. Ella pe­rò si contenta, ed anche se questo suo frugoletto pian­ge e fa i capriccetti, lo bacia, lo stringe al suo cuore, gli dice molte paroline ed espressioni di affetto e di amore, che questo piccolino non capisce e non pensa d'essere amato così teneramente. Così faccio io con voi».
Queste parole di Gesù ci devono convincere sem­pre più profondamente che Dio ama ciascuno di noi sin­golarmente, come se ognuno di noi, piccolo e misera­bile, fosse l'unico oggetto del suo Amore. Come il neo­nato dorme sicuro fra le braccia della mamma, così cia­scuno di noi si abbandoni sicuro al suo infinito Amore, alla sua sconfinata Misericordia, alla sua santissima volontà, anche quando ci prova e permette la sofferen­za, la tribolazione, perché dobbiamo essere fortemen­te convinti che: Dio è l'Amore e tutto quello che vuole o permette nei riguardi di ciascuno di noi è sempre per il nostro maggior bene, per la nostra salvezza eterna, per renderci eternamente felici in Paradiso. Questa con­vinzione dobbiamo averla sempre presente nei mille ca­si della vita quotidiana, tanto in quelli prosperi, quan­to in quelli avversi. Non dobbiamo quindi fermarci al­le creature o agli eventi, ma in tutto dobbiamo vedere Dio e il suo Amore infinito.
Chi non ha assistito qualche volta a una vaccina­zione di bambini? La mamma stessa porta dal dottore il suo bambino tanto amato. Il piccolo strilla, sferra cal­ci con i suoi piedini per sfuggire dalle braccia mater­rte, la graffia e piange: mamma cattiva, mamma catti­va! Ma 1a madre, nonostante la sofferenza interna del suo cuore, non si lascia commuovere, denuda le rosee braccine e le sottopone alla lancetta pungente del dot­tore perché le scalfisca fino al sangue. La mamma per­ché fa vaccinare il suo bambino? Per farlo soffrire? No certamente, ma per preservarlo dalle malattie e fargli godere ottima salute.
Così Dio, nostro Padre, fa con noi: ci sottopone al­la vaccinazione del dolore per farci scampare dalle ma­lattie gravi del peccato, che possono mandarci all'In­ferno, e per farci godere eternamente in Paradiso.
Sotto la stretta del dolore, noi, come il bambino che ancora non capisce, ci rivoltiamo con i nostri in­sulti, bestemmie, insofferenze contro Dio quasi a vo­lerlo graffiare come i bambini della vaccinazione, ma il Signore, che ci ama di un amore infinito, non si la­scia commuovere perché vuole il nostro vero bene: la nostra felicità in Paradiso.
Quei bambini vaccinati, quando saranno cresciu­ti, diranno: benedetta la severità della mia mamma che mi ha fatto soffrire, perché così ora godo di ottima sa­lute. Così noi, provati ora dalla sofferenza, quando sa­remo in Paradiso, esclameremo: benedetta la severità di Dio che ci ha fatto soffrire sulla terra; perché così noi abbiamo potuto evitare l'Inferno ed ora possiamo godere l'eterna felicità dei Beati in Paradiso.
Ed allora seguiamo l'esortazione di San Paolo (Col. 3,1-2): «Cercate le cose di lassù, dove Cristo è assiso al­la destra di Dio. Gustate le cose del Cielo, non quelle della terra». Perché lo stesso Apostolo (1 Cor. 2,9) ci di­ce: «Quelle cose che occhio non ha mai visto, né orec­chio ha mai udito, né mai sono entrate in cuor di uo­mo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano».

Parte IV
MEZZI PER CONSEGUIRE IL PARADISO

In questa quarta parte fra i mezzi suggeriti da di­versi autori, per conseguire il Paradiso, ne suggerisco cinque:
1) evitare il peccato grave;
2) fare i Nove Primi Venerdì del mese;
3) i Cinque Primi Sabati del mese;
4) recita giornaliera di Tre Ave Maria;
5) conoscenza del Catechismo.
Prima di iniziare facciamo tre premesse.
Prima premessa: verità da ricordare sempre:
1) Perché siamo stati creati? Per conoscere Dio, nostro Creatore e Padre, amarlo e servirlo in questa vita e goderlo poi per sempre in Paradiso.
2) Brevità della vita. Cosa sono 70, 80, 100 anni di vita terrena dinnanzi all'eternità che ci aspetta? La du­rata di un sogno. Il demonio ci promette un specie di paradiso in terra, ma ci nasconde l'abisso del suo regno infernale.
3) Chi va all'Inferno? Chi vive abitualmente in stato di peccato grave, non pensando ad altro che a godersi la vita. - Chi non riflette che dopo la morte dovrà rendere conto a Dio di tutte le sue azioni. - Chi non vuole confessarsi mai, per non distaccarsi dalla vi­ta peccaminosa che conduce. - Chi, fino all'ultimo istante della sua vita terrena, resiste e rifiuta la gra­zia di Dio che l'invita al pentimento dei suoi pecca­ti, all'accettazione del suo perdono. - Chi diffida del­l'infinita misericordia di Dio che vuole tutti salvi ed è sempre pronto ad accogliere i peccatori pentiti.
4) Chi va in Paradiso? Chi crede alle verità rivelate da Dio e dalla Chiesa Cattolica proposte a credere co­me rivelate. - Chi vive abitualmente in grazia di Dio osservando i suoi Comandamenti, frequentando i Sa­cramenti della Confessione e dell'Eucaristia, parte­cipando alla Santa Messa, pregando con perseveran­za e facendo del bene al prossimo.
In sintesi: si salva e va in Paradiso chi muore sen­za peccato mortale, cioè in Grazia di Dio; si danna e va all'Inferno chi muore in peccato mortale.
Seconda premessa: necessità della fede e della pre­ghiera.
1) Per andare in Paradiso è indispensabile la fede, in­fatti (Mc. 16,16) Gesù dice: «Chi crederà e sarà bat­tezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condan­nato». San Paolo (Ebr. 11,6) conferma: «Senza la fe­de è impossibile piacere a Dio, perché chi si accosta a Lui deve credere che Dio esiste e dà la ricompensa a chi lo cerca».
Che cosa è la fede? La fede è una virtù sopranna­turale che inclina l'intelletto, sotto l'influsso della vo­lontà e della grazia attuale, a credere fermamente a tut­te le verità rivelate da Dio e preposte dalla Chiesa co­me rivelate, non per la loro intrinseca evidenza ma per l'autorità di Dio che le ha rivelate. Perciò perchè la no­stra fede sia vera è necessario credere alle verità rive­late da Dio non perché le comprendiamo, ma unicamen­te perché le ha rivelate Lui, che non può ingannarsi, né può ingannarci.
«Chi conserva la fede - dice il Santo Curato d'Ars col suo linguaggio semplice ed espressivo - è come se avesse in tasca la chiave del Cielo: può aprire ed entra­re quando vuole. E se anche molti anni di peccati e d'in­differentismo l'avranno resa logora o arruginita, un po' di Olio degli Infermi basterà a farla ritornare lucida e tale da potersene servire per entrare e occupare alme­no uno degli ultimi posti del Paradiso».
2) Per salvarsi è necessaria la preghiera perché Dio ha stabilito di darci il suo aiuto, le sue grazie per mez­zo della preghiera. Infatti (Mat. 7,7) Gesù dice: «Chie­dete e otterrete; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto», e aggiunge (Mat. 14,38): «Vegliate e pregate per non cadere in tentazione, perché lo spirito è pron­to, ma la carne è debole».
È con la preghiera che otteniamo la forza di resi­stere agli assalti del demonio e di vincere le nostre cat­tive inclinazioni; è con la preghiera che otteniamo l'aiu­to necessario della grazia per osservare i Comandamen­ti, di compiere bene il nostro dovere e di portare con pazienza la nostra croce quotidiana.
Fatte queste due premesse, passiamo ora a parla­re dei singoli mezzi per conseguire il Paradiso.

I
Evitare il peccato grave
Il Papa Pio XII disse: «Il più grave peccato attuale è che gli uomini hanno incominciato a perdere il senso del peccato».
Il Papa Paolo VI disse: «La mentalità del nostro tempo rifugge non soltanto dal considerare il peccato per quello che è, ma persino di parlarne. Si è perduto
il concetto di peccato. Gli uomini, nel giudizio odier­no, non sono più ritenuti peccatori».
Il Papa attuale, Giovanni Paolo II, ha detto: «Tra i tanti mali che affliggono il mondo conteporaneo, quel­lo più preoccupante è costituito da un pauroso affie­volimento del senso del male».
Purtroppo dobbiamo confessare che nonostante non si parli più di peccato, esso, mai come oggi, abbonda, inonda e sommerge ogni ceto sociale. L'uomo è stato creato da Dio, quindi per la sua stessa natura di «crea­tura», deve ubbidire alle leggi del suo Creatore. Il pec­cato è la rottura di questo rapporto con Dio; è la ribel­lione della creatura alla volontà del suo Creatore. Con il peccato l'uomo nega la sua sudditanza a Dio.
Il peccato è una offesa infinita fatta dall'uomo a Dio, l'essere infinito. Insegna San Tommaso d'Aquino che la gravità di una colpa si misura dalla dignità della perso­na offesa. Un esempio. Un tizio dà uno schiaffo a un suo compagno, il quale, per reazione, glielo ricambia e tutto finisce lì. Ma se lo schiaffo viene dato al Sindaco della città, tizio verrà condannato, per esempio, a un anno di carcere. Se poi lo si dà al Prefetto, o al Capo del Gover­no o dello Stato, questo tizio verrà condannato a pene sempre maggiori, fino alla pena di morte o all'ergasto­lo. Perchè questa diversità di pene? Perchè la gravità dell'offesa si misura dalla dignità della persona offesa.
Orbene quando noi commettiamo un peccato gra­ve, Colui che viene offeso è Dio l'Essere Infinito, la cui dignità è infinita, quindi il peccato è un'offesa infini­ta. Pe capire meglio la gravità del peccato ricorriamo all'accenno di tre scene.
1) Prima della creazione dell'uomo e del mondo mate­riale, Dio aveva creato gli Angeli, esseri bellissimi, il cui capo, Lucifero splendeva come sole nel suo massimo splendore. Tutti godevano gioie indicibi­li. Ebbene una parte di questi Angeli ora sono all'In­ferno. Non li circonda più la luce, ma le tenebre; non godono più gioie, ma tormenti eterni; non proferi­scono più canti di esultanza, ma orribili bestemmie; non amano più, ma odiano eternamente! Chi da An­geli di luce fi ha trasformati in demoni? Un peccato gravissimo d'orgoglio che li fece ribellare al loro Creatore.
2) Non sempre la terra è stata valle di lacrime. Da prin­cipio esisteva un giardino di delizie, l'Eden, il para­diso terrestre, dove ogni stagione era temperata, do­ve i fiori non cadevano e i frutti non cessavano, do­ve gli uccelli del cielo e gli animali del suolo, miti e graziosi, erano docili ai cenni dell'uomo. Adamo ed Eva abitavano in quel giardino di delizie ed era­no beati e immortali.
A un certo momento tutto cambia: la terra si fa in­grata e dura al lavoro, le malattie e la morte, le discor­die e gli omicidi, ogni sorta di sofferenza affliggono l'u­manità. Che cosa è stato a trasformare la terra da val­le di pace e di gioia in valle di lacrime e di morte? Un gravissimo peccato d'orgoglio e di ribellione commes­so da Adamo ed Eva: il peccato originale!
3) Sul monte Calvario agonizza, inchiodato a una cro­ce, Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, e ai suoi piedi sua Madre Maria, straziata dal dolore.
Commesso il peccato, l'uomo non poteva più ripa­rare l'offesa fatta a Dio perché infinita, mentre la sua riparazione è finita, limitata. E allora l'uomo come po­trà salvarsi?
La seconda Persona della Santissima Trinità, il Fi­glio di Dio Padre, si fa Uomo come noi nel seno puris­simo della sempre Vergine Maria, e per tutta la sua vi­ta terrena soffrirà un continuo martirio fino a culmi­nare sul patibolo infame della croce. Gesù Cristo, co­me uomo, soffre a nome dell'uomo; come Dio, dà alla sua espiazione un valore infinito, per cui l'offesa infi­nita fatta dall'uomo a Dio viene riparata adeguatamen­te e così l'umanità viene redenta, viene salvata.
Che cosa ha fatto di Gesù Cristo'«l'Uomo dei dolo­ri»? E di Maria, Immacolata, tutta pura, tutta santa, «la Donna dei dolori, l'Addolorata»? Il peccato!
Ecco dunque la gravità del peccato! E noi come stimiamo il peccato? Una cosa da nulla, una cosa insigni­ficante!
Quando il re di Francia, S. Luigi IX, era piccolino, sua madre, la regina Bianca di Castiglia, lo portava nel­la cappella reale e, davanti a Gesù Eucaristico, prega­va così: «Signore, se il mio Luigino dovesse macchiar­si anche di un solo peccato mortale, portatevelo ora in Paradiso, perché io preferisco vederlo morto anziché aver commesso un così grave male! ».
Ecco come i veri cristiani stimavano il peccato! Ec­co perché tanti Martiri affrontavano con coraggio il martirio, pur di non peccare. Ecco perché tanti lascia­vano il mondo e si ritiravano nella solitudine a fare vi­ta eremitica. Ecco perché i Santi pregavano molto per non offendere il Signore, e per amarlo sempre più: il loro proposito era «meglio la morte che commettere un peccato»!
Perciò il peccato grave è il male più grande che pos­siamo commettere; è la disgrazia più terribile che ci pos­sa capitare, basta pensare che ci mette in pericolo di perdere il Paradiso, il luogo della nostra felicità eter­na, e ci fa piombare nell'Inferno, il luogo dei tormenti eterni.
Gesù Cristo, per perdonarci il peccato grave, isti­tuì il Sacramento della Confessione. Approfittiamone confessandoci con frequenza.

II
I Nove Primi Venerdì del mese
Il Cuore di Gesù ci ama infinitamente e vuole sal­varci a qualunque costo per renderci eternamente fe­lici in Paradiso. Per rispettare però la libertà che ci ha dato, vuole la nostra collaborazione, richiede la nostra corrispondenza.
Per renderci molto facile la salvezza eterna, ci ha fatto, tramite Santa Margherita Alacoque, una straor­dinaria promessa: «lo ti prometto, nell'eccesso della Mi­sericordia del mio Cuore, che il mio Amore Onnipoten­te concederà la grazia della penitenza finale a tutti co­loro che si comunicheranno il Primo Venerdì del mese per nove mesi consecutivi. Essi non morranno nella mia disgrazia né senza aver ricevuto i Santi Sacramenti, e in quegli ultimi momenti il mio Cuore sarà loro un si­curo asilo».
Questa straordinaria Promessa fu approvata solen­nemente dal Papa Leone XIII e introdotta dal Papa Be­nedetto XV nella Bolla Apostolica con la quale Marghe­rita Maria Alacoque veniva dichiarata Santa. Ciò è la prova più valida della sua autenticità.
Gesù incomincia la sua Promessa con queste pa­role: «Io ti prometto» per farci comprendere che, trat­tandosi di una grazia straordinaria, Egli intende im­
pegnare la sua parola divina, sulla quale possiamo fa­re il più sicuro affidamento, infatti nel Vangelo di San Matteo (24,35) Egli dice: «Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno mai».
Aggiunge poi «... nell'eccesso della Misericordia del mio Cuore... », per farci riflettere che qui si tratta di una Promessa così straordinariamente grande, che poteva venire soltanto da un eccesso di Misericordia veramen­te infinita.
Per renderci poi assolutamente sicuri ch'Egli man­terrà a qualunque costo la sua Promessa, Gesù ci dice che tale grazia straordinaria la concederà «.... l'Amore Onnipotente del suo Cuore».
«...Essi non morranno nella mia disgrazia...». Con queste parole Gesù promette che farà coincidere l'ul­timo istante della nostra vita terrena con lo stato di gra­zia, per cui saremo eternamente salvi in Paradiso.
A chi sembrasse quasi impossibile che con un mez­zo così facile (fare cioè la Comunione ogni primo Ve­nerdì del mese per 9 mesi consecutivi) si possa ottene­re la grazia straordinaria di una buona morte e quindi della felicità eterna del Paradiso, costui deve tener con­to che tra questo mezzo così facile e una grazia così straordinaria si frappongono una «Misericordia Infini­ta e un Amore Onnipotente».
Sarebbe una bestemmia pensare alla possibilità che Gesù venga meno all'impegno della sua parola. Questa avrà il suo compimento anche per colui che, do­po aver fatto in grazia di Dio le nove Comunioni, so­praffatto dalle tentazioni, trascinato dalle cattive oc­casioni e vinto dalla debolezza umana, traviasse. Per­ciò tutte le trame del demonio per strappare quell'ani­ma a Dio saranno sventate perché Gesù è disposto, se sarà necessario, a fare anche un miracolo, affinché co­lui che ha fatto bene i Nove Primi Venerdì si salvi, an­che con un atto di dolore perfetto, con un atto d'amo­re fatto nell'ultimo istante della sua vita terrena.
Con quali disposizioni devono esser fatte le 9 Co­munioni?
Quanto segue vale anche per i Cinque Primi Saba­ti del mese. Le Comunioni devono esser fatte in grazia di Dio (cioè senza peccato grave) con la volontà di vive­re da buon cristiano.
1) È chiaro che se uno facesse la Comunione sa­pendo di essere in peccato mortale, non solo non si as­sicurerebbe il Paradiso, ma abusando in modo indegno della Misericordia divina, si renderebbe merìtevole di grandi castighi, perché, invece di onorare il Cuore di Gesù, l'oltraggerebbe orribilmente col peccato gravis­simo di sacrilegio.
2) Chi facesse le Comunioni per assicurarsi il Pa­radiso per poi potersi abbandonare a una vita di peccato, dimostrerebbe con questa cattiva intenzione di es­sere attaccato al peccato e di conseguenza le sue Co­munioni sarebbero tutte sacrileghe e quindi non acqui­sterebbe la Grande Promessa del Sacro Cuore e si dan­nerebbe all'Inferno.
3) Chi invece con retta intenzione ha cominciato a fare bene (cioè in grazia di Dio) le Comunioni e poi, per fragilità umana, cade ogni tanto nel peccato gra­ve, costui, se pentito della sua caduta si rimette in gra­zia di Dio con la Confessione e continua a fare bene le altre Comunioni richieste, conseguirà certamente la Grande Promessa del Cuore di Gesù.
L'infinita Misericordia del Cuore di Gesù con la Grande Promessa dei 9 Primi Venerdì vuole darci la chiave d'oro che un giorno ci aprirà la porta al Paradi­so. Sta a noi approfittare di questa straordinaria gra­zia offertaci dal suo Cuore divino, che ci ama con amo­re infinitamente tenero e materno.

III
I 5 Primi Sabati del mese
A Fatima, nella seconda apparizione del 13 giugno 1917, la Vergine Santissima, dopo aver promesso ai for­tunati veggenti che presto avrebbe portato in Cielo Francesco e Giacinta, aggiunse rivolgendosi a Lucia: «Tu devi rimanere più a lungo quaggiù, Gesù vuole ser­virsi di te per farmi conoscere e amare».
Da quel giorno erano ormai passati circa nove an­ni ed ecco che il 10 dicembre 1925 a Pontevedra, in Spa­gna, dove Lucia si trovava per il suo noviziato, Gesù
e Maria vengono a mantenere la promessa fatta e a in­caricarla di far meglio conoscere e diffondere nel mon­do la devozione al Cuore Immacolato di Maria.
Lucia vide apparire Gesù Bambino a fianco della sua Santa Madre, la quale teneva in mano un cuore cir­condato di spine. Gesù disse a Lucia: «Abbi compassio­ne del Cuore della tua Santissima Madre. Esso è cir­condato di spine con le quali uomini ingrati lo trafig­gono ogni momento e non vi è nessuno che ne strappi qualcuna con un atto di riparazione».
Poi parlò Maria che disse: «Figlia mia, guarda il mio Cuore circondato di spine con cui uomini ingrati continuamente lo trafiggono con le loro bestemmie e ingratitudini. Tu almeno procura di consolarmi e an­nunzia a nome mio che: «lo prometto di assistere nel­l'ora della morte con tutte le grazie necessarie per la lo­ro salvezza eterna tutti coloro che nel Primo Sabato di cinque mesi consecutivi si confessano, si comunicano, recitano il rosario, e mi fanno compagnia per un quar­to d'ora meditando sui misteri del rosario con l'inten­zione di offrirmi un atto di riparazione».
Questa è la Grande Promessa del Cuore di Maria che si affianca a quella del Cuore di Gesù. Per ottene­re la promessa di Maria Santissima si richiedono le se­guenti condizioni:
1) Confessione - fatta entro gli otto giorni e anche più, con l'intenzione di riparare le offese fatte al Cuo­re Immacolato di Maria. Se si dimentica nella confes­sione di fare tale intenzione, si può formularla nella confessione seguente, approfittando della prima occa­sione che si avrà per confessarsi.
2) Comunione - fatta nel primo sabato di mese e per 5 mesi consecutivi.
3) Rosario - recitare, almeno una terza parte, del­la corona del rosario meditandone i misteri.
4) Meditazione - di un quarto d'ora meditando i mi­steri del rosario.
5) Comunione, meditazione, recita del rosario, de­vono farsi sempre con l'intenzione della Confessione, e cioè con l'intenzione di riparare le offese fatte al Cuo­re Immacolato di Maria.

IV
Recita giornaliera di Tre Ave Maria
Santa Matilde di Hackeborn, monaca benedettina morta nel 1298, pensando con timore al momento del­la sua morte, pregava la Madonna di assisterla in quel momento estremo. Consolantissima fu la risposta del­la Madre di Dio: «Sì, farò quello che mi domandi, fi­glia mia, però ti chiedo recitare ogni giorno Tre Ave Maria: la prima per ringraziare l Eterno Padre per aver­mi resa onnipotente in Cielo e in terra; la seconda per onorare il Figlio di Dio per avermi dato tale scienza e sapienza da sorpassare quella di tutti i Santi e di tutti gli Angeli, e per avermi circonfusa di tanto splendore da illuminare, come sole splendente, tutto il Paradiso; la terza per onorare lo Spirito Santo per aver acceso nel mio cuore le fiamme più ardenti del suo amore e per avermi fatta così buona e benigna da essere, dopo Dio, la più dolce e la più misericordiosa».
Ed ecco la speciale promessa della Madonna che vale per tutti: «Nell'ora della morte, io: 1) ti sarò pre­sente confortandoti e allontanando ogni forza diaboli­ca; 2) t'infonderò luce di fede e conoscenza affinché la tua fede non venga tentata per ignoranza; 3) t'assiste­rò nell'ora del tuo trapasso infondendo nell'anima tua la suavità del Divino Amore affinché prevalga in te tan­to da mutare ogni pena e amarezza di morte in grande suavità» (Liber specialis gratiae - p. 1 cap. 47).
La speciale promessa di Maria ci assicura quindi tre cose: 1) la sua presenza nel punto della nostra morte per confortarci e tenere lontano il demonio con le sue tentazioni; 2) l'infusione di tanta luce di fede da escludere ogni tentazione che potrebbe causarci l'igno­ranza religiosa; 3) nell'ora estrema della nostra vita, Maria Santissima ci colmerà di tanta dolcezza di amo­re di Dio da non farci sentire la pena e l'amarezza del­la morte.
Molti Santi, fra cui Sant'Alfonso Maria de Liquo­ri, San Giovanni Bosco, Padre Pio da Pietralcina, furo­no zelanti propagatori della devozione delle Tre Ave Maria.
In pratica per ottenere la promessa della Madon­na basta recitare mattina o sera (meglio ancora matti­na e sera) Tre Ave Maria secondo l'intenzione manife­stata da Maria a Santa Matilde. È lodevole aggiungere una preghiera a S. Giuseppe, Patrono dei moribondi: «Ave, Giuseppe, pieno di Grazia, il Signore è con te, tu sei benedetto fra gli uomini e benedetto è il frutto di Maria, Gesù. O San Giuseppe, Padre putativo di Gesù e Sposo della Sempre Vergine Maria, prega per noi pec­catori, adesso e nell'ora della nostra morte. Amen.
Qualcuno potrebbe pensare: se con la recita gior­naliera delle Tre Ave Maria mi salverò, allora potrò con­tinuare a peccare tranquillamente, tanto mi salverò lo stesso!
No! Pensare questo è farsi ingannare dal demonio. Le anime rette sanno benissimo che nessuno può salvarsi senza la sua libera corrispondenza alla grazia di Dio, che ci spinge suavemente a fare il bene e a fug­gire il male, come insegna S. Agostino: «Chi ha creato te senza di te, non salverà te senza di te».
La pratica delle Tre Ave Marie è un mezzo che ai buoni ottiene le grazie necessarie per condurre una vi­ta cristiana e di morire in grazia di Dio; ai peccatori, che cadono per fragilità, se con perseveranza recitano le Tre Ave Maria giornaliere otterranno prima o poi, almeno prima della morte, la grazia di una sincera con­versione, di un vero pentimento e quindi si salveran­no; ma ai peccatori, i quali recitano le Tre Ave Maria con cattiva intenzione, e cioè per continuare malizio­samente la loro vita peccaminosa con la presunzione di salvarsi lo stesso per la promessa della Madonna, costoro, meritando castigo e non misericordia, certa­mente non persevereranno nella recita delle Tre Ave Maria e quindi non otterranno la promessa di Maria, perché Lei ha fatto la speciale promessa non per farci abusare della misericordia divina, ma per aiutarci a perseverare nella grazia santificante fino alla nostra morte; per aiutarci a rompere le catene che ci legano al demonio, per convertirci e ottenere la felicità eter­na del Paradiso.
Qualcuno potrebbe obiettare che ci sia grande sproporzione nell'ottenere la salvezza eterna con la semplice recita giornaliera di Tre Ave Maria. Ebbene al Congresso Mariano di Einsiedeln in Svizzera, il Pa­dre G. Battista de Blois rispondeva così: «Se questo mezzo vi sembra sproporzionato al fine che con esso si vuole raggiungere (la salvezza eterna), non vi resta che reclamare presso la Santa Vergine che lo ha arric­chito della sua speciale promessa. O meglio ancora do­vete prendervela con Dio stesso che Le ha accordato un tale potere. Del resto non è forse nelle abitudini del Signore operare le più grandi meraviglie con dei mez­zi che sembrano i più semplici e sproporzionati? Dio è padrone assoluto dei suoi doni. E la Vergine Santis­sima, nella sua potenza d'intercessione, risponde con generosità sproporzionata al piccolo omaggio, ma pro­porzionata al suo amore di Madre tenerissima». - Per questo il Venerabile Servo di Dio Luigi Maria Baudoin
scrisse: «Recitate ogni giorno le Tre Ave Maria. Se sie­te fedeli nel pagare questo tributo di omaggio a Maria, io vi prometto il Paradiso».

V
Catechismo
CATECHISMO DELLA DOTTRINA CRISTIANA (detto di Pio X)

PRIME PREGHIERE E FORMULE DA SAPERSI A MEMORIA

Queste cose medita, in queste sta fisso, affinché sia manifesto a tutti il tuo avanzamento (1 Tim, IV,25)
1 SEGNO DELLA CROCE.
In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.
In nome del Padre, e del Figlio e dello Santo Santo. Così sia.
2 CREDO o Simbolo apostolico.
Credo in Deum Patrem omnipoténtem, Creatórem caeli et terrae ; et in Iesum Christum, Filium eius únicum, Dóminum nostrum, qui concéptus est de Spiritu Sancto, natus ex Maria Vírgine, passus sub Póntio Piláto, crucifixus, mórtuus et sepúltus: descéndit ad ínferos: tértia die resurréxit a mórtuis: ascéndit ad caelos, sedet ad déxteram Dei Patris omnipoténtis: inde ventúrus est iudicáre vivos et mórtùos. Credo in Spiritum Sanctum, sanctam Ecclésiam cathólicam, sanctórum, communiónem, remissiónem peccatórum, carnis resurrectiónem, vitam aetérnam. Amen.
Io credo in Dio Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra; e in Gesù Cristo, suo unico Figliuolo, Nostro Signore, il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morto e seppellito, discese all'inferno, il terzo giorno risuscitò da morte, salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente, di là ha da venire a giudicare í vivi e vi morti. Credo nello Spirito Santo, la santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna. Così sia.
3 PATER NOSTER o Orazione domenicale.
Pater noster qui es in caelis, sanctificétur nomen tuum: advéniat regnum tuum: fiat volúntas tua, sicut in caelo et in terra. Panem nostrum quotidiànum da nobis hódie, et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris ; et ne nos indúcas in tentatiónem, sed libera nos a malo. Amen.
Padre nostro che sei ne' cieli, sia santificato il tuo nome: venga il tuo regno: sia fatta la tua volontà, come in cielo cosi in terra. Dacci oggi il nostro pane quoti diano, e rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimet­tiamo ai nostri debitori; e non c'indurre in tentazione, ma liberaci dal male. Così sia.
4 GLORIA PATRI.
Gloria Patri et Fílio ed Spirítui Sancto, sicut erat in principio, et nunc, et sernper, et in saécula saeculórum. Amen.
Gloria al Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo, come era nel principio, e ora, e sempre, e nei secoli dei Così sia.
5 AVE MARIA o Salutazione angelica.
Ave, Maria, gràtia plena: Dóminus tecum: bene­dícta tu in muliéribus, et benedíctus fructus ventris tui, Iesus. Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatóribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
Ave, o Maria, piena di grazia: il Signore é teco: tu sei benedetta fra le donne, e benedetto è il frutto del ventre tuo, Gesù. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte. Così sia.
6 - SALVE REGINA.
Salve, Regina, mater misericórdiae; vita, dulcédo et spes nostra, salve. Ad te clamàmus, éxsules fílii Hevae. Ad te suspiràmus geméntes et flentes in hac lacrimárum valle. Eia ergo, advocáta nostra, illos tuos misericórdes oculos ad nos converte. Et Iesum, benedíctum fructus ventris tui, nobis post hoc exsílium osténde. O clemens, o pia, o dulcis Virgo Maria.
Salve, o Regina, madre di misericordia; vita, dolcezza e speranza nostra, salve. A te ricorriamo esuli figli di Eva; gementi e piangenti in questa valle di lacrime a te sospi­riamo. Orsù dunque, avvocata nostra, rivolgi a noi quegli occhi tuoi misericordiosi. .E mostraci dopo questo esilio Gesù, il frutto benedetto del ventre tuo, o clemente, o pietosa, o dolce Vergine Maria.
7 ANGELE DEI.
Angele Dei, cui custos es mei, me tibi commíssum pietáte supérna illúmina, custódi, rege et gubérna. Amen.
Angelo chi Dio, che sei il mio custode, illumina, custo­disci, reggi e governa me, che ti fui affidato dalla pietà celeste. Così sia.
8 REQUIEM AETERNAM per i fedeli defunti.
Réquiem aetérnam dona eis, Dómine, et lux perpétua lúceat eis. Requiéscant in pace. Amen.
L'eterno riposo dona loro, o Signore, e splenda ad essi la luce perpetua. Riposino in pace. Così sia.
9 ATTO DI FEDE.
Mio Dio, credo fermamente quanto voi, infallibile Verità, avete rivelato e la santa Chiesa ci propone a credere. Ed espressamente credo in Voi, unico, vero Dio in tre Persone uguali e distinte, Padre, Figliuolo e Spi­rito Santo; e nel Figliuolo incarnato e morto per noi, Gesù Cristo, il quale darà a ciascuno, secondo i meriti, il premio o la pena eterna. Conforme a questa Fede voglio sempre vivere. Signore, accrescete la mia fede.
10 ATTO DI SPERANZA.
Mio Dio, spero dalla bontà vostra, per le vostre promesse e per i meriti di Gesù Cristo, nostro Salva­tore, la vita eterna e le grazie necessarie per meritarla con le buone opere, che io debbo e voglio fare. Si­gnore, che io non resti confuso in eterno.
11 ATTO DI CARITA'.
Mio Dio, amo con tutto il cuore sopra, ogni cosa voi, Bene infinito e nostra eterna felicità; e per amor vostro amo il prossimo mio come me stesso, e perdono le offese ricevute. Signore, fate ch'io vi ami sempre più.
12 ATTO DI DOLORE.
Mio Dio, mi pento con tutto il cuore de' miei pec­cati, e li odio e detesto, come offesa della vostra Maestà infinita, cagione della morte del vostro divin Fígliuolo Gesù, e mia spirituale rovina. Non voglio più commet­terne in avvenire e propongo di fuggirne le occasioni. Signore, misericordia, perdonatemi.
13 I DUE MISTERI PRINCIPALI DELLA FEDE.
1)Unità e Trinità di Dio;
2)Incarnazione, Passione e Morte del Nostro Signore Gesù Cristo.
14 I DUE COMANDAMENTI DELLA CARITA'.
1) Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente.
2° Amerai il prossimo tuo come te stesso.
15 I DIECI COMANDAMENTI di Dio o Decalogo.
Io sono il Signore Dio tuo
1° Non avrai altro Dio fuori che me.
2° Non nominare il nome di Dio invano.
3° Ricordati di santificare le feste.
4° Onora il padre e la madre.
5° Non ammazzare.
6° Non commettere atti impuri.
7° Non rubare.
8° Non dire falsa testimonianza.
9° Non desiderare la donna d'altri.
10° Non desiderare la roba d'altri.
16 I CINQUE PRECETTI GENERALI DELLA CHIESA.
1° Udir la Messa la domenica e le altre feste comandate.
2° Non mangiar carne nel venerdì e negli altri giorni proibiti, e digiunare nei giorni prescritti.
3° Confessarsi almeno una volta l'anno, e comunicarsi almeno a Pasqua.
4° Sovvenire alle necessità della Chiesa contribuendo secondo le leggi o le usanze.
5° Non celebrar solennemente le nozze nei tempi proibiti.
17 I SETTE SACRAMENTI.
1)Battesimo, 2) Cresima, 3) Eucaristia, 4) Penitenza, 5) Estrema Unzione, 6) Ordine, 7)Matrimonio.
18 I SETTE DONI DELLO SPIRITO SANTO.
1) Sapienza, 2) intelletto, 3) consiglio, 4) fortezza, 5) scienza, 6) pietà, 7) timor di Dio.
19 LE TRE VIRTU' TEOLOGALI.
1)Fede, 2) speranza, 3) carità.

20 LE QUATTRO VIRTÙ CARDINALI.
1) Prudenza, 2) giustizia, 3) fortezza, 4) temperanza.
21 LE SETTE OPERE DI MISERICORDIA CORPORALE.
1) Dar da mangiare agli affamati 2) dar da bere agli assetati 3) vestire gl'ignudi 4) alloggiare i pellegrini 5) visitare gl'infermi 6) visitare i carcerati 7) seppellire i morti.
22 LE SETTE OPERE DI MISERICORDIA SPIRITUALE.
1) Consigliare i dubbiosi ; 2) insegnare agli ignoranti; 3) ammonire i peccatori ; 4) consolare gli afflitti; 5) perdo­rare le offese; 6) sopportare pazientemente le persone moleste ; 7) pregare Dio per i vivi e per i morti.
23 I SETTE VIZI CAPITALI.
1) Superbia, 2) avarizia, 3) lussuria, 4) ira, 5) gola, 6) invidia, 7) accidia.
24 I SEI PECCATI CONTRO LO SPIRITO SANTO.
1)Disperazione della salute; 2) presunzione di sal­varsi senza merito; 3) impugnare la verità conosciuta; 4) invidia della grazia altrui; 5) ostinazione nei peccati; 6) impenitenza finale.
25 I QUATTRO PECCATI CHE GRIDANO VENDETTA AL COSPETTO DI DIO.
1) Omicidio volontario; 2) peccato impuro contro na­tura; 3) oppressione dei poveri; 4) defraudare la mercede agli operai
26 I QUATTRO NOVISSIMI.
1) Morte, 2) giudizio, 3) inferno, 4) paradiso.
LA DOTTRINA CRISTIANA
Questa è l'eterna vita, che conoscano te, l'unico vero Dio, e Colui cha hai mandato, Gesù Cristo.
(Giov., XVII, 3.)
Chi si accosta a Dio deve credere che Egli è e che premia quelli che lo cercano.
(Ebr., XI, 6)
1. Chi ci ha creato?
Ci ha creato Dio.
2. Chi è Dio?
Dio é l'Essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra.
3. Che significa « perfettissimo » ?
Perfettissimo significa che in Dio ò ogni perfezione, senza difetto e senza limiti, ossia che Egli é potenza, sapienza e bontà infinita.
4. Che significa « Creatore » ?
Creatore significa che Dio ha fatto dal nulla tutte le cose.
5. Che significa «Signore » ?
Signore significa che Dio é padrone assoluto di tutte le cose.
6. Dio ha corpo come noi?
Dio non ha corpo, ma è purissimo spirito.
7. Dov'è Dio?
Dio é in cielo, in terra e in ogni luogo: Egli é 1'Immenso.
8. Dio è sempre stato?
Dio è sempre stato e sempre sarà: Egli è l'Eterno.
9. Dio sa tutto?
Dio sa tutto, anche i nostri pensieri: Egli é l'Onnisciente
10. Dio può far tutto?
Dio può far tutto ciò che vuole: Egli é l'Onnipotente.
11. Dio può fare anche il male?
Dio non può fare il male, perchè non può volerlo, essendo bontà infinita; ma lo tollera per lasciar libere le creature, sapendo poi rica­vare il bene anche dal male.
12. Dio ha cura delle cose create?
Dio ha cura e provvidenza delle cose create, e le conserva e dirige tutte al proprio fine, con sapienza, bontà' e giustizia infinita.
13. Per qual fine Dio ci ha creati? _
Dio ci ha creati per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita, e per goderlo poi nell'altra, in paradiso.
14. Che cos'è il paradiso?
Il paradiso è il godimento eterno di Dio, nostra felicità, e, in Lui, di ogni altro bene, senza alcun male.
15. Chi merita il paradiso?
Merita il paradiso chi è buono, ossia chi ama e serve fedelmente, Dio, e muore nella sua grazia.
16. I cattivi che non servono Dio e muoiono in peccato mortale, che cosa meritano?
I cattivi che non servono Dio e muoiono in .peccato mortale, meritano l'inferno.
17. Che cos'è l'inferno?
L'inferno è il patimento eterno della privazione di Dio, nostra felicità, e del fuoco, con ogni altro male senza alcun bene.
18. Perchè Dio premia i buoni e castiga i cattivi?
Dio premia i buoni e castiga i cattivi, perché è la giustizia infinita.
19. Dio è uno solo?
Dio è uno solo, ma in tre Persone uguali e distinte, che sono la santissima Trinità.
20. Come si chiamano le tre Persone della santissima Trinità?
Le tre Persone della santissima Trinità si chiamano Padre, Fi­gliuolo e Spirito Santo.
21. Delle tre Persone della santissima Trinità si è incarnata e fatta uomo alcuna?
Delle tre Persone della santissima Trinità si è incarnata e fatta uomo la seconda, cioè il Figliuolo.
22. Come si chiama il Figliuolo di Dio fatto uomo?
Il Figliolo di Dio fatto uomo si chiama Gesù Cristo.
23. Chi è Gesù Cristo?
Gesù Cristo è la seconda Persona della santissima Trinità, cioè il Figliolo di Dio fatto uomo.
24. Gesù Cristo è Dio e uomo?
Sì, Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo.
25. Perchè il Figliuolo di Dio si fece uomo?
Il Figliuolo di Dio si fece, uomo per salvarci, cioè per redimerci dal peccato e riacquistarci il paradiso.
26. Che fece Gesù Cristo per salvarci?
Gesù Cristo per salvarci soddisfece per i nostri peccati patendo sacrificando se stesso sulla Croce, e c'insegnò a vivere secondo Dio.
27. Per vivere secondo Dio, che cosa dobbiamo fare?
Per vivere secondo Dio, dobbiamo CREDERE LE VERITA RIVELATE da Lui e OSSERVARE I SUOI COMANDAMENTI, con l'aiuto della sua GRAZIA, che si ottiene mediante I SACRAMENTI e L'ORAZIONE.
PREGHIAMO
O Dio, concedici la grazia di pensare e di fare ciò che è retto, sì che noi, i quali senza di te non possiamo esistere, riusciamo a vivere secondo te (t). Te ne supplichiamo per il tuo Figliuolo Gesù Cristo, nostro Signore. Così sia.
(t) Orazione della Domenica VIII dopo la Pentecoste.

Parte I
«CREDO » ossia PRINCIPALI VERITÀ
DELLA FEDE CRISTIANA
CAPO I
Misteri principali
Segno della santa Croce.

Senza la fede è impossibile piacere a Dio
(Ebr, XI, 6.)
28. Quali sono le verità rivelate da Dio?
Le verità rivelate da Dio sono principalmente quelle compendiate nel Credo o Simbolo apostolico, e si chiamano verità di fede, perché dobbiamo crederle con piena fede come insegnate da Dio, il quale né s'inganna né può ingannare.
29. Che cos'è il « Credo » o « Simbolo apostolico » ?
II Credo o Simbolo apostolico é una professione dei misteri principali e di altre verità rivelate da Dio per mezzo di Gesù Cristo e degli Apostoli, e insegnate dalla Chiesa.
30. Che cos'è mistero?
Mistero é una verità superiore ma non contraria alla ragione, che crediamo perché Dio l'ha rivelata.
31. Quali sono i misteri principali della Fede professati nel Credo?
I misteri principali della Fede professati nel Credo sono due: l'Unità e Trinità di Dio; l'Incarnazione, Passione e Morte del Nostro Signor Gesù Cristo.
32. I due misteri principali della Fede li professiamo ed esprimiamo anche in altra maniera?
Professiamo ed esprimiamo i due misteri principali della Fede anche col segno della Croce, che perciò è il segno del cristiano.
33. Come si fa il segno della Croce?
Il segno della Croce si fa portando la mano destra alla fronte, e dicendo: In nome del Padre; poi al petto, dicendo: e del Figliuolo; quindi alla .spalla sinistra e alla destra, dicendo: e dello Spirito Santo; e si termina con le parole Così sia.
34. Nel segno della Croce, come esprimiamo noi i due misteri principali della Fede?
Nel segno della Croce, con le parole esprimiamo l'Unità e Tri­nità di Dio, e con la figura della croce la Passione e la Morte del Nostro Signor Gesù Cristo.
35. E' utile fare il segno della Croce?
E' utilissimo fare il segno della Croce spesso e devotamente, perchè è atto esterno di fede, che ravviva in noi questa virtù, vince il rispetto umano e le tentazioni, e ci ottiene grazie da Dio.
36. Quando è bene fare il segno della Croce?
È sempre bene fare il segno della Croce, ma specialmente prima e dopo ogni atto di religione, prima e dopo il cibo e il riposo, e nei pericoli dell'anima e del corpo.

Parte I
«CREDO » ossia PRINCIPALI VERITÀ
DELLA FEDE CRISTIANA
CAPO II
Unità e Trinità di Dio

Credo in Dio Padre onnipotente...,
in Gesù Cristo,
suo unico Figliuolo , Nostro Signore...,
nello Spirito Santo.
37. Che significa «Unità di Dio»?
Unità di Dio significa che c'è un Dio solo.
38. Che significa « Trinità di Dio »?
Trinità di Dio significa che in Dio sono tre Persone uguali, realmente distinte: Padre, Figliuolo e Spirito Santo.
39. Che significa «tre Persone realmente distinte»?
Tre persone realmente distinte significa che in Dio una Persona non è l'altra, pur essendo tutte e tre un Dio solo.
40. Comprendiamo noi come le tre Persone divine, benchè realmente distinte, sono un Dio solo?
Noi non comprendiamo nè possiamo comprendere come le tre Persone divine, benché realmente distinte, sono un Dio solo: è un mistero.
41. Qual è la prima Persona della santissima Trinità ?
La prima Persona della santissima Trinità è il Padre.
42. Qual è la seconda Persona della santissima Trinità?
La seconda Persona della santissima Trinità è il Figliuolo.
43. Qual è la terza Persona della santissima Trinità?
La terza Persona della santissima Trinità è lo Spirito Santo.
44. Perchè il Padre il la prima Persona della santissima Trinità?
Il Padre è la prima Persona della santissima Trinità, perchè non procede da altra persona, e da Lui procedono le altre due, cioè il Figliolo e lo Spirito Santo.
45. Perchè il Figliuolo è la seconda Persona della santissima Trinità?
Il Figliuolo è la seconda Persona della santissima Trinità, perché è generato dal Padre, ed è, insieme col Padre, principio dello Spirito Santo.
46. Perchè lo Spirito Santo è la terza Persona della santissima Trinità?
Lo Spirito Santo è la terza Persona della santissima Trinità, perchè procede dal Padre e dal Figliuolo.
47. Ogni Persona della santissima Trinità è Dio?
Sì, ogni Persona della santissima Trinità è Dio.
48. Se ogni Persona divina è Dio, le tre Persone divine sono dunque tre Dei?
Le tre Persone divine non sono tre Dei, ma un Dio solo; perchè hanno la stessa unica natura o sostanza divina.
49. Le tre Persone divine sono uguali, o ce n'è una maggiore, più potente è più sapiente?
Le tre Persone divine essendo un solo Dio, sono uguali in tutto, e hanno egualmente comune ogni perfezione e ogni operazione; seb­bene certe perfezioni e le opere corrispondenti si attribuiscano più all'una Persona che all'altra, come la potenza e la creazione al Padre.
50. Il Padre almeno, fu prima del Figliuolo e dello Spirito Santo?
Il Padre non fu prima del Figliuolo e dello Spirito Santo, perchè le tre Persone divine, avendo comune l'unica natura divina che è eterna, sono egualmente eterne.
CAPO III
Creazione del mondo - Origine e caduta dell'uomo.

Credo in Dio...
Creatore del cielo e della terra
51. Dio perchè è detto « Creatore del cielo e della terra»?
Dio è detto Creatore del cielo e della terra, ossia del mondo, perchè lo fece dal nulla, e fare dal nulla è creare.
52. Il mondo è tutto opera di Dio?
II mondo é tutto opera di Dio; e nella grandezza, bellezza e ordine suo maraviglioso, ci mostra la potenza, la sapienza e la bontà infinita di Lui.
53. Dio creò soltanto ciò che è materiale nel mondo?
Dio non creò soltanto ciò che é materiale nel mondo, ma anche i puri spiriti; e crea l'anima di ogni uomo.
54. Chi sono i puri spiriti?
I puri spiriti sono esseri intelligenti senza corpo.
55. Come sappiamo che esistono puri spiriti creati?
Che esistono puri spiriti creati lo sappiamo dalla Fede.
56. Quali puri spiriti creati ci fa conoscere la Fede?
La Fede ci fa conoscere i puri spiriti buoni, ossia gli Angeli, e i cattivi, ossia i demoni.
57. Chi sono gli Angeli?
Gli Angeli sono i ministri invisibili di Dio, ed anche nostri Custodi, avendo Dio affidato ciascun uomo ad uno di essi.
58. Abbiamo dei doveri verso gli Angeli?
Verso gli Angeli abbiamo il dovere della venerazione; e verso l'Angelo Custode abbiamo anche quello di essergli grati, di ascoltarne le ispirazioni e di non offenderne mai la presenza col peccato.
59. I demoni chi sono?
I demoni sono angeli ribellatisi a Dio per superbia e precipitati nell'inferno, i quali, per odio contro Dio, tentano l'uomo al male.
60. Chi è l'uomo?
L'uomo é un essere ragionevole, composto di anima e di corpo.
61. Che cos'è l'anima?
L'anima è la parte spirituale dell'uomo, per cui egli vive, intende ed è libero, e perciò capace di conoscere, amare e servire Dio.
62. L'anima dell'uomo muore col corpo?
L'anima dell'uomo non muore col corpo, ma vive in eterno, es­sendo spirituale.
63. Qual cura dobbiamo avere dell'anima?
Dell'anima dobbiamo avere la massima cura, perchè essa è in noi la parte migliore e immortale, e solo salvando l'anima saremo eternamente felici.
64. Com'è libero l'uomo?
L'uomo è libero, in quanto che può fare una cosa e non farla, o farne una piuttosto che un'altra, come sentiamo bene in noi stessi.
65. Se l'uomo è libero, può fare anche il male?
L'uomo può, ossia è capace di fare anche il male; ma non lo deve fare, appunto perchè è male; la libertà deve usarsi solo per il bene.
66. Chi furono i primi uomini?
I primi uomini furono Adamo ed Eva, creati immediatamente da Dio; tutti gli altri discendono da essi, che perciò son chiamati i progenitori degli uomini.
67. L'uomo fu creato debole e misero come ora siamo noi?
L'uomo non fu creato debole e misero come ora siamo noi, ma in uno stato felice, con destino e con doni superiori alla natura umana.
68. L'uomo, qual destino ebbe da Dio?
L'uomo ebbe da Dio l'altissimo destino di vedere e godere eternamente Lui, Bene infinito; e perchè questo è del tutto superiore alla capacità della natura, egli ebbe insieme, per raggiungerlo, una potenza soprannaturale che si chiama grazia.
69. Oltre la grazia, che altro aveva dato Dio all'uomo?
Oltre la grazia, Dio aveva dato all'uomo l'esenzione dal1e debo­lezze e miserie della vita e dalla necessità di morire, purché non avesse peccato, come purtroppo fece Adamo, il capo dell'umanità, gustando del frutto proibito.
70. Che peccato fu quello di Adamo?
II peccato di Adamo fu un peccato grave di superbia e di disubbidienza.
71. Quali danni cagionò il peccato di Adamo?
Il peccato di Adamo spogliò lui e tutti gli uomini della grazia e d'ogni altro dono soprannaturale, rendendoli soggetti al peccato, al demonio, alla morte, all'ignoranza, alle cattive inclinazioni e ad ogni altra miseria, ed escludendoli dal paradiso.
72. Come si chiama il peccato a cui Adamo assoggettò gli uomini con la sua colpa?
Il peccato a cui Adamo assoggettò gli uomini con la sua colpa, si chiama originale, perchè, commesso al principio dell'umanità, si trasmette con la natura agli uomini tutti nella loro origine.
73. In che consiste il peccato originale?
II peccato originale consiste nella privazione della .grazia ori­ginale, che secondo la disposizione di Dio dovremmo avere ma non abbiamo, perché il capo dell'umanità con la sua disubbidienza ne privò sè e noi tutti, suoi discendenti.
74. Come mai il peccato originale è « volontario », e quindi colpa per noi?
I1 peccato originale è volontario e quindi colpa per noi, solo perchè volontariamente lo commise Adamo quale capo dell'umanità; e perciò Dio non punisce, ma semplicemente non premia col paradiso chi abbia solo il peccato originale.
75. L'uomo, a causa del peccato originale, doveva rimaner escluso per sempre dal paradiso?
L'uomo, a causa del peccato originale, doveva rimaner escluso per sempre dal paradiso, se Dio, per salvarlo, non avesse promesso e mandato dal cielo il proprio Figliuolo, cioè Gesù Cristo.
Parte I
«CREDO » ossia PRINCIPALI VERITÀ
DELLA FEDE CRISTIANA

Capo IV
Incarnazione, Passione e Morte
del Figliolo di Dio

Credo... in Gesù Cristo, suo unico Figliuolo, Nostro Signore, il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morto e seppellito, discese all'inferno, il terzo giorno risuscitò da morte, salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente
76. In che modo il Figliuolo di Dio si è fatto uomo?
II Figliuolo di Dio si é fatto uomo, prendendo un corpo e un'anima, come abbiamo noi, nel seno purissimo di Maria Vergine, per opera dello Spirito Santo.
77. Il Figliuolo di Dio, facendosi uomo, cessò di esser Dio?
Il Figliuolo di Dio, facendosi uomo, non cessò. di esser Dio, ma, restando vero Dio, cominciò ad essere anche vero uomo.
78. In Gesù Cristo sono due nature?
In Gesù Cristo sono due nature: la natura divina e la natura umana.
79. In Gesù Cristo con le due nature sono anche due persone?
In Gesù Cristo con le due nature non sono due persone, ma una sola, quella divina del Figliuolo di Dio.
80. Gesù Cristo come fu conosciuto per Figliuolo di Dio?
Gesù Cristo fu conosciuto per Figliuolo di Dio, perchè tale lo proclamò Dio Padre nel Battesimo e nella Trasfigurazione, dicendo: « Questo è il mio Figliuolo diletto, nel quale mi sono compiaciuto"*; e perché tale si dichiarò Gesù stesso nella sua vita terrena.
*Matt., III, 17; LUC., IX, 35
81. Gesù Cristo è stato sempre?
Gesù Cristo come Dio è stato sempre; come uomo cominciò ad essere dal momento dell'Incarnazione.
82. Da chi nacque Gesù Cristo?
Gesù Cristo nacque da Maria sempre Vergine, la quale perciò si chiama ed è vera Madre di Dio.
83. San Giuseppe non fu padre di Gesù Cristo?
San Giuseppe non fu padre vero di Gesù Cristo, ma padre puta­tivo; cioè, come sposo di Maria e custode di Lui, fu creduto suo padre senza esser tale.
84. Dove nacque Gesù Cristo?
Gesù Cristo nacque a Betlemme, in una stalla, e fu posto in una mangiatoia.
85. Perchè Gesù Cristo volle esser povero?
Gesù Cristo volle esser povero, per insegnarci ad essere umili e a non riporre la felicità nelle ricchezze, negli onori e nei piaceri del mondo.
86. Che fece Gesù Cristo nella sua vita terrena?
Gesù Cristo, nella sua vita terrena, c'insegnò con l'esempio e con la parola a vivere secondo .Dio, e confermò coi miracoli la sua dottrina; finalmente, per cancellare il peccato, riconciliarci con Dio e riaprirci il paradiso, si sacrificò sulla Croce, « unico Mediatore tra Dio e gli uomini »
87. Che cos'è miracolo?
Miracolo è un fatto sensibile, superiore a tutte le forze e leggi della natura, e perciò tale che può venire solo da Dio, Padrone della natura.
88. Con quali miracoli specialmente, Gesù Cristo confermò la sua dottrina e dimostrò di esser vero Dio?
Gesù Cristo confermò la sua dottrina e dimostrò di esser vero Dio, specialmente col rendere in un attimo la. vista ai ciechi, l'udito ai sordi, la parola ai muti, la salute a ogni sorta d'infermi, la vita ai morti; con l'imperar da padrone ai demoni e alle forze della natura, e sopra tutto con la sua risurrezione dalla morte.
89. Gesù Cristo morì come Dio o come uomo?
Gesù Cristo morì come uomo, perchè come Dio non poteva nè patire nè morire.
90. Dopo la morte, che fu di Gesù Cristo?
Dopo la morte, Gesù Cristo discese con l'anima al Limbo, dalle anime dei giusti morti fino allora, per condurle seco in paradiso; poi risuscitò, ripigliando il suo corpo che era stato sepolto.
91. Quanto tempo restò sepolto il corpo di Gesù, Cristo?
Il corpo di Gesù Cristo restò sepolto tre giorni non interi, dalla sera del venerdì fino all'alba del giorno che ora si dice domenica di Pasqua.
92. Che fece Gesù Cristo dopo la sua risurrezione?
Gesù Cristo, dopo la sua risurrezione, rimase in terra quaranta giorni; poi salì al cielo, dove siede alla destra di Dio Padre onnipotente.
93. Perchè Gesù Cristo, dopo la sua risurrezione, rimase in terra quaranta giorni?
Gesù Cristo, dopo la sua risurrezione, rimase in terra quaranta giorni per mostrare che era veramente risuscitato, per confermare i di­scepoli nella fede in Lui e istruirli più profondamente nella sua dottrina.
94. Ora Gesù Cristo è solamente in cielo?
Ora Gesù Cristo non è solamente in cielo, ma come Dio è in ogni luogo, e come Dio e uomo è in cielo e nel santissimo Sacramento dell'altare.
CAPO V
Venuta di Gesù Cristo alla fine del mondo.
I due giudizi, particolare e universale .

... Di là ha da venire
a giudicare i vivi e i morti.
95. Gesù Cristo tornerà mai più visibilmente su questa terra?
Gesù Cristo tornerà visibilmente su questa terra alla fine del mondo per giudicare i vivi e i morti, ossia tutti gli uomini, buoni e cattivi.
96. Gesù Cristo per giudicarci aspetterà sino alla fine del mondo?
Gesù Cristo per giudicarci non aspetterà sino alla fine del mondo, ma giudicherà ciascuno subito dopo la morte.
97. Ci sono due giudizi?
Ci sono due giudizi: l'uno particolare, di ciascuna anima, su­bito dopo morte; l'altro universale, di tutti gli uomini, alla fine del mondo.
98. Di che cosa ci giudicherà Gesù Cristo?
Gesù Cristo ci giudicherà del bene e dei male operato in vita, anche dei pensieri e delle omissioni.
99. Dopo il giudizio particolare, che avviene dell'anima?
Dopo il giudizio particolare, l'anima, se è senza peccato e senza debito di pena, va in paradiso; se ha qualche peccato veniale o qualche debito di pena, va in purgatorio finchè abbia soddisfatto; se è in peccato mortale, qual ribelle inconvertibile a Dio va all'inferno.
100. I bambini morti senza Battesimo dove vanno?
I bambini morti senza Battesimo vanno al Limbo, dove non è premio soprannaturale nè pena; perchè, avendo il peccato originale, e quello solo, non meritano il paradiso, ma neppure l'inferno e il purgatorio.
101. Che cos'è il purgatorio?
Il purgatorio è il patimento temporaneo della privazione di Dio, e di altre pene che tolgono dall'anima ogni resto di peccato per renderla degna di veder Dio.
102. Possiamo noi soccorrere e anche liberare le animo. dalle pene del purgatorio?
Possiamo soccorrere e anche liberare le anime dalle pene del purgatorio con i suffragi, ossia con preghiere, indulgenze, elemosine e altre opere buone, e sopra tutto con la santa Messa.
103. È certo che esistono il paradiso e l'inferno?
E' certo che esistono il paradiso e l'inferno: lo ha rivelato Dio; spesse volte promettendo ai buoni l'eterna vita, e il suo stesso gaudio, e minacciando ai cattivi la perdizione e il fuoco eterno.
104. Quanto dureranno il paradiso e l'inferno?
Il paradiso e l'inferno dureranno eternamente.
CAPO VI
Chiesa Cattolica - Comunione dei Santi.
Credo... la santa Chiesa Cattolica, lo comunione dei santi.
105. Che cos'è la Chiesa?
La Chiesa è la società dei veri cristiani, cioè dei battezzati che professano la fede e dottrina di Gesù Cristo, partecipano a' suoi sacramenti e ubbidiscono ai Pastori stabiliti da Lui.
106. Da chi fu fondata 1a Chiesa?
La Chiesa fu fondata da Gesù Cristo, il quale raccolse i suoi fedeli in una società, la sottopose agli Apostoli con san Pietro per capo, e le diede il sacrificio, i sacramenti e lo Spirito Santo che la vivifica.
107. Qual è la Chiesa di Gesù Cristo?
Ia Chiesa di Gesù Cristo è la Chiesa Cattolica-Romana, perché essa sola è una, santa, cattolica e apostolica quale Egli la volle.
108. La Chiesa perché è una?
La Chiesa è una, perché tutti í suoi membri ebbero, hanno ed avranno sempre unica la fede, il sacrificio, i sacramenti e il capo visibile, il Romano Pontefice, successore di san Pietro, formando così tutti un solo corpo, il corpo mistico di Gesù Cristo.
109. La Chiesa perché è santa?
La Chiesa é santa perché sono santi Gesù Cristo suo capo invisibile, e lo Spirito che la vivifica; perché in lei sono santi la dottrina, il sacrificio e i sacramenti, e tutti son chiamati a santificarsi; e perché molti realmente furono santi, e sono e saranno.
110. La Chiesa perché è cattolica?
La Chiesa è cattolica cioè universale, perché è istituita e adatta per tutti gli uomini e sparsa su tutta la terra.
111. La Chiesa perché è apostolica?
La Chiesa è apostolica, perché è fondata sugli Apostoli e sulla loro predicazione, e governata dai loro successori, i Pastori legittimi, i quali senza interruzione e senza alterazione, seguitano a trasmetterne e la dottrina e il potere.
112. Chi sono i legittimi Pastori della Chiesa?
I legittimi Pastori della Chiesa sono il Papa o Sommo Pontefice e i Vescovi uniti con lui.
113. Chi è il Papa?
II Papa è il successore di san Pietro nella sede di Roma e nel primato, ossia nell'apostolato ed episcopato universale; quindi il capo visibile, Vicario di Gesù Cristo capo invisibile, di tutta la Chiesa, la quale perciò si dice Cattolica-Romana.
114. Il Papa e i Vescovi uniti con lui che cosa costituiscono?
Il Papa e i Vescovi uniti con lui costituiscono la Chiesa docente, chiamata così perchè ha da Gesù Cristo la missione d'insegnare le verità e le leggi divine a tutti gli uomini, i quali solo da lei ne ricevono la piena e sicura cognizione che è necessaria per vivere cristianamente.
115. La Chiesa docente può errare nell'insegnarci le verità rivelate da Dio?
La Chiesa docente non può errare nell'insegnarci le verità rivelate da Dio: essa è infallibile, perchè, come promise Gesù Cristo, "lo Spirito di verità" * l'assiste continuamente.
* Giov., XV, 26
.
116. Il Papa, da solo, può errare nell'insegnarci le verità rivelate da Dio?
Il Papa, da solo, non può errare nell'insegnarci le verità rivelate da Dio, ossia è infallibile come la Chiesa, quando da Pastore e Maestro di tutti i cristiani, definisce dottrine circa la fede e i costumi.
117. Può altra Chiesa, fuori della Cattolica-Romana, essere la Chiesa di Gesù Cristo, o almeno parte di essa?
Nessuna Chiesa, fuori della Cattolica-Romana, può essere la Chiesa di Gesù Cristo o parte di essa, perchè non può averne insieme con quella le singolari distintive qualità, una, santa, cattolica e apostolica; come difatti non le ha nessuna delle altre Chiese che si dicono cristiane.
118. Perchè Gesù Cristo istituì la Chiesa?
Gesù Cristo istituì la Chiesa, perchè gli uomini trovassero in essa la guida sicura e i mezzi di santità e di salute eterna.
119. Quali sono i mezzi di santità e di salute eterna che si trovano nella Chiesa?
I mezzi di santità e di salute eterna che si trovano nella Chiesa, sono la vera fede, il sacrificio e i sacramenti, e gli aiuti spirituali scambievoli, come la preghiera, il consiglio, l'esempio

120. I mezzi di santità e di salute eterna sono comuni a tutti gli uomini?
I mezzi di santità e di salute eterna sono comuni a tutti gli uomini che appartengono alla Chiesa, cioè ai fedeli, i quali negli scritti apostolici son detti santi; perciò l'unione e partecipazione loro a quei mezzi è comunione di santi in cose sante.
121. Perchè sono detti santi i fedeli che si trovano nella Chiesa?
I fedeli che si trovano nella Chiesa sono detti santi, perchè consacrati a Dio, giustificati o santificati dai sacramenti, e obbligati a vivere da santi.
122. Che significa " comunione dei santi " ?
Comunione dei santi significa che tutti i fedeli, formando un solo corpo in Gesù Cristo, profittano di tutto il bene che è e si fa nel corpo stesso, ossia nella Chiesa universale, purché non ne siano impediti dall'affetto al peccato.
123. I beati del Paradiso e le anime del purgatorio sono nella comunione dei santi?
I beati del paradiso e le anime del purgatorio sono anch'essi nella comunione dei santi, perché congiunti tra loro e con noi dalla carità, ricevono gli uni le nostre preghiere e le altre i nostri suffragi, e tutti ci ricambiano con la loro intercessione presso Dio.
124. Chi è fuori della comunione dei santi?
E' fuori della comunione dei santi chi é fuori della Chiesa, ossia i dannati, gl'infedeli, gli ebrei, gli eretici, gli apostati, gli scismatici e gli scomunicati.
125. Chi sono gl'infedeli?
Gl'infedeli sono i non battezzati che non credono in alcun modo nel Salvatore promesso, cioè nel Messia o Cristo, come gl'idolatri e i maomettani.
126. Chi sono gli ebrei?
Gli ebrei sono i non battezzati che professano la legge di Mosè e non credono che Gesù è il Messia o Cristo promesso.
127. Chi sono gli eretici?
Gli eretici sono i battezzati che si ostinano a non credere qualche verità rivelata dà Dio e insegnata dalla Chiesa, per esempio, i protestanti.
128. Chi sono gli apostati?
Gli apostati sono i battezzati che rinnegano, con atto esterno, la fede cattolica già professata.
129. Chi sono gli scismatici?
Gli scismatici sono i battezzati che ricusano ostinatamente di sottostare ai legittimi Pastori, e perciò sono separati dalla Chiesa, anche se non neghino alcuna verità di fede.
130. Chi sono gli scomunicati?
Gli scomunicati sono i battezzati esclusi per colpe gravissime dalla comunione della Chiesa, affinchè non pervertano gli altri e siano puniti e corretti con questo estremo rimedio.
131. E' grave danno esser fuori della Chiesa?
Esser fuori della Chiesa è danno gravissimo, perchè fuori non si hanno nè i mezzi stabiliti nè la guida sicura alla salute eterna, la quale per l'uomo è l'unica cosa veramente necessaria.
132. Chi è fuori della Chiesa si salva?
Chi è fuori della Chiesa per propria colpa e muore senza dolore perfetto, non si salva; ma chi ci si trovi senza propria colpa e viva bene, può salvarsi con l'amor di carità, che unisce a Dio, e, in spirito, anche alla Chiesa, cioè all'anima di lei.
CAPO VII
Remissione dei peccati - Peccato.
Credo... la remissione dei peccati.
133. Che significa « remissione dei peccati »?
Remissione dei peccati significa che Gesù Cristo ha dato agli Apostoli e ai loro successori la potestà di rimettere nella Chiesa ogni peccato.
134. Nella Chiesa come si rimettono i peccati?
Nella Chiesa i peccati si rimettono principalmente coi sacramenti del Battesimo e della Penitenza, istituiti da Gesù Cristo a questo fine.
135. Che cos'è il peccato?
Il peccato é un'offesa fatta a Dio disobbedendo alla sua legge.
136. Di quante specie è il peccato?
Il peccato è di due specie: originale e attuale.
137. Qual è il peccato originale?
Il peccato originale è il peccato che l'umanità commise in Adamo suo capo; e che da Adamo ogni uomo contrae per natural discendenza.
135. Tra 1 figli di Adamo tu preservato mai nessuno dal peccato originale?
Tra i figli di Adamo fu preservata dal peccato originale solo Maria Santissima, la quale, perchè eletta Madre di Dio, fu "piena di grazia" *, e quindi senza peccato fin dal primo istante; perciò la Chiesa ne celebra l'Immacolata Concezione.
* Luc 1, 28.
139. Come si cancella il peccato originale?
Il peccato originale si cancella col santo Battesimo.
140. Qual è il peccato attuale?
Il peccato attuale è quello che si commette volontariamente da chi ha l'usa di ragione.
141. In quanti modi si commette il peccato attuale?
II peccato attuale si commette in quattro modi, cioè in pensieri, in parole, in opere e in omissioni.
142. Di quante specie è il peccato attuale?
Il peccato attuale è di due specie: mortale e veniale.
143. Che cos'è il peccato mortale?
Il peccato mortale è una disubbidienza alla legge di Dio in cosa grave, fatta con piena avvertenza e deliberato consenso.
144. Perchè il peccato grave si chiama mortale?
II peccato grave si chiama mortale, perchè priva l'anima della grazia divina che è la sua vita, le toglie i meriti e la capacità di farsene de' nuovi, e la rende degna di pena o morte eterna nell'inferno.
145. Se il peccato mortale rende l'uomo incapace di meritare, è dunque inutile che il peccatore faccia opere buone?
Non è inutile che il peccatore faccia opere buone anzi deve farne, sia per non divenir peggiore omettendole e cadendo in nuovi peccati, sia per disporsi con esse in qualche modo, alla conversione e al riacquisto della grazia di Dio.
146. Come si riacquista la grazia di Dio, perduta per il peccato mortale?
La grazia di Dio, perduta per il peccato mortale, si riacquista con una buona confessione sacramentale o col dolore perfetto che libera dai peccati, sebbene resti l'obbligo di confessarli.
147. Insieme con la grazia, si riacquistano anche i meriti perduti per il peccato mortale?
Insieme con la grazia, per somma misericordia di Dio, si riacquistano anche i meriti perduti per il peccato mortale.
148. Che cos'è il peccato veniale ?
Il peccato veniale è una disubbidienza alla legge di Dio in cosa leggera, o anche in cosa di per sè grave, ma senza tutta l'avvertenza e il consenso.
149. Perché il peccato non grave si chiama veniale?
II peccato non grave si chiama veniale, cioè perdonabile, perchè non toglie la grazia, e può aversene il perdono col pentimento e con buone opere, anche senza la confessione sacramentale.
150. Il peccato veniale è dannoso all'anima?
Il peccato veniale è dannoso all'anima, perchè la raffredda nell'amore di Dio, la dispone al peccato mortale, e la rende degna di pene temporanee in questa vita e nell'altra.
151. I peccati sono tutti uguali?
I peccati non sono tutti uguali; e come alcuni peccati veniali sono meno leggeri di altri, così alcuni peccati mortali sono più gravi e funesti.
152. Tra i peccati mortali, quali sono più gravi e funesti?
Tra i peccati mortali sono più gravi e funesti i peccati contro lo Spirito Santo e quelli che gridano vedetta al cospetto di Dío *.
* Formola 24, 25.
153. Perchè i peccati contro lo Spirito Santo sono dei più gravi e funesti?
I peccati contro lo Spirito Santo sono dei più gravi e funesti, perchè con essi l'uomo si oppone ai doni spirituali della verità e della grazia, e perciò, anche potendolo, difficilmente si converte.
154. I peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio, perché sono dei più gravi e funesti?
I peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio, sono dei più gravi e funesti, perchè direttamente contrari al bene dell'umanità e odiosissimi, tanto che provocano, più degli altri, i castighi di Dio.
155. Che cosa particolarmente giova a tenerci lontani dal peccato?
A tenerci lontani dal peccato giova particolarmente il pensiero che Dio è da per tutto e vede il segreto dei cuori e la considerazione dei Novissimi *, ossia di quanto ci attende alla fine di questa vita e alla fine del mondo.
* Formola 26
Capo VIII
Resurrezione della carne - Vita eterna - Amen

Queste cose medita,
in queste sta fisso,
affinché sia manifesto a tutti
il tuo avanzamento
(1 Tim, IV,25)
156. Che cosa ci attende alla fine di questa vita?
Alla fine di questa vita ci attendono i dolori e lo sfacelo della morte e il giudizio particolare.
157. Che cosa ci attende alla fine del mondo?
Alla fine del mondo ci attende la risurrezione della carne e il giudizio universale.
158. Che significa « risurrezione della carne » ?
Risurrezione della carne significa che il nostro corpo, per virtù di Dio, si ricomporrà e si riunirà all'anima per partecipare, nella vita eterna, al premio o al castigo da essa meritato.
159. Che significa «vita eterna»?
Vita eterna significa che il premio, come la pena, durerà in eterno, e che la vista di Dio sarà la vera vita e felicità dell'anima, mentre la privazione di Lui sarà la massima infelicità e come una morte eterna.
160. Che signifîca la parola « Amen » ?
La parola Amen significa in verità, così é e così sia; e con essa confermiamo esser vero tutto quello che confessiamo nel Credo, e ci auguriamo la remissione dei peccati, la risurrezione alla gloria e la vita eterna in Dio.
PREGHIAMO
Da', o Signore, a' tuoi credenti la costanza e la sincerità della fede in te, al che fermi nel divino amore, non siano mai divelti per nessuna tentazione dalla integrità in essa (i). Te ne supplichiamo per il tuo Figliuolo Gesù Cristo, ecc.
(1) Postcom. 34 fra le Orazioni diverse del Messale

PARTE II
COMANDAMENTI DI DIO - PRECETTI DELLA CHIESA
VIRTU' ossia MORALE CRISTIANA
Capo I
Comandamenti di Dio

Se vuoi entrare alla vita, osserva i comandamenti
(Matt XIX, 17)
Se mi amate, osservate i miei comandamenti
(Giov. XIV, 15)
§ 1. Comandamenti di Dio in generale.
161. Che cosa sono i comandamenti di Dio?
I comandamenti di. Dio o Decalogo sono le leggi morali che Dio nel Vecchio Testamento diede a Mosé sul monte Sinai, e Gesù Cristo perfezionò nel Nuovo.
162. Che cosa c'impone il Decalogo?
Il Decalogo c'impone i più stretti doveri di natura verso Dio, noi stessi e il prossimo, come pure gli altri doveri che ne derivano, per esempio, quelli del proprio stato.
163. I nostri doveri verso Dio e verso il prossimo a che si riducono?
I nostri doveri verso Dio e verso il prossimo si riducono alla carità, cioè al "massimo e primo comandamento" dell'amor di Dio e a quello "simile" dell'amor del prossimo: "da questi due comandamenti, disse Gesù Cristo, dipende tutta la Legge e i Profeti "*
* Matt., XXII, 38‑40; Formola 14.
164. Perchè il comandamento dell'amor di Dio è il massimo comandamento?
Il comandamento dell'amor di Dio è il massimo comandamento, perché chi l'osserva amando Dio con tutta l'anima, osserva certamente tutti gli altri comandamenti.
165. I comandamenti di Dio si possono osservare?
I comandamenti di Dio si possono osservare tutti e sempre, anche nelle più forti tentazioni, con la grazia che Dio non nega mai a chi lo invoca di cuore.
166. Siamo obbligati a osservare i comandamenti di Dio?
Siamo obbligati a osservare i comandamenti di Dio, perchè sono imposti da Lui, nostro Padrone supremo, e dettati dalla natura e dalla sana ragione.
167. Chi trasgredisce i comandamenti di Dio, pecca gravemente?
Chi deliberatamente trasgredisce anche un solo comandamento di Dio in materia grave, pecca gravemente contro Dio, e perciò merita l'inferno.
168. Nei comandamenti che cosa si deve notare?
Nei comandamenti si deve notare ciò che è ordinato e ciò che è proibito
§ 2. Comandamenti dl Dio in particolare.
PRIMO COMANDAMENTO.
169. Che ci ordina il primo comandamento « Io sono il Signore Dio tuo: non avrai altro Dio fuori che me »?
Il primo comandamento Io sono il Signore Dio tuo: non avrai altro Dio fuori che me ci ordina di essere religiosi, cioè di credere in Dio e di amarlo, adorarlo e servirlo come l'unico vero Dio, Creatore e Signore di tutto.
170. Che ci proibisce il primo comandamento?
Il primo comandamento ci proibisce l'empietà, la superstizione, l'irreligiosità; inoltre l'apostasia, l'eresia, il dubbio volontario e l'ignoranza colpevole delle verità della Fede.
171. Che cos'è empietà?
Empietà è il rifiuto a Dio d'ogni culto.

172. Che cos'è superstizione?
Superstizione è il culto divino o di latria reso a chi non è Dio, o anche a Dio ma in modo non conveniente: perciò l'idolatria o il culto di false divinità e di creature; il ricorso al demonio, agli spiriti e ad ogni mezzo sospetto per ottener cose umanamente impossibili; l'uso di riti sconvenienti, vani o proibiti dalla Chiesa.
173. Che cos'è irreligiosità?
Irreligiosità è l'irriverenza a Dio e alle cose divine, come la tentazione di Dio, il sacrilegio o profanazione di persona o di cosa sacra, la simonía o compra e vendita di cose spirituali o connesse con le spirituali.
174. Se il culto delle creature è superstizione, come non è superstizione il culto cattolico degli Angeli e dei Santi?
Il culto cattolico degli Angeli e dei Santi non è superstizione, perchè non è culto divino o di adorazione dovuta a Dio solo: noi non li adoriamo come Dio, ma li veneriamo come amici di Dio e per i doni che hanno da Lui; quindi per onor di Dio stesso che negli Angeli e nei Santi opera meraviglie.
175. Chi sono i Santi?
I Santi sono coloro che, praticando eroicamente le virtù secondo gl'insegnamenti e gli esempi di Gesù Cristo, meritarono special gloria in cielo e anche in terra, dove, per autorità della Chiesa, sono pubblicamente onorati e invocati.
176. Perché veneriamo noi anche il corpo dei Santi?
Noi veneriamo anche il corpo dei Santi, perchè servì loro a esercitare virtù eroiche, fu certamente tempio dello Spirito Santo, e risorgerà glorioso alla vita eterna.
177. Perchè veneriamo anche le minime reliquie e le immagini dei Santi?
Veneriamo anche le minime reliquie e le immagini dei Santi per loro memoria e onore, riferendo a essi tutta la venerazione, affatto diversamente dagl'idolatri, che rendono alle immagini o idoli un culto divino.
178. Dio nel Vecchio Testamento non proibì severamente le immagini?
Dio nel Vecchio Testamento proibì severamente le immagini da adorare, anzi quasi tutte le immagini, come occasione prossima d'idolatria per gli Ebrei, i quali vivevano fra gli idolatri ed erano molto inclinati alla superstizione.
SECONDO COMANDAMENTO.
179. Che ci proibisce il secondo comandamento "non nominare il nome di Dio invano" ?
Il secondo comandamento Non nominare il nome di Dio invano ci proibisce di disonorare il nome di Dio: perciò di nominarlo senza rispetto; di bestemmiare Dio, la santissima Vergine, i Santi e le cose sante; di far giuramenti falsi, non necessari o in qualunque modo illeciti.
180. Che cos'è il giuramento?
Il giuramento è chiamar Dio in testimonio di ciò che si afferma o che si promette; perciò chi giura il male e chi spergiura, offende sommamente Dio che è la Santità e la Verità.
181. E' grande peccato la bestemmia?
La bestemmia é grande peccato, perchè ingiuria e scherno di Dio o de' suoi Santi, e spesso anche orribile eresia.
182. Che ci ordina il secondo comandamento?
Il secondo comandamento ci ordina di avere sempre riverenza per il nome santo dì Dio, e di adempiere i voti e le promesse giurate.
183. Che cos'è il voto?
Il voto è la promessa fatta a Dìo di qualche bene a Lui gradito, al quale ci obblighiamo per religione.
TERZO COMANDAMENTO.
184. Che ci ordina il terzo comandamento « ricordati di santificare le feste » ?
Il terzo comandamento Rricordati di santificare le feste ci ordina di onorare Dio nei giorni di festa con atti di culto esterno, dei quali per i cristiani l'essenziale è la santa Messa.
185. Perchè dobbiamo fare atti di culto esterno? Non basta adorar Dio, che è Spirito, internamente nel cuore?
Non basta adorar Dio internamente nel cuore, ma dobbiamo anche rendergli il culto esterno comandato, perchè siamo soggetti a Dio in tutto l'essere, anima e corpo, e dobbiamo dare buon esempio; e anche perchè altrimenti si perde lo spirito religioso.
186. Che ci proibisce il terzo comandamento?
Il terzo comandamento ci proibisce nei giorni di festa le opere servili.
187. Quali opere si dicono servili?
Si dicono opere servili i lavori manuali propri degli artigiani e degli operai.
188. Sono tutte proibite nei giorni di festa le opere servili?
Nei giorni di festa sono proibite tutte le opere servili non necessarie alla vita e al servizio di Dio, e non giustificate dalla pietà o da altro grave motivo.
189. Come conviene, occupare i giorni di festa?
Conviene occupare i giorni di festa a bene dell'anima, frequentando la predica e il catechismo, e compiendo qualche opera buona e anche a riposo del corpo, lontani da ogni vizio e dissipazione.
QUARTO COMANDAMENTO.
190. Che ci ordina il quarto comandamento « onora il padre e la madre » ?
Il quarto comandamento Onora il padre e la madre ci ordina di amare, rispettare e ubbidire i genitori e chiunque ha la potestà sopra di noi, cioè i nostri superiori in autorità.
191. Che ci proibisce il quarto comandamento?
Il quarto comandamento ci proibisce di offendere i genitori e i superiori in autorità e di disubbidirli.
192. Perchè dobbiamo ubbidire ai superiori in autorità?
Dobbiamo ubbidire ai superiori in autorità perché «non c'è potestà se non da Dio; ... pertanto chi resiste alla potestà resiste all'ordinamento di Dio » *
* ROM., XIII, 1, a.
QUINTO COMANDAMENTO.
193 Che ci proibisce il quinto comandamento « non ammazzare » ?
Il quinto comandamento Non ammazzare ci proibisce di recar danno alla vita sì naturale che spirituale del prossimo e nostra; perciò ci proibisce l'omicidio, il suicidio, il duello, i ferimenti, le percosse, le ingiurie, le imprecazioni e lo scandalo.
194. Perché è peccato il suicidio?
Il suicidio è peccato, come l'omicidio, perchéb Dio solo é padrone della nostra vita, come di quella del prossimo: inoltre è peccato di disperazione che, di più, toglie con la vita la possibilità di pentirsi e di salvarsi
195. La Chiesa ha stabilito pene contro il suicida?
La Chiesa ha stabilito la privazione della sepoltura ecclesiastica contro il suicida responsabile dell'atto compiuto.
196. Perchè è peccato il duello?
Il duello è peccato, perchè è sempre un attentato di omicidio, e, anche, quasi di suicidio, fatto per vendetta privata, in disprezzo della legge e della giustizia pubblica; inoltre perchè con esso stoltamente si rimette la decisione del diritto e del torto alla forza, alla destrezza e al caso.
197. La Chiesa ha stabilito pene contro i duellanti?
La Chiesa ha stabilito la scomunica contro i duellanti e contro chiunque volontariamente assiste al duello.
198. Che cos'è scandalo?
Scandalo è dare al prossimo, con qualunque atto cattivo, occasione di peccare.
199. Lo scandalo è peccato grave?
Lo scandalo è peccato gravissimo, e Dio domanderà conto del male che si fa commettere ad altri con perfidi eccitamenti e con cattivi esempi: « guai, all'uomo per colpa del quale viene lo scandalo" *.
*' MATT, XVIII, 7.
200. Che ci ordina il quinto comandamento?
I1 quinto comandamento ci ordina di voler bene a tutti, anche ai nemici, e di riparare il male corporale e spirituale fatto al prossimo.
SESTO COMANDAMENTO.
201 Che ci proibisce il sesto comandamento « non commettere atti impuri » ?
I1 sesto comandamento Non commettere atti impuri ci proibisce ogni impurità: perciò le azioni, le parole, gli sguardi, i libri, le immagini, gli spettacoli immorali.
202. Che ci ordina il sesto comandamento?
Il sesto comandamento ci ordina di essere « santi nel corpo », portando il massimo rispetto alla propria e all'altrui persona, come opere di Dio e templi dove Egli abita con la presenza e con la grazia.
SETTIMO COMANDAMENTO.

203. Che ci proibisce il settimo comandamento « non rubare » ?
Il settimo comandamento non rubare ci proibisce di danneggiare il prossimo nella roba: perciò proibisce i furti, i guasti, le usure, e frodi nei contratti e nei servizi, e il prestar mano a questi danni.
204. Che ci ordina il settimo comandamento?
Il settimo comandamento ci ordina di restituire la roba degli altri, di riparare i danni colpevolmente arrecati, di pagare i debiti e la giusta mercede agli operai.
205. Chi, potendo, non restituisce o non ripara, otterrà perdono?
Chi, potendo, non restituisce o non ripara, non otterrà perdono, anche se a parole si dichiari pentito.
OTTAVO COMANDAMENTO.
206. Che ci proibisce l'ottavo comandamento « non dir falsa testimonianza » ?
L'ottavo comandamento Non dir falsa testimonianza ci proibisce ogni falsità e il danno ingiusto dell'altrui fama: perciò, oltre la falsa testimonianza, la calunnia, la bugia, la detrazione o mormorazione, l'adulazione, il giudizio e il sospetto temerario.
207. Che ci ordina l'ottavo comandamento?
L'ottavo comandamento ci ordina di dire a tempo e luogo la verità, e d'interpretare in bene, possibilmente, le azioni del prossimo.

208. Chi ha danneggiato il prossimo nel buon nome accusandolo falsamente o sparlandone, a che cosa è obbligato?
Chi ha danneggiato il prossimo nel buon nome accusandolo falsamente,o sparlandone, deve riparare, per quanto può, il danno arrecato.
NONO COMANDAMENTO.
209. Che ci proibisce il nono comandamento « non desiderare la donna d'altri » ?
I1 nono. comandamento non desiderare la donna d'altri ci proibisce i pensieri e i desideri cattivi.
210. Che ci ordina il nono comandamento?
Il nono comandamento ci ordina la perfetta purezza dell'anima e il massimo rispetto, anche nell'intimo del cuore, per il santuario della famiglia.
DECIMO COMANDAMENTO
211 Che ci proibisce il decimo comandamento " non desiderare la roba d'altri"?
Il decimo comandamento Non desiderare la roba d'altri ci proibisce l'avidità sfrenata delle ricchezze, senza riguardo ai diritti é al bene del prossimo.
212 Che ci ordina il decimo comandamento?
Il decimo comandamento ci ordina di essere giusti e moderati nel desiderio di migliorare la propria condizione, e di soffrire con pazienza le strettezze e le altre miserie permesse dal Signore a nostro merito, poichè a al regno di Dio dobbiamo arrivare per via di molte tribolazioni"*
* Atti, XIV, 21.
Capo II
Precetti generali della Chiesa

Queste cose medita, in queste sta fisso, affinché sia manifesto a tutti il tuo avanzamento (1 Tim, IV,25)

213. Che cosa sono i precetti generali della Chiesa?
I precetti generali della Chiesa sono leggi con le quali essa, applicando i comandamenti di Dio, prescrive ai fedeli alcuni atti di religione e determinate astinenze.
214. Come ha la Chiesa autorità di far leggi e precetti?
La Chiesa ha autorità di far leggi e precetti, perché l'ha ricevuta nella persona degli Apostoli da Gesù Cristo, l'Uomo-Dio; e perciò chi disubbidisce alla Chiesa, disubbidisce a Dio medesimo.
215. Nella Chiesa chi può far leggi e precetti?
Nella Chiesa possono far leggi e precetti il Papa e i Vescovi come successori degli Apostoli, ai quali Gesù Cristo disse: « Chi ascolta voi, ascolta me; e chi disprezza voi, disprezza me"*
* Luc., X, 16.
PRIMO PRECETTO
216. Che ci ordina il primo precetto « udir la Messa la domenica e le altre feste comandate » ?
Il primo precetto udir la Messa la domenica e le altre feste comandate ci ordina di assistere devotamente in tali giorni alla santa Messa.
217. Chi non ascolta la Messa nei giorni di precetto, fa peccato grave?
Chi, senza vero impedimento, non ascolta la Messa nei giorni di precetto, e chi non dà modo a' suoi dipendenti di ascoltarla, fa peccato grave e non adempie il comandamento divino di santificare le feste.
SECONDO PRECETTO.
218. Che ci proibisce il secondo precetto con le parole « non mangiar carne nel venerdì e negli altri giorni proibiti » ?
Il secondo precetto con le parole non mangiar carne nel venerdì e negli altri giorni proibiti ci proibisce di mangiar carne nel venerdì (giorno della Passione e Morte di Gesù, Cristo) e in alcuni giorni digiuno *.
* VediAppend. II in fine.
219. Che cosa ordina il secondo precetto con le parole « digiunare nei giorni prescritti » ?
Il secondo precetto con le parole digiunare nei giorni prescritti ordina di osservare il digiuno ecclesiastico nella Quaresima, in alcuni giorni dell'Avvento, nelle quattro Tempora e in alcune vigilie.
220. A che obbliga il digiuno ecclesiastico?
Il digiuno ecclesiastico obbliga all'astinenza da determinati cibi, e da altri pasti oltre il pranzo: è consentita però una seconda refezione leggera.
221. Chi è obbligato al digiuno ecclesiastico?
Al digiuno ecclesiastico è obbligato ogni fedele dai ventun anni compiuti ai sessanta, se non ne sia scusato per infermità, per lavori gravosi o per altra giusta ragione.
222. Perchè la Chiesa c'impone astinenze e digiuni?
La Chiesa c'impone in conformità dell'esempio e della dottrina di Gesù Cristo, astinenze e digiuni, per penitenza dei peccati, per mortificazione della gola e delle passioni, e per altre necessità particolari.
TERZO PRECETTO
223. Che ci ordina. il terzo precetto « confessarsi almeno una volta l'anno e comunicarsi almeno a Pasqua»?
Il terzo precetto confessarsi almeno una volta l'anno e comunicarsi almeno a Pasqua ci ordina di accostarci alla Penitenza almeno una volta l'anno, e all'Eucaristia almeno nel tempo di Pasqua.
224. Perché la Chiesa, imponendo di confessarci e comunicarci una volta l'anno, aggiunge la parola « almeno » ?
La Chiesa, imponendo di confessarci e comunicarci una volta l'anno, aggiunge la parola almeno per ricordarci l'utilità, anzi il bisogno di ricevere spesso, come è, suo desiderio, questi sacramenti.
QUARTO PRECETTO.
225. Che ci ordina il quarto precetto «sovvenire alle necessità della Chiesa, contribuendo secondo le leggi o le usanze» ?
Il quarto precetto sovvenire alle necessità della Chiesa, contribuendo secondo le leggi o le usanze ci ordina di fare le offerte stabilite dall'autorità o dall' uso, per il conveniente esercizio del culto e per l'onesto sostentamento dei ministri di Dio.
QUINTO PRECETTO.
226. Che proibisce il quinto precetto « non celebrar solennemente le nozze nei tempi proibiti » ?
Il quinto precetto non celebrar solennemente le nozze nei tempi proibiti proibisce la Messa con la benedizione speciale degli sposi, dalla prima domenica di Avvento al S. Natale e dal mercoledì delle Ceneri alla Domenica di Pasqua.
Capo III
Virtù

§ 1. Virtù in generale - Virtù teologali .
227. Che cos'è la virtù?
La virtù è una costante disposizione dell'anima a fare il bene.
228. Quante specie di virtù ci sono?
Ci sono due specie di virtù: le virtù naturali che acquistiamo ripetendo atti buoni, come quelle che si dicono morali; e le virtù soprannaturali che non possiamo acquistare e nemmeno esercitare con le sole nostre forze, ma ci vengon date da Dio, e sono le virtù proprie del cristiano.
229. Quali sono le virtù proprie del cristiano?
Le virtù proprie del cristiano sono le virtù soprannaturali e specialmente la fede, la speranza e la carità, che si chiamano teologali o divine, perché hanno Dio stesso per oggetto e per motivo.
230. Come riceviamo ed esercitiamo noi le virtù soprannaturali?
Noi riceviamo le virtù soprannaturali .insieme con 1a grazia santificante, per mezzo dei sacramenti o per l'amore di carità, e le esercitiamo con le grazie attuali dei buoni pensieri e delle ispirazioni con cui Dio ci muove e ci aiuta in ogni atto buono.
231. Tra le virtù soprannaturali qual è la più, eccellente?
Tra le virtù soprannaturali la più eccellente é la carità, perché é inseparabile dalla grazia santificante, ci unisce intimamente a Dio e al prossimo, ci muove alla perfetta osservanza della Legge e a ogni opera buona, e non cesserà mai: in essa sta la perfezione cristiana.
FEDE.
232. Che cos'è 1a fede?
La fede é quella virtù soprannaturale per cui crediamo, sull'autorità di Dio, ciò che Egli ha rivelato e ci propone a credere per mezzo della Chiesa.
233. Ciò che Dio ha rivelato e ci propose a credere per mezzo della Chiesa, dove si conserva?
Ciò che Dio ha rivelato e ci propone a credere per mezzo della Chiesa, si conserva nella Sacra Scrittura e nella Tradizione.
234. Che cos'è la Sacra Scrittura?
La Sacra Scrittura è la raccolta dei libri scritti per ispirazione di Dio nel Vecchio e nel Nuovo Testamento, e ricevuti dalla Chiesa come opera di Dio stesso.
235. Che cos'è la Tradizione?
La Tradizione è l'insegnamento di Gesù Cristo e degli Apostoli, fatto a viva voce, e dalla Chiesa trasmesso fino a noi senza alterazione.
236. Chi può con autorità farci conoscere interamente e nel vero senso le verità contenute nella Scrittura e nella Tradizione?
La Chiesa sola può con autorità farci conoscere interamente e nel vero senso le verità contenute nella Scrittura e nella Tradizione, perché a lei sola Dio affidò il deposito della Fede e mandò lo Spirito Santo che continuamente l'assiste, affinché non erri.
237. Basta credere in generale le verità rivelate da Dio?
Non basta credere in generale le verità rivelate da Dio ma alcune, cioè l'esistenza di Dio rimuneratore e i due misteri principali, si debbono credere anche con espresso atto di fede.
SPERANZA.
238. Che cos'è la speranza?
La speranza e quella virtù soprannaturale per cui confidiamo in Dio e da Lui aspettiamo la vita eterna e le grazie necessarie per meritarla quaggiù con le buone opere.
239. Per qual motivo speriamo da Dio la vita eterna e le grazie necessarie per meritarla?
Speriamo da Dio la vita eterna e le grazie necessarie per meritarla, perché Egli, infinitamente buono e fedele, ce le ha promesse per i meriti di Gesù Cristo; perciò chi diffida o dispera, l'offende sommamente.
CARITA.
240. Che cos'è la carità?
La carità é quella virtù soprannaturale per cui amiamo Dio per se stesso sopra ogni cosa, e il prossimo come noi medesimi per amor di Dio.
241. Perchè dobbiamo amare Dio?
Dobbiamo amare Dio per se stesso, come il sommo Bene, fonte d'ogni nostro bene; e perciò dobbiamo anche amarlo sopra ogni cosa « con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente e con tutte le forze » *.
*Marco, XII, 30.
242. Perchè dobbiamo amare il prossimo?
Dobbiamo amare il prossimo per amor di Dio che ce lo comanda, e perchè ogni uomo ò creato ad immagine di Dio, come noi, ed è nostro fratello.
243. Siamo obbligati ad amare anche i nemici?
Siamo obbligati ad amare anche i nemici, perdonando le offese, perché sono anch'essi nostro prossimo, e perchè Gesù Cristo ce ne ha fatto espresso comando.
2 - Esercizio degli atti di fede, di speranza e di carità.
Consigli evangelici
244. Quando dobbiamo fare atti di fede, di speranza e di carità?
Dobbiamo fare atti di fede, di speranza e di carità molte volte nella vita, e, in particolare, quando abbiamo tentazioni da vincere o importanti doveri.cristiani da compiere, e nei pericoli di morte.
245. E' bene fare spesso atti di fede, di speranza e di carità?
E' bene fare spesso atti di fede, di speranza e di carità, per conservare, accrescere e rafforzare virtù tanto necessarie, che sono come le parti vitali dell' «uomo spirituale».
246. Come dobbiamo fare atti di fede, di speranza e di carità?
Dobbiamo fare atti di fede, di speranza e di carità col cuore, con la bocca e con l'opera, dandone prova nella nostra condotta.
247. Come si dà prova della fede?
Si dà prova della fede confessandola e difendendola, quando occorra, senza timore e senza rispetto umano, e vivendo secondo le sue massime: « la fede senza le opere é morta»*
* Giac II 26
248. Come si dà prova della speranza?
Si dà prova della speranza non turbandosi per le miserie e contrarietà della vita, e nemmeno per le persecuzioni; ma vivendo rassegnati, sicuri delle promesse di Dio
249. Come si dà prova della carità?
Si dà prova della carità osservando i comandamenti ed esercitando le opere di misericordia *, e se Dio chiama, seguendo i consigli evangelici.
* Formole 21,22
250. Che cosa sono i consigli evangelici?
I consigli evangelici sono esortazioni che Gesù Cristo fece nel Vangelo ad una vita più perfetta, mediante la pratica di virtù non comandate.
251. Quali sono i principali consigli evangelici?
I principali consigli evangelici sono: la povertà volontaria, la castità perpetua e l'ubbidienza perfetta.
§ 3. Virtù morale e vizio - Beatitudini evangeliche
252 Che cos'è la virtù morale?
La virtù morale é l'abito di fare il bene; acquistato ripetendo atti buoni
253. Quali sono le principali virtù morali?
Le principali virtù morali sono: La religione che ci fa rendere a Dio il culto dovuto, e.le quattro virtù cardinali, prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, che ci fanno onesti nel vivere.
254. Perchè le virtù cardinali son così chiamate?
Le virtù cardinali son così chiamate, perchè sono il cardine, cioè il sostegno delle altre virtù morali.
255. Che cos'è la prudenza?
La Prudenza è la virtù che dirige gli atti al debito fine, e fa discernere e usare i mezzi buoni.
256. Che cos'è la giustizia?
La giustizia e 1a virtù che fa dare a ciascuno ciò che gli é dovuto.
257. Che cos'è la fortezza?
La fortezza é la virtù che fa affrontare senza temerità e senza timidezza qualunque difficoltà o pericolo, e anche la morte, per il servizio di Dio e per il bene del prossimo.
258. Che cos'è la temperanza?
La temperanza é la virtù che frena le passioni e i desideri, specialmente sensuali, e modera l'uso dei beni sensibili.
259. Che cosa sono le passioni?
Le passioni sono commozioni o moti violenti dell'anima che, se non sono moderati dalla ragione, trascinano al vizio, e, spesso, anche al delitto.
260. Che cos'è il vizio?
Il vizio è l'abitudine di fare il male, acquistata ripetendo atti cattivi.
261. Quali sono i vizi principali?
I vizi principali sono i sette vizi capitali,* chiamati così perché sono capo e origine degli altri vizi e peccati.
*Formola 23
262 Quali sono le virtù opposte ai vizi capitali?
Le virtù opposte ai vizi capitali sono: l'umiltà, la liberalità, la castità, la pazienza, la sobrietà, la fraternità e la diligenza nel servizio di Dio.
363. Gesù Cristo ha raccomandata in particolare qualche virtù morale?
Gesù Cristo ha raccomandato in particolare alcune virtù.morali, chiamando, nelle otto Beatitudini evangeliche, beato chi le esercirà.
364. Dite le Beatitudini evangeliche.
Beati i poveri in spirito, perchè di questi è il regno de', cieli
Beati i mansueti, perché questi erediteranno la terra.
Beati quelli che piangono, perchè saranno consolati.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perchè saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perchè troveranno misericordia.
Beati i mondi di cuore, perchè vedranno Dio.
Beati i pacifici, perchè saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per amor della giustizia, perché di questi è il regno de' cieli*.
* Matt V, 3-10
265. Perchè Gesù Cristo, nelle Beatitudini evangeliche, disse beate, contrariamente all'opinione del mondo, le persone umili e tribolate?
Gesù Cristo, nelle Beatitudini evangeliche, disse beate,.contrariamen.te all'opinione del mondo, le persone umili e tribolate, perchè avranno premio speciale da Dio; e c'insegnò cosa ad imitarle, senza curare le fallaci massime del mondo.
266. Possono essere veramente felici quelli che seguono le massime del mondo?
Quelli che seguono le massime del mondo non possono essere veramente felici, perchè non cercano Dio, loro Signore e loro vera felicità; e così non hanno la pace della coscienza, e camminano verso la perdizione.
PREGHIAMO
Dio onnipotente ed eterno, accresci in noi la fede, la speranza e la carità, e perchè possiamo meritare quello che ci promettesti, fa' che amiamo quanto comandi (1). Fa', o Dio onnipotente, che noi sempre pensiamo cose ragionevoli, e nel parlare e nell'operare eseguiamo quelle che a te piacciono (2). Te ne supplichiamo per il tuo Figliuolo Gesù Cristo, ecc.
(1) Orazione della Domenica XIII dopo la Pentecoste.
(2) Orazione della Domenica VI dopo l'Epifania.

PARTE III
MEZZI DELLA GRAZIA
Sezione I - Sacramenti o mezzi produttivi

Capo I
Sacramenti in generale

267. Che cosa sono i sacramenti?
I sacramenti sono segni efficaci della grazia, istituiti da Gesù Cristo per santificarci.
268. Perché i sacramenti sono segni efficaci della grazia?
I sacramenti sono segni della grazia, perché con la parte sensibile che hanno, significano o indicano quella grazia invisibile che conferiscono; e ne sono segni efficaci, perchè significando la grazia realmente la conferiscono.
269. Quale grazia conferiscono i sacramenti?
I sacramenti conferiscono 1a grazia santificante e la grazia sacramentale.
270. Che cos'è la grazia santificante?
La grazia santificante è quel dono soprannaturale, inerente all'anima nostra e perciò abituale, che ci rende santi, cioè giusti, amici e figli adottivi Dio, fratelli di Gesù Cristo ed eredi del paradiso.
271. Che cos'è la grazia sacramentale?
La grazia sacramentale é il diritto alle grazie speciali necessarie per conseguire il fine proprio di ciascun sacramento.
272. Chi ha dato ai sacramenti la virtù di conferire la grazia?
Gesù Cristo, l'Uomo-Dio, ha dato ai sacramenti la virtù di conferire la grazia, che Egli stesso ci ha meritato con la sua Passione e Morte.
273. Come ci santificano i sacramenti?
I sacramenti ci santificano, o col darci. la prima grazia santificante che cancella il peccato, o coll'accrescerci quella grazia che già possediamo.
274. Quali sacramenti ci danno la prima grazia?
Ci danno la prima grazia il Battesimo e la Penitenza, che si chiamano sacramenti dei morti, perché donano la vita della grazia alle anime morte per il peccato.
275. Quali sacramenti ci accrescono la grazia?
Ci accrescono la grazia la Cresima, l'Eucaristia, l'Estrema Unzione, l'Ordine e il Matrimonio, che si chiamano sacramenti dei vivi, perchè chi li riceve, deve già vivere spiritualmente per la grazia di Dio.
276. Chi riceve un sacramento dei vivi sapendo di non essere in grazia di Dio, commette peccato?
Chi riceve un sacramento dei vivi sapendo di non essere in grazia di Dio, commette peccato gravissimo di sacrilegio, perché riceve indegnamente una cosa sacra.
277. Che dobbiamo fare per conservar la grazia dei sacramenti?
Per conservare la grazia dei sacramenti dobbiamo corrispondere con l'azione propria, operando il bene e fuggendo il male.
278. Quali sono i sacramenti più necessari per salvarsi?
I sacramenti più necessari per salvanti sono i sacramenti dei morti, cioè il Battesimo e la Penitenza, perchè danno la prima grazia o la vita spirituale.
279. Il Battesimo e la Penitenza sono ugualmente necessari?
Il Battesimo e la Penitenza non sono egualmente necessari, perchè il Battesimo è necessario a tutti, nascendo tutti col peccato originale; la Penitenza, invece, è necessaria a quelli che, dopo il Battesimo, han perduto la grazia peccando mortalmente.
280. Se il Battesimo necessario a tutti, può salvarsi nessuno senza Battesimo?
Senza Battesimo nessuno può salvarsi, quando però non si possa ricevere il Battesimo di acqua, basta il Battesimo di sangue, cioè il martirio sofferto per Gesù Cristo, oppure il Battesimo di desiderio che é l'amor di carità, desideroso dei mezzi di salute istituiti da Dio.
281. Quante volte si possono ricevere i sacramenti?
I sacramenti si possono ricevere alcuni più volte, altri una volta sola.
282. Quali sacramenti si ricevono una volta sola?
Si ricevono una volta sola il Battesimo, la Cresima e l'Ordine.
283. Perchè il Battesimo, la Cresima e l'Ordine si ricevono una volta sola?
Il Battesimo, la Cresima e l'Ordine si ricevono una volta sola, perchè imprimono nell'anima un carattere permanente, operando una consacrazione perpetua dell'uomo a Gesù Cristo, la quale lo distingue da chi non l'abbia.
284. Che cos'è il carattere?
Il carattere è un segno distintivo spirituale che non si cancella mai.
285. Qual carattere imprimono nell'anima il Battesimo, la Cresima e l'Ordine?
Il Battesimo imprime nell'anima il carattere di cristiano; la Cresima quello di soldato di Gesù Cristo; l'Ordine quello di suo ministro.
286. Quante cose si richiedono per fare un sacramento?
Per fare un sacramento si richiedono tre cose: la materia, la forma e il ministro, il quale abbia l'intenzione di fare ciò che fa la Chiesa
287. Che cos'è la materia del sacramento?
Materia del sacramento è l'elemento sensibile che si richiede per farlo, come l'acqua nel Battesimo.
288. Che cos'è la forma del sacramento?
Forma del sacramento sono le parole che il ministro deve proferire nell'atto stesso di applicare la materia.
289. Chi è il ministro del sacramento?
Ministro del sacramento è la persona capace che lo fa o conferisce, in nurse e per autorità di Gesù Cristo.

Capo II
Battesimo
290. Che cos'è il Battesimo?
Il Battesimo è íl sacramento che ci fa cristiani cioè seguaci di Gesù Cristo, figli di Dio e membri della Chiesa.
291. Qual è la materia del Battesimo?
Materia del Battesimo è l'acqua naturale.
292. Qual è la forma del Battesimo?
Forma del Battesimo sono le parole Io ti battezzo nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo.
293. Chi è ministro del Battesimo?
Ministro del Battesimo è, d'ordinario, il sacerdote, ma, in caso di necessità, può essere chiunque, anche un eretico o infedele, purchè abbia l'intenzione dì fare ciò che fa la Chiesa.
294. Come si dà il Battesimo?
Il Battesimo si dà versando l'acqua sul capo del battezzando e dicendo nello stesso tempo le parole della forma.
295. Quali effetti produce il Battesimo?
Il Battesimo conferisce la prima grazia santificante e le virtù soprannaturali, togliendo il peccato originale e gli attuali, se vi sono, con ogni debito di pena per essi dovuta; imprima il carattere di cristiano e rende capace di ricevere gli altri sacramenti.
296. Il Battesimo trasforma l'uomo?
Il Battesimo trasforma l'uomo nello spirito e lo fa come rinascere rendendolo un uomo nuovo; perciò allora gli si dà un nome conveniente, quello di un Santo che gli sia esempio e protettore nella vita di cristiano.
297. Chi riceve il Battesimo a che cosa si obbliga?
Chi riceve il Battesimo, diventando cristiano, si obbliga a professar la Fede e ad osservar la Legge di Gesù Cristo; e perciò rinunzia a quanto vi si oppone.
298. A che si rinunzia nel ricevere il Battesimo?
Nel ricevere il Battesimo si rinunzia al demonio, alle sue opere e alle sue pompe.
299. Che s'intende per opere e pompe del demonio?
Per opere e pompe del demonio s'intendono i peccati, le vanità del mondo e le sue massime perverse, contrarie al Vangelo.
300. I bambini nel Battesimo come rinunziano al demonio?
I bambini nel Battesimo rinunziano al demonio per mezzo dei padrini.
301. Chi sono i padrini nel Battesimo?
I padrini nel Battesimo son quelli che presentano alla Chiesa il battezzando, rispondono in suo nome se è bambino, assumendosi, quali padri spirituali, la cura della sua educazione cristiana, se vi mancassero i genitori, e perciò debbono essere buoni cristiani.
302. Siamo noi obbligati a mantener le promesse e le rinunzie fatte dai padrini a nome nostro nel Battesimo?
Siamo obbligati a mantener le promesse e le rinunzie fatte dai padrini a nome nostro nel Battesimo, perchè esse c'impongono solo quello che Dio impone a tutti, e che dovremmo noi stessi promettere per salvarci.
303. I genitori o chi ne tiene il luogo, quando debbono mandare il bambino al Battesimo?
I genitori o chi ne tiene il luogo, debbono mandare il bambino al Battesimo non più tardi di otto o dieci giorni; anzi conviene assicurargli subito la grazia e la felicità eterna, potendo egli molto facilmente morire

PARTE III
MEZZI DELLA GRAZIA
Sezione I - Sacramenti o mezzi produttivi
Capo III
Cresima o Confermazione
304. Che cos'è la Cresima o Confermazione?
La Cresima o Confermazione è il sacramento che ci fa perfetti cristiani e soldati di Gesù Cristo, e ce ne imprime il carattere.
305. Qual è la materia della Cresima?
Materia della Cresima è il sacro crisma, cioè olio misto con balsamo, consacrato dal Vescovo il giovedì santo.
306. Qual è la forma della Cresima?
Forma della Cresima sono le parole Ti segno col segno della Croce, e ti confermo col crisma della salute, nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo.
307. Chi è ministro della Cresima?
Ministro della Cresima è il Vescovo, e, straordinariamente, il sacerdote che ne abbia facoltà dal Papa.
308. Il Vescovo come amministra la Cresima?
Il Vescovo, stese le mani sopra i cresimandi, invoca lo Spirito Santo, poi col sacro crisma unge in forma di croce la fronte di ciascuno, pronunziando le parole della forma, quindi gli dà un leggero schiaffo dicendo: La pace sia con te; e alla fine benedice solennemente tutti i cresimati.
309. In che modo la Cresima ci fa perfetti cristiani e soldati di Gesù Cristo?
La Cresima ci fa perfetti cristiani e soldati di Gesù Cristo dandoci l'abbondanza dello Spirito Santo, cioè della sua grazia e de' suoi doni, i quali ci confermano o rafforzano nella fede e nelle altre virtù contro i nemici spirituali.
310. A qual età è bene ricevere la Cresima?
E' bene ricevere la Cresima all'età di sette anni circa, perchè allora sogliono cominciare le tentazioni, e si può abbastanza conoscere la santità e la grazia di questo sacramento.
311. Chi ricevé la Cresima, quali disposizioni deve avere?
Chi riceve la Cresima deve essere in grazia di Dio, e, se ha l'uso di ragione, deve conoscere i misteri principali della Fede, e accostarsi al sacramento con devozione, profondamente compreso di ciò che il rito significa.
312. Che significa il sacro crisma?
Il sacro crisma, con l'olio che si espande e dà forza, significa la grazia abbondante della Confermazione; e col balsamo che è odoroso e preserva dalla corruzione, significa il buon odore delle virtù che il cresimato dovrà possedere, fuggendo la corruzione dei vizi.
313. Che significa l'unzione che si fa sulla fronte in forma di croce?
L'unzione che si fa sulla fronte in forma di croce, significa che, il cresimato, da forte soldato di Gesù Cristo, dovrà portar alta la fronte senza arrossire della Croce e senza aver paura dei nemici della Fede.
314. Che significa il leggero schiaffo che il Vescovo dà al cresimato?
Il leggero schiaffo che il Vescovo dà al cresimato, significa che questi deve essere disposto a soffrire per la Fede ogni affronto e ogni pena.
315. Nella Cresima ci sono i padrini?
Nella Cresima ci sono per gli uomini .i padrini, e per le donne le madrine, che debbono essere buoni cristiani per edificare e assistere spiritualmente i cresimati.

Capo IV
Eucaristia

§ 1. Sacramento, istituzione, fine.
316. Che cos'è l'Eucaristia?
L'Eucaristia è il sacramento che, sotto le apparenze del pane e del vino, contiene realmente Corpo, Sangue, Anima e Divinità del Nostro Signor Gesù Cristo per nutrimento delle anime.
317. Qual è la materia dell'Eucaristia?
Materia dell'Eucaristia è il pane di frumento e il vino di uva.
318. Qual è la forma dell'Eucaristia?
Forma dell'Eucaristia sono le parole di Gesù Cristo Questo é il Corpo mio; questo é il Calice del Sangue mio... sparso per voi e per molti a remissione dei peccati *.
*Orazioni, II, Canone.
319. Chi è ministrò dell'Eucaristia?
Ministro dell'Eucaristia è il sacerdote il quale, pronunziando nella Messa le parole di Gesù Cristo, cambia il pane nel Corpo e il vino nel Sangue di Lui.
320. Gesù Cristo quando istituì l'Eucaristia?
Gesù Cristo istituì l'Eucaristia nell'ultima Cena, prima della sua Passione, quando consacrò il pane e il vino, e li distribuì agli Apostoli come Corpo e Sangue suo, comandando che poi facessero altrettanto in sua memoria.
321. Perchè Gesù Cristo istituì l'Eucaristia?
Gesù Cristo istituì l'Eucaristia, perchè fosse nella Messa il sacrificio permanente del Nuovo Testamento e nella comunione il cibo delle anime, a perpetuo ricordo del suo amore e della sua Passione e Morte.
2. Presenza reale di Gesù Cristo nell'Eucaristia.
322. Nell'Eucaristia c'è lo stesso Gesù Cristo che è in cielo, e che nacque in terra da Maria Vergine?
Nell'Eucaristia c'è lo stesso Gesù Cristo che è in cielo, e che nacque in terra da Maria Vergine.
323. Perchè credete voi che Gesù Cristo è veramente nell'Eucaristia?
Credo che Gesù Cristo è veramente nell'Eucaristia, perchè Egli stesso disse Corpo e Sangue suo il pane e il vino consacrato, e perché così c'insegna la Chiesa; ma è un mistero, e grande mistero,
324. Che cos'è l'ostia prima della consacrazione?
L'ostia prima della consacrazione è pane.
325. Dopo la consacrazione che cos'è l'ostia?
Dopo la consacrazione l'ostia è il vero Corpo del Nostro Signor Gesù Cristo sotto le apparenze del pane.
326. Nel calice prima della consacrazione che cosa si contiene?
Nel calice prima della consacrazione si contiene vino con alcune gocce d'acqua.
327. Dopo la consacrazione che c'è nel calice?
Nel calice dopo la consacrazione c'è il vero Sangue del Nostro Signor Gesù Cristo sotto le apparenze del vino.
328. Quando diventano Corpo e Sangue di Gesù il pane e il vino?
Il pane e il vino diventano Corpo e Sangue di Gesù al momento della consacrazione.
329. Dopo la consacrazione non c'è più niente del pane e del vino?
Dopo la consacrazione non c'è più nè pane nè vino, ma ne restano solamente le specie o apparenze, senza la sostanza.
330. Che cosa sono le specie o apparenze?
Le specie o apparenze sono tutto ciò che cade sotto i sensi, come la figura, i1 colore, l'odore, il sapore del pane e del vino.
331. Sotto le apparenze del pane c'è solo il Corpo di Gesù Cristo, o sotto quelle del vino c'è solo il suo Sangue?
No, sotto le apparenze del pane c'è tutto Gesù Cristo, in Corpo, Sangue, Anima e Divinità; e così sotto quelle del vino.
332. Quando si rompe l'ostia in più parti, si rompe il Corpo di Gesù Cristo?
Quando si rompe l'ostia in più parti, non si rompe il Corpo di Gesù Cristo, ma solamente le specie del pane; e il Corpo del Signore rimane intero in ciascuna parte.
333. Gesù Cristo si trova in tutte le ostie consacrate del mondo?
Si, Gesù Cristo si trova in tutte le ostie consacrate del mondo.
334. Perchè si conserva nelle chiese la santissima Eucaristia?
La santissima Eucaristia si conserva nelle chiese, perchè i fedeli l'adorino, perchè la ricevano nella comunione, e perchè sentano in essa la perpetua assistenza e presenza di Gesù Cristo nella Chiesa.
§ 3. Santa comunione, disposizioni, obbligo, effetti.
335. Quante cose sono necessarie per fare una buona comunione?
Per fare una buona comunione sono necessarie tre cose: 1° essere in grazia di Dio; 2° sapere e pensare chi si va a ricevere; 3° essere digiuno dalla mezzanotte.
336. Che significa « essere in grazia di Dio » ?
Essere in grazia di Dio significa avere la coscienza monda da ogni peccato mortale.
337. Chi si comunica sapendo d'essere in peccato mortale, riceve Gesù Cristo?
Chi si comunica sapendo d'essere in peccato mortale, riceve Gesù Cristo, ma non la sua grazia, anzi, commettendo un orribile sacrilegio, si rende meritevole di dannazione.
338. Che significa « sapere e pensare chi si va a ricevere » ?
Sapere c pensare chi si va a ricevere significa accostarsi a Nostro Signor Gesù Cristo nell'Eucaristia con fede viva, con ardente desiderio e con profonda umiltà e modestia.
339. Qual digiuno si richiede prima della comunione?
Prima della comunione si richiede il digiuno naturale ossia totale, che si rompe con qualunque cosa presa a modo di cibo o di bevanda.
340. E' permessa mai la comunione a chi non è digiuno?
La comunione a chi non è digiuno, è permessa in pericolo di morte, e durante le lunghe malattie, nelle condizioni determinate dalla Chiesa.
341. C'è obbligo di ricevere la comunione?
C'è obbligo di ricevere la comunione ogni anno a Pasqua, e in pericolo di morte, come viatico che sostenti l'anima nel viaggio all'eternità.
342. A qual età comincia l'obbligo della comunione pasquale?
L'obbligo della comunione pasquale comincia all'età in cui si è capaci di farla con sufficienti disposizioni, cioè, d'ordinario, circa i sette anni.
343. E' cosa buona e utile comunicarsi spesso?
E' cosa ottima e utilissima comunicarsi spesso, anche tutti i giorni, purchè si faccia sempre con le dovute disposizioni.
344. Dopo la comunione, quanto tempo resta in noi Gesù Cristo?
Dopo la comunione Gesù Cristo resta in noi finchè durano le specie eucaristiche.
345. Quali effetti produce l'Eucaristia in chi la riceve degnamente?
L'Eucaristia, in chi la riceve degnamente, conserva e accresce la grazia, che è la vita dell'anima, come fa il cibo per la vita del corpo; rimette i peccati veniali e preserva dai mortali; dà spirituale consolazione e conforto, accrescendo la carità e la speranza della vita eterna di cui è pegno.
§ 4. Santo Sacrificio della Messa.
346. L'Eucaristia è solo un sacramento?
L'Eucaristia non è solo un sacramento, ma é anche il sacrificio permanente del Nuovo Testamento, e come tale si chiama la santa Messa.
347. Che cos'è il sacrificio?
Il sacrificio è la pubblica offerta a Dio d'una cosa che si distrugge per professare che Egli è il Creatore e Padrone supremo, al quale tutto interamente è dovuto.
348. Che cos'è la santa Messa?
La santa Messa é il sacrificio del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo che, sotto le specie del pane e del vino, si offre dal sacerdote a Dio sull'altare, in memoria e rinnovazione del sacrificio della Croce.
349. Il sacrificio della Messa è il sacrificio stesso della Croce?
Il sacrificio della Messa é il sacrificio stesso della Croce; solo c'è differenza nel modo di compierlo.
350. Che differenza c'è tra il sacrificio della Croce e quello della Messa?
Tra il sacrificio della Croce e quello della Messa c'è questa differenza, che Gesù Cristo, sulla Croce si sacrificò dando volontariamente il proprio Sangue, e meritò ogni grazia per noi; invece sull'altare Egli, senza spargere sangue, si sacrifica e si annienta misticamente pel ministero del sacerdote, e ci applica i meriti del sacrificio della Croce.
351. Per quali. fini si offre a Dio la Messa?
La Messa si offre a Dio per rendergli il culto supremo di latria o adorazione, per ringraziarlo de' suoi benefizi, per placarlo è dargli soddisfazione dei nostri peccati, e per ottener grazie, a vantaggio dei fedeli vivi e defunti.
352. La Messa non si offre anche ai Santi?
La Messa non si offre ai Santi, ma a Dio solo, anche quando si celebri in onor dei Santi: il sacrificio spetta solo al Creatore e Padrone supremo.
353. Siamo obbligati ad ascoltare la Messa?
Siamo obbligati ad ascoltare la Messa la domenica e le altre feste comandate; giova però assistervi spesso, per partecipare al più grande atto della Religione, sommamente grato a Dio e meritorio.
354. Qual è il modo più conveniente di assistere alla Messa?
Il modo più conveniente di assistere alla Messa è di offrirla a Dio in unione col sacerdote, ripensando al sacrificio della Croce, cioè alla Passione e Morte del Signore, e comunicandosi: la comunione è unione reale alla Vittima immolata, ed è perciò la maggior partecipazione al santo Sacrificio.

Capo V
Penitenza

§ 1. Sacramento e sue parti - Esame di coscienza.
335. Che cos'è la Penitenza?
La Penitenza o Confessione è il sacramento istituito da Gesù Cristo per rimettere i peccati commessi dopo il Battesimo.
356. Il sacramento della Penitenza quando fu istituito da Gesù Cristo?
Il sacramento della Penitenza fu istituito da Gesù Cristo quando disse agli Apostoli, e in essi ai loro successori: «Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati saranno loro rimessi; e saranno ritenuti a chi li riterrete » *.
* Giov., XX, 22-23.
357 Chi è ministro della Penitenza?
Ministro della Penitenza è il sacerdote approvato dal Vescovo.

358 Quante e quali cose si richiedono per fare una buona confessione?
Per fare una buona confessione si richiedono cinque cose: 1° l'esame di coscienza; 2° il dolore dei peccati; 3° il proponimento di non commetterne più; 4° la confessione; 5° la soddisfazione o penitenza.
359. Come si fa l'esame di coscienza?
L'esame di coscienza si fa richiamando alla mente i peccati commessi in pensieri, parole, opere ed omissioni, contro i comandamenti di Dio, i precetti della Chiesa e gli obblighi del proprio stato, a cominciare dall'ultima confessione ben fatta.
360. Nell'esame dobbiamo ricercare il numero dei peccati?
Nell'esame dobbiamo ricercare con diligenza anche il numero dei peccati mortali.
§ 2. Dolore e proponimento.
361. Che cos'è il dolore?
Il dolore o pentimento è quel dispiacere e odio dei peccati commessi, che ci fa proporre di non più peccare.
362. Di quante specie è il dolore?
Il dolore è di due specie: perfetto o contrizione, e imperfetto o attrizione.
363. Che cos'è il dolore perfetto o contrizione?
Il dolore perfetto o contrizione, è il dispiacere dei peccati commessi, perché sono offesa di Dio nostro Padre, infinitamente buono e amabile, e cagione della Passione e Morte del Nostro Redentore Gesù Cristo, Figliuolo di Dio.
364. Perchè la contrizione è dolore perfetto?
La contrizione è dolore perfetto, perchè nasce da un motivo perfetto, cioè dall'amore filiale di Dio o carità, e perchè ci ottiene subito il perdono dei peccati, sebbene resti l'obbligo di confessarli.
365. Che cos'è il dolore imperfetto o attrizione?
Il dolore imperfetto o attrizione è il dispiacere dei peccati commessi, per il timore dei castighi eterni e temporali, o anche per la bruttezza del peccato.
366. Perchè l'attrizione è dolore imperfetto?
L'attrizione è dolore imperfetto, perchè nasce da motivi meno perfetti e propri di servi anzichè di figli, e perchè non ci ottiene il perdono dei peccati se non mediante il sacramento.
367. È necessario aver dolore di tutti i peccati commessi?
È necessario aver dolore di tutti i peccati mortali commessi, senza eccezione; e conviene averlo anche dei veniali.
368. Perchè è necessario aver dolore di tutti i peccati mortali?
È necessario aver dolore di tutti i peccati mortali, perchè con qualunque di essi si è gravemente offeso Dio, se ne è perduta la grazia, e si merita di restare separati da Lui in eterno.
369. Che cos'è il proponimento?
Il proponimento è la volontà risoluta di non commettere mai più peccati e di fuggirne le occasioni.
370. Che cos'è l'occasione del peccato?
L'occasione del peccato è ciò che ci mette in pericolo di peccare, sia persona sia cosa.
371. Siamo obbligati a fuggire le occasioni dei peccati?
Siamo obbligati, a fuggire le occasioni dei peccati, perchè siamo obbligati a fuggire il peccato: chi non le fugge; finisce per cadere, poichè «chi ama il pericolo perirà in esso»*.
* Eccli., III, 27.
§ 3 Confessione dei peccati.
372. Che cos'é la confessione?
La confessione è l'accusa dei peccati fatta al sacerdote confessore, per averne l'assoluzione.
373. Di quali peccati siamo obbligati a confessarci?
Siamo obbligati a confessarci di tutti i peccati mortali non ancora confessati o confessati male; giova però confessare anche i veniali.
374. Come dobbiamo accusare i peccati mortali?
Dobbiamo accusare i peccati mortali pienamente, senza farci vincere da una falsa vergogna a tacerne alcuno, dichiarandone la specie, il numero e anche le circostanze che aggiungessero una nuova grave malizia.
375. Chi non ricorda il numero preciso dei peccati mortali, che deve fare?
Chi non ricorda il numero preciso dei peccati mortali, deve far capire il numero che gli sembra più vicino alla verità.
376. Perchè non dobbiamo farci vincere dalla vergogna a tacere qualche peccato mortale?
Non dobbiamo farci vincere dalla vergogna a tacere qualche peccato mortale, perchè ci confessiamo a Gesú Cristo nella persona del confessore, e questi non può rivelar nessun peccato, a costo anche della vita; e perchè, altrimenti, non ottenendo il perdono, saremo svergognati dinanzi a tutti, nel giudizio universale.
377. Chi per vergogna o per altro motivo, tacesse un peccato mortale, farebbe una buona confessione?
Chi per vergogna o per altro motivo non giusto tacesse un peccato mortale, non farebbe una buona confessione, ma commetterebbe un sacrilegio.
378. Che deve fare chi sa di non essersi confessato bene?
Chi sa di non essersi confessato bene, deve rifare le confessioni mal fatte e accusarsi dei sacrilegi commessi.
379. Chi senza colpa tralasciò o dimenticò un peccato mortale, ha fatto una buona confessione?
Chi senza colpa tralasciò o dimenticò un peccato mortale, ha fatto una buona confessione; ma gli resta l'obbligo di accusarsene in seguito.
§ 4. Assoluzione - Soddisfazione - Indulgenze.
380. Che cos'è l'assoluzione?
L'assoluzione è la sentenza con cui il sacerdote, in nome di Gesù Cristo, rimette i peccati al penitente dicendo: Io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo. Cosi sia.
381. Rimessi con l'assoluzione i peccati, è anche rimessa ogni pena meritata ?
Rimessi con l'assoluzione i peccati, è rimessa la pena eterna meritata col peccato mortale, ma se non si abbia una contrizione perfettissima, rimane ordinariamente da scontare, in questa vita o nell'altra, una pena temporanea.
382. Che cos'è la soddisfazione o penitenza sacramentale?
La soddisfazione o penitenza sacramentale è l'opera buona imposta dal confessore a castigo e a correzione del peccatore, e a sconto della pena temporanea meritata peccando.
383 Quando conviene fare la penitenza sacramentale?
Conviene fare la penitenza sacramentale al più presto, se il confessore non ne ha assegnato il tempo.
384. La penitenza sacramentale basta a liberarci da tutta la pena temporanea meritata col peccato?
La penitenza sacramentale non basta, d'ordinario, a liberarci da tutta la pena temporanea meritata col peccato, e perciò conviene supplire con altre opere di penitenza e di pietà e con indulgenze.
385. Quali sono le opere di penitenza e di pietà?
Le opere di penitenza e di pietà sono: i digiuni, le mortificazioni, gli atti di misericordia spirituale e corporale *, le preghiere, e l'uso pio di quelle cose benedette e di quelle cerimonie sacre che si chiamano sacramentali, come l'acqua santa e le varie benedizioni.
*.Formole 21,22 .
386. Che cos'è l'indulgenza?
L'indulgenza è una remissione di pena temporanea dovuta per i peccati, che la Chiesa concede sotto certe condizioni a chi è in grazia, applicandogli i meriti e le soddisfazioni sovrabbondanti di Gesù Cristo, della Madonna e dei Santi, le quali costituiscono il tesoro della Chiesa.
387. Di quante specie è l'indulgenza?
L'indulgenza è di due specie: plenaria e parziale.
388. Qual è l'indulgenza plenaria?
L'indulgenza plenaria è quella che rimette tutta la pena temporanea dovuta per i peccati.
389. Qual è l'indulgenza parziale?
L'indulgenza parziale é quella che rimette soltanto una parte della pena temporanea dovuta per i peccati.
390. Che s'intende per indulgenza di « quaranta » o « cento giorni », di « sette anni » e simili?
Per indulgenza di quaranta o cento giorni, di sette anni e simili, s'intende la remissione di tanta pena temporanea, quanta se ne sarebbe scontata con quaranta, cento giorni o sette anni della penitenza anticamente stabilita dalla Chiesa.
391. Che si richiede per acquistare le indulgenze?
Per acquistare le indulgenze si richiede di essere in stato di grazia e di eseguire bene le. opere prescritte.
Capo VI
Estrema Unzione
392. Che cos'è l'Estrema Unzione?
L'Estrema Unzione, detta pure Olio santo, è il sacramento istituito a sollievo spirituale e anche corporale dei cristiani gravemente infermi.
393 Chi è ministro dell'Estrema Unzione?
Ministro dell'Estrema Unzione è il sacerdote parroco, o altro sacerdote che ne abbia il permesso.
394. Il sacerdote come amministra l'Estrema Unzione?
Il sacerdote amministra l'Estrema Unzione ungendo in forma di croce, con l'olio benedetto dal Vescovo, gli organi dei sensi dell'infermo e dicendo: Per questa unzione santa e per la sua pietosissima misericordia, il Signore ti perdoni ogni colpa commessa con la vista, con l'udito, ecc. Così sia.
395 Che effetti produce l'Estrema Unzione?
L'Estrema Unzione accresce la grazia santificante; cancella i peccati veniali, e anche i mortali che l'infermo, attrito, non potesse confessare; dà forza per sopportare pazientemente il male, resistere alle tentazioni e morire santamente, e aiuta anche a ricuperare, la sanità, se è bene per l'anima.
396. Quando si può dare l'Olio santo?
L'Olio santo si può dare quando la malattia è pericolosa; ed è bene darlo subito dopo la confessione e il Viatico, mentre il malato conserva la conoscenza.

Capo VII
Ordine
397. Che cos'è 1'« Ordine »?
L'Ordine è il sacramento che dà la potestà di compiere le azioni sacre riguardanti l'Eucaristia e la salute delle anime, e imprime il carattere di ministri di Dio.
398. Chi è ministro dell'Ordine?
Ministro dell'Ordine è il Vescovo, che dà lo Spirito Santo e là potestà sacra coll'imporre le mani e consegnare gli oggetti sacri propri dell'Ordine, dicendo le parole della forma prescritta.
399. Perchè il sacramento che fa i ministri di Dio si chiama Ordine?
Il sacramento che fa i ministri di Dio si chiama Ordine, perchè comprende vari gradi di ministri, l'uno subordinato all'altro, dai quali risulta la sacra Gerarchia.
400. Quali sono i gradi della sacra Gerarchia?
I gradi della sacra Gerarchia sono: gli Ordini minori, il Suddiaconato e il Diaconato, che sono preparatori; il Presbiterato o Sacerdozio che dà la potestà di consacrar l'Eucaristia e di rimettere i peccati; e l'Episcopato, pienezza del Sacerdozio, che dà quella di conferir gli Ordini, e di ammaestrare e governare i fedeli.
401. E' grande la dignità del Sacerdozio?
La dignità del Sacerdozio è grandissima per la sua potestà sul Corpo reale di Gesù Cristo che rende presente nell'Eucaristia, e sul corpo mistico di Lui, la chiesa, che governa, con la missione sublime di condurre gli uomini alla santità e alla vita beata.
402. Qual fine deve avere chi entra negli Ordini?
Chi entra negli Ordini deve aver per fine,soltanto la gloria di Dio e la salute delle anime.
403. Può entrare ciascuno a suo arbitrio negli Ordini?
Nessuno può entrare a suo arbitrio negli Ordini, ma deve essere chiamato da Dio per mezzo del proprio Vescovo, cioè deve avere la vocazione, con le virtù e con le attitudini al sacro ministero, da essa richieste.
404. Chi entrasse nel Sacerdozio senza vocazione farebbe male?
Chi entrasse nel Sacerdozio senza vocazione farebbe malissimo; perché difficilmente potrebbe osservarne gli altissimi doveri, con evidente pericolo di scandali pubblici e di perdizione eterna.
405. Quali doveri hanno i fedeli verso i chiamati agli Ordini?
I fedeli hanno il dovere di lasciare ai figli e dipendenti piena libertà di seguir la vocazione; inoltre di chiedere a Dio buoni pastori e ministri, e di digiunare a tal fine nelle quattro Tempora; finalmente di venerare gli ordinati come persone sacre a Dio.

Capo VIII
Matrimonio
406. Che cos'è il « Matrimonio » ?
Il Matrimonio è il sacramento che unisce l'uomo e la donna indissolubilmente, come sono uniti Gesù Cristo e la Chiesa sua sposa, e dà loro la grazia. di santamente convivere e di educare cristianamente i figliuoli.
407. Chi è ministro del Matrimonio?
Ministri del Matrimonio sono gli sposi che lo contraggono.
408. Come si contrae il Matrimonio?
Il matrimonio si contrae esprimendo il mutuo consenso davanti al parroco, o un sacerdote suo delegato, ed almeno a due testimoni.

409. Il Matrimonio celebrato in questa forma consegue in Italia anche gli effetti civili ?
Il Matrimonio celebrato in questa forma consegue in Italia anche gli effetti civili, perché lo Stato Italiano riconosce tali effetti al Sacramento del Matrimonio.
410. Il Matrimonio così celebrato come consegue in Italia anche gli effetti civili?
Il Matrimonio così celebrato consegue in Italia anche gli effetti civili, mediante la sua regolare trascrizione nei registri dello stato civile, fatta a richiesta del parroco.

411. Gli sposi cattolici possono anche compiere il Matrimonio civile?
Gli sposi cattolici non possono compiere il Matrimonio civile nè prima nè dopo il Matrimonio religioso: che se lo osassero anche con 1'intenzione di celebrare in appresso il Matrimonio religioso sono dalla Chiesa considerati pubblici peccatori.
412. Gli sposi nel contrarre il Matrimonio debbono essere in grazia di Dio?
Gli sposi nel contrarre il Matrimonio debbono essere in grazia di Dio, altrimenti commettono un sacrilegio.
413. Che doveri hanno gli sposi?
Gli sposi hanno il dovere di convivere santamente, di aiutarsi con affetto costante nelle necessità spirituali e temporali, e di educar bene i figliuoli, curandone l'anima non meno del corpo, e formandoli anzitutto alla religione e alla virtù con la parola e con l'esempio.
PREGHIAMO
Questi Sacramenti, o Signore, ci mondino con la loro potente virtù e ci facciano giungere puri a te che ne sei l'autore (1).
Signore, la partecipazione a' tuoi sacramenti ci salvi e ci confermi nella luce della tua verità(2). Te ne supplichiamo per il tuo Figliuolo Gesù Cristo, ecc.
(1) Dalla Segreta della Domenica I dell'Avvento.
(2) Dal Postcom. della Messa dei Ss. Ippolito e Cassiano (12 agosto).

PARTE III
MEZZI DELLA GRAZIA
Sezione II - Orazione o mezzo impetrativo
Capo unico

Chiedete e vi sarà dato cercate e troverete; picchiate, e vi si aprirà. Luc., XI, 9.
In verità, in verità vi dico: quanto domanderete al Padre in nome mio, ve lo concederà. Giov., XVI, 23.

414 Che cos'è l'orazione?
L'orazione é una pia elevazione dell'anima a Dio per ben conoscerlo, adorarlo, ringraziarlo e domandargli quanto ci bisogna.
415. Di quante specie è l'orazione?
L'orazione è di due specie: mentale e vocale

416. Qual è l'orazione mentale?
L'orazione mentale e quella che si fa con la sola mente e col cuore: tali sono la meditazione delle verità cristiane, e la contemplazione.
417. Qual è l'orazione vocale?
L'orazione vocale, detta più comunemente preghiera, é quella che si fa con le parole accompagnate dalla mente e dal cuore.
418. Come si deve pregare?
Si deve pregare riflettendo che stiamo alla presenza dell'infinita maestà di Dio e abbiamo bisogno della sua misericordia; perciò dobbiamo essere umili, attenti e devoti.
419. E' necessario pregare?
E' necessario pregare, e pregare spesso, perché Dio lo comanda, e, ordinariamente, solo se si prega, Egli concede le grazie spirituali e temporali.
420. Perchè Dio concede le grazie che domandiamo?
Dio concede le grazie che domandiamo, perché Egli, che é fedelissimo, ha promesso di esaudirci se lo preghiamo con fiducia e perseveranza nel nome di Gesù Cristo.
421. Perchè dobbiamo pregar Dio nel nome di Gesù Cristo?
Dobbiamo pregar Dio nel nome di Gesù Cristo, perchè solo da Lui, suo Figliuolo e unico Mediatore tra Dio e gli uomini, hanno valore le nostre preghiere e opere buone; perciò la Chiesa suol terminare le orazioni con queste o equivalenti parole per il tuo Figliuolo Gesù Cristo, Nostro Signore. .
422. Perché non siamo sempre esauditi nelle nostre preghiere?
Non siamo sempre esauditi nelle nostre preghiere, o perchè preghiamo male, o perchè domandiamo cose non utili al nostro vero bene, cioè al bene spirituale.
423. Quali cose dobbiamo chiedere a Dio?
Dobbiamo chiedere a Dio la gloria sua, e per noi la vita eterna e 1e grazie anche temporali, come ci ha insegnato Gesù Cristo nel Pater Noster.
424. Che cos'è il « Pater Noster » ?
Il Pater Noster è la preghiera insegnata e raccomandata da Gesù Cristo, la quale perciò si dice Orazione domenicale o de1 Signore, ed é la più eccellente di tutte.
425. Perché il « Pater noster » é la preghiera più eccellente?
Il Pater Nnoster é la preghiera più eccellente, perchè è uscita dalla mente e dal Cuore di Gesù, e racchiude in sette brevi domande ciò che dobbiamo chiedere a Dio come suoi figliuoli e come fratelli tra noi.
426. Che cosa dobbiamo chiedere come buoni figliuoli di Dio?
Come buoni figliuoli di Dio dobbiamo chiedere che in tutto il mondo si conosca e si onori il suo nome e si propaghi il suo regno, la Chiesa, e che da tutti si compia la sua santissima volontà: e questo si chiede nelle prime tre domande del Pater noster.
427. Come fratelli tra noi che cosa dobbiamo chiedere?
Come fratelli tra noi dobbiamo chiedere il nutrimento corporale e spirituale, il perdono dei peccati, la difesa dalle tentazioni e la liberazione dal male: e questo si chiede, per noi e per tutti gli uomini, nelle ultime quattro domande del Pater noster.
428. Gesù Cristo perchè ci fa invocar Dio come « Padre nostro»?
Gesù Cristo ci fa invocar Dio come Padre nostro per ricordarci che Dio è veramente padre di tutti, specialmente di noi cristiani che, nel Battesimo, fummo adottati da Lui come figli suoi; e per ispirarci verso di Lui grande amore. e fiducia.
429. Se Dio ascolta chi prega bene, perchè invochiamo anche la Madonna, gli Angeli e i Santi?
Invochiamo anche la Madonna, gli Angeli e i Santi perché, essendo cari al Signore e pietosi verso di noi, ci aiutino nelle nostre domande con la loro potente intercessione.
430 Gli Angeli, i Santi e 1a Madonna, perchè sono potenti intercessori presso Dio?
Gli Angeli e i Santi sono potenti intercessori presso Dio, perchè suoi servi fedeli, anzi amici prediletti; la Madonna è potentissima, perché Madre di Dio e piena di grazia, perciò la invochiamo così spesso, tanto più che da Gesù Cristo ci fu lasciata per Madre.
431. Con qual preghiera specialmente, invochiamo noi la Madonna?
Noi invochiamo 1a Madonna specialmente con l'Ave Maria o Salutazione angelica, detta così, perché comincia col saluto che le fece l'Arcangelo Gabriele annunziandole che era eletta Madre di Dio.
432. Che cosa domandiamo alla Madonna con 1'« Ave Maria »?
Con 1'Ave Maria domandiamo alla Madonna la sua materna intercessione per noi in vita e in morte.
433. L'invocare la Madonna e i Santi non dimostra forse sfiducia in Gesù Cristo, l'unico Mediatore, quasi non bastino i meriti di Lui ad ottenerci le grazie?
L'invocare la Madonna e i Santi non dimostra nessuna sfiducia in Gesù Cristo, l'unico Mediatore; al contrario una fede maggiore nei meriti di Lui, tanto grandi ed efficaci, che per essi, e solo per essi, la Madonna e i Santi hanno da Dio la grazia, i meriti e la potenza d'intercessione.
PREGHIAMO
Signore, insegnaci a pregare (1).
La tua misericordia, o Signore, sia aperta alle nostre preghiere, e, perchè tu ci conceda quanto domandiamo, facci sempre chiedere ciò che a te piace (2).
O Signore Gesù Cristo, che nel Getsemani, con la parola e cos l'esempio, c'insegnasti a pregare per vincere i pericoli delle tentazioni, pietosamente concedi che noi, stando sempre intenti alla orazione, meritiamo di conseguirne i frutti abbondanti. Così sia (3).
{1) LUC., XI, 1.
(2) Dall'Orazione della Domenica IX dopo la Pentecoste.
(3) Orazione per il martedì della Settuagesima nell'Append. del Messale


ORAZIONI QUOTIDIANE
A Dio
AL MATTINO.
In nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo. Così sia (1).
Vi adoro, mio Dio, e vi amo con tutto il cuore. Vi ringrazio di avermi creato, fatto cristiano e conservato in questa notte. Vi offro le azioni della giornata: fate che siano tutte secondo la vostra santa volontà per la maggior gloria vostra. Preservatemi dal peccato e da ogni male. La grazia vostra sia sempre con me e con tutti i miei cari Così sia.
Pater, Ave, Gloria, Credo, Atti di fede, di speranza e di carità, Salve Regina, Angele Dei.
(1) Indulgenza di 50 giorni, e di 100 segnandosi con l'acqua santa.
ALLA SERA.
Vi adoro, mio Dio, e vi amo con tutto il cuore. Vi ringrazio d'avermi creato, fatto cristiano e conservato in questo giorno. Perdonatemi il male oggi commesso, e se qualche bene ho compiuto, accettatelo. Custoditemi nel riposo e liberatemi dai pericoli. La grazia vostra sia sempre con me e con tutti i miei cari. Così sia.
Pater, Ave, Gloria, Credo, Atti di fede, di speranza. e di carità; poi un breve esame di coscienza e l'Atto di dolore.
Per le anime del Purgatorio.
SALMO 129

De profundis clamavi ad te, Domine: * Domine, exaudi vocem meam.
Fiant aurea tuae intendentes * in vocem deprecationis meae.
Si iniquitates observeris, Domine,* Domine, quis sustinebit?
Quia apud te propitiatio est,* et propter legem tuam sostinui te, Domine.
Sustinuit anima mea in verbo eius,* speravit anima mea in Domino.
A custodia matutina usque ad noctem* speret Israel in Domino.
Quia apud Dominum misericordia,* et copiosa apud eum redemptio.
Et ipse redimet Israel* ex omnibus iniquitatibus eius
Requiem aeternam* dona eis, Domine,
Et lux perpetua* luceat eis
Requiescant in pace. Amen.
 Dal profondo alzai le mie grida a te, o Signore: * esaudisci, o Signore, la mia voce.
Siano intente le tue orecchie * alla voce di mia preghiera.
Se tu baderai, o Signore, alle iniquità, * chi, o Signore, potrà sostenersi ?
Ma in te è clemenza, * e a causa della tua legge io ho confidato in te, o Signore.
L'anima mia si è affidata alla sua parola, * l'anima mia ha sperato nel Signore.
Dalla vigilia del mattino fino alla notte * speri Israele nel Signore.
Perchè nel Signore è misericordia, * e redenzione copiosa presso di lui.
Ed Egli redimerà Israele * da tutte le sue iniquità.
L'eterno riposo dona loro, o Signore
E splenda ad essi la luce perpetua
Riposino in pace. Amen.

Gesù, Giuseppe e Maria; vi dono il cuore e l'anima mia.
Gesù, Giuseppe e Maria assistetemi nell'ultima agonia.
Gesù, Giuseppe e Maria; spiri in pace con voi l'anima mia


ORAZIONI QUOTIDIANE
In onore di Maria Santissima
AL SUONO DELL'«ANGELUS»
LA MATTINA, AL MEZZODI' E LA SERA

Angelus Domini nuntiavit Mariae; et concepit de Spiritu Sancto.
Ave , etc.
Ecce ancilla Domini; fiat mihi secundum verbum tuum..
Ave, etc
Et Verbum caro factum est, et habitavit in nobis.
Ave, etc.
S Ora pro nobis, sancta Dei Genitrix,
C. Ut digni efficiamur promissionibus . Christi.

OREMUS
Gratiam tuam, quaesumus Domine, mentibus nostris infonde, ut qui, Angelo nuntiante, Christi Filii tui Incarnationem cognovimus, per Passionem eius et
Crucem ad resurrectionis gloriam perducamur. Per eundem Christum Dominum. nostrum. Amen.
 L'Angelo del Signore annunziò a Maria, ed ella concepì di Spirito Santo.
Ave etc. ...
Ecco l'ancella del Signore; si faccia a me secondo la tua parola.
Ave, ecc.
E il Verbo si fece carne, e abitò fra noi.
Ave, etc.

S Prega per noi, o santa Madre di Dio
C. Affinchè ci rendiamo degni delle promesse di Cristo
PREGHIAMO.
Infondi, o Signore, nelle anime nostre la tua grazia, afflnchè noi, che per l'annuncio dell'Angelo abbiam conosciuto l'Incarnazione di Cristo tuo Figliuolo,siamo condotti per i meriti della sua Passione e della sua Croce alla gloria della risurrezione. Per lo stesso Cristo Nostro Signore. Così sia.

MISTERI DEL SANTO ROSARIO
GAUDIOSI (lunedì e giovedì).
1. L'annunciazione dell'Angelo a Maria Vergine. 2. La visita di Maria Vergine a santa Elisabetta. 3. La nascita di Gesù Cristo nella capanna di Betlemme. 4. La presentazione di Gesù Bambino al tempio. 5. Il ritrovamento di Gesù fra i dottori nel tempio.
DOLOROSI (martedì e venerdì).
1. L'orazione di Gesù Cristo nell'orto. 2. La flagellazione di Gesù Cristo alla colonna. 3. La coronazione di spine. 4. Il viaggio al Calvario di Gesù carico della croce. 5. La crocifissione e morte di Gesù Cristo.
GLORIOSI (mercoledì, sabato e domenica).
1 La risurrezione di Gesù , Cristo. 2. L'ascensione di Gesù Cristo al cielo. 3. La discesa dello Spirito Santo sopra Maria Vergine e gli Apostoli. 4 L'assunzione di Maria Vergine al cielo. 5. L'incoronazione di Maria Vergine e la gloria degli Angeli e dei Santi.

Sub tuum praesidium confugimus, sancta Dei Genitrix: nostraa deprecationes ne despicias in necessitatibus; sed a periculis cunctis libera nos semper, Virgo gloriosa et benedicta.
 Sotto la tua protezione ci rifugiamo, o santa Madre di Dio: non disdegnare le preci che t'innalziamo nelle necessità, ma salvaci sempre da tutti i pericoli, o Vergine gloriosa e benedetta.

LITANIE DELLA BEATA VERGINE

Kyrie, eleison,
Christe, eleison.
Kyrie, eleison.
Christe, audi nos.
Christe, exaudi nos.
Pater de caelis Deus, misexere nobis.
Fili Redemptor mundi Deus, miserere nobis. Spiritus Sancte Deus, miserere nobis.
Sancta Trinitas, unus Deus, miserere nobis.
Sancta Maria ora pro nobis.
Sancta Dei Genitrix, ora
Sancta Virgo virginum, ora.
Mater Christi, ora.
Mater divinae gratiae, ora.
Mater purissima, ora.
Mater castissima, ora.
Mater inviolata, ora.
Mater intemerata, ora.
Mater amabilis, ora.
Mater admirabilis, ora.
Mater boni consilii, ora.
Mater Creatoris, ora.
Mater Salvatoris, ora.
Virgo prudentissima, ora.
Virgo veneranda, ora.
Virgo praedicanda, ora.
Virgo potens, ora.
Yirgo clemens, ora.
Virgo fidelis, ora.
Speculum iustitiae, ora.
Sedes sapientiae, ora.
Causa nostrae laetitiae, ora.
Vas spirituale, ora.
Vas honorabile, ora.
Vas insigne devotionis, ora.
Rosa mystica, ora.
Turris davidica, ora.
Turris eburnea, ora.
Domus aurea, ora.
Foederis arca, ora.
Ianua caeli, ora.
Stella matutina, ora.
Salus infirmorum, ora.
Refugium peccatorum, ora
Consolatrix afflictorum, ora.
Auxilium christianorum, ora.
Regina Angelorum, ora.
Regina Patriarcharum, ora.
Regina Prophetarum, ora.
Regina Apostolorum, ora.
Regina Martyrurn, ora.
Regina Confessorum, ora.
Regina Virginum, ora.
Regina Sanctorum omnium, ora.
Regina sine labe originali concepta, ora.
Regina sacratissimi Rosarii, ora.
Regina pacis, ora.
Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, parce nobis, Domine. Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, exaudi nos, Domine. Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, miserere nobis:

Sancta Maria, succurre miseris, iuva pusillanimes, refove flebiles, ora pro populo, interveni pro clero, intercede pro devoto femineo sexu: sentiant omnes tuum iuvamen, quicumque celebrant tuum sanctum patrocinium.
Ora pro nobis, sancta Dei Genitrix,
Ut digni efficiamur promissionibus Christi.

OREMUS.
Concede nos famulos tuos, quàesumus Domine Deus, perpetua mentis et corporis sanitate gaudere, et gloriosa beatae Mariae semper Virginis intercessione a praesenti liberari tristitia et aeterna perfrui laetitia. Per Christum Dominum nostrum. Amen:
 O Santa Maria, soccorri i miseri, rendi forti i pusillanimi, consola gli afflitti, prega per il popolo, intervieni per il clero, intercedi per il devoto sesso femminile: sentano il tuo aiuto tutti quelli che celebrano e invocano il tuo santo patrocinio.
Prega per noi, o santa Madre di Dio,
Affinchè ci rendiamo degni delle promesse di Cristo.

PREGHIAMO.
Signore Iddio, deh; concedi a noi, tuoi servi, di avere sempre sani spirito e corpo, e, mediante la intercessione gloriosa della beata sempre Vergine Maria, di essere liberati dalla presente tristezza e godere l'allegrezza eterna. Per Cristo Nostro Signore. Così sia.

II. Per il santo Sacrificio della Messa
(vecchio Messale)
AL PRINCIPIO
S In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen. Introibo ad altarem Dei.
C Ad Deum, qui laetificat iuventutem meam.
 S In nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo. Così sia. Mi accosterò all'altare dei Dio
C A Dio il quale dà letizia alla mia giovinezza.

   
SALMO 42
[Si omette nelle messe dei morti].

S. ludica me, Deus, et discerne causam meam de gente non sancta, ab homine iniquo et doloso erue me.
C. Quia tu es, Deus, fortitúdo mea; quare me repulisti ? et quare tristis incedo, dum afflígit me inimícus ?
S. Emitte lucem tuam et veritatem tuam: ipsa me deduxerunt et adduxerunt in montem sanctum tuum et in tabernacula tua.
C. Et introibo ad altare Dei; ad Deum, qui laetíficat iuventútem meam.
S. Confitebor tibi in cithara, Deus, Deus meus; quare tristis es anima mea ? et quare conturbas me?
C. Spera in Deo, quóniam adhuc confitébor illi, salutàre vultus mei et Deus meus.
S. Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto.
C. Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in saécula saeculórum. Amen.
S. Introibo ad altare Dei.
C. Ad Deum, qui laetíficat iuventútem meam.
 S. Fammi ragione, o Dio, e prendi in mano la causa mia; liberami da una nazione non santa, dall'uomo iniquo e ingannatore.
C. Perocchè tu sei, o Dio, la mia fortezza; perchè m'hai tu respinto ? e perchè son io triste, mentre mi affigge il nemico?
S. Fa' spuntare la tua luce e la tua verità: esse m'istradino e mi conducano al tuo monte santo e a' tuoi tabernacoli.
C. E mi accosterò all'altare di Dio; a Dio il quale dà letizia alla mia giovinezza.
S. Te io loderò sulla cetra, Dio, Dio mio; e perchè, o anima mia, sei tu nella tristezza? é perchè mi conturbi?
C. Spera in Dio, imperocchè ancora canterò le lodi di Lui, salute della mia faccia e Dio mio.
S. Gloria al Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo.
C. Come era nel principio, e ora, e sempre, e nei secoli dei secoli. Così sia.
S. Mi accosterò all'altare di Dio.
C. A Dio il quale dà letizia alla mia giovinezza.

Al Confiteor

S. Adiutorium nostrum in nomine Domini.
C. Qui fecit caelum et terram.
S. Confiteor... ad Dominum Deum nostrum.
C. Misereàtur tui omnípótens Deus, et, dimíssis peccátis tuis, perdúcat te ad vitam aetérnam.
S. Amen.
C. Confiteor Deo omnipotenti, beatae Maríae semper Vírgini, beàto Michaéli Archángelo, beàto Ioánni Baptistae, sanctis Apóstolis Petro et Páulo, omnibus Sanctis et tibi, pater, quia peccàvi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa.
Ideo precor beatam Maríam semper Virginem, beàtum Michaélem Archàngelum, beátum Ioánnem Baptistam, sanctos Apóstolos Petrum et Pàulum, omnes Sanctos et te, pater, oráre pro me ad Dóminum Deum nostrum
S. Misereatur vestri omnipotens Deus, et, dimissis peccatis vestris, perducat vos ad vitam aeternam.
C. Amen.
S. Indulgentiam, absolutionem, et remissionem peccatorum nostrorum tribuat nobis omnipotens et misericors Dominus.
C. Amen.
S. Deus, tu conversus vivificabis nos.
C. Et plebs tua laetbitur in te.
S. Ostende nobis, Domine, mise- ricordiam tuam.
C. Et salutare tuum da nobis.
S Domine, exaudi orationem meam
C. Et clamor meus ad te véniat.
S Dominus vobiscum.
C. Et cum spiritu tuo.
S. Oremus
 S. Il nostro soccorso é nel nome del Signore.
C. Che ha fatto il cielo e la terra.
S. Confesso... il Signore Dio nostro.
C. Dio onnipotente abbia misericordia di te, e, rimessi i tuoi peccati, ti conduca alla vita eterna.
S. Così sia.
C. Confesso a Dio onnipotente, alla beata Vergine Maria, a san Michele Arcangelo, a san Giovanni Battista, ai santi Apostoli Pietro e Paolo, a tutti i Santi e a te, o padre, che ho molto peccato in pensieri, in parole e in opere, per mia colpa, per mia colpa, per mia grandissima colpa: Perciò supplico la beata Vergine Maria, san Michele Arcangelo, san Giovanni Battista, i santi Apostoli Pietro e Paolo, tutti i Santi e te, o padre, di pregare per me il Signore Dio nostro.

S. Dio onnipotente abbia misericordia di voi, e, rimessi i vostri peccati, vi conduca alla vita eterna.
C. Così sia.
S. L'onnipotente e misericordioso Signore ci conceda il perdono, l'assoluzione e la remissione dei nostri peccati.
C. Così sia.
S. O Dio, rivolgendoti a noi, tu ci renderai la vita.
C. E il tuo popolo in te si rallegrerà.
S. Fa' vedere a noi, o Signore, la tua misericordia.
C. E dà a noi la tua salute.
S. Signore, esaudisci la mia preghiera.
C. E a te giunga il mio grido.
S. Il Signore sia con voi.
C. E anche col tuo spirito.
S. Preghiamo.

S. Toglici, o Signore, le nostre iniquità , affinchè con anima pura meritiamo d'entrare nel Santo dei Santi (all'Altare). Per Cristo Nostro Signore. Così sia.
Signore, per i meriti dei Santi dei quali son qui le reliquie, e di tutti i tuoi Santi, degnati, te ne preghiamo, di perdonarmi tutti i peccati.
Così sia.

KYRIE

S. Kyrie, eleison.
C. Kyrie, eléison.
S. Kyrie, eleison.
C. Christe, eléison.
S. Christe, eleison.
C. Christe, eléison.
S. Kyrie, eleison.
C. Kyrie, eléison.
S. Kyrie, eleison.
 S. Signore, abbi pietà di noi.
C. Signore, abbi pietà di noi.
S. Signore, abbi pietà di noi.
C. Cristo, abbi pietà di noi.
S. Cristo, abbi pietà di noi.
C. Cristo, abbi pietà di noi.
S. Signore, abbi pietà di noi.
C. Signore, abbi pietà di noi.
S. Signore, abbi pietà di noi.

GLORIA IN EXCELSIS DEO

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax hominibus bonae voluntàtis.
Laudamus te. Benedicimus te. Adoramus te. Glorificàmus te.
Gràtias agimus tibi propter magnam glóriam tuam.
Dómine Deus, Rex caelestis, Deus Poter omnípotens.
Domine Fili unigénite Iesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Filius Patrís. Qui tollis pecccata mundi, miserére nobis. Qui tollis peccata mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis.
Quóniam tu solus sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altissimus, Iesu Christe.
Cum Sancto Spiritu in glória Dei Patris. Amen.
S. Dominus vobiscum.
C. Et cum spirito tuo.
 S. Sia gloria a Dio nel più alto de' cieli e pace sulla terra agli uomini di buona volontà.
Noi ti lodiamo; ti benediciamo; ti adoriamo; ti glorifichiamo;
ti rendiamo grazie a cagione della tua gloria infinita,
o Signore Iddio, Re del cielo, Dio Padre onnipotente;
o Signore Gesù Cristo, Figliuolo unigenito. Signore Dio, Agnello di Dio, Figliuolo del Padre, tu che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi. Tu che togli i peccati del mondo, accogli la nostra preghiera. Tu che siedi alla destra del Padre, abbi pietà di noi. Perchè tu solo, o Gesù Cristo, sei il Santo, tu solo il Signore, tu solo l'Altissimo,
insieme con lo Spirito Santo, nella gloria di Dio Padre. Così sia.
S. 11 Signore sia con voi.
C. E anche col tuo spirito.

ALLA FINE DEGLI «OREMUS»

C. Amen
 C. Così sia.

FINITA L'EPISTOLA

C. Deo grátias.
 C. Siano grazie a Dio.

PRIMA DEL VANGELO.
S. Mondami il cuore e le labbra, o Dio onnipotente, che mondasti con acceso carbone le labbra del profeta Isaia: con la tua benigna misericordia degnati di mondarmi in modo che io possa annunziare degnamente il tuo santo Vangelo. Per Cristo Nostro Signore. Così sia.
1l Signore mi sia nel cuore e sulle labbra, affinchè io in modo degno e conveniente annunzi il suo Vangelo. Così sia.

S. Dominus vobiscum.
C. Et cum spíritu tuo.
S. Initium o Sequentia sancti Evangelii secundum N.
C. Glória tibi, Dómine.
 S. Il Signore sia con voi.
C. E anche col tuo spirito.
S. Principio o Seguito del santo Vangelo secondo N.
C. Gloria a te, o Signore.

FINITO IL VANGELO

C. Laus tibi, Christe.
 C. Lode a te, o Cristo.

CREDO O SIMBOLO NICENO-COSTANTINOPOLITANO.

S. Credo in unum Deum, Patrem omnipoténtem, factórem caeli et terrae, visibílium ómnium, et invisibilium.
Et in unum Dóminum lesum Christum, Fílium Dei unigénitum.
Et ex Patre, natum ante ómnia saécula. Deum de Deo, lumen de lúmine, Deum verum de Deo vero.
Génitum, non factum, consubstantiálem Patri: per quem ómniaa facta sunt.
Qui propter nos hómines, et propter nostram salútem descendit de caelis.
Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine: et homo factus est. Crucifixus étiam pro nobis: sub Póntio Piláto passus, et sepúltus est.
Et resurréxit tértia die, secúndum Scriptúras. Et ascéndit in caelum: sedet ad déxteram Patris.
Et iterum ventúrus est cum glória iudicáre vivos et mórtuos: cuius regni non erit finis.
Et in Spíritum Sanctum, Dóminum, et vivificàntem: qui ex Patre Filióque procédit.
Qui cum Patre, et Filio simul adorátur, et conglorificátur: qui locútus est per Prophétas.
Et unam, sanctam, cathólicam et apostólicam Ecclésiam.
Confiteor unum baptisma in remissiónem peccatórum.
Et exspécto resurrectiónem mortuórum. Et vitam ventúri saéculi. Amen.
S. Dominus vobiscum.
C. Et cum spíritu tuo.
 S. Io credo in un solo Dio Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e delle invisibili;
e in un solo Signore Gesù Cristo, Figliuolo unigenito di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli, Dio da Dio, lume da lume, vero Dio dal vero Dio,
che fu generato e non fatto, ed è consostanziale al Padre; per mezzo del quale tutte le cose furono fatte.
Il quale per noi uomini e per la nostra salvezza discese dai cieli (genuflessione), e s'incarnò da Maria Vergine per opera dello Spirito Santo, e si fece uomo;
per noi fu anche crocifisso, patì sotto Ponzio Pilato e fu seppellito;
e risuscitò il terzo giorno conforme alle Scritture, e salì al cielo, siede alla destra del Padre,
e tornerà di nuovo con gloria a giudicare i vivi e i morti, il regno del quale non avrà fine.
E nello Spirito Santo, Signore e vivificante, che procede dal Padre e dal Figliuolo;
che è adorato e glorificato insieme col Padre e col Figliuolo; che parlò per mezzo dei Profeti.
E la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica.
Confesso un solo battesimo per la remissione dei peccati.
E aspetto la risurrezione dei morti e la vita del secolo avvenire. Così è.
S. Il Signore sia con voi.
C. E anche col tuo spirito.

OFFERTORIO
S. Accetta, o Padre santo, Dio onnipotente ed eterno, questa Ostia immacolata che io indegno tuo servo offro a te, Dio mio vivo e vero, per le innumerevoli colpe, offese e negligenze mie, e per tutti i circostanti, come pure per tutti i fedeli cristiana vivi e defunti, affinchè a me e ad essi giovi a salvezza nella vita eterna. Così sia.
Dio, che in modo meraviglioso creasti la nobile natura dell'uomo, e più maravigliosamente ancora l'hai riformata, concedici di diventare, mediante il mistero di quest'acqua e di questo vino, consorti della divinità di Colui che si degnò farsi partecipe della nostra umanità, Gesù Cristo tuo Figliuolo, Nostro Signore, il quale vive e regna Dio con te nell'unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Così sia.
Ti offriamo, o Signore, questo Calice di salute, e scongiuriamo la tua clemenza perchè esso salga con odore soavissimo al cospetto della tua maestà divina per salvezza nostra e del mondo intero. Così sia.
E noi con lo spirito umile e con l'anima contrita, deh, siamo accolti da te, o Signore, e il nostro sacrificio si compia oggi alla tua presenza in modo tale che esso ti piaccia, o Signore Dio. Vieni, Dio eterno, onnipotente, santificatore, e benedici questo sacrificio preparato al nome tuo santo.
[Qui il sacerdote si lava le mani recitando il salmo « Lavabo»].
Accetta, o santissima Trinità, questa offèrta che ti facciamo in memoria della passione, risurrezione e ascensione del Nostro Signor Gesù Cristo, e in onore della beata sempre Vergine Maria; di san Giovanni Battista, dei santi Apostoli Pietro e Paolo e di tutti i Santi; affinchè ad essi sia d'onore e a noi di salvezza, e si degnino d'intercedere per noi in cielo, mentre noi facciamo memoria di loro in terra. Per il medesimo Cristo Nostro Signore.

S. Orate, fratres, [poi segretamente] ut meum ac vestrum sacrificium acceptabile fiat apud Deum Patrem omnipotentem.
C. Súscipiat Dóminus sacrificium de mánibus tuis ad láudem et glóriam nóminis sui, ad utilitatem quoque nostram, totiúsqueEcclésiae suae sanctae.
 S. Pregate, o fratelli, che questo sacrificio mio e vostro torni accetto a Dio Padre onnipotente.

C. Il Signore accetti dalle tue mani questo sacrificio a lode e gloria del suo nome, e anche a vantaggio nostro e di tutta la sua santa Chiesa.

SEGRETA
S. Signore,questo sacrificio d'espiazione e di lode ci renda degni della tua protezione. Per il Nostro Signor Gesù Cristo tuo Figliuolo, il quale vive e regna Dio con te nell'unita dello Spirito Santo.

PREFAZIO

S. Per omnia saecula saeculorum.
C. Amen.
S. Dominus vobiscum.
C. Et cum spiritu tuo.
S. Sursum corda.
C. Habémus ad Dóminum.
S. Gratias agamus Domino Deo nostro.
C. Dignum et iustum est.
 S. Per tutti i secoli dei secoli.
C. Così sia.
S. Il Signore sia con voi.
C. E anche col tuo spirito.
S. In alto i cuori.
C. Li abbiamo al Signore.
S. Rendiamo grazie al Signore Dio nostro.
C.E' cosa degna e giusta.

S. Veramente degna, giusta, equa e salutevole cosa è che noi sempre e da per tutto rendiamo grazie a te, o Signore santo, Padre onnipotente, Dio eterno, per mezzo di Cristo Nostro Signore, per il quale gli Angeli lodano la tua maestà, le Dominazioni l'adorano, ne tremano le Potestà, i Cieli e le Virtù dei Cieli e i beati Serafini la celebrano in comune esultanza. Con le loro voci, te ne preghiamo, fa' che siano ammesse anche le nostre, mentre con umile professione diciamo:

SANCTUS

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus Deus Sabaoth.
Pleni sunt caeli et terra glória tua. Hosánna in excélsis.
Benedictus qui venit in nómine Dómini.
Hosanna in excelsis
 Santo, Santo, Santo è il Signore Dio degli eserciti.
Della tua gloria sono pieni cieli e terra.
Osanna nel più alto dè cieli.
Benedetto colui che viene nel nome del Signore.
Osanna nel più alto dè cieli.

CANONE
Te dunque, o Padre clementissimo, noi supplichevoli preghiamo per Gesù Cristo tuo Figliuolo Nostro Signore, e ti domandiamo di avere per accetti e di benedire questi doni, questi presenti, questi santi ed illibati sacrifici, i quali noi ti offriamo primieramente per la tua santa Chiesa cattolica, acciocchè ti degni di pacificarla, custodirla, adunarla e governarla in tutto il mondo, insieme col tuo servo N., nostro Papa, e col nostro Veseovo N., e con tutti i [tuoi] adoratori ortodossi e di fede cattolica e apostolica.

"MEMENTO" DEI VIVI
Ricordati, o Signore, dei tuoi servi e delle tue serve N. N., e di tutti i circostanti di cui conosci la fede e la devozione, pei quali noi ti offriamo, e ti offrono anch'essi questo sacrificio di lode per sè e per tutti i loro, a redenzione delle anime proprie, con la speranza della propria salute e incolumità, e rendono i loro voti a te eterno Dio vivo e vero, in comunione, celebrando la memoria primieramente della gloriosa sempre Vergine Maria , Madre del nostro Dio e Signore Gesù Cristo, e anche de' tuoi santi Apostoli e Martiri Pietro, Paolo, Andrea, Giacomo, Giovanni, Tommaso, Giacomo, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Simone e Taddeo; l.ino, Cleto, Clemente, Sisto, Cornelio, Cipriano, Lorenzo, Crisogono, Giovanni e Paolo, Cosma e Damiano e di tutti i tuoi Sanati; per i meriti e per le preghiere dei quali tu concedine che siamo in tutte le cose muniti dell'aiuto della tua protezione, per il medesimo Cristo Nostro Signore. Così sia.
Laonde ti prrghiamo, o Signore, di accettare placato questa offerta di noi tuoi servi e di tutta la tua famiglio, e di disporre i nostri giorni nella tua pace, e di comandare che noi veniamo liberati dall'eterna dannazione e annoverati nel gregge dei tuoi eletti, per Cristo Nostro signore. Così sia.

ALLA CONSACRAZIONE
E tu, o Dio, dègnati, te ne supplichiamo, di rendere questa offerta in tutto e per tutto benedetta, ascritta alle cose celesti , grata, ragionevole ed accettevole, affinchè ella diventi per noi il Corpo e il Sangue del Nostro Signor Gesù Cristo, tuo dilettissimo Figliuolo.
Il quale, il giorno prima di patire, prese il pane nelle sue sante e venerabili mani, e sollevati gli occhi in cielo a te Dio, suo Padre onnípotente, rendendoti grazie, lo benedisse, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli dicendo: Prendete e mangiatene tutta: Chè QUESTO E' IL CORPO MIO». [Si eleva l'Ostia consacrata e si adora].
E in simigliante maniera, dopo aver cenato, prendendo nelle sue sante e venerabili mani anche questo Calice glorioso, di nuovo rendendoti grazie, lo benedisse e lo diede ai suoi discepoli dicendo: « Prendete e bevetene tutti: chè QUESTO E' IL CALICE DEL SANGUE MIO del nuovo ed eterno Testamento (mistero di-fede!), il quale per voi e per molti sarà sparso a remissione dei peccati. Ogni qual volta farete questo, lo farete in memoria di me ». [Si eleva il Calice e si adora].

DOPO LA CONSACRAZIONE
Laonde, o Signore, anche noi tuoi servi, come altresì il tuo popolo santo, ricordando la beata passione del medesimo Cristo tuo Figliuolo, nostro Signore, la sua risurrezione dagli inferi, e la sua gloriosa ascensione in cielo, offriamo all'eccelsa tua maestà, delle cose che ci hai donate e date, l'Ostia pura, l'Ostia santa, l'Ostia immacolata, il Pane santo della vita eterna e il Calice della perpetua salute.
Sopra di essi, o Signore, dègnati di riguardare con volto propizio e sereno, e di averli accetti, come ti sei degnato accettare i doni del tuo servo Abele il giusto, e il sacrificio di Abramo nostro patriarca, e quello che, ti offrì il tuo sommo sacerdoti Melchisedecco, in sacrificio santo ed ostia immacolata (che pur non erano se non figure del sacrificio e dell'Ostia del tuo divin Figliuolo).
Comanda, o Dio onnipotente, supplichevoli te ne preghiamo, che essi vengano, per mano dell'Angelo tuo santo, portati sul tuo sublime altare, al cospetto della tua divina maestà, affinchè quanti, partecipando di questo altare, riceveremo il sacrosanto Corpo e Sangue del tuo Figliuolo, veniamo ricolmi di ogni celeste benedizione e grazia, per il medesimo Cristo Nostro Signore. Così sia.

"MEMENTO" DEI MORTI
Ricordati anche, o Signore, dei tuoi servi e delle tue serve che ci hanno preceduto col segno della Fede e dormono il sonno di pace [qui si raccomandano in particolare i defunti]. Ad essi, o Signore, e a tutti quelli che riposano in Cristo, noi ti supplichiamo di voler per tua misericordia concedere il luogo del refrigerio, della luce e della pace, per il medesimo Cristo Nostro Signore. Così sia.
E a noi pure tuoi servi peccatori, che speriamo nella moltitudine delle tue misericordie, dègnati di dar qualche parte e società coi tuoi santi Apostoli e Martiri, Giovanni, Stefano, Mattia, Barnaba, Ignazio, Alessandro, Marcellino, Pietro, Felicita, Perpetua, Agata, Lucia, Agnese, Cecilia, Anastasia e con tutti i tuoi Santi; nel consorzio dei quali tu ci colloca non riguardando al merito, ma facendoci grazia, te ne preghiamo, per Cristo Nostro Signore; per il quale, o Signore, sempre tu le crei buone tutte queste cose, le santifichi, le, vivifichi, le benedici e a noi le somministri.
Per lui e con lui e in lui viene a te Dio Padre onnipotente, nell'unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria.

AL "PATER NOSTER"

S. Per omnia saecula saecudorúm.
C Amen
S. Oremus.
Praeceptis salutaribus moniti et divina institutione formati audemus dicere: Pater noster... Et ne nos inducas in tentationem.
C. Sed libera nos a malo.
S. Amen.
 S. Per tutti i secoli dei secoli.
C. Amen.
S. Preghiamo.
Esortati da un comando salutare e ammaestrati da un'istruzione divina, osiamo dire: Padre nostro... E non c'indurre in tentazione.
C. Ma liberaci dal male.
S. Così sia.

Da tutti i mali passati, presenti e futuri liberaci, te ne preghiamo, o Signore, e per l'intercessione della beata e gloriosa sempre Verme Maria, Madre di Dio, insieme con i tuoi beati Apostoli Pietro, Paolo e Andrea e con tutti i Santi, donaci propizio la pace nei nostri giorni, sicchè, aiutati dal soccorso della tua misericordia, sempre siamo liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento, per il medesimo Nostro Signor Gesù Cristo, tuo Figliuolo, il quale teco vive e regna Dio nell'unità dello Spirito Santo.

S. Per omnia saecula saeculorum.
C. Amen.
S. Pax Domini sit semper vobiscum.
C Et cum spiritu tuo.
 S. Per tutti i secoli dei secoli.
C. Così sia.
S. La pace del Signore sia sempre con voi
C. E anche col tuo spirito.

S. Questa mescolanza e consacrazione del Corpo e del Sangue del Nostro Signor Gesù Cristo giovi per la vita eterna a noi che di riceviamo. Così sia.

AGNUS DEI

Agnus Dei, qui tollis peccàta mundi, miserére nobis
[due volte. Per i morti: dona eis réquiem].
Agnus Dei, qui tollîs pecccata mundi, dona nobis pacem
[per i . morti: dona eis réquiem sempitérnam].
 Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi
(due volte. Per i morti: dona loro il riposo].
Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, donaci da pace
(per i morti: dona loro il riposo eterno).

ALLA COMUNIONE
Signore Gesù Cristo, che hai detto a' tuoi Apostoli: « Vi lascio la pace, vi dò la mia pace», non riguardare ai miei peccati, ma alla fede della tua Chiesa, e degnati di pacificarla e riunirla secondo la tua volontà, o tu che vivi e regni Dio per tutti i secoli dei secoli. Così sia.
[Quest'orazione si omette nelle messe dei morti].
Signore Gesù Cristo, Figliuolo di Dio vivo, che per volere del Padre, con la cooperazione dello Spirito Santo, hai ravvivato il mondo con la tua morte, liberami, per questo tuo Corpo e Sangue, da tutte le mie iniquità e da tutti i mali; e fà ch'io sia sempre fedele a' tuoi comandamenti, e non permettere che io mi separi giammai da te che col medesimo Dio Padre e con lo Spirito Santo vivi e regni Dio nei secoli dei secoli. Così sia.
La comunione del tuo Corpo, che io indegno ardisco ricevere, non mi si volga a delitto e a condanna, ma per la tua misericordia mi giovi a rimedio e a difesa dell'anima e del corpo, o Signore Gesù Cristo, il quale con Dio Padre nell'unità dello Spirito Santo vivi e regni Dio per tutti i secoli dei secoli. Cosa sia.
Riceverò il pane del cielo e invocherò il nome del Signore.
Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di' solamente una parola e l'anima mia sarà guarita [tre volte. - Comunione con la S. Ostia].
Che renderò io al Signore per tutte le cose che Egli ha date a me ? Prenderò il Calice di salute e invocherò il nome del Signore. Loderò e invocherò il Signore, e sarò liberato da' miei nemici [Comunione col Calice].

DOPO LA COMUNIONE
Ciò che abbiamo ricevuto con la bocca, o Signore, accogliamo con anima pura, e, di temporaneo dono ci diventi rimedio sempiterno.
O Signore, il tuo Corpo che ho preso e il tuo Sangue che ho bevuto aderiscano all'intimo dell'anima mia, e fa' che non rimanga macchia alcuna di peccato in me, che questi puri e santi sacramenti hanno rinnovato, o tu che vivi e regni nei secolo dei secoli. Così sia.

S. Dominus vobiscum
C. Et cum spiritu tuo.
 S. Il Signore sia con voi.
C. E anche col tuo spirito.

ALLA FINE DEGLI "OREMUS"

S. Per omnia saecula saeculorum.
C. Amen.
S. Dominus vobiscum.
C. Et cum spiritu tuo.
S. Ite, messa est.
C. Déo gratias.
Nelle messe dei morti:
S. Requiescant in pace.
C. Amen.
 S. Per tutti i secoli dei secoli.
C. Così sia.
S. Il Signore sia con voi.
C. E anche col tuo spirito.
S. Andate, la Messa è compita.
C. Siano grazie a Dio.
Nelle messe dei morti:
S. Riposino in pace.
C. Così sia.

S. O santa Trinità, ti piaccia l'omaggio della mia servitù, e concedi che questo sacrificio, offerto da me indegno agli occhi della tua maestà, a te sia accetto, ed a me e a quelli per i quali l'ho offerto, torni, per tua misericordia, giovevole. Per Cristo Nostro Signore. Così sia.

BENEDIZIONE

S. Benedicat vos amnipotens Deus, Pater et Filius et Spiritus Sanctus.
C. Amen.
 S. Tre benedica l'onnipotente Dio, Padre e Figliuolo e Spirito Santo.
C. Così sia.

ALL'ULTIMO VANGELO

S. Dominus vobiscum.
C. Et cum spiritu tuo.
S. Initium o Sequentia sancti Evangelii secundum N.
C. Gloria tibi, Dómine.
 S. Il Signore sia con voi.
C. E anche col tuo spirito.
S. Principio o Seguito del santo Vangelo secondo N.
C. Gloria a te, o Signore.

FINITO IL VANGELO

C. Deo gratias.
 C. Siano grazie a Dio.

DOPO LA MESSA
Ave Maria [tre volte], Salve Regina.
S. Ora pro nobis, sancta Dei Genitrix.
C. Ut digni efficiàmur promissiónibus Christi.
S. Oremus... Per Christum Daminum nostrum.
C. Amen. (1)
S: Sancte Michaél Archangele... in infernum detrude.
C. Arnen
S. Cor Iesu sacratissimum. [tre volte].
C. Miserére nobis (2).

(1) Indulgenza di 300 giorni
(2) Indulgenza di 7 anni e 7 quarantene
  
III Per i sacramenti della Penitenza e della Eucaristia
I. - PRIMA DELLA CONFESSIONE.
Misericordiosissimo mio Salvatore, ho peccato e molto peccato contro di voi per mia colpa, per mia grandissima colpa, ribellandomi alla vostra santa legge, e preferendo a voi, mio Dio e mio Padre celeste, misere creature e i miei capricci. Sebbene io non meriti che castighi, deh, non negatemi la grazia di ben conoscere, detestare e confessare sinceramente tutti i miei peccati, sì che possa ottenere il vostro perdono ed emendarmi davvero.
Vergine Santa, intercedete per me. Pater, Ave.
1. Si faccia con diligenza l'esame dei peccati commessi in pensieri, in parole, in opere ed omissioni, contro i comandamenti di Dio, i precetti della Chiesa e i doveri del proprio stato.
2. Si consideri il gran male commesso offendendo gravemente Dio, nostro Signore e Padre, il quale ci ha fatto tanti benefizi, ci ama tanto e merita infinitamente di essere amato sopra ogni cosa e servito con ogni fedeltà. Si ripensi che la Passione del Nostro Signor Gesù Cristo fu cagionata dai nostri peccati. Si rifletta alla perdita della grazia e del paradiso e al castigo meritato dell'inferno. Poi si reciti con molta compunzione l'Atto di dolore.
3. Presentandosi al confessore, il penitente s'inginocchi, faccia il segno della Croce e chieda la benedizione; poi si confessi umilmente.
4. Dopo, ascolti docilmente gli avvisi del confessare, accetti la penitenza, e, al momento dell'assoluzione, rinnovi d'Atto di dolore.

DOPO LA CONFESSIONE
Subito dopo la Confessione, se non fu altrimenti prescritto dal confessore, si reciti, potendo, la preghiera imposta per penitenza; poi si richiamino e si scolpiscano bene in mente i consigli avuti e si rinnovino i buoni propositi: da ultimo si ringrazi il Signore.
Quanto siete stato buono con me, o Signore! Non ho parole per ringraziarvi; perché, invece di punirmi per tanti beccati che ho commesso, me li avete tutti perdonati con infinita misericordia in questa santa Confessione. Di nuovo me ne pento con tutto il cuore, e prometto, con l'aiuto della vostra grazia, di non offendervi mai più e di compensare con molto amore e con buone opere le innumerevoli offese che vi ho fatte nella mia vita.
Vergine santissima, Angeli e Santi del cielo, vi ringrazio della vostra assistenza:,voi pure rendete per me grazie al Signore della sua misericordia e ottenetemi costanza e avanzamento nel bene.
Nelle tentazioni non si dimentichi d'invocare l'aiuto divino dicendo, per es.:
Gesù mio, aiutatemi e datemi grazia di non mai offendervi.
2. - PRIMA DELLA SANTA COMUNIONE.
Atto di fede e di adorazione. - Signor mio Gesù Cristo, io credo con tutta l'anima che voi siete realmente nel santissimo Sacramento dell'altare in Corpo, Sangue, Anima e Divinità. Quindi vi adoro in esso e vi riconosco per il mio Creatore, Signore, Redentore e per il mio sommo, unico bene.
Atto di speranza. - Signore, io spero che donandovi tutto a me in questo divin Sacramento, mi userete misericordia e mi concederete tutte le grazie che sono necessarie per la mia eterna salute.
Atto di carità. - Signore, io vi amo con tutto il nuore sopra ogni cosa, perchè siete il mio Padre, il .mio Redentore, il mio Dio infinitamente amabile; e, per amor vostro, amo i1 mio prossimo coma me stesso, e perdono di cuore a quelli che mi hanno offeso.
Atto di contrizione. Signore, io detesto tutti i miei peccati, perchè sono vostra offesa e mi rendono indegno di ricevervi nel mio cuore; e propongo con la vostra grazia di non commetterne più per l'avvenire, di fuggirne le occasioni, e di far penitenza.
Atto di desiderio - Signore, io desidero ardentemente che veniate nell'anima mia, affinchè la santifichiate e la facciate tutta vostra per amore, tanto che non si separi più da voi, ma viva sempre nella vostra grazia.
Atto di umiltà. - Signore, io non son degno che voi veniate dentro di me; ma dite una sola parola, e l'anima mia sarà salva.
DOPO LA SANTA COMUNIONE.
Atto di fede e di adorazione. - Signor mio Gesù Cristo, io credo che voi siete veramente in me col vostro Corpo, Sangue, Anima e Divinità, e, umiliato nel mio nulla, vi adoro profondamente come mio Dio e Signore.
Atto di speranza. Signore, poichè siete venuto nell'anima mia, fate che io non ve ne discacci mai più col peccato, ma rimanetevi sempre voi con la grazia: lo spero per la vostra bontà e misericordia.
Atto di carità. -: Signore, mio Dio, vi amo quanto so e posso, e desidero di amarvi sempre più: fate che vi ami sopra ogni cosa adesso e sempre nei secoli dei secoli.
Atto di offerta. - Signore, poichè vi siete donato tutto a me, io mi dono tutto a voi; vi offro il cuore e l'anima mia, vi consacro tutta la mia vita, e voglio essere vostro per tutta l'eternità.
Alto di domanda. - Signore, datemi tutte le grazie spirituali e temporali che conoscete utili all'anima mia; soccorrete i miei parenti, i benefattori, gli amici, i superiori, e liberate le anime sante del purgatorio.
A Gesù Crocifisso. - Eccomi, o mio amato e buon Gesti, che alla santissima vostra presenza prostrato, vi prego col fervore più vivo a stampare nel mio cuore sentimenti di fede, di speranza, di carità, di dolore dei miei peccati, e di proponimento di non più offendervi, mentre io con tutto l'amore e con tutta la compassione vado considerando le vostre cinque piaghe, cominciando da ciò che disse di voi, o mio Dio, il santo profeta Davide: «Trapassarono le mie mani e i miei piedi, contarono tutte le mie ossa»
PER LA BENEDIZIONE DEL SANTISSIMO SACRAMENTO:

O salutaris hostia,
Quae caeli pandis ostium,
Bella premunt hostilia,
Da robur, fer auxilium.
Uni trinoque Domino
Sit sempiterna gloria,
Qui vitam sine termino
Nobis donet in patria. Amen.
Tantum ergo Sacramentum
Veneremur, cernui:
Et antíquum documentum
Novo cedat ritui;
Praestet fides supplementum
Sensuum defectui.
Genitori, Genitoque
Laus et iubilatio,
Salus, honor, virtus quoque
Sit et benedictio:
Procedenti ab utroque
Compar sit laudatio. Amen.
C Panem de caelo praestxtisti eis,
R Omne delectamentum in se habentem.
OREMUS
Deus, qui nobis sub Sacramento
mirabili Passionis tuae memoriam,
reliquisti : tribue, quaesumus, ita
nos Corporis et Sanguinis tui
sacra mysteria venerari, ut
redemptionis tuae fructum in nobis iugiter sentiamus. Qui vivis et regnas in saecula saeculorum. Amen.
 O Ostia della salvezza,
che ci apri la porta del cielo,
i nemici ci stringono;
danne forza, recaci soccorso.
Al Signore uno e trino
sia gloria sempiterna;
ci dia Egli nella patria
la vita senza termine. Così sia.
Così grande Sacramento
veneriamo adunque prostrati:
e l'antico insegnamento
ceda al nuovo rito;
supplisca, la fede
al difetto dei sensi.
Al Padre e al Figliuolo
sia lode e giubilo,
salute, onore, potenza
e benedizione;
e pari lode sia a Colui
che da entrambi procede. Così sia.
C Dal cielo hai dato loro un pane,
R Che ha in sè ogni dolcezza.

PREGHIAMO.
Dio che sotto mirabile Sacramento
ci lasciasti memoria della tua Passione, concedici, ti preghiamo,
di venerare i sacri misteri
del Corpo e Sangue tuo in modo da sentire continuamente in noi il frutto della tua redenzione. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Così sia.


APPENDICI
Appendice I
Brevissimi cenni di storia della Rivelazione divina
I. CREAZIONE DEL MONDO E DELL'UOMO.
1. A1 principio Dio solo era, e niente esisteva fuori di Lui. Infinitamente perfetto e felice in se stesso, ,Egli non aveva bisogno d'alcuno, ma per pura bontà volle creare, cioè fare dal nulla. Volle, e furono il cielo e la terra, le cose tutte visibili e le invisibili.
2. Con ordine maraviglioso le creature furon prodotte una dopo l'altra: luce, firmamento ed astri, terra e mare, vegetali e animali; e ultimo, quasi corona della creazione, l'uomo; il quale fu fatto ad immagine e somiglianza di Dio, perché nel corpo formato di terra, il Creatore infuse lo spirito immortale, e l'innalzò con la grazia allo stato soprannaturale e al fine di goder Dio stesso nell'eternità.
3. A1 primo uomo, che chiamò Adamo, Dio diede per compagna, traendola con alta ragione dal fianco di lui, Eva, la prima donna; e da essi è venuta l'intera famiglia umana.
II. CADUTA DELL'UOMO E PROMESSA DEL SALVATORE.
4. L'uomo era stato fatto re della natura e messo in un delizioso giardino, il paradiso terrestre, dove poteva goder di tutto; ma affinché riconoscesse il pieno dominio del Creatore, Dio gli aveva proibito di gustare il frutto dell'albero detto della scienza del bene e del male: il bene era l'ubbidienza e la grazia di Dio, il male la disubbidienza e la perdita dei doni non dovuti all'uomo, dei quali Dio l'aveva arricchito.
5. L'uomo osò ribellarsi. Eva, credula al serpente-demonio, anzichè a Dio, e Adamo, compiacente ad Eva, disobbedirono; e per la loro colpa, secondo le minacce avute, essi e i loro discendenti furono spogliati della grazia e della felicità eterna in Dio, e degli altri doni che toglievano le imperfezioni e le debolezze della natura. Così, stoltamente, si resero servi del demonio, delle passioni, delle miserie, della morte, e ci esposero tutti alla perdizione eterna.
6. Dio però, condannandoli dalle delizie del paradiso terrestre al lavoro, al dolore e alla morte corporale, non tolse loro la speranza della salvezza dell'anima, anzi predisse che avrebbe distrutto la potenza tirannica del demonio per mezzo del Messia o Cristo, che sarebbe venuto nella pienezza dei tempi. In questa speranza e in questa fede l'uomo rivivrebbe, osservando la legge morale scolpitagli nel cuore.
III. CORRUZIONE E DILUVIO. IL POPOLO ELETTO.
7. Ma, invece, a cominciar da Caino che per invidia uccise suo fratello Abele, si moltiplicarono i peccati col moltiplicarsi del genere umano, il quale tutto si pervertì. Onde Dio mandò il diluvio sulla terra, e tutti perirono nel castigo, eccetto il giusto Noè e la sua famiglia, che Dio salvò in un'Arca o grande nave, fattagli appositamente costruire. Noè, scampato, offrì a Dio un sacrificio in ringraziamento.
8. Anche le varie nazioni, venute da Sem, Cani e Jafet, figli di Noè, si corruppero, e col tempo dimenticarono l'unico vero Dio, e invece di Lui, con peccato gravissimo, adorarono false divinità e creature. Perciò Dio scelse, tra i pochissimi della stirpe di Sem rimasti fedeli, Abramo Caldeo; lo chiamò fuori della sua patria e gli promise che se egli e i suoi posteri si conservassero credenti e religiosi, sarebbe stato il loro DIO, li avrebbe moltiplicati immensamente e fatti padroni della terra di Canaan o Palestina, e nella sua posterità sarebbero benedette tutte le genti. La promessa medesima rinnovò Dio ad Isacco, figlio di Abramo, e a Giacobbe detto pure Israele, secondogenito d'Isacco.
9. Così la progenie di Abramo e d'Israele, cioè gli Ebrei, divennero il popolo eletto da Dio perché custodisse la fede e la religione vera, e tramandasse la promessa del Salvatore.
IV. SCHIAVITÚ D'EGITTO. LIBERAZIONE PER MEZZO DI MOSÉ.
10. Giacobbe mori in Egitto, dove in tempo d'una gran carestia era andato con i suoi dal prediletto figlio Giuseppe, che i fratelli invidiosi avevano venduto schiavo e che il Faraone, o Re, aveva innalzato alla più alta dignità del regno in grazia del suo spirito profetico e della sua fedeltà e previdenza. Colà gli Ebrei crebbero di numero e prosperarono grandemente, tanto che, dopo secoli, un Faraone crudele, ingelosito della loro potenza, tentò sterminarli, sottoponendoli a durissima schiavitù e comandando di gettare i loro nati maschi nelle acque del Nilo.
11. Ma Dio intervenne, per il popolo suo. Mosè, il futuro liberatore, veniva salvato dalle acque e allevato in corte dalla figlia stessa del Faraone; e Dio per mezzo di lui intimava poi al Faraone di lasciar partire il popolo ebreo. Avendo il re ricusato, percossero successivamente il regno dieci flagelli terribili detti piaghe d'Egitto, ultima delle quali lo sterminio di tutti i primogeniti egiziani, compiuto in una notte dall'Angelo, che risparmiò le sole case degli Ebrei, segnate, secondo l'ordine di Dio, col sangue dell'agnello immolato.
12. Allora il re si piegò, e Mosé parti subito col popolo, e attraversò il Mar Rosso che mirabilmente si divise avanti agli Ebrei per lasciarli passare. Vollero entrarvi anche gli Egiziani, i quali, pentiti d'aver concesso agli Ebrei la partenza, si erano messi ad inseguirli; ma le acque si riunirono e tutti furono sommersi.
Il grande passaggio o Pasqua era compiuto, e la memoria della prodigiosa liberazione sarà poi celebrata ogni anno dagli Ebrei con la festa più solenne, finché avvenga la Pasqua di Cristo, e l'umanità intera sia per Lui liberata dalla schiavitù,. infinitamente più funesta, del peccato.
V. GLI EBREI NEL DESERTO. LA LEGGE. GIÓSUE'.
LA TERRA PROMESSA.
13. Agli Ebrei condotti nel deserto, Dio, con grande maestà, fra lampi e tuoni, diede, per mezzo di Mosé, sul monte Sinai, la legge morale del Decalogo o dei dieci comandamenti, incisi su due tavole di pietra; e diede poi ancora altre leggi rituali e sociali con cui il popolo doveva governarsi fino alla venuta del Messia, se voleva conseguire le divine promesse ed essere vittorioso e felice.
14. Fu questo il Vecchio Testamento o patto di Dio col popolo eletto, questa la Legge, ossia la legge antica, mosaica, tutta involta, nella sua minuziosa gravezza, a mantener viva la fede e il culto dell'unico vero Dio, misconosciuto da per tutto, e a preparare il Nuovo Testamento, ossia la Nuova Legge di Cristo, infinitamente superiore: questa la base e la costituzione della nazione ebrea, fondata da Mosé.
15. Però gli Ebrei, sebbene degnati di tal patto da Dio e da Lui prodigiosamente sostentati nel deserto per tanti anni con manna cadente quale rugiada e con acque cavate dalla roccia dalla verga di Mosé, si ritardarono per 1e proprie colpe l'entrata nella terra promessa, e Mosé morì sui confini di questa, lasciando per successore Giosuè, il quale finalmente, dopo quarant'anni di peregrinazioni, conquistò la Palestina e la divise tra le dodici tribù, discendenti da dodici figli di Giacobbe.
VI. I GIUDICI. I RE. DAVID. SALOMONE. IL TEMPIO.
REGNO DI GIUDA.
16. Dopo Giosuè, ressero il popolo i Giudici, suscitati da Dio quando sorgeva qualche più grave necessità; quindi i Re, il primo dei quali, Saulle, fu poi rigettato da Dio e sostituito col valoroso e fedele David della tribù di Giuda, nella cui famiglia resterà ereditario il regno e nascerà in ultimo il Messia, che avrà regno senza fine.
17. Salomone, figlio di David, sapientissimo e felicissimo, edifica in Gerusalemme un magnifico tempio al Signore, ma vecchio cade nella lussuria e nell'idolatria. Per questo delitto e per la stolta durezza del figlio e successore, Roboamo, furono tolte alla casa di Davide dieci tribù, che costituirono sotto Geroboamo, capo della ribellione, il regno d'Israele; regno presto caduto nell'idolatria, riprovato da Dio e distrutto per sempre dagli Assiri.
18. Frattanto anche le tribù di Giuda e di Beniamino, rimaste ai discendenti di David, ossia il regno di Giuda, prevaricarono spesso, nonostante i rimproveri dei Profeti, specialmente sotto alcuni re empi, come Acaz e Manasse. Onde sopravvenne Nabucodonosor, re di Babilonia, che assediò e distrusse Gerusalemme col tempio e menò schiavi re e popolo.
VII. CATTIVITA DI BABILONIA. IL RITORNO. IL NUOVO TEMPIO.
I PROFETI. LE PROFEZIE AVVERATE.
19. Nelle angustie della cattività di Babilonia, alle parole ammonitrici e consolanti dei Profeti, il popolo s'emendò e ravvivò la sua fede in Dio e nella risurrezione d'Israele per mezzo del Messia.
20.E quando, dopo settant'anni, Ciro, re dei Persiani; impadronitosi di Babilonia, concesse, secondo la predizione d'Isaia, il ritorno in patria, fu, con grande zelo, sotto Zorobabele e Neemia, riedificata Gerusalemme, cominciando dal tempio, il quale, sebbene non così splendido come l'antico, doveva essere onorato dalla presenza del Dominatore » ricercato e dell' Angelo del Testamento » nuovo. Fu ristabilito il pubblico culto di Dio e, per cura di Esdra, l'osservanza della Legge, il libro della quale venne letto al popolo e interpretato.
21. Nei secoli seguenti, al progressivo decadere della potenza e libertà nazionale, non decadde, ma si accrebbe, nonostante il pervertimento di molti, lo zelo per la Legge e l'aspettazione del Redentore annunziato con tratti sempre più particolari e distinti. Perchè i Profeti successivamente ne avevano predette nelle più minute circostanze la venuta e la vita, la predicazione, i patimenti, la gloria e il regno perpetuo; sì che parecchi, vanamente cercando di applicare a sè le predizioni, osarono presentarsi per Messia, finché apparve Gesù di Nazaret, nel quale tutte insieme si veríficarono e compirono le profezie divine.
VIII. GESÚ CRISTO: SUA VITA E PREDICAZIONE; SUA MORTE, RISURREZIONE E ASCENSIONE AL CIELO.
22. Gesù nacque in Betlemme da Maria Vergine, sposa a Giuseppe della famiglia di David. Come l'Angelo Gabriele le aveva annunziato, lo Spirito Santo era disceso sopra di Lei, ed Ella, rimanendo Vergine, era divenuta madre del Verbo divino incarnatosi da Lei.
23. Circonciso, secondo la Legge, e chiamato Gesù o Salvatore, dopo la fuga in Egitto per sottrarsi alle insidie di Erode, visse a Nazaret in umile ubbidienza a Maria e a Giuseppe, avanzando in sapienza, in età e in grazia innanzi a Dio e agli uomini ». A trent'anni circa, ricevuto il battesimo di penitenza nel fiume Giordano da Giovanni il Battista (Battezzatore), cominciò a predicare nella Giudea e nella Galilea il Vangelo, ossia la buona novella della remissione dei peccati e della vita eterna per quelli che credessero in Lui e ne osservassero gl'insegnamenti: e confermava coi più stupendi prodigi la sua divina missione e la sua dottrina.
24. Molti credettero, e tra i primi quei dodici chiamati Apostoli o messi, che Egli scelse per fondare la sua Chiesa, di cui volle capo e fondamento Pietro. Ma gli si scatenò contro implacabile l'odio dei pontefici, dei farisei e dei dottori della Legge, invidiosi del suo potere e offesi dai suoi rimproveri agli errori e alle ipocrisie loro, e quest'odio finì per farlo condannare, Lui, l'aspettato Redentore, dal Sinedrio o supremo tribunale della nazione, e posporre al ladrone Barabba, quando il pauroso Pilato, preside romano, tentò di graziarlo per la Pasqua e salvarlo da morte.
25. Dopo gli strazi più acerbi, crocifisso sul Calvario, non lungi da Gerusalemme, tra due malfattori, Egli compì in Croce la redenzione dell'umanità peccatrice, soddisfacendo per essa all'Eterno Padre col sacrificio di se stesso; e morì perdonando e pregando per i nemici che non cessavano d'insultarlo. Fu sciolto allora il Vecchio Testamento o patto con la nazione ingrata che aveva ripudiato e ucciso Dio Redentore, il quale, nel suo stesso sangue divino, dedicò il Nuovo ed eterno Testamento.
26. Sepolto il corpo, Egli coll'anima santissima discese al Limbo per liberar le anime dei giusti ivi trattenute in attesa della redenzione.
Il terzo giorno risuscitò da morte, come più volte aveva annunziato, e quindi apparve alle pie donne, a Pietro, a due discepoli sulla via di Emmaus e agli altri Apostoli ancora increduli, che alla vista delle sue piaghe gloriose più non dubitarono della risurrezione. Finalmente, dopo averli ammaestrati sul regno di Dio e mandati ad evangelizzare tutte le genti e a battezzare, con potestà di sciogliere e di ritenere i peccati, e con la promessa dello Spirito Santo e dell'assistenza propria fino alla consumazione dei secoli, nel quarantesimo giorno, in loro presenza, salì al cielo, dove siede alla destra di Dio Padre, investito d'ogni potere sul cielo e sulla terra.
IX. DISCESA DELLO SPIRITO SANTO. CHIESA CATTOLICA.
27. Dieci giorni dopo, nella Pentecoste, lo Spirito Santo, promesso da Cristo, scendeva visibilmente sugli Apostoli e sulla Chiesa nascente, dalla quale non doveva dipartirsi, mai più. Il regno di. Dio, con gli Apostoli suoi propagatori e reggitori e con le potenze spirituali della parola divina predicata e poi anche scritta, dei sacramenti (tra cui principale l'Eucaristia, per la, quale Gesù rimane sempre co' suoi) e dei doni dello Spirito Santo, era ormai confermato e perfetto, e cominciava la propria vita indipendente dalla Sinagoga e la propria missione di salute fra i pagani, cui a poco a poco, nonostante te sanguinose persecuzioni del potentissimo impero romano, trasse dal profondo dell'idolatria e della corruzione, convertendone moltissimi in fiori di fede e di virtù.
28. Cadde poco dopo, per sempre, con la sua capitale e col suo tempio, la nazione giudaica, e gli ebrei furono dispersi sulla terra: cadde poi con le sue glorie di letteratura, di arte e di scienza il mondo antico, consumato dai vizi; caddero altre genti ed imperi, e la Chiesa, con la civiltà cristiana, perdura e s'estenderà sempre per il bene dell'umanità, malgrado le cadute di figli degeneri, malgrado le più funeste dissensioni che trassero fuori del regno di Dio, nello scisma e nell'eresia, nazioni potenti, malgrado la più insidiosa guerra dei nemici della rivelazione soprannaturale, della morale cristiana e dell'idea stessa di Dio. « Le porte dell'inferno non prevarranno contro di lei. Il buon cristiano, tranquillo su questa promessa divina, non si turba, ma con la sua madre, la chiesa, prega, lavora e soffre, aspettando la risurrezione finale e il ritorno glorioso di Gesù Cristo giudice, che ci preannunziò gli odi, le persecuzioni, le apostasie, ma, insieme ci rincuorò dicendo: « Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me... Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi ...pur fate cuore: io ho vinto il mondo. (Giov.,XV,18-20; XVI,33).
Appendice II
1 - Brevissimi cenni sulle feste cristiane
2 - Anno ecclesiastico

I. - BREVISSIMI CENNI SULLE FESTE CRISTIANE
1. La santa Chiesa non solo nella Dottrina cristiana e nella Storia sacra, ma anche con le feste, praticamente ci ricorda e ci inculca le verità della Fede e i migliori esempi delle virtù cristiane.
2. Le feste furono propriamente istituite per rendere a Dio in comune, nei sacri templi, il culto supremo di adorazione, di lode, di ringraziamento, di riparazione; ma in esse tutto fu così ben disposto e alle singole circostanze adattato, cerimonie, parole, canto e ogni altra esteriorità, da far penetrare profondamente nell'animo i misteri e le verità, o i fatti celebrati, e da muoverlo ad affetti e ad azioni corrispondenti. Se i fedeli fossero ben istruiti in proposito e celebrassero le feste con lo spirito voluto dalla Chiesa nell'istituirle, si otterrebbe una rinnovazione e un accrescimento notevole di, fede, di pietà e d'istruzione religiosa, e, per conseguenza, 1'intera vita dei cristiani ne uscirebbe rinvigorita e migliorata.
3. A Dio è consacrato l'anno intero, nè passa giorno senza che la Chiesa ci legga, nella Messa e nell'Officio, qualche tratto delle Scritture sacre, che sono opera di Lui, e ci suggerisca con mirabile varietà formole appropriatissime di lode e di preghiera al Signore, nostro primo principio ed ultimo fine, nelle quali ci si ricordano le perfezioni infinite, i benefizi immensi e la Legge santissima di Lui.
Parimenti, durante l'anno ci ricorda ogni giorno, nel santo Vangelo della Messa, qualche prodigio o qualche insegnamento del Nostro Signor Gesù CRISTO, il quale è la Via, la Verità e la Vita, e, solo, Ha « parole di vita eterna».
Ma essendo i fedeli obbligati :A assistere al Santo Sacrificio, d'ordinario solo nelle domeniche, la santa Chiesa sapientemente distribuì tra queste il santo Santo Vangelo e gli Scritti apostolici, in modo che la vita intera e la dottrina de Salvatore venissero lette e spiegate ai fedeli durante l'anno, formando così un vero corso d'istruzione religiosa cristiana.
4. Oltre a ciò, con feste proprie maggiori, com'è venerato il mistero fondamentale del Cristianesimo, la santissima TRINITÀ, alla quale perpetuamente si rende dalla Chiesa onore, gloria e sacrificio (I° domenica dopo la Pentecoste), così si ricordano e si celebrano i fatti principali della vita dei Signore, che più luminosamente dimostrano l'infinita sua misericordia per noi, come il S. Natale, la Circoncisione, l'Epifania o manifestazione di Lui, la sua Passione, Morte e Risurrezione gloriosa (Pasqua), la meravigliosa Ascensione, il, dono ineffabile del suo Corpo e Sangue nella santissima Eucaristia (Corpus Domini) e l'effusione dello SPIRITO SANTO sulla Chiesa (Pentecoste).
Quasi tutte queste feste hanno un seguito o continuazione (Ottava; quella di Natale, poi, anche una preparazione di preghiere (Avvento); infine quella di Pasqua, 1a principale di tutte, ha la lunga preparazione della Quaresima, istituita in memoria dei quaranta giorni di digiuno del Salvatore e dedicata in modo speciale alla penitenza, all'istruzione e alla predicazione, e ha pure un lungo seguito di letizia, il tempo pasquale, in memoria dei quaranta giorni passati in terra da Gesù glorioso dopo la sua risurrezione.
5. Della santissima Vergine Madre di Dio, MARIA, si celebrano con la maggior solennità e festa i privilegi singolarissimi propri di Lei sola come Madre del Signore, i privilegi cioè dell'esenzione dal peccato originale (Immacolata Concezíone) e dell'immediata elevazione del suo corpo verginale, insieme con l'anima, alla gloria celeste (Assunzione). Si celebrano inoltre, con molto trasporto, dal popolo cristiano le date più memorabili della sua vita (Natività, 8 settembre; Annunziazione, 25 marzo; Purificazione, 2 febbraio), benchè tali feste ora non siano di precetto; e così alcune commemorazioni delle sue virtù e de' suoi Dolori (3a domenica di settembre) o di alcune sue grazie insigni (S. Rosario, lunedì dopo la 1° domenica di ottobre), per non accennare ad altre feste particolari, che alimentano la pietà dei fedeli verso la Madre celeste.
6. La gloria di tutti gli ANGELI e SANTI della Chiesa trionfante ci è presentata insieme nella festa d'Ognissanti, perchè noi, godendo dei loro trionfi, rimaniamo accesi dal loro esempio; poi subito, quasi per naturale successione, ci si ricordano tutti i cari morti della Chiesa purgante (Commemorazione dei fedeli defunti, 2 novembre), affinchè li aiutiamo coi nostri suffragi, e noi stessi al pensiero delle loro pene ci sentiamo stimolati a far penitenza dei nostri peccati e altre opere buone.
In particolare si festeggiano di precetto soltanto S. Giuseppe sposo purissimo di Maria Vergine, padre putativo di Gesù Cristo e patrono della Chiesa universale (19 marzo), e i Ss. Pietro e Paolo, principi degli Apostoli (29 giugno).
Però ogni giorno la Chiesa, oltre ad onorare specialmente qualche Santo, fa rileggere nel Martirologio anche il nome degli altri Santi e Beai che si celebrano nelle varie chiese particolari, mostrando così che li vorrebbe ricordati, venerati e invocati tutti dai fedeli per loro edificazione, sostegno e conforto.
7. Finalmente meritano particolare attenzione ed osservanza anche i giorni feriali consacrati al digiuno e alla penitenza (Quaresima), quelli stabiliti in preparazione alle feste maggiori (Vigilie) o per impetrare la grazia di buoni ministri del Signore e la conservazione del frutti della terra (Quattro Tempora, Litanie maggiori di S. Marco e delle Rogazioni); ma specialmente gli ultime giorni della Settimana Santa, tutta rivolta a rappresentarci nella forma più viva gli atroci patimenti e la morte ignominiosa che l'Uomo-Dio sostenne per redimere noi, peccatori indegnissimi, dalla schiavitù di Satana e dalla morte.
8. Ogni buon cristiano, pertanto, con l'aiuto della predicazione e di qualche libro opportuno, si studi di comprendere e far suo lo spirito di ogni festa, riconoscendone 1'oggetto e il fine speciale, meditando la verità, la virtù, il prodigio, il beneficio particolarmente in esse ricordato, e cercando dl trarne il proprio miglioramento. Così egli conoscerà meglio e amerà più ferventemente Dio, Nostro Signor Gesù Cristo, la santissima Vergine e i Santi, e sarà tratto a praticarne gli .esempi e gl'insegnamenti; si affezionerà pure alla sacra Liturgia, alla predicazione, alla chiesa e procurerà di affezionarvi anche gli altri. E così la festa sarà per lui veramente giorno di Dio, vera festa o ristoro e gaudio dell'anima, la quale in essa si ritemprerà e rinvigorirà per i travagli e le lotte quotidiane durante la settimana.
PREGHIAMO
O Dio, concedi propizio che, mediante le feste periodiche da noi celebrate quaggiù, meritiamo di giungere ai godimenti eterni (1).
Signore, dà sempre, te ne preghiamo, ai popoli credenti e di fare liete feste in venerazione de' tuoi Santi, e di essere protetti da loro con una intercessione continua (2). Te ne supplichiamo per il Nostro Signore Gesù Cristo, ecc.
1) Dall'Orazione del mercoledì di Pasqua
2) Postcom. della Messa di S.Damaso (11 dicembre)
II. - ANNO ECCLESIASTICO
A) PARTI DELL'ANNO LITURGICO.
1. Avvento: quattro settimane avanti il 25 dicembre.
II. Tempo di Natale e dell'Epifania, con alcune settimane dopo, da una a sei; secondo gli anni.
III. Domeniche di Settuagesima, Sessagesima e Quinquagesima fino al mercoledì delle ceneri.
IV. Quaresima, dal mercoledì delle ceneri fino al sabato santo sei settimane e quattro giorni.
V. Tempo pasquale, dalla domenica di Pasqua fino al sabato dopó la Pentecoste: otto settimane.
VI. Dopo la Pentecoste, dalla festa della santissima Trinità all'Avvento: da ventitré a ventotto settimane, secondo gli anni.
B) GIORNI FESTIVI .DI PRECETTO.
a) Tutte le domestiche. - In esse cadono alcune delle maggiori solennità: Pasqua di Risurrezione, Pentecoste, santissima Trinità.
b) Le seguenti dieci feste:
1. Circoncisione (1° gennaio)
2. Epifania (6 gennaio).
3. S. Giuseppe (19 marzo).
4. Ascensione (giovedì dopo la 5° domenica di Pasqua).
5. Corpus Domini (giovedì dopo la 1° domenica di Pentecoste).
6. Ss. Pietro e Paolo (29 giugno).
7. Assunzione (I5 agosto).
8. Ognissanti (1° novembre).
9. Immacolata (8 dicembre).
10. Natale (25 dicembre).
C) GIORNI DI ASTINENZA E. DI DIGIUNO.
I - Di sola astinenza dalle carni.
Tutti, i venerdì (tranne quelli. nei quali cade una festa di precetto).
II - Di astinenza e di digiuno.
I. Il mercoledì delle Ceneri.
II. Ogni venerdì e sabato di Quaresima.
III. Il mercoledì, venerdì e sabato delle Quattro Tempora o stagioni, cioè:
1. della primavera nella 1° settimana di Quaresima;
2. dell'estate nella settimana di Pentecoste;
3. dell'autunno nella 3° settimana di settembre;
4. dell'inverno nella 3° settimana dell'Avvento.
IV. Le vigilie:
1. di Natale (24 dicembre);
2. di Pentecoste;
3. dell'Assunzione di Maria Vergine (14. agosto);
4.. di Ognissanti (31 ottobre).
III. - Di solo digiuno.
Tutti gli altri giorni feriali di Quaresima.
NB. - 1. La domenica é sempre esente dalla legge dell'astinenza e del digiuno. Le altre feste di precetto sono pure esenti, tranne quelle che cadono in Quaresima.
2. L'astinenza e il digiuno delle vigilie, quando queste cadono in giorni festivi di precetto, non si anticipano.
3. Il Sabato Santo l'obbligo dell'astinenza e del digiuno cessa a mezzogiorno.
Appendice III
Avvertenze ai genitori e agli educatori cristiani
1. Fare il catechismo è istruire nella fede e nella morale di Gesù Cristo; è dare ai figli di Dio la coscienza della propria origine, dignità e destino, e dei propri doveri; è deporre e svolgere nei loro intelletti i principi e i motivi della religione, della virtù e della santità in terra, e perciò delta felicità in cielo
2. L'insegnamento del catechismo, è quindi il più necessario e benefico per gl'individui, per la Chiesa e per la società civile; è l'insegnamento fondamentale che sta alla base della vita cristiana, la quale, ov'esso manchi o sia stato male impartito, è debole, vacillante e facilmente vien meno.
3. I genitori cristiani come sono i primi e principali educatori dei loro figli, così debbono esserne i primi e principali catechisti: i primi perchè debbono loro istillare quasi col latte la dottrina ricevuta dalla Chiesa; i principali, perchè spetta ad essi far imparare a memoria in famiglia le cose principali della Fede, cominciando dalle Prime preghiere, e farle ripetere ogni giorno in modo che a poco a poco penetrino profondamente nell'animo dei figliuoli. Che se essi, come più volte avviene, sono costretti a farsi supplire da altri nell'educazione, ricordino l'obbligo sacrosanto di scegliere tali istituti e tali persone che sappiano e vogliano coscienziosamente compiere per loro un così grave dovere. L'indifferenza in questa materia é stata la perdita irreparabile di tanti figli. Qual conto se ne dovrà rendere a Dio!
4. Per insegnar con frutto bisogna ben sapere la dottrina cristiana, bisogna esporla e spiegarla in maniera adatta alla capacità degli alunni e soprattutto, trattandosi di dottrina pratica, bisogna Viverla.
5. Ben sapere la dottrina cristiana; perchè come si può istruire non essendo istruiti? Onde il dovere dei genitorri e degli educatori di ripassare il catechismo e di penetrarne a fondo le verità, frequentando le spiegazioni più ampie dei parrochi agli adulti, interrogando persone competenti e leggendo, se possono, libri opportuni.
6. Esporre in maniera adatta la dottrina cristiana, cioè con intelligenza e amore, in modo che i fanciulli non siano disgustati e annoiati del maestro e della dottrina. Perciò conviene mettersi alla loro portata, usar le parole più note e più semplici, svegliare l'intelligenza con opportune similitudini ed esempi e muovere i sentimenti del cuore; aver somma discrezione e misura per non stancare; progredire a poco a poco, non tediandosi di ripetere, e con pazienza ed affetto compatendo l'irrequietezza, le distrazioni, le impertinenze e gli altri difetti dell'età. Si schivi soprattutto quella maniera meccanica d'insegnare, che opprime e lascia ottusi, mettendo in giuoco la sola memoria, senza impegnare l'intelligenza e il cuore.
7. Finalmente vivere la fede e la morale che s'insegna; altrimenti, come si avrà il coraggio d'insegnare ai figli la religione che non si pratica, i comandamenti e i precetti che si trascurano sotto i loro occhi medesimi ? E qual frutto, nel caso, se ne può sperare? Al contrario, i genitori facilmente esautoreranno se stessi e avvezzeranno i figli all'indifferenza e al disprezzo dei principi più necessari e dei doveri più sacrosanti della vita.
8. E poichè oggi si è creata un'atmosfera d'incredulità funestissima alla vita spirituale, colla guerra ad ogni idea di autorità superiore, di Dio, di rivelazione, di vita futura, di mortificazione, inculchino i genitori e gli educatori, con la maggior cura, le verità fondamentali delle prime nozioni del catechismo; ispirino il concetto cristiano della vita, il senso della responsabilità di ogni atto presso il Giudice supremo, che è da per tutto, tutto sa e tutto vede, e infondano, col santo timore di Dio, l'amor di Cristo e della Chiesa, il gusto della carità e della soda pietà, e la stima delle virtù e pratiche. cristiane. Solo così l'educazione dei figli sarà fondata non sull'arena di mutevoli idee e di rispetti umani, ma sulla roccia di convinzioni soprannaturali, che non saranno scosse nella vita intera, malgrado ogni tempesta.
9. A tutto ciò occorre viva fede, profonda stima del valore delle anime e dei beni spirituali, e quell'amore saggio, che si studia di assicurare anzitutto la felicità eterna alle anime dei propri cari. Occorre anche una grazia speciale per capire l'indole dei figliuoli e trovare le vie della mente e del cuore. I genitori cristiani, in virtù del sacramento del Matrimonio ben ricevuto, hanno diritto alle grazie del proprio stato, e quindi a quelle necessarie per educare cristianamente la prole. Inoltre essi possono con l'umile preghiera ottener più abbondante grazia a questo medesimo scopo, essendo opera particolarmente grata a Dio che gli si educhino adoratori e figli ubbidienti e devoti. Lo facciano dunque, a costo di ogni sacrifizio: si tratta della salute eterna delle anime dei figli e della propria. Dio benedirà la loro fede e il loro amore in quest'opera di capitale importanza, e li ricompenserà col premio più desiderabile, di una figliuolanza santa, eternamente beata con loro in cielo.
PREGHIAMO
Signore, lo [Spirito] Consolatore che da te procede, illumini le nostre menti e le conduca in tutta la verità, come promise il tuo Figliuolo (1) Gesù Cristo Nostro Signore, che vive e regna con te nell'unità del medesimo Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Così sia.
(1) Orazione per il mercoledì di Pentecoste.
Appendice IV
Modo di servire la santa Messa
Il ministro, ossia colui che si presenta per servire al S. Sacrificio della Messa, dev'essere decentemente vestito ed essersi lavate le mani.
In Sacrestia: aiuta il Celebrante a vestirsi, prende il Messale, fa inchino al Croceifisso, va all'Altare e fa tutte le cose con gravità, attenzione e divozione.
Giunto all'Altare: se vi è il SS. Sacramento nel Tabernacolo fa genuflessione semplice col Celebrante; se non vi è il SS., fa pure genuflessione semplice mentre il Celebrante fa inchino. - Ricevendo la berretta bacia prima la mano dei Celebrante e poi la berretta. Riceve questa colla mano destra e non sul Messale. - Va a deporre il. Messale sul leggio e la berretta sulla credenza. Quindi va ad inginocchiarsi in piano dal lato del Vangelo (se è solo) facendo la genuflessione sul gradino inferiore, mentre passa in mezzo. (Tutte le volte che passerà in mezzo farà genuflessione). - Fattosi il segno della Croce col Sacerdote, giunge le mani e risponde adagio e distintamente come segue:
Sacerdote. In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen. Introibo ad altare Dei.
R. Ad Deum, qui laetificat iuventutem meam.
Sac. Iudica me, Deus, et discerne causam meam de gente non sancta: ab homine iniquo et doloso erue me.
R. Quia tu es, Deus, fortitudo mea: quare me repulisti? et quare tristis incedo dum affligit me inimicus?
Sac. Emitte lucem tuam et veritatem tuam: ipsa me deduxerunt et adduxerunt in montem sanctum tuum, et in tabernacula tua.
R. Et íntroibo ad altare Dei; ad Deum, qui laetificat iuventutem mea.
Sac. Confitebor tibi in cithara, Deus, Deus meus: quare tristis es, anima mea, et quare conturbas me?
R. Spera in Deo, quoniam, adhuc confitebor illi, salutare vultus nei et Deus meus.
Sac. Gloria Patri, et Filio et Spiritui Sancto.
R. Sicut erat in principio et nunc et semper et in saecula saeculorum. Amen.
Sac. Introibo ad altare Dei.
R. Ad Deum, qui laetificat inventutem meam.
Sac. Adiutorium nostrum in nomine Domini.
R. Qui fecit caelum et terram.
Sac. Dice il Confiteor.
R. Alquanto inclinato e rivolto verso il Sacerdote: Misereatur tui onnipotens Deus, et, dimissis peccatis tuis, perducat te ad vitam aeternam.
Sac. Amen.
Profondamente inchinato fino all'Indulgentiam; a tibi, Pater e a te, Pater, si volge un poco verso il Sacerdote e si batte tre volte il petto a mea culpa, ecc.
R. Confiteor Deo onnipotenti, beatae Mariae semper Virgini, beato Michaeli Archangelo, beato Ioanni Baptistae, sanctis apostolis Petro et Paulo, omnibus Sanctis, et tibi, pater, quia peccavi nimis cogitatione, verbo et opere: mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa.
Ideo precor beatam Mariam semper Virginem, beatum Michaélem Archangelum, beatum Ioannem Baptistam, sanctos apostolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos et te, pater, orare pro me ad Dominum Deum nostrtun.
Sac. Misereatur vestri omnipotens Deus, et dimissis peccatis vestris, perducat vos ad vitam aeternam.
R. Amen.
Sac. Indulgentiam, absolutionem et remissionem peccatorum nostrorum tribuat nobis omnipotens et misericors Dominus.
R. Amen.
S'inchina di nuovo un poco sino al Dominus vobiscum.
Sac. Deus, tu conversus vivificabis nos.
R. Et plebs tua laetabitur in te.
Sac. Ostende nobis, Domine, misericordiam tuam
R. Et salutare tuum da nobis.
Sac. Domine, exaudi orationem meam.
R. Et clamor meus ad te veniat.
Sac. Dominus vobiscum.
R. Et cum spiritu tuo.
Si alza, solleva un pochetto il camice del Sacerdote mentre ascende i gradini, poi s'inginocchia sul gradino inferiore e fa il segno di cince al principio dell'introito. .
Sac. Kyrie, eleison. R. Kyrie, eleison
Sac. Kyrie, eleison. R. Christe, eleison
Sac. Christe, eleison. R. Christe, eleison
Sac. Kyrie, eleison. R. Kyrie, eleison
Sac. Kyrie, eleison.
Alla fine delle Orazioni
Sac. Per omnia secula saeculorum.
R. Amen.
Terminata l'Epistola.
R. Deo gratias.
Risposto Deo gratias, si alza, ascende, trasporta il Messale senza chiuderlo, senza voltar le spalle all'Altare e facendo genuflessione nel passare in mezzo.
- Depone il Messale sull'Altare dalla parte del Vangelo. Scende lateralmente sul secondo gradino e si ferma ivi. Risponde e si fa le tre piccole croci col pollice destro sulla fronte, sulla bocca e sul petto. Scende in mezzo, genuflette, va dalla parte dell'Epistola e sta in piedi fino alla fine del Vangelo. Risposto Laus tibi, Christe, si inginocchia.
Al Vangelo.
Sac. Dominus vobiscum.
R. Et cum spirito tuo.
Sac. Sequentia Sancti Evangeli, etc.
R. Gloria tibi, Domine.
Dopo il Vangelo.
R. Laus tibi, Christe.
Se si dice il Credo, s'inchina profondamente alle parole Et incarnatus, est etc ... factus est. AI fine si fa il segno di croce come anche alla fine del Gloria in excelsis.
Sac. Dominus vobiscum.
R. Et cum spiritu tuo.
Sac. Oremus.
Quando il Celebrante scopre il calice, il serviente si alza e senza alcuna genuflessione, va alla credenza, prende il piattello colle ampolline, tenendo ferme,queste col pollice ed indice delle due mani. Ascende e presenta prima l'ampollina del vino, poi quella dell'acqua, baciandole mentre le dà e mentre le riceve.
Porta poi quella del vino alla credenza e ritorna col tovagliolo fra le dita della mano, destra pel Lavabo. Se sono due, quello che trasportò il Messale sta alla destra col tovagliolo e l'altro alla sinistra coll'acqua.
Dopo il Lavabo.
Sac. Orate, fratres.
Dopo che il Sacerdote è rivolto all'altare, il ministro stando in ginocchio, senza inchinarsi dice:
Suscipiat Dominus sacrificium de manibus tuis ad laudem et gloriam nominis sui, ad utilitatem quoque nostram, totiusque Ecclesiae sule sanctae.
Sac. Amen.
Al Prefazio.
Sac. Per omnia saecula saeculorum.
R. Amen.
Sac. Dominus vobiscum.
R. Et cum spiritu tuo.
Sac. Sursum corda.
R. Habemus ad Dominum.
Sac. Gratias agamus Domino Deo nostro
R. Dignum et iustum est.
Sac. Vere dignum et iustum est, etc. (Recita il Prefazio.)
Al Sanctus si dànno tre colpi doppi di campanello e si fa il segno di croce.
Alle due Elevazioni anche tre tocchi, sollevando alquanto il lembo della pianeta, nel tempo che il Sacerdote alza le braccia; ed alle 4 genuflessioni del medesimo si fan dal ministro 4 inchini; dopo, senza far genuflessioni, si ritorna a posto senza segnarsi.
Si batte tre volte il petto all'Agnus Dei; al Domine non sum dignus sta alquanto inclinato.
Alla fine del a Pater
R. Sed libera nos a malo.
Sac. Pax Domini sit semper vobiscum.
R. Et cum spiritu tuo.
Dopo che il Sacerdote ha fatto la Santa Comunione colla Santa Ostia e scopre il calice, il ministro si alza, fa genuflessione sul gradino al posto ove si trova (mentre la fa pure il Celebrante. Va a prendere le ampolline col piattello e le porta all'Altare facendo genuflessione lateralmente sul gradino inferiore prima di salire (perchè c'è ancora il Preziosissimo Sangue sull'altare). - Mesce nel calice un po' di vino, poi vino ed acqua. -Discende e senza più genuflettere porta piattello e ampolline alla credenza. - Va subito a prendere il Messale e lo trasporta di nuovo dalla parte dell'Epistola, senza chiuderlo e facendole debite genuflessioni nel passare in mezzo.
Allafine della messa.
Sac. Ite, missa est, ovvero Benedicamus Dominus.
R. Deo gratias.
Nella Messa da morto: Sac. Requiescant in pace. R. Amen).
Nell'ottava di Pasqua si dice: Deo gratias, alleluia, alleluia.
Se il Sacerdote lascia il Messale aperto, si trasporta dall'altra parte dell'Altare.
Alla benedizione s'inchina profondamente, e segnatosi, va a prendere la berretta: e fatta la genuflessione in piano al Verbum caro, ascende, prende il Messale, discende, genuflette col Sacerdote (o mentre questi fa l'inchino). Consegna la berretta baciando prima questa e poi la mano del Celebrante, e,ritorna in Sacrestia, ove ripete la riverenza al Crocifisso.
Sac. Benedicat vos omnipotens Deus, Pater et Filius et Spiritus Sanctus.
R. Amen.
All'ultimo Vangelo.
Sac. Initium o Sequentia Sancti Evangelii, etc.
R. Gloria tibi, Domine.
Finito il Vangelo.
R. Deo gratias.
Se vi sono persone da comunicare, dopo che il Sacerdote avrà recitate ai piedi dell'Altare le preghiere prescritte (tre Ave Maria, Salve Regina, ecc.) il ministro recita il Confiteor profondamente inchinato e colla torcia accesa in mano risponde Amen al Misereatur ed all'Indulgentiam; accompagna il SS. Sacramento stando alla sinistra del Sacerdote e tenendo la torcia colla sinistra.
Sac. Panem de caélo pràestitisti eis (in tempo pasquale: Alleluia);
R. Omne delectamentum in se habentem (in tempo pasquale: Alleluia).
Sac. Domine, exaudi orationem meam.
R. Et clamor meus ad te veniat.
Sac. Dominus vobiscum.
R. Et cum spiritu tuo.
Sac. Oremus... Per omnia saecula saeculorum.
R. Amen.
Sac. Benedictio Dei omnipotentis, Patris, etc., descendat super vos et maneat semper.
R. Amen.
Chiuso di nuovo il tabernacolo si smorza la torcia; si prende la berretta del Sacerdote, si fa il segno della Croce, inchinandosi alla benedizione; quindi si prende il Messale come si dice sopra.
Se la Comunione si desse durante la Messa. si direbbe il Confiteor quando il Sacerdote assume il preziosissimo Sangue e dopo la Comunione si porterebbero subito le ampolline sulla Mensa per l'abluzione.
OSSERVAZIONI
1. Alle Messe da morto si tralascia il Salmo Iudica me, Deus, il segno di croce all'Introito; non ai bacia la mano nè la berretta al Sacerdote, non si batte il petto all'Agnus Dei, non si dà la benedizione in fine.
2. Se la Messa si celebra all'Altare ove è esposto il SS. Sacramento: si fanno doppie la prima e l'ultima genuflessione; tutte le altre semplici ma in piano. - Si fa la genuflessione non solo in mezzo, ma anche lateralmente (in piano) ogni qualvolta si deve salire all'Altare o discenderne, allontanarsene per andare alla credenza o ritornare dalla medesima all' infimo gradino. - Non si bacia la mano al Celebrante. -Non si suona il campanello nè al Sanctus nè all'Elevazione.
3. Se nell' andare dalla Sacrestia all'Altare o viceversa si passa dinanzi ad un altro Altare dove:
a) si conserva il SS. Sacramento nel Tabernacolo, si fa genuflessione semplice;
b) sta esposto il SS., oppure in quel tempo ti distribuisce la S. Comunione, si fa genuflessione doppia;
c) si fa l'Elevazione, si genuflette, si adora e si aspetta ad alzarsi che l'Elevazione sia compiuta.

INDULGENZE
PER COLORO CHE INSEGNANO O IMPARANO LA DOTTRINA CRISTIANA
(Pio XI, 12 marzo 1930).
Indulgenza Plenaria, due volte al mese, in giorni a propria scelta, alle solite condizioni (Confessione, Comunione, visita a qualche chiesa o pubblico oratorio, ivi pregando secondo le intenzioni del R. Pontefice), se si dedicano almeno due volte al mese ad insegnare o ad imparare la Dottrina Cristiana per circa mezz'ora o per non meno di venti minuti.
Indulgenza dì cento giorni, ogni qualvolta per il suaccennato spazio di tempo si applicano ad insegnare o ad imparare la Dottrina Cristiana.
Chi è venuto dall’aldilà?
Clara e Annetta

INVITO
Il fatto qui esposto ha un'importanza eccezionale. L'originale è in lingua tede­sca; delle edizioni sono state eseguite in altre lingue.
Il Vicariato di Roma ha dato il per­messo di pubblicare lo scritto. L' « Impri­matur» dell'Urbe è garanzia della tra­duzione dal tedesco e della serietà del tremendo episodio.
Sono pagine svelte e terribili e raccon­tano un tenore di vita in cui vivono mol­te persone dell'odierna società. La mise­ricordia di Dio, permettendo il fatto qui narrato, solleva il velo del più spaven­toso mistero che ci attende al termine della vita.
Ne sapranno approfittare le anime?...

PREMESSA
Clara e Annetta, giovanissime, lavora­vano in una Ditta commerciale a*** (Germania).
Non erano legate da profonda amici­zia, ma da semplice cortesia. Lavoravano ogni giorno l'una accanto all'altra e non poteva mancare uno scam­bio di idee. Clara sì dichiarava aperta­mente religiosa e sentiva il dovere di i­struire e richiamare Annetta, quando questa si dimostrava leggera e superfi­ciale in fatto di religione.
Trascorsero qualche tempo assieme; poi Annetta contrasse matrimonio e si allontanò gialla Ditta. Nell'autunno di quell'anno, 1937, Clara trascorreva le va­canze in riva al lago di Garda. Verso la metà di settembre la mamma le mandò dal paese natio una lettera: « E' morta Annetta N... E' rimasta vittima di un in­cidente automobilistico. L'hanno sepolta ieri nel "Waldfriedhof" ».
La notizia spaventò la buona signori­na, sapendo che l'amica non era stata tanto religiosa. Era preparata a presen­tarsi davanti a Dio?... Morendo all'im­provviso, come si sarà trovata?...
L’indomani ascoltò la S. Messa e fece anche la Comunione in suo suffragio, pregando fervorosamente. La notte se­guente, 10 minuti dopo la mezzanotte, ebbe luogo la visione...

« Clara, non pregare per me! Sono dan­nata. Se te lo comunico e te ne riferisco piuttosto lungamente, non credere che ciò avvenga a titolo di amicizia. Noi qui non amiamo più nessuno. Lo faccio co­me costretta. Lo faccio come « parte di quella potenza che sempre vuole il male e opera il bene ».
In verità vorrei vedere anche te ap­prodare a questo stato, dove io ormai ho gettato l'àncora per sempre.
Non stizzirti di questa intenzione. Qui, noi pensiamo tutti così. La nostra volontà è impietrita nel male - in ciò che voi appunto chiamate « male ». - Anche quando noi facciamo qualche cosa di «bene», come io ora, spalancandoti gli occhi sull'inferno, questo non avviene con buona intenzione.
Ti ricordi ancora che quattro anni fa ci siamo conosciute a ***? Contavi allora 23 anni e ti trovavi colà già da mezz'an­no quando ci arrivai io.
Tu mi hai levata da qualche impiccio; come a principiante, mi hai dato dei buo­ni indirizzi. Ma che vuol dire « buono » ?
Io lodavo allora il tuo « amore del pros­simo ». Ridicolo! Il tuo soccorso derivava da pura civetteria, come, del resto, lo so­spettavo già fin d'allora. Noi non ricono­sciamo qui nulla di buono. In nessuno.
Il tempo della mia giovinezza lo cono­sci. Certe lacune le riempio qui.

Secondo il piano dei miei genitori, a dire il vero, non sarei neanche dovuta esistere. «Capitò loro appunto una di­sgrazia». Le mie due sorelle contavano già 14 e 15 anni, quando io tendevo al­la luce.
Non fossi mai esistita! Potessi ora an­nientarmi e sfuggire a questi tormenti! Nessuna voluttà uguaglierebbe quella con cui lascerei la mia esistenza, come un vestito di cenere, che si perde nel nulla.
Ma io devo esistere. Devo esistere così come mi son fatta io: con una esistenza fallita.
Quando papà e mamma, ancora gio­vani, si trasferirono dalla, campagna in città ambedue avevano perduto il con­tatto con la Chiesa. E fu meglio così.
Simpatizzarono con gente non legata alla chiesa. Si erano conosciuti in un ri­trovo danzante e mezz'anno dopo « do­vettero » sposarsi.
Nella cerimonia nuziale rimase attac­cata a loro tant'acqua santa, che la mam­ma si recava in chiesa alla Messa dome­nicale un paio di volte l'anno. Non mi ha mai insegnato a pregare davvero. Si esau­riva nella cura quotidiana della vita, ben­ché la nostra situazione non fosse disa­giata.
Parole, come pregare, Messa, istruzio­ne religiosa, chiesa, le dico con una ri­pugnanza interna senza pari. Aborrisco tutto questo, come odio chi frequenta la chiesa, e in genere tutti gli uomini e tut­te le cose.
Da tutto, infatti, ci deriva tormento. Ogni cognizione ricevuta in punto di morte, ogni ricordo di cose vissute o sa­pute, è per noi una fiamma pungente.
E tutti i ricordi ci mostrano quel lato che in essi era grazia e che noi sprezzam­mo. Quale tormento è questo! Noi non mangiamo, non dormiamo, non cammi­niamo coi piedi. Spiritualmente incate­nati, guardiamo inebetiti « con urla e stridor di denti » la nostra vita andata in fumo: odiando e tormentati!
Senti? Noi qui beviamo l'odio come ac­qua. Anche l'uno verso l'altro. Soprattutto noi odiamo Dio.
I Beati in cielo devono amarlo, perché essi lo vedono senza velo, nella sua bel­lezza abbagliante. Ciò li beatifica, talmen­te, da non poterlo descrivere. Noi lo sap­piamo e questa cognizione ci rende fu­ribondi.
Gli uomini in terra che conoscono Dio dalla creazione e dalla rivelazione, pos­sono amarlo; ma non ne sono costretti.
Il credente - lo dico digrignando i denti - il quale, meditabondo, contem­pla Cristo in croce, con le braccia stese, finirà con l'amarlo.
Ma colui al quale Dio si avvicina solo nell'uragano, come punitore, come giu­sto vendicatore, perché un giorno fu da lui ripudiato, come avvenne di noi, costui non può che odiarlo, con tutto l'impeto della sua malvagia volontà, eternamen­te, in forza della libera accettazione di esseri separati da Dio: risoluzione con la quale, morendo, abbiamo esalato l'anima nostra e che neppure ora ritiriamo e non avremo mai la volontà di ritirare. Comprendi ora perché l'inferno dura eternamente? Perché la nostra ostinazio­ne giammai si scioglierà da noi. Costretta, aggiungo che Dio è miseri­cordioso persino verso di noi. Dico « co­stretta ». Poiché, anche se dico queste co­se volutamente, pure non mi è permesso di mentire, come volentieri vorrei. Molte cose le affermo contro la mia volontà. Anche la foga d'improperi, che vorrei vo­mitare la devo strozzare.
Dio fu misericordioso verso di noi col non lasciare esaurire sulla terra la no­stra malvagia volontà, come noi sarem­mo stati pronti a fare. Ciò avrebbe au­mentato le nostre colpe e le nostre pene. Egli ci fece morire anzitempo, come me, o fece intervenire altre circostanze mi­tiganti.
Ora egli si dimostra misericordioso ver­so di noi col non costringerci ad avvici­narci a lui più di quanto lo siamo in que­sto remoto luogo infernale; ciò diminui­sce il tormento.
Ogni passo che mi portasse più vicino a Dio, mi cagionerebbe una pena mag­giore di quella che a te recherebbe un passo più vicino a un rogo ardente.
Ti sei spaventata, quando io una vol­ta, durante il passeggio; ti raccontai che mio padre, pochi giorni avanti la mia prima Comunione, mi aveva detto: « An­nettine, cerca di meritarti un bel vesti­tino; il resto è una montatura ».
Per il tuo spavento quasi mi sarei per­fino vergognata. Ora ci rido sopra. L'unica cosa ragionevole in quella montatura era che ci si ammetteva alla Comunione solo a dodici anni. Io allora, ero già abbastanza presa dalla mania dei divertimenti mondani, così che senza scrupoli mettevo in un canto le cose re­ligiose e non diedi grande importanza alla prima Comunione.
Che parecchi bambini vadano ora alla Comunione già a sette anni, ci mette in furore. Noi facciamo di tutto per dare a intendere alla gente che ai bambini man­ca una cognizione adeguata. Essi devono prima commettere alcuni peccati mortali. Allora la bianca Particola non fa più in essi così gran danno, come quando nei loro cuori vivono ancora la fede, la spe­ranza. e la carità - puh! questa roba - ricevute nel battesimo. Ti ricordi come abbia già sostenuto sulla terra questa opinione?

Ho accennato a mio padre. Egli era so­vente in lite con la mamma. Te ne feci allusione solo raramente; me ne vergo­gnavo. Cosa ridicola la vergogna del ma­le! Per noi, qui tutto è lo stesso.
I miei genitori neanche dormivano più nella medesima camera; ma io con la mamma, e il papà nella camera attigua, dove poteva rincasare liberamente a qualsiasi ora. Beveva molto; in tal modo scialacquava il nostro patrimonio. Le mie sorelle erano ambedue impiegate e abbi­sognavano esse stesse, dicevano, del de­naro che guadagnavano. La mamma co­minciò a lavorare per guadagnare qual­che cosa.
Nell'ultimo anno di vita papà batteva spesso la mamma, quando lei non gli vo­leva dar nulla. Verso di me, invece, fu, sempre amorevole. Un giorno - te l'ho raccontato e tu, allora, ti sei urtata del mio capriccio (di che cosa non ti sei ur­tata nei miei riguardi?) - un giorno do­vette portare indietro, per ben due volte, le scarpe comprate, perchè la forma e i tacchi non erano per me abbastanza moderni.
La notte, in cui mio padre fu colpito da apoplessia mortale, avvenne qualche cosa che io, per timore di una interpre­tazione disgustosa, non riuscii mai a con­fidarti. Ma ora devi saperlo. E' importan­te per questo: allora per la prima volta fui assalita dal mio spirito tormentatore attuale.
Dormivo in camera con mia madre. I suoi respiri regolari dicevano il suo pro­fondo sonno.
Quand'ecco mi sento chiamare per no­me. Una voce ignota mi dice: « Che sarà se muore papà? ».
Non amavo più mio padre, dacché trat­tava così villanamente la mamma; co­me, del resto, non amavo fin d'allora as­solutamente nessuno, ma ero solamente affezionata ad alcune persone, che erano buone verso di me. L'amore senza spe­ranza di contraccambio terreno, vive so­lo nelle anime in stato di Grazia. E io non lo ero.
Così risposi alla misteriosa domanda, senza darmi conto donde venisse: «Ma non muore mica!».
Dopo una breve pausa, di nuovo la stes­sa domanda chiaramente percepita. « Ma non muore mica! » mi scappò ancora di bocca, bruscamente.
Per la terza volta fui richiesta: «Che­ sarà se muore tuo padre? ». Mi si presen­tò alla mente come papà spesso veniva a casa piuttosto ubriaco, strepitava, mal­trattava la mamma, e come egli ci ave­va messi in una condizione umiliante di­nanzi alla gente. Perciò gridai indispet­tita: « E gli sta bene! ». Allora tutto tacque.
La mattina seguente, quando la mam­ma volle mettere in ordine la stanza del babbo, trovò la porta chiusa a chiave. Verso mezzogiorno si forzò la porta. Mio padre, mezzo vestito, giaceva cadavere sul letto. Nell'andare a prendere la birra in cantina, doveva essersi buscato qual­che accidente. Era già da lungo tempo malaticcio. (*)
(*) Aveva forse Dio legato la salvezza del padre all'opera buona della figlia, verso la quale quell'uo­mo era stato pur buono? Quale responsabilità per ognuno, lasciar perdere l'occasione di fare del bene al prossimo!

Marta K... e tu mi avete indotta a en­trare nell'« Associazione delle Giovani ». Veramente non ho mai nascosto che tro­vavo abbastanza intonate con la moda parrocchiale le istruzioni delle due diret­trici, le signorine X...
I giuochi erano divertenti. Come sai vi ebbi subito una parte direttiva. Ciò mi andava a genio.
Anche le gite mi piacevano. Mi lasciai perfino indurre alcune volte ad andare alla Confessione e alla Comunione.
A dire il vero, non avevo nulla da con­fessare. Pensieri e discorsi per me non avevano importanza. Per azioni più gros­solane, non ero ancora abbastanza cor­rotta.
Tu mi ammonisti una volta: « Anna, se non preghi, vai alla perdizione! ».
Io pregavo davvero poco e anche que­sto, solo svogliatamente.
Allora tu avevi purtroppo ragione. Tut­ti coloro che bruciano nell'inferno non hanno pregato, o non hanno pregato ab­bastanza.
La preghiera è il primo passo verso Dio. E rimane il passo decisivo. Special­mente la preghiera a colei che fu la Ma­dre di Cristo, il nome della quale noi non nominiamo mai.
La devozione a lei strappa al demonio innumerevoli anime, che il peccato gli consegnerebbe infallibilmente nelle mani. Proseguo il racconto consumandomi d'ira e solo perché devo. Pregare è la co­sa più facile che l'uomo possa fare sulla terra. E proprio a questa cosa facilissima Dio ha legato la salvezza di ognuno.
A chi prega con perseveranza egli a po­co a poco dà tanta luce, lo fortifica in maniera tale, che alla fine anche il pec­catore più impantanato si può definiti­vamente rialzare. Fosse pure ingolfato nella melma fino al collo.
Negli ultimi anni della mia vita non ho più pregato come di dovere e così mi sono privata delle grazie, senza le quali nessuno può salvarsi.
Qui non riceviamo più nessuna gra­zia. Anzi, quand'anche le ricevessimo, le rifiuteremmo cinicamente. Tutte le fluttuazioni dell'esistenza terrena sono cessate in quest'altra vita.
Da voi sulla terra l'uomo può salire dallo stato di peccato allo stato di Gra­zia e dalla Grazia cadere in peccato: spesso per debolezza, talvolta per malizia. Con la morte questo salire e scendere finisce, perchè ha la sua radice nella im­perfezione dell'uomo terreno. Ormai ab­biamo raggiunto lo stato finale.
Già col crescere degli anni i cambia­menti divengono più rari. E' vero, fino alla morte si può sempre rivolgersi a Dio o voltargli le spalle. Eppure, quasi trasci­nato dalla corrente, l'uomo, prima del trapasso, con gli ultimi deboli resti nel­la volontà, si comporta come era abitua­to in vita.
La consuetudine, buona o cattiva, di­viene una seconda natura. Questa lo tra­scina con sé.

Così avvenne anche a me. Da anni vi­vevo lontana da Dio. Per questo nell'ul­tima chiamata della Grazia mi risolvetti contro Dio.
Non fu il fatto che peccassi spesso a esser fatale per me, ma che io non volli più risorgere.
Tu mi hai più volte ammonita di ascol­tare le prediche, di leggere libri di pietà. « Non ho tempo », era la mia risposta ordinaria. Non ci mancava altro per au­mentare la mia incertezza interna!
Del resto devo constatare questo: dal momento che la cosa era ormai così a­vanzata, poco prima della mia uscita dal­l'«Associazione delle Giovani», mi sa­rebbe riuscito enormemente gravoso met­termi su un'altra via. Io mi sentivo mal­sicura e infelice. Ma davanti alla conver­sione si ergeva una muraglia.
Tu non lo devi aver sospettato. Tu te l'eri rappresentata così semplice quando un giorno mi dicesti: « Ma fa una buona Confesione, Anna, e tutto è a posto ».
Io sentivo che sarebbe stato così. Ma il mondo, il demonio, la carne mi tene­vano già troppo saldamente nei loro ar­tigli.
All'influsso del demonio non credetti mai. E ora attesto che egli influisce gagliardamente sulle persone che si trova­no nella condizione in cui mi trovavo io allora.
Soltanto molte preghiere, di altri e di me stessa, congiunte con sacrifici e sof­ferenze, mi avrebbero potuta strappare da lui.
E anche ciò, solo a poco a poco. Se ci sono pochi ossessi esternamente; di os­sessi internamente ce n'è un formicolaio. Il demonio non può rapire la libera vo­lontà a coloro che si dànno al suo influs­so. Ma in pena della loro, per dir così, metodica apostasia da Dio, questi per­mette che il « maligno » si annidi in essi.
Io odio anche il demonio. Eppure egli mi piace, perché cerca di rovinare voial­tri; lui e i suoi satelliti, gli spiriti caduti con lui al principio del tempo.
Essi si contano a milioni. Girovagano per la terra; densi come uno sciame di moscerini, e voi neanche ve ne accorgete.
Non tocca a noi riprovati di tentarvi; questo è ufficio degli spiriti decaduti. Veramente ciò accresce ancor più il lo­ro tormento ogni volta che essi trascina­no quaggiù all'inferno un'anima umana. Ma che cosa non fa mai l'odio?

Benché io camminassi per sentieri lon­tani da Dio, Dio mi seguiva.
Preparavo la via alla Grazia con atti di carità naturale che compivo non di ra­do per inclinazione del mio tempera­mento.
Talvolta Dio mi attirava in una chie­sa. Allora sentivo come una nostalgia. Quando curavo la mamma malaticcia, nonostante il lavoro d'ufficio durante il giorno, e in certo modo mi sacrificavo davvero, questi allettamenti di Dio agi­vano potentemente.
Una volta, nella chiesa dell'ospedale, in cui tu mi avevi condotta durante la pausa del mezzogiorno, mi venne qual­cosa addosso che sarebbe bastato un so­lo passo per la mia conversione: io piansi!
Ma poi la gioia del mondo passava di nuovo come un torrente sopra la Grazia. Il grano soffocava tra le spine.
Con la dichiarazione che la religione è affare di sentimento, come si diceva sem­pre in ufficio, cestinai anche questo invi­to della Grazia, come tutti gli altri.
Una volta tu mi rimproverasti, perché invece di una genuflessione fino a terra, feci appena un informe inchino, piegan­do il ginocchio. Tu lo ritenesti un atto di pigrizia. Non sembrasti neppur sospet­tare che io fin d'allora non credevo più nella presenza di Cristo nel Sacramento.
Ora ci credo, ma solo naturalmente, come si crede in un temporale di cui si scorgono gli effetti.
Intanto mi ero accomodata io stessa una religione a mio modo.
Sostenevo l'opinione, che da noi in uf­ficio era comune, che l'anima dopo la morte risorga in un altro essere. In tal modo continuerebbe a pellegrinare sen­za, fine.
Con ciò l'angosciosa questione dell'aldi là era insieme messa a posto e resa a me innocua.
Perché tu non mi hai ricordato la pa­rabola del ricco epulone e del povero Laz­zaro, in cui il narratore, Cristo, manda immediatamente dopo la morte, l'uno al­l'inferno e l'altro in paradiso?...,Del re­sto, che cosa avresti ottenuto? Nulla di più che con gli altri tuoi discorsi di bi­gottismo!
A poco a poco mi creai io stessa un Dio: sufficientemente dotato da essere chiamato Dio; lontano abbastanza da me da non dover mantenere nessuna re­lazione con lui; vago abbastanza da la­sciarsi, secondo il bisogno, senza mutar la mia religione; rassomigliare a un Dio panteistico del mondo, oppure da lasciar­si poetizzare come un Dio solitario.
Questo Dio non aveva nessun paradi­so da regalarmi e nessun inferno da in­fliggermi. Lo lasciavo in pace. In ciò con­sisteva la mia adorazione per lui.
A ciò che piace si crede volentieri. Nel corso degli anni mi tenni abbastanza convinta della mia religione. In questo modo si poteva vivere.
Una cosa soltanto mi avrebbe spezza­to la cervice: un lungo, profondo dolore. E questo dolore non venne!
Comprendi ora cosa vuol dire: « Dio castiga quelli che ama! »?

Era una domenica di luglio, quando l'Associazione delle giovani organizzo u­na gita a ***. La gita mi sarebbe piaciu­ta. Ma quegli insulsi discorsi, quel fare da bigotti!
Un altro simulacro ben diverso da quello della Madonna di *** stava da poco tempo sull'altare del mio cuore. L'aitante Max N... del negozio attiguo. Poco tempo prima avevamo scherzato più volte.
Appunto per quella domenica egli mi aveva invitata a una gita. Quella con cui andava di solito, giaceva malata all'o­spedale.
Egli aveva ben capito che gli avevo messo gli occhi addosso. Sposarlo non ci pensavo ancora allora. Era bensì agiato, ma si comportava troppo gentilmente con tutte le ragazze. E io, fino a quel tempo, volevo un uomo che appartenes­se unicamente a me. Non solo essere mo­glie, ma moglie unica. Un certo galateo naturale, infatti, l'ebbi sempre.
Nella suaccennata gita Max si profuse in gentilezze. Eh! già, non si tennero mi­ca delle conversazioni pretesche come tra voialtre!
Il giorno seguente, in ufficio, tu mi fa­cesti dei rimproveri, perché non ero ve­nuta con voi a ***. Io ti descrissi il mio divertimento di quella domenica.
La tua prima domanda fu: « Sei stata alla Messa? » Sciocchina! Come potevo, dato che la partenza era già fissata per le sei?!
Sai ancora, come io, eccitata aggiunsi: «Il buon Dio non ha una mentalità così piccina come i vostri pretacci! ».
Ora devo confessare: Dio, nonostante la sua infinita bontà, pesa le cose con maggior precisione che tutti i preti. Dopo quella prima gita con Max, ven­ni ancora una volta sola all'Associazio­ne: a Natale, per la celebrazione della fe­sta. C'era qualche cosa che mi allettava a tornare. Ma internamente mi ero già allontanata da voialtre.
Cinema, ballo, gite si avvicendevano senza tregua. Max e io bisticciammo al­cune volte, ma seppi sempre incatenarlo di nuovo a me.
Molestissima mi riuscì l'altra amante, che, tornata dall'ospedale, si comportò come un'ossessa. Veramente per mia for­tuna; poiché la mia nobile calma fece potente impressione su Max, che finì col decidere che io fossi la preferita.
Avevo saputo rendergliela odiosa, par­lando freddamente: all'esterno positiva, nell'interno vomitando veleno. Tali sen­timenti e tale contegno preparano eccel­lentemente per l'inferno. Sono diabolici nel più stretto senso della parola.
Perché ti racconto ciò? Per riferire co­me io mi staccai definitivamente da Dio. Non già, del resto, che tra me e Max si sia arrivati molto spesso fino agli estre­mi della familiarità. Comprendevo che mi sarei abbassata ai suoi occhi, se mi fossi lasciata andare del tutto, prima del tempo; perciò mi seppi trattenere.
Ma in sé, ogni volta che lo ritenevo utile, ero sempre pronta a tutto. Dovevo conquistare Max. A tale scopo nulla era troppo caro. Inoltre, a poco a poco ci a­mavamo, possedendo ambedue non po­che preziose qualità, che ci facevano sti­mare vicendevolmente. Io ero abile, ca­pace, di piacevole compagnia. Così mi tenni saldamente in mano Max e riuscii, almeno negli ultimi mesi prima del ma­trimonio, a essere l'unica a possederlo.
In ciò consiste la mia apostasia da Dio: elevare una creatura a mio idolo. In nes­suna cosa può avvenire questo, in modo che abbracci tutto, come nell'amore di una persona dell'altro sesso, quando que­st'amore rimane arenato nelle soddisfa­zioni terrene. E' questo che forma la sua attrattiva, il suo stimolo e il suo veleno. L'« adorazione », che io tributavo a me stessa nella persona di Max, divenne per me religione vissuta.
Era il tempo in cui in ufficio mi sca­gliavo velenosa contro i chiesaioli, i pre­ti, le indulgenze, il biascichìo dei rosari e simili sciocchezze.
Tu hai cercato, più o meno argutamen­te, di prendere le difese di tali cose. Ap­parentemente senza sospettare che nel più intimo di me non si trattava, in ve­rità, di queste cose, io cercavo piuttosto un sostegno contro la mia coscienza - allora avevo bisogno di un tale sostegno - per giustificare anche con la ragione la mia apostasia.
In fondo in fondo, mi rivoltavo contro Dio. Tu non lo comprendesti; mi ritenevi ancora per cattolica. Volevo, anzi, essere chiamata così; pagavo perfino le tasse ec­clasistiche. Una certa « contro-assicura­zione », pensavo, non poteva nuocere.
Le tue risposte può darsi alle volte ab­biano colpito nel segno. Su di me non fa­cevano presa, perché tu non dovevi ave­re ragione.
A causa di queste relazioni falsate fra noi due, fu meschino il dolore del nostro distacco, allorché ci separammo in occa­sione del mio matrimonio.
Prima dello sposalizio mi confessai e comunicai ancora una volta. Era pre­scritto. Io e mio marito su questo punto la pensavamo ugualmente. Perché non avremmo dovuto compiere questa forma­lità? Anche noi la compimmo, come le altre formalità.
Voi chiamate indegna una tale Comu­nione. Ebbene, dopo quella Comunione «indegna », io ebbi più calma nella co­scienza. Del resto fu anche l'ultima.

La nostra vita coniugale trascorreva, in genere, quanto mai in grande armonia. Su tutti i punti di vista noi eravamo del­lo stesso parere. Anche in questo: che non volevamo addossarci il peso dei figli. Veramente mio marito ne avrebbe volen­tieri voluto uno; non di più, si capisce. Alla fine io seppi stornarlo anche da que­sto desiderio.
Vesti, mobili di lusso, ritrovi da thè, gite e viaggi in auto e simili distrazioni m'importavano di più.
Fu un anno di piacere sulla terra quel­lo trascorso tra il mio sposalizio e la mia repentina morte.
Ogni domenica andavamo fuori in au­to, oppure facevamo visite ai parenti di mio marito. Di mia madre ora mi vergo­gnavo. Essi galleggiavano alla superficie dell'esistenza, né più né meno di noi.
Internamente, si capisce, non mi sen­tii mai felice, per quanto esternamente ridessi. C'era sempre dentro di me qual­cosa di indeterminato, che mi rodeva. A­vrei voluto che dopo la morte, la quale naturalmente doveva essere ancora mol­to lontana, tutto fosse finito.
Ma è proprio così, come un giorno, da bambina, sentii dire in una predica: che, Dio premia ogni opera buona che uno compie, e quando non la potrà ricompen­sare nell'altra vita, lo fa sulla terra. Inaspettatamente ebbi un'eredità dalla zia Lotte. A mio marito riuscì felicemen­te di portare il suo stipendio a una cifra notevole. Così potei ordinare la nuova abitazione in modo attraente.
La religione non mandava più che da lontano la sua luce, scialba, debole e in­certa.
I caffè della città, gli alberghi, in cui andavamo durante i viaggi, non ci por­tavano certamente a Dio.
Tutti coloro, che frequentavano quei luoghi, vivevano, come noi, dall'esterno all'interno, non dall'interno all'esterno.
Se nei viaggi delle ferie visitammo qualche chiesa, cercavamo di ricrearci nel contenuto artistico delle opere. L'a­lito religioso che spiravano, specialmen­te quelle medioevali, sapevo neutralizzar­lo col criticare qualche circostanza ac­cessoria: un frate converso impacciato o vestito in modo non pulito, che ci faceva da cicerone; lo scandalo che dei monaci, i quali volevano passare per pii vendes­sero liquori; l'eterno scampanio per le sacre funzioni, mentre non si tratta che di far soldi...
Così seppi continuamente scacciare da me la Grazia ogni volta che bussava. Lasciavo libero sfogo al mio malumo­re in modo particolare su certe rappre­sentazioni medioevali dell'inferno nei ci­miteri o altrove, nelle quali il demonio arrostisce le anime in brage rosse e in­candescenti, mentre i suoi compagni, dal­le lunghe code, gli trascinano nuove vit­time. Clara! L'inferno si può sbagliare a disegnarlo, ma non si esagera mai!
Il fuoco dell'inferno l'ho sempre preso di mira in modo speciale. Tu lo sai come durante un alterco, in proposito ti tenni una volta un fiammifero sotto il naso e ti dissi con sarcasmo: « Ha questo odo­re? ».
Tu spegnesti in fretta la fiamma. Qui non la spegne nessuno.
Io ti dico: il fuoco di cui si parla nel­la Bibbia, non significa tormento della coscienza. Fuoco è fuoco! E' da intender­si letteralmente ciò che ha detto lui: «Via da me, maledetti, nel fuoco eterno! ». Letteralmente.
« Come può lo spirito essere toccato da fuoco materiale? », domanderai. Come può l'anima tua soffrire sulla terra quan­do tu metti il dito sulla fiamma? Difatti non brucia l'anima; eppure che tormen­to ne prova tutto l'individuo!
In modo analogo noi qui siamo spiri­tualmente legati al fuoco, secondo la no­stra natura e secondo le nostre facoltà. L'anima nostra è priva del suo naturale battito d'ala; noi non possiamo pensare ciò che vogliamo né come vogliamo.
Non meravigliarti di queste mie paro­le. Questo stato, che a voialtri non dice nulla, mi riarde senza consumarmi.

Il nostro maggior tormento consiste nel sapere con certezza che noi non ve­dremo mai Dio.
Come può questo tormentare tanto, dal momento che uno sulla terra rimane così indifferente?
Fintanto che il coltello giace sulla ta­vola, ti lascia fredda. Si vede quanto è affilato, ma non lo si prova. Immergi il coltello nella carne e ti metterai a gri­dare dal dolore.
Adesso noi sentiamo la perdita di Dio; prima la pensavamo soltanto.
Non tutte le anime soffrono in misura eguale.
Con quanta maggior cattiveria e quan­to più sistematicamente uno ha peccato, tanto più grave pesa su di lui la perdita di Dio e tanto più lo soffoca la creatura di cui ha abusato.
I cattolici dannati soffrono di più che quelli di altre religioni, perchè essi, per lo più, ricevettero e calpestarono più gra­zie e più luce.
Chi più seppe, soffre più duramente di chi conobbe meno.
Chi peccò per malizia, patisce più acu­tamente di chi cadde per debolezza.
Mai nessuno patisce più di quello che ha meritato. Oh, se non fosse vero ciò, io avrei un motivo d'odiare!
Tu mi dicesti un giorno che nessuno va all'inferno senza saperlo: ciò sarebbe stato rivelato a una santa.
Io me ne risi. Ma poi mi trincerai den­tro questa dichiarazione.
« Così, in caso di necessità, rimarrà abbastanza tempo per fare una «voltata», mi dicevo segretamente.
Quel detto è giusto. Veramente, prima della mia subitanea fine, non conobbi l'inferno com'è. Nessun mortale lo cono­sce. Ma io ne avevo la piena coscienza: «Se muori, vai nel mondo di là dritta come una freccia contro Dio. Ne porte­rai le conseguenze».
Io non feci dietro-front, come ho già detto, perchè trascinata dalla corrente dell'abitudine. Spinta da quella confor­mità per cui gli uomini, quanto più in­vecchiano, tanto più agiscono in una stessa direzione.

La mia morte avvenne così.
Una settimana fa - parlo secondo il vostro computo, perchè rispetto al dolo­re, potrei dire benissimo che son già, die­ci anni che brucio nell'inferno - una settimana fa, dunque, mio marito e io facemmo di domenica una gita, l'ultima per me.
Il giorno era sputato radioso. Mi senti­vo bene quanto mai. M'invase un sini­stro sentimento di felicità, che serpeggiò in me per tutta la giornata.
Quand'ecco all'improvviso, nel ritorno, mio marito fu abbacinato da un'auto che veniva di volata. Perdette il controllo.
« Jesses (*),
(*) Storpiamento di Jesus, usato frequentemente fra alcune popolazioni di lingua tedesca.

mi scappò dalle labbra con un brivido. Non come preghiera, solo co­me grido. Un dolore straziante mi compresse tutta. - In confronto con quello presente una bagatella. - Poi perdetti i sensi.
Strano! Quella mattina era sorto, in me, in modo inspiegabile, questo pensie­ro: « Tu potresti ancora una volta anda­re a Messa ». Suonava come un'implo­razione.
Chiaro e risoluto, il mio « no » troncò il filo dei pensieri. « Con queste cose bi­sogna farla finita una volta. Mi addosso tutte le conseguenze! ». - Ora le porto.
Ciò che avvenne dopo la mia morte, già lo saprai. La sorte di mio marito, quella di mia madre, ciò che accadde del mio cadavere e lo svolgimento del mio fune­rale mi son noti nei loro particolari me­diante cognizioni naturali che noi qui abbiamo.
Quello, del resto, che succede sulla terra lo sappiamo solo nebulosamen­te. Ma ciò che in qualche modo ci tocca da vicino, lo conosciamo. Così vedo an­che dove tu soggiorni.
Io stessa mi risvegliai improvvisamen­te dal buio, nell'istante del mio trapasso. Mi vidi come inondata da una luce ab­bagliante.
Fu nel luogo medesimo dove giaceva il mio cadavere. Avvenne come in un tea­tro, quando nella sala d'un tratto si spen­gono le luci, il sipario si divide rumoro­samente e si apre una scena inaspettata, orribilmente illuminata. La scena della mia vita.
Come in uno specchio l'anima mia si mostrò a me stessa. Le grazie calpestate dalla giovinezza fino all'ultimo « no» di fronte a Dio.
Io mi sentii come un assassino, al qua­le, durante il processo giudiziario, vien portata dinanzi la sua vittima esanime. - Pentirmi? Mai! - Vergognarmi? Mai!
Però non potevo neppure resistere sot­to gli occhi di Dio, da me rigettato. Non mi rimaneva che una cosa: la fuga.
Come Caino fuggì dal cadavere di Abe­le, così l'anima mia fu spinta via da quel­la vista di orrore.
Questo fu il giudizio particolare: l'in­visibile Giudice disse. « Via da me! ». Allora la mia anima, come un'ombra gialla di zolfo, precipitò nel luogo dell'e­terno tormento.

CONCLUDE CLARA
La mattina, al suono dell'Angelus, an­cora tutta tremante per la notte spaven­tosa, mi alzai e corsi per le scale nella cappella.
Il cuore mi pulsava fin sulla gola. Le poche ospiti, inginocchiate vicino a me, nd guardarono; ma forse pensarono che fossi così eccitata per la corsa fatta giù per le scale.
Una signora bonaria di Budapest, che mi aveva osservata, mi disse dopo sorri­dendo:
- Signorina, il Signore vuole essere servito con calma, non di corsa!
Ma poi si accorse che qualcosa d'altra mi aveva eccitato e mi teneva ancora in agitazione. E mentre la signora mi rivol­geva altre buone parole, io pensavo: Dio solo mi basta!
Sì, egli solo mi deve bastare in questa - e nell'altra vita. Voglio un giorno poter­lo godere In Paradiso, per quanti sacri­fici mi possa costare in terra. Non voglio andare all'inferno!

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