Per una critica psicologica della fede. (Anselm Grün )

Per una critica psicologica della fede.

La «cura dell'anima» è sempre più oggi di competenza della psicologia. Sembra addirittura che la psicologia si sia assunta compiti che spettano alla teologia e all'attività pastorale della Chiesa. Secondo lei, ciò dipende dall'incapacità della Chiesa di offrire all'uomo d'oggi un aiuto comprensibile nella soluzione dei suoi problemi interiori?
La Chiesa ha sicuramente perso competenza nel campo della cura delle anime. Si è occupata troppo poco dell'anima del singolo e ne ha studiato troppo poco la struttura per poterla aiutare in modo adeguato nel cammino che porta a diventare uomini. Dovrebbe riappropriarsi della saggezza dei padri del deserto, che fungevano allora da veri e propri terapeuti per le persone in cerca.

Negli Stati Uniti va molto di moda lo psicoterapeuta personale. Si tratta di un fenomeno puramente americano, di una moda, appunto, o ha cause più profonde?
Il ricorso regolare al terapeuta è senz'altro un fenomeno americano, che però sta prendendo piede anche da noi. Probabilmente questo fenomeno affonda le sue radici nella perdita di rapporti interpersonali forti. Un tempo si poteva discutere di molte cose con l'amico o l'amica, o anche con un sacerdote nel colloquio pastorale o nella confessione. Oggi tutto questo non è più così ovvio: si ha sempre meno tempo per se stessi e per un buono scambio di idee. Ciò vale anche per la cura delle anime: l'attività frenetica rende impossibile un dialogo profondo.
Per alcuni gli psicologi sostituiscono oggi il confessore. Secondo lei, la Chiesa ha trascurato qualcosa? Molti credenti vedono nel sacramento della confessione soltanto il compimento di un dovere religioso.
Abbiamo lasciato che la confessione degenerasse in un rituale vuoto. Una vera confessione è fatta anche di dialogo, ma nelle confessioni di gruppo questo viene a mancare. Per molti oggi la confessione sarebbe sicuramente una buona occasione per parlare dei propri lati oscuri e delle proprie colpe e per sperimentare nell'assoluzione l'accettazione incondizionata da parte di Dio. Perciò non dobbiamo trovare soltanto nuove forme di confessione (per esempio il colloquio con il confessore), ma favorire anche la formazione psicologica dei curatori d'anime. Chi si confessa cerca infatti che
qualcuno che lo capisca e sappia aiutarlo con competenza lungo il cammino spirituale.

Questo problema esiste da secoli. Anche quando c'erano preti a sufficienza, la confessione rimaneva un atto un po' formale. Fino a poco tempo fa si usava ancora il cosiddetto « specchio della confessione», dov'era riportata tutta una serie di peccati capitali e veniali. Come considera questo tipo di confessione e come pensa che dovrebbe cambiare concretamente il sacramento della penitenza?
Negli ultimi secoli il procedimento della confessione è divenuto effettivamente troppo formale. Ciò nonostante la confessione rimane un'importante offerta salvifica della Chiesa, riconosciuta oggi anche da parecchi psicoterapeuti. Sarebbe perciò bene riscoprire questo livello psicoterapeutico del sacramento della riconciliazione. La gente si recherebbe più spesso dal confessore. Non così spesso come cento anni fa, ma nel momento in cui ne avverte davvero la necessità. Lo «specchio della confessione» offre in realtà un certo aiuto, ma naturalmente non deve diventare uno sciocco formalismo. Dovrebbe semplicemente offrire degli spunti per un esame di coscienza personale.

Nei suoi libri unisce spesso il punto di vista della fede al punto di vista della psicologia. La guida spirituale può fare a meno oggi delle scoperte della psicologia moderna?
Chi offre ad altri un'assistenza spirituale deve conoscere l'animo umano. La tradizione spirituale ha sicuramente accumulato una grande saggezza nel trattare la psiche umana, ma oggi le conoscenze spirituali devono essere legate alle conoscenze psicologiche per essere all'altezza dell'uomo moderno. Chi assiste spiritualmente le persone senza alcuna nozione di psicologia può anche condurle verso ideali e percorsi morbosi perché non è in grado di riconoscere in tempo tratti patologici, nevrosi, ferite interiori o idee sbagliate.

In che consiste, a suo avviso, il principale contributo della psicologia nella soluzione di problemi religiosi? Che cosa potrebbe offrire la psicologia alla fede?
La psicologia non risolve i problemi religiosi, ma ci stimola ad analizzare la nostra fede per scoprire dove si fonda su idee infantili e dove c'invita alla fuga dalla realtà della nostra anima. La psicologia ha dunque una funzione critica rispetto alla religione. Ma proprio la psicologia di C.G. Jung e la psicologia transpersonale mi hanno anche donato la fiducia nel mio cammino spirituale. Mi hanno mostrato che il mio cammino spirituale porta anche alla salute psichica e dà un senso alla mia vita. Il vantaggio della psicologia sta in generale nel fatto di considerare l'anima nella sua totalità. Mi aiuta a prendere coscienza di tutta la mia esistenza. Il mio rapporto con Dio può essere vivo soltanto se sono in grado di offrirgli tutto ciò che è nascosto in me. Incontro spesso persone devote che presentano a Dio soltanto una parte di sé, perché, per esempio, non sono in grado di offrirgli le ferite presenti nel loro intimo. Perciò non possono avere un rapporto vivo con Dio. La psicologia mi aiuta quindi ad affrontare le mie ferite, non può però dare un senso alla mia vita, perché questo lo si può ottenere soltanto con la fede. Prima però devo riconoscere tutti i miei problemi, per po¬terli offrire a Dio. Soltanto in seguito potrà avvenire in me la trasformazione e guarigione interiore.
La psicologia ha, rispetto alla sfera spirituale, anche il già menzionato compito critico. Può scoprire che con la spiritualità ci si vuole soltanto mettere al sicuro. Nel momento in cui la spiritualità diviene uno strumento per rimuovere o scansare i problemi, una simile prassi spirituale (o addirittura una simile concezione di Dio) può diventare una droga. La psicologia offre quindi un criterio importante per valutare la genuinità della fede: là dove la fede e la vita spirituale portano a una rinascita, alla libertà interiore, alla pace del cuore e all'armonia con se stessi, si è sulla strada giusta.

Alcuni credenti mettono in guardia dal pericolo di un approccio eccessivamente psicologico alla fede. Quali sono i limiti affinché la psicologia non sostituisca la fede?
La psicologia non deve diventare la norma ultima per la fede. La fede va oltre la psicologia, deve però confrontarsi con essa. Ma l'obiettivo della fede non è in primo luogo la salute psichica, bensì l'apertura a Dio e la realizzazione delle nostre aspirazioni umane in Dio.
Glielo chiedo anche perché l'uomo potrebbe trovare nella psicologia delle scusanti e non chiamare quindi più le cose col loro nome in campo spirituale. Alcune colpe si possono abilmente ricondurre a un trauma psichico...
Per quanto il nostro comportamento possa essere condizionato da ferite e paure, anche la psicologia sa che la colpa reale esiste, e con quella ci si deve presentare a Dio. La psicologia può spiegarci soltanto le cause del nostro comportamento. E può mostrarci come possiamo elaborare la nostra colpa in modo da renderla meno opprimente. Non può però cancellarla e perdonarla.

Chi cerca la vita piena trova Dio
Abbiamo già detto che i suoi libri sono letti da molti giovani, che sicuramente hanno altri problemi e un'altra mentalità rispetto alla sua generazione. È oggi più difficile avvincere i giovani o conquistarli alla vita spirituale?
Ho lavorato per venticinque anni con i giovani e ho imparato ad apprezzarne l'anelito spirituale. Naturalmente ci sono oggi anche molti giovani che mostrano uno scarso in¬teresse per la fede. Ciò dipende però spesso più dagli influssi esterni ai quali sono sottoposti che da una reale indifferenza. Io penso che i giovani siano aperti alle questioni della fede se ci sforziamo di trovare un linguaggio che sappia parlare loro e toccare il loro cuore. È perciò importante trasmettere ai giovani un'autentica esperienza spirituale. Allora si lasciano coinvolgere. I giovani rifiutano semplicemente le forme vecchie, superate o convenzionali dietro le quali non percepiscono una vita vera, bensì soltanto una consuetudine. Vogliono un'esperienza autentica, non essere inquadrati.

Ha ricordato che fin dall'inizio degli studi di teologia era molto duro con se stesso. In che senso?
Quando entrai in convento, come il re della parabola di Gesù (cfr. Lc 14,31-32) volevo scendere in campo contro tutti i miei errori e difetti con diecimila soldati. Mi affidavo alla forza di volontà e pensavo che volere equivalesse a riuscire, tenendo troppo poco conto delle mie reali esigenze e aspirazioni. Naturalmente il mio tentativo è fallito, perché i miei errori e difetti mi hanno sempre sopraffatto. Poi Dio mi ha mostrato un'altra strada, quella della misericordia.

Qual è la cosa che l'ha aiutata di più in questo?
Alla mia liberazione interiore hanno contribuito l'incontro con la psicologia e la pratica della meditazione. E soprattutto mi ha aiutato parlarne con i miei confratelli e percorrere insieme a loro un cammino spirituale che porta alla libertà e alla vita.
Che cosa ha imparato, concretamente, dalla meditazione zen e dalla psicologia junghiana?
Dalla meditazione zen ho appreso innanzi tutto la capacità di sedere in silenzio e l'atteggiamento giusto per farlo. E ho imparato che non si tratta di una riflessione, bensì della pura esistenza in quell'istante, di un cammino nel proprio centro interiore. Dalla psicologia junghiana ho appreso che la religione è parte essenziale dell'uomo. Studiare C.G. Jung mi ha incoraggiato a interpretare e comprendere in modo nuovo i simboli della liturgia e le immagini della Bibbia. E al tempo stesso ho imparato da Jung a prestare attenzione all'effetto che la spiritualità ha sugli uomini. Ogni volta che la spiritualità costringe l'uomo e lo rende malato, non corrisponde allo spirito di Gesù. La spiritualità ha essenzialmente a che fare anche con il processo di divenire se stessi. Chi intraprende un cammino spirituale trova il suo vero io. Ma lungo questo cammino deve osservare ed elaborare la propria realtà, anche con i suoi lati oscuri.

Lei ha scritto anche che dovrebbero entrare in convento persone che cercano la voglia di vivere. Perché questo fatto è così importante?
Nel mio lavoro presso la nostra Recollectiohaus (una casa per sacerdoti e religiosi in crisi) noto che molti preti e religiosi non hanno scelto il proprio percorso spirituale perché cercavano la gioia di vivere. Anzi, sono fuggiti dalla vita. Chi entra in convento per sfuggire ai problemi esistenziali e per cercare nella comunità religiosa una strada più comoda, difficilmente vi troverà Dio. Dio infatti è soltanto dov'è la vita vera. Nel Vangelo di Giovanni, parlando di Gesù, si di dice: «In lui era la vita» (1,4) e nella lettera di Giovanni è scritto: «[In Cristo] la vita si è fatta visibile» (1Gv, 1,2). Solo chi cerca la vita troverà anche Dio. E viceversa si può dire che soltanto chi cerca davvero Dio troverà la pienezza della vita. Se entrassero in convento soltanto persone che fuggono dalla vita, dal convento non potrebbe scaturire la vita. Non si proclamerebbe Cristo, colui che ci guida alla vita, bensì un'immagine arbitraria di Dio.
Alcuni giovani sognano di «vivere in cielo» prima possibile, di diventare cioè persone spirituali. È un ideale che spesso perseguono in modo molto radicale.
Quando i giovani sono tutti presi dalla spiritualità e parlano euforicamente delle proprie esperienze religiose, li ascolto e li prendo sul serio. Al tempo stesso, però, domando della loro vita concreta, dei loro rituali quotidiani: « A che ora ti alzi? Come va il lavoro? Quanto studi? Come sono i tuoi rapporti con gli altri? ». Sottolineo la vita concreta, perché non prendano il volo ma integrino la loro spiritualità nella quotidianità. Altrimenti non sarebbe che una fuga dal quotidiano, un rimuginare narcisistico su se stessi. Il perico¬lo lo vedo in alcuni giovani dal carattere labile che perseguono la spiritualità per rendersi interessanti e si occupano in realtà soltanto di se stessi.
E poi c'è il rischio già menzionato: se mi idealizzo trop¬po, vorrò eliminare o reprimere tutto ciò che non corrisponde a questa immagine ideale. Queste qualità negative represse riaffiorano però con il tempo nella mia vita... Le proietto per esempio su altri, che combatto e condanno.
Sulla base dell'esperienza fatta come assistente spirituale di sacerdoti, religiosi e laici credenti ho constatato che nell'uomo sono presenti due forze basilari che contraddicono l'immagine ideale che ci siamo fatti di noi e che quindi cerchiamo di reprimere. Si tratta delle due principali energie vitali, l'aggressività e la sessualità. Il problema sta nel fatto che per la rimozione o repressione di queste forze possenti è necessaria tutta la nostra energia vitale e il risultato è comunque dubbio.

Integrare sessualità e aggressività

Perché i credenti sono turbati e traumatizzati proprio dalla sessualità, sebbene l'avidità o la superbia religiosa siano molto più pericolose per la spiritualità dell'uomo?
In tutte le culture e religioni la sessualità è vista come qualcosa di affascinante, che può però far uscire di senno gli uomini. Le persone spirituali vivono la sessualità come una forza a sé che disturba le loro idee spirituali e fa perdere loro l'equilibrio interiore. La repressione della sessualità è dovuta però anche a una profonda paura della sessualità stessa, indotta da secoli soprattutto dalla morale sessuale cattolica romana, concentrata più sulla repressione della sessualità che sulla sua trasformazione. La morale cattolica non ha saputo vedere la sessualità come fonte della spiritualità, come invece ha sempre fatto la mistica.

Potrebbe essere più concreto? Per molti collegare la sessua¬lità alla mistica è inconcepibile.
Nella mistica come nella sessualità si tratta di un'estasi, dell'abbandono del proprio io, della dimenticanza di sé. Nella sessualità il proprio io si annulla nell'amore per l'altro, ma in questo amore umano si può intuire qualcosa dell'amore infinito di Dio. Nella mistica cerco la stessa esperienza: l'unione nell'amore di Dio. Basti pensare che i mistici descrivono la propria esperienza con Dio sempre con l'aiuto di un linguaggio erotico, perché è quello che può esprimere al meglio ciò che Dio dà all'uomo quando diventa un tutt'uno con lui.

Come può un giovane farsi un'idea sana della sessualità nella comunità ecclesiastica o in famiglia, se questo tema è spesso tabù e i peccati in questo campo sono « sopravvalutati»?
È importante che il giovane abbia un rapporto sereno con la propria sessualità, che la concepisca come un dono di Dio. Ma al tempo stesso deve imparare che nel rapporto con la sua sessualità rimane libero e non ne dev'essere condizionato o addirittura dilaniato. Della sessualità Paolo dice: «"Tutto mi è lecito!". Ma non tutto giova. "Tutto mi è lecito!". Ma io non mi lascerò dominare da nulla» (1Cor 6,12). La sessualità è buona, ma non deve prendere il sopravvento su di noi, altrimenti può dominarci e farci perdere l'equilibrio.
Consideriamo ancora la seconda forza, l'aggressività. Dove la si può incontrare nella Chiesa?
Innanzi tutto dobbiamo dire che l'aggressività è la forza che ci permette di chiarire il rapporto tra vicinanza e distan¬za. «Aggressione» significa in realtà avvicinarsi a qualcosa, afferrarla, prenderla in mano. L'aggressione non deve di¬ventare in nessun caso autoaggressione, come accade in alcune forme aggressive di devozione, né dev'essere rivolta direttamente contro altri.

Quali sono le cause di queste forme malsane di aggressività nella vita spirituale?
Le radici di questi atteggiamenti, nei quali si è molto aggressivi verso se stessi (e in nome di Dio spesso anche verso altri), affondano di frequente nell'esperienza dell'abbandono interiore. Persone che nell'infanzia si sono sentite indesiderate rivolgono contro se stesse l'ira che provano in realtà contro i genitori. Sono aggressive nei propri confronti, anzi spesso addirittura distruttive, perché quello è l'unico modo in cui possono prendere coscienza di se stesse.

Anche il perfezionismo è una forma di aggressività verso se stessi?
Il perfezionismo vorrebbe cancellare con la forza tutti i difetti. È disumano. L'uomo, infatti, non è Dio, bensì uomo, con le sue debolezze e i suoi lati oscuri. Soltanto se l'uomo si accetta con tutto ciò che è in lui, può trasformarsi e procedere sul suo cammino interiore. Chi combatte tutti i difetti non fa che fissarsi su di essi senza potersene liberare. I difetti svilupperanno una tale forza contraria da renderlo impotente o da indurlo a essere sempre più crudele con se stesso... Il che porta a una durezza ancora maggiore verso di sé e, di conseguenza, verso gli altri.
Alcuni ribattono in proposito che Gesù stesso ha dello che dobbiamo essere perfetti «come è perfetto il Padre nostro celeste».
La parola greca che Gesù impiega nel Vangelo di Matteo (Mt 5,48) è teleios, che significa « perfetto, diretto a uno sco¬po, intero, completo». Gesù non intende con ciò l'uomo perfetto; indica piuttosto che l'essere umano che si è riconosciuto nella preghiera come figlio o figlia di Dio è in grado di comportarsi in modo nuovo. E comportandosi in modo nuovo partecipa all'essenza divina, sperimenta com'è Dio. Non soltanto la preghiera, ma anche il comportamento conduce all'esperienza di Dio. E, viceversa, una vera esperienza di Dio porta a un atteggiamento e a un comportamento nuovi. Gesù non intendeva parlare di un uomo privo di difetti, bensì di un uomo nuovo, plasmato dallo spirito di Dio e quindi in grado di amare anche il proprio nemico e di sanare le fratture della società umana.

La causa del comportamento aggressivo nella vita spirituale non sta in un'educazione rigida e unilaterale o nella mancanza di un modello maschile positivo in famiglia?
Una delle cause dell'aggressività nella vita spirituale sta sicuramente nella mancanza della figura paterna. Chi non ha conosciuto il padre come forza ordinatrice non potrà concepire l'ordine come qualcosa che risana e ne avrà invece una concezione estremizzata. E chi non ha conosciuto un padre che gli ha infuso coraggio cercherà un surro¬gato nelle norme più severe. Diventerà irremovibile e rigido. Se lo si vuole aiutare non si può affrontare direttamen¬te la sua aggressività. È importante invece accostarsi con benevolenza a chi è aggressivo con se stesso per mostrargli come può rassegnarsi alla mancanza di un padre e accettarsi.

Lei una volta ha scritto che le passioni represse portano a una durezza che si nasconde nella coscienza. Può spiegare più precisamente questa idea?

È una legge psicologica che l'aggressività con la quale combatto le mie passioni si radichi nella coscienza. Ciò vale soprattutto per la repressione della sessualità. Proprio quelli che combattono aggressivamente la propria sessualità, spesso non si accorgono che la loro coscienza si è trasformata in un giudice implacabile, non solo contro loro stessi ma anche nei confronti degli altri. Furrer, un terapeuta svizzero, una volta ha detto: «La brutalità è sempre sessualità repressa ». È un problema che si riscontra piuttosto spesso pro¬prio tra i cristiani: è la brutalità di alcune persone devote che sfogano la loro sessualità repressa combattendo brutalmente gli altri e disprezzandoli come lassisti amorali. Anche molti fondamentalisti sono brutali con quei cristiani che non condividono le loro stesse idee o vivono in modo un po' diverso da come vorrebbero questi «devoti ».

Accanto a  una coscienza severa, esiste anche una coscienza paurosa o scrupolosa. In questo caso si tratta dello stesso problema?
Sì. La coscienza scrupolosa è una forma di autoaggressione, un continuo autocondannarsi. La maggior parte degli scrupolosi che ho conosciuto non facevano che rimuginare sulla propria sessualità. Si disprezzano per aver concepito fantasie sessuali sul sacerdote che amministra loro la comunione. Sfogano inconsciamente la loro sessualità repressa confessandosi continuamente... e dando sui nervi ai preti con il loro continuo rimuginare su questo tema.

Dissolvere le immagini di un Dio tiranno

Perché troviamo una spiritualità rigorosa spesso proprio in persone impegnate spiritualmente, alle quali non mancano le necessarie conoscenze religiose e che sanno anche che Dio è misericordioso?

Dobbiamo distinguere tra le nostre immagini di Dio consce e inconsce. Consciamente crediamo spesso a un Dio misericordioso, ma nel nostro inconscio conserviamo immagini dell'infanzia, l'immagine del Dio giudice severo, del Dio contabile, del Dio padrone assoluto. Queste immagini di Dio non sono dovute in primo luogo all'educazione religiosa, bensì alla nostra esperienza della figura paterna e materna. E spesso le conoscenze teologiche non possono nulla contro queste esperienze della prima infanzia.

Potrebbe fare un esempio concreto di tali proiezioni?

Come ho già detto, l'uomo proietta spesso su Dio l'immagine paterna o materna. Se, per esempio, il padre era inaffidabile, l'uomo nutrirà una sfiducia di fondo nei confronti di Dio. Avrà la sensazione che Dio contrasti arbitrariamente i suoi desideri e non gli conceda nulla. Queste proiezioni malsane possono essere sanate soltanto andando alla radice, alle esperienze della prima infanzia. È necessario riviverle per poterne prendere le distanze. È necessaria l'aggressività per scacciare dall'anima queste immagini pessimistiche. Soltanto così si fa spazio alle immagini risanatrici della Bibbia.

E quali immagini risanatrici propone la Bibbia?
Accanto alla già citata esperienza fondamentale della figura paterna o materna c'è in noi anche un'immagine ar¬chetipica di Dio che va al di là dell'esperienza personale. La Bibbia ci mostra gli aspetti risanatori di questa immagine di Dio. Nell'Antico Testamento sono contenuti per esempio nei Salmi e in quei Profeti che proclamano l'amore materno e indulgente di Dio per il suo popolo e per ogni singolo uomo. Gesù, poi, ci mostra un Dio che non giudica, bensì incoraggia. Ce lo presenta come un padre misericordioso che abbraccia il figlio perduto, che attende pazientemente la conversione dell'uomo. Le immagini risanatrici della Bibbia ci mostrano dunque Dio di volta in volta come un padre che dà ai suoi figli ciò di cui hanno bisogno e come una madre che offre rifugio, sicurezza, quiete e accoglienza. E al tempo stesso Dio supera tutti i pregi dei nostri genitori terreni.

Talvolta si dice che la Chiesa stessa in passato abbia contribuito alla creazione di queste concezioni sbagliate di Dio che incutono timore.
Qui bisogna stare attenti. La Chiesa in sé, nel suo insieme, non ha mai creato un'immagine di Dio, a crearne sono state invece certe persone concrete. D'altro canto è vero che la Chiesa sostiene queste immagini sbagliate di Dio con una teologia che ha fatto leva più sulla paura che sulla fiducia. Chi diffonde il timore ha potere sugli uomini. Chi inculca una cattiva coscienza esercita sottilmente il potere sugli uomini. Questa tentazione, purtroppo, non si è fermata neppure dinanzi alla Chiesa.
È anche vero che pure alcuni preti diffondono un'immagine malsana di Dio. Un prete che ha paura di Dio trasmetterà questa sua concezione. Conosco tutta una serie di preti che ha studiato una buona teologia qui da noi e teoricamente crede nella misericordia divina, ma nel subconscio ha paura che Dio possa anche essere un tiranno. In questo caso, è possibile trasmettere un'immagine sbagliata di Dio nonostante una valida formazione teologica. Se però esaminia¬mo la storia della Chiesa, constatiamo che i buoni teologi hanno per lo più un'immagine giusta di Dio. C'è però anche una schiera di cattivi predicatori della parola di Dio, i quali hanno suscitato paura o hanno abusato di Dio soltanto per ottenere il potere su altri.
In generale si può però dire che la prima causa di queste concezioni sbagliate di Dio che incutono timore stia nell'educazione ricevuta nell'infanzia.

Le immagini sbagliate di Dio sono spesso legate a una severità esagerata nelle questioni morali. Dove risiede, a suo avviso, il rischio del rigorismo nella vita spirituale? È importante occuparsene?
Il rigorismo fa ammalare, perché costringe a operare molte dissociazioni interiori. E il rigorismo porta alla divisione nella società e nella Chiesa, perché le persone rigorose difficilmente sanno costruire una comunità. La Chiesa è però essenzialmente una comunità e quindi non può chiudere gli occhi di fronte a questo problema. Le comunità religiose che hanno accolto persone estremamente rigorose si sono rapidamente disgregate per le lotte intestine. Perciò scoprire le cause del rigorismo è in ultima analisi determinante per il futuro della Chiesa.

Essere buoni con se stessi

Un suo libro s'intitola Gut mit sich selbst umgehen (Essere buoni con se stessi). Ma non è una frase che si sente spesso in chiesa, anzi si parla piuttosto di sacrificio di sé, di umiltà, di digiuno, di croce, eccetera. Perché è necessario essere buoni con se stessi?

Nel Vangelo di Luca, Gesù dice: «Siate misericordiosi, com'è misericordioso il Padre vostro» (Le 6,36). Essere misericordiosi vuol dire però essere buoni con se stessi, avere un cuore per il misero che è in noi, per il debole e il reietto. Essere buoni con se stessi è semplicemente un sinonimo di quella misericordia che, tanto secondo il Vangelo di Matteo (« Voglio misericordia, non sacrifici») quanto secondo quello di Luca, caratterizza la persona di Gesù e dovrebbe esse¬re anche l'atteggiamento del cristiano. Gesù dice anche: «Ama il prossimo tuo come te stesso ». Posso amare l'altro soltanto se amo me stesso.
Come si può distinguere l'amore per se stessi dall'egoismo?

Il concetto di egoismo sta a indicare un'altra cosa: giro intorno a me stesso. Assolutizzo l'amore per me senza vive¬re l'altro polo, quello dell'amore per il prossimo. Ciò porta di nuovo all'unilateralità e alla divisione. Soltanto chi vive la tensione sana tra amore per sé e amore per il prossimo vive sano e rimane vivo.
Ma che cosa significa, in concreto, « essere buoni con se stessi»?

Non significa certo assecondare tutti i propri desideri ed esigenze. Sarebbe un atteggiamento che indebolisce. Chi deve veder esaudito subito ogni suo desiderio non potrà formarsi un io forte. Essere buoni con se stessi significa sostanzialmente accettare la propria esistenza, perché solo così si può cambiare e crescere. Essere buoni con se stessi non significa quindi rimanere immobili. Al contrario, ho fiducia che il buono che c'è in me si manifesti sempre di più. Ma perché ciò accada devo darmi limiti ben precisi, il che non significa però che io debba essere implacabile con me stesso.
Della necessità di accettarsi ha scritto anche C. G. Jung, per il quale l'accettazione di sé è un modo di imitare Gesù. È d'accordo con lui?
L'« accettazione di sé» è sicuramente la faccia psicologica dell'amore per se stessi richiesto da Gesù. Da questo punto di vista Jung ha tradotto nel suo linguaggio psicologico un'esortazione importante di Gesù. E quindi sono d'accordo con lui.

Le capita spesso di constatare come tra le file dei preti e dei. religiosi ci siano persone interiormente divise e non placate?
Sì. Talvolta rimango atterrito nel constatare come preti che per decenni hanno predicato la misericordia di Dio siano intimamente insoddisfatti o infelici, o nel vedere suore che per anni hanno accudito i malati e ora, nella vecchiaia, sono inasprite. Dimostra che non sono stati buoni con se stessi e con le proprie esigenze. Chi si occupa soltanto degli altri, trascurando le proprie esigenze, a un certo punto è sopraffatto dalle aspirazioni represse con una tale intensità da provare soltanto delusione e amarezza. E improvvisamente è più egocentrico di tutti quelli che guarda dall'alto in basso nella sua spiritualità. Spesso incontro anche persone combattute che diffondono intorno a sé questo loro conflitto interiore. Tra loro ci sono anche dei preti che dividono la propria comunità parrocchiale perché sono interiormente divisi. Mi spaventano poi quelle persone alle quali non manca la devozione ma sono incapaci di essere misericordiose o compassionevoli con se stesse e con gli altri.

E se dovesse intraprendere il cammino spirituale una persona incapace di instaurare normali rapporti umani?

Sarebbe fatale se volessero farsi preti o religiosi soltanto quei giovani che non sono in grado di instaurare normali rapporti umani. Ideologizzerebbero nel celibato la propria incapacità di relazionarsi. Ma non è questo il senso della castità per il regno dei cieli di cui parla Gesù (cfr. Mt 19,12). La castità per il regno dei cieli può viverla soltanto chi sa instaurare un rapporto con l'altro. I giovani che si fanno preti o religiosi non devono necessariamente essere già maturi; devono però essere pronti a intraprendere un cammino di maturazione.

Lei ha detto di essere spaventato quando incontra persone devote ma prive di misericordia. Dove le capita di incontrarle?
In occasione dei convegni conosco talvolta persone che esprimono giudizi spietati sugli altri. O ricevo lettere dipersone che mi augurano l'inferno. Allora mi chiedo quanta aggressività si nasconde nella loro devozione. Come possono credere in Dio queste persone se pensano che tanti debbano finire all'inferno? Ci dev'essere qualcosa che non va. Quante cose hanno dovuto reprimere per diventare così dure?!

Lei una volta ha scritto: «Chi osserva gli altri per vedere se la loro vita corrisponde a norme esteriori, come facevano i farisei, li uccide ». Sono parole forti...
Gesù stesso, ai farisei che lo osservavano per vedere se compiva guarigioni di sabato, domanda: «È lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?» -(Mc 3,4). Gesù è dunque convinto che chi considera le norme più importanti della salvezza di una persona faccia del male, uccida. In un clima di legalità assoluta non si può vivere, ci si fossilizza, si muore.

D'altro canto lei ammette che l'aggressività ha anche un ruolo positivo. Come possono sfruttarla i cristiani?
Come ho detto, l'aggressività ha la funzione di chiarire il rapporto tra vicino e lontano. È la forza che mi permette di prendere le distanze dagli altri e di sottrarmi al loro influsso sulla mia vita. L'aggressività mi aiuta a buttare fuori di me chimi ha ferito e a distanziarmi da lui. In tal modo anche i sentimenti negativi verso chi mi ha ferito perdono il loro potere su di me. Ma non mi devo fermare all'aggressività. Quando ho acquistato un sano distacco da chi mi ha fatto del male, devo anche perdonarlo.

Non dovrei perdonarlo subito? Il Cristianesimo non predica l'aggressività, bensì il perdono.
È vero. L'aggressività è spesso la strada attraverso cui si giunge al perdono. Il perdono infatti non è all'inizio dell'ira, ma alla fine. Il perdono supera l'ira e porta alla riconciliazione con l'altro. Perdonare significa lasciare all'altro il comportamento che mi ferisce, non riferirlo più a me. Perdonare significa: «Puoi essere così come sei. Il tuo comportamento mi ha fatto male, ma io te lo lascio. Non ti accuso più. Ti auguro di trovare la tua pace ». Ma perché io possa pensare sinceramente queste parole, o altre simili, devo prima prendere le distanze dall'altro. Difficilmente posso perdonare qualcuno nel momento in cui mi ferisce, nel momento in cui il suo coltello è ancora conficcato nella mia ferita.

L'aggressività non riguarda certo soltanto il perdono. Potrebbe farmi un altro esempio del modo in cui un cristiano può vivere l'aggressività?
Ci sono molti santi che hanno vissuto la propria aggressività. Senza di essa non si sarebbero impegnati così tanto per il prossimo e il regno di Dio. Chi s'impegna con passione per il rinnovamento della Chiesa, per il bene dell'uomo, per la pace e la giustizia, vive in modo positivo la propria aggressività, che gli sarà di stimolo costante a non arrendersi. Bisogna però osservarsi molto attentamente, per non lasciarsi inasprire. L'inasprimento è un segnale che sto rivolgendo l'aggressività contro me stesso... e devo chiedermi se rispetto e amo le persone con le quali magari devo combattere per ottenere strutture più giuste. Altrimenti la mia aggressività diventa distruttiva.
Voglio fare un altro esempio di come ci si possa procurare un proprio spazio vitale mediante l'aggressività. Ricordiamoci che neppure Gesù ha aiutato tutti. Si occupava anche di se stesso... Questo per me è un fatto importante. Io non sono Dio e perciò non posso donare all'infinito. Devo anche essere capace di limitarmi, per poter continuare a ricevere. Ho bisogno di tempo per riflettere e per entrare in contatto con la fonte interiore dello Spirito Santo, che scaturisce in me. Quando provo gioia nell'impegno e nell'aiuto agli altri, è bene. Se però avverto una durezza e un'amarezza interiori, ho la responsabilità di difendere i miei limiti. Il fatto di fissare dei limiti non è segno d'egoismo, bensì di amore per il prossimo... Cerco di limitarmi per essere sempre in grado di dare.

La terapia cristiana del perdono

Alcune scuole psicologiche esigono che ci si conosca meglio e ci si accetti anche con tutti i limiti e i difetti. In altre parole: l'uomo deve scoprire il proprio valore intrinseco. Questo problema della perdita del senso del proprio valore è caratteristico soltanto dei tempi moderni?
In tutti i tempi gli uomini hanno sofferto per la mancanza di autostima. Lo dimostra già la storia di Zaccheo, che essendo piccolo di statura compensava il proprio complesso d'inferiorità accumulando più denaro possibile. Gesù ha guarito Zaccheo accettandolo incondizionatamente, dandogli «prestigio ». E questo ha spinto Zaccheo a donare la metà dei suoi averi ai poveri.

Come si differenzia effettivamente la terapia cristiana da quella puramente psicologica? Questa si ferma spesso all'accettazione di sé senza pretese o valutazioni superiori.
È sicuramente importante che consideriamo tutto ciò che è dentro di noi senza giudicare subito. È così com'è. Dovremmo accettarlo. Il secondo passo consiste però nel chiedersi: In che cosa devo crescere? E in questo secondo passo hanno un ruolo importante i valori cristiani. Devo assomigliare sempre più all'immagine che Dio si è fatto di me. E devo riflettere nella mia vita qualcosa del modo di essere di Gesù, senza però scimmiottarlo. Occuparmi di Gesù mi incita a crescere e a cambiare.
Per me una caratteristica importante della terapia cristiana è che non rimango immobile a volermi bene e a sentirmi a mio agio, bensì m'interrogo sulla mia missione. Qual è la mia missione, la mia vocazione in questo mondo? Quale compito devo svolgere? Ciò mi distoglie da me stesso. La mia vita dev'essere proficua, devo lasciare il mio segno particolare in questo mondo. Ma non si tratta in primo luogo di fare qualcosa, bensì di emanare un po' della luce di Dio, che può risplendere attraverso me in questo mondo.
Il senso della terapia cristiana è che l'uomo cresca nel¬l'immagine originaria e autentica che Dio si è fatto di lui. Potrei descriverlo anche con le parole di Gesù: «Non biso¬gnava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria (doxa)?» (Lc 24,26). Attraverso le pene e i conflitti di questo tempo devo assumere la forma (doxa) che Dio ha pensato per me.

Rimaniamo ancora sul perdono, dato che ha un grande influsso sulla salute dell'anima umana. In che misura la capacità di perdonare dipende dalle esperienze della propria infanzia, per esempio dall'esperienza del perdono in seno alla propria famiglia?
Chi ha conosciuto l'accettazione incondizionata dei genitori può sicuramente perdonare più facilmente di chi si è sempre sentito rifiutato. Il perdono si può però anche imparare. Non siamo condizionati irreversibilmente dalla nostra infanzia.

Come dev'essere, per esempio, il perdono in seno alla famiglia, affinché abbia un senso per ambo le parti?
Probabilmente ripeterò ciò che ho già detto a proposito dell'aggressività. Innanzi tutto dovrei prendere sul serio i miei sentimenti, il mio dolore ma anche la mia rabbia. Questa rabbia crea un distacco sano dall'altro. Molte offese derivano dal fatto che marito e moglie non hanno un distacco sufficiente, per cui finiscono in un tale groviglio di emozioni che si «contagiano» a vicenda.
Il perdono si compie in quattro fasi. La prima consiste nell'accettare il dolore che l'offesa mi ha provocato. Nella seconda fase accetto la mia rabbia, che mi distanzia da chi mi ha offeso. Nella terza fase posso capire perché l'altro ha agito in quel modo, posso comprendere le sue motivazioni. Soltanto la quarta fase porta il vero perdono, nel quale lascio all'altro il comportamento offensivo e così facendo me ne libero. Ma a ciò dovrebbe seguire ancora la preghiera per l'altro, perché possa trovare la sua pace. Così facendo mi riconcilio con la mia vita.
Il perdono è salutare soprattutto per me, perché mi libera da ciò che l'altro mi ha fatto. Se non riesco a perdonare chi mi ha offeso, resto legato a lui. Alcuni non guariscono mai perché non riescono a perdonare. Perché il perdono riesca, però, bisogna cercare soluzioni ragionevoli. Una volta venne da me una coppia che litigava spesso. Non appena la lite era finita, la moglie andava dal marito e lo pregava di perdonarla subito in nome di Cristo. L'uomo naturalmente s'infuriava ancora di più per quel rituale assolutamente assurdo. L'altro ha bisogno di tempo per calmarsi, di spazio per la sua ira. Altri sposi mi hanno raccontato che tengono sul tavolo la candela del loro matrimonio. Quando litigano e non sono in grado di parlarne, uno dei due accende la candela. È un invito all'altro. Talvolta non si può iniziare subito a parlare, perché un dialogo sul problema in questione non farebbe che arrecare altre offese. Questi sposi hanno trovato una soluzione intelligente.

Come si può perdonare se stessi? Come si può spezzare il cerchio magico dell'autolesionismo?
È vero che molti non riescono a perdonare se stessi. Si confessano per sperimentare il perdono di Dio, ma nell'intimo continuano ad accusarsi. Perdonare se stessi significa rinunciare all'illusione di essere perfetti. E questo richiede umiltà. Accade spesso che alcune persone abbiano una concezione troppo idealizzata di sé e non sappiano perdonarsi perché per farlo devono abbandonare questa illusione. Preferiscono aggrapparsi alle proprie fantasie e quindi non possono cambiare. Posso perdonare me stesso soltanto se credo nel perdo¬no divino e l'ho sperimentato. Spesso, a chi viene a confessarsi dico: «Se ora Dio ti ha perdonato, devi perdonarti anche tu, altrimenti non credi davvero nel perdono divino ». Perdonare se stessi significa seppellire i propri sensi di colpa, smetterla di accusarsi e accettarsi come qualcuno che si è caricato di questa colpa o è diventato così come ora è.

Uno dei suoi libri tratta dell'importanza dei sogni per la vita spirituale. Fino a che punto il cristiano deve occuparsi dei sogni? Gli sono utili?
Per la Bibbia i sogni sono il linguaggio di Dio. O posso anche dire che Dio manda i suoi angeli in sogno perché istruiscano gli uomini. I sogni mi mostrano come sono... Mi rivelano la mia realtà, soprattutto i miei aspetti inconsci. Certi sogni mi indicano anche i passi che devo intraprendere sul mio cammino spirituale. Altri sogni sono pieni di promesse. Mi mostrano che nel mio cammino sono già più avanti di quanto pensi. Se per esempio sogno un bambino, sta a indicare che qualcosa di nuovo cresce in me. Poi ci sono anche i sogni religiosi che rafforzano la mia fede. In essi la presenza risanatrice di Dio mi si rivela come una luce o in certi simboli (per esempio nel simbolo della Chiesa o in parole che odo improvvisamente). Per la tradizione spirituale cristiana è sempre stato importante dare ascolto ai sogni, perché Dio vuole rischiarare e trasformare le profondità della mia anima.

Si può dire, per esempio, che si riuscirebbe a dominare meglio l'aggressività se si desse maggiormente ascolto alla coscienza?
Rispetto a una volta, ci sono oggi più persone che hanno accesso all'inconscio e si occupano di sogni, psicologia, eccetera. Io, per esempio, dirigo corsi per manager, i quali sanno di dover fare i conti col proprio inconscio per non riversare sui propri collaboratori la loro aggressività repressa. Ci sono però ancora tante persone che non sanno nulla del proprio inconscio, reprimono la propria aggressività e la sfogano all'esterno, sentendosi vive soltanto quando distruggono. Un'aggressività che si scarica all'esterno ferisce però al tempo stesso anche la propria anima. L'attuale aumento della violenza è indice di un mondo malato, di un'anima malata.
 


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